L’epilogo borghese della rivoluzione cinese si legge nel suo passato Pt.41
Categorie: China, Fossil fuels, History of China, Steel production
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Raffronto internazionale
Al termine della trattazione, prima di stilare le conclusioni che riassumeranno le principali tesi esposte per esteso via via che l’indagine affrontava i vari periodi ed episodi del lungo arco di tempo che corre dalla proclamazione della Repubblica Popolare Cinese nel 1949 al recente anno 1977, prolunghiamo il raffronto internazionale per le principali produzioni industriali tra la Cina, la Russia, gli USA, la Repubblica Federale Tedesca, il Giappone, l’Italia e l’India, quadro già esposto nel lontano numero 89 quando il raffronto contava soltanto l’anno 1952 (anno che precedette il varo del primo piano quinquennale cinese) e l’anno 1957 (anno conclusivo del primo piano quinquennale); adesso, naturalmente, il raffronto è esteso al 1977 e copre quindi l’arco di 25 anni di cui i primi cinque furono per tutti i paesi di forte crescita mentre i rimanenti venti videro per determinati paesi e determinate produzioni (ad esempio gli USA per l’acciaio) ed in parte per tutti i paesi europei e per le principali produzioni, segni evidenti di crisi, tanto che in certi casi i “massimi” produttivi furono toccati intorno al 1973 e successivamente le quote diminuiscono più o meno sensibilmente. L’anno 1977 per la Cina è invece in genere favorevole e solo acciaio e ghisa avevano toccato precedentemente – nel 1973 – quote maggiori. Del resto, se i paesi capitalistici negli anni Settanta incominciarono a denunciare i primi sintomi di crisi economica e produttiva, è anche vero che questi seguivano quasi vent’anni di rapida e sicura crescita e che nessun paese aveva conosciuto le inabissate e le risalite che caratterizzarono l’economia cinese dal 1958 al 1977; il raffronto non è pertanto favorevole alla Cina ed a maggior ragione risulteranno certi suoi indubbi risultati.
ACCIAIO
La Cina era 16° produttore mondiale nel 1952, passò al 9° posto nel 1957, sopravanzata da USA, Russia, RFT, Inghilterra, Francia, Giappone, Italia e Belgio, ed è al 5° nel 1977 quando le gerarchie assolute subirono un potente rivolgimento: Russia, USA, Giappone, RFT sono in fila seguite dalla Cina che sorpassa Francia ed Inghilterra (ambedue già in crisi profonda) e l’Italietta sempre in crescita. Dei paesi in esame, eccezionale l’incremento giapponese, che per i 20 anni dal 1957 al 1977 viaggiò con un +11% medio annuo, seguito dall’India (+9,2%, sempre però a bassi livelli), dalla Cina (+7,7%), dall’Italia (+6,3%), dalla Russia (+5,4%), dalla RFT (+1,6%) e, ultimi, dagli USA con un impercettibile +0,5% che in verità già nascondeva la diminuzione della produzione siderurgica americana negli anni Settanta, già scavalcata come quota assoluta da quella russa ed in procinto di esserlo da quella giapponese.
Riguardo le disponibilità pro-capite, la Cina quinto produttore mondiale, rimane un’assoluta nullità ed i suoi 25,1 kg. pro-capite incutono rispetto solamente alla squinternata India; per il resto sono poco più di un terzo della disponibilità pro-capite dell’Italia del 1952, dopo i primi anni di ricostruzione. Capitalismo in ritardo quindi ma capitalismo, perdio !
GHISA
La Cina era 11° produttore mondiale nel 1952, 7° nel 1957 e 5° nel 1977 sopravanzata dagli stessi paesi che la battevano per la produzione di acciaio, di diverso solo lo scambio di posto fra USA e Giappone.
Riguardo gli incrementi medi annui, come per l’acciaio il Giappone è l’unico paese a superare il 10%, per 20 anni riuscì a marciare con un +13,4% medio annuo, seguito dall’Italia e dall’India (+5,7%) e dalla RFT (+1,3%); gli USA praticamente sono fermi al palo e dal primo posto di produttore mondiale nel 1957, passano al terzo posto nel 1977, superati in tromba dai russi e dai giapponesi. Dei paesi non esposti nel quadro, ancora peggio per l’Inghilterra che, 4° produttore mondiale nel 1957, dopo vent’anni era in netto rinculo, vecchio capitalismo senza vitalità produttiva.
Nella disponibilità pro-capite, come per l’acciaio, ancora evidente il ritardo cinese rispetto agli altri paesi, India esclusa. I 26,5 kg. dei cinesi superano solo i 16,0 kg. dell’India e sono solo pari ai 25,4 kg. dell’Italia del 1952 che nel 1977 era alla rispettabile quota di 206,6 kg, pro-capite, pur essendo “solo” 8° produttore mondiale avvicinato dall’arretrata India.
CARBONE
Il carbone è tradizionale prodotto cinese ed infatti la crescita della Repubblica è da tanto di cappello: 7° produttore mondiale nel 1952, 5° produttore nel 1957, dopo 20 anni è al 2° posto assoluto ed insegue il gigante statunitense. La rapida crescita si rivela con l’incremento medio annuo: il suo +7,5% medio annuo è primato; distante l’India con un +4,2%, seguita dalla Russia (+2,1%) e dagli USA (+1,3%). I venti anni dal 1957 al 1977 vedono scomparire la modestissima produzione italiana ed anche l’estrazione carbonifera giapponese subisce un chiaro ridimensionamento passando dai 52 milioni di tonnellate del 1957 ai 18 del 1977 con un -5,2% medio annuo; la quota sarà però mantenuta negli anni a venire. Anche la RFT abbandona giacimenti troppo sfruttati e poco redditizi e dai 151 milioni di tonnellate del 1957 scende ai 91 del 1977 con un -2,5% medio annuo, sempre meglio dell’inabissarsi della produzione carbonifera inglese che nel 1952, con 230 milioni resta sopravanzata solo dagli USA; nel 1977 la perfida Albione era precipitata a 122 milioni, tracollo netto che le faceva perdere, sempre rispetto al 1952, due posti nella graduatoria mondiale.
Nella disponibilità pro-capite, l’immensa popolazione fa valere il solito handicap. Nel quadro la Cina è superata dalla RFT, dalla Russia e dagli USA. sempre in ritardo questi ultimi rispetto alla quota stratosferica del 1952. I 581 kg. pro-capite dei cinesi nel 1977 sono ben distanti dai 1.487 kg. dei tedeschi federali, dai 1.929 kg. dei russi e dai 2.757 degli americani, e possono vantare di superare solo quelli del Giappone e dell’India, paese però dal clima molto meno rigido.
ENERGIA ELETTRICA
Come già avvertimmo, la produzione di energia elettrica, oltre ad essere essenziale per l’intera produzione industriale ed agricola, è indice molto attendibile per misurare il grado generale dello sviluppo delle forze produttive. La Cina è 22° produttore mondiale nel 1952, 13° nel 1957, rimontando ben 9 posti, e 7° nel 1977 quando è superata, in ordine crescente, da Inghilterra, Canada, RFT, Giappone, Russia e USA.
L’incremento medio annuo cinese è il maggiore fra quelli dei paesi confrontati: +13,8% contro il 9,9% dell’India, il 9,8% del Giappone, il 7% dell’Italia, il 6,5% della RFT, il 5,8% degli USA e il 5% della Russia, ma nonostante il buon risultato come kwh pro-capite la Cina è appena a 271 kwh annui, superiori soltanto ai minimi 146 kwh dell’India. Distantissimi tutti gli altri paesi a capitalismo maturo: gli USA sono a ben 10.039 kwh annui pro-capite, la RFT è a 5.461 kwh, seguita dal Giappone che sale a 4.678 kwh, dalla Russia a 4.440 kwh e dall’Italia attestata a 2.950 kwh annui pro-capite.
Come per l’anno 1957, il ritardo cinese è nettissimo e di gran lunga maggiore rispetto alle altre produzioni, tanto che il risultato pesa sull’intera economia. Lenin aveva propagandisticamente affermato che il socialismo era uguale ai soviet più l’elettrificazione, formula che riassumeva i termini complessi di potere politico proletario, che oggi in Russia non esiste neanche a cercarlo con il lanternino, e l’industrializzazione inserita nel piano unico statale. In Cina ambedue i termini non sussistono ed il giovane capitalismo cinese è solo alle prese con il compito di gettare le basi materiali del proprio modo di produzione: la Cina ricca di materie prime come pochi paesi al mondo, ricca di uomini come nessun altro, non ha che poche strade, poche ferrovie, poca energia elettrica e l’immensa popolosa campagna rimane “isolata”, quasi ai margini del ciclo mercantile, alba del capitalismo !
CEMENTO
Decimo produttore mondiale nel 1952, la Cina passa all’8° posto nel 1957 per giungere al 4° dopo un ventennio, preceduta solo da Russia, USA (paese in cui si fa largo uso del legno per le costruzioni civili) e dal Giappone. Pure per questa produzione l’incremento medio annuo cinese è il migliore con un +11%, seguito dal Giappone (+8,2%), dalla Russia (+7,7%), dall’India (+6,3%), dall’Italia (+6%), dalla RFT (+2,6%) e dai lenti USA (+1%) che, nonostante i grattacieli, perdono il primo posto assoluto del 1957 che consentiva loro di guardare tutti dall’alto in basso.
Pure in questo caso, la Cina per i chilogrammi disponibili pro-capite l’anno (58,8 kg.) supera solo l’India mentre gli altri cinque paesi sono tutti assai lontani con alla testa l’Italia dai tanti scandali e speculazioni edilizie: i suoi 676,7 kg. sono avvicinati solo dal Giappone e gli altri giganti industriali sono ben indietro.
ACIDO SOLFORICO
Produzione base dell’industria chimica, la produzione di acido solforico è stata inserita nel confronto perché essenziale anche nella produzione di concimi chimici.
La Cina era 15° produttore mondiale nel 1952, passa al 12° nel 1957 per migliorarsi al 4° nel 1977. Buono l’incremento medio annuo cinese (+11,6%), superato solo da quello dell’India (+12,2%). Gli altri sono staccati di diversi punti: la Russia segue con il +7,9% medio annuo e via via gli altri, dagli USA (+3,8%) alla RFT (+2,8%), al Giappone (+2,5%), all’Italia (+1,6%).
Come disponibilità pro-capite il quadro per la Cina è scuro, molto scuro: siamo appena a 5,7 kg. e tenendo conto che l’80% della sterminata popolazione direttamente si sostiene con i faticosi lavori agricoli, il dato bruto mostra cristallinamente la difficile situazione agricola di un paese-continente che da millenni è costretto ad un’agricoltura intensiva per lo sfavorevole sempre più sfavorevole, rapporto fra popolazione e terre coltivabili ed a considerare il letame come vera e propria ricchezza il cui apporto è ancora oggi essenziale. Il dato bruto rimanda altresì al difficile e contraddittorio rapporto tra il settore della produzione agricola e quello della produzione industriale che ha intessuto tutte le vicende sociali e politiche della Repubblica Popolare Cinese, come siamo andati via via mostrando.
Bilancio di una rivoluzione borghese
Nello stilare le conclusioni di questo lungo lavoro, ci vogliamo prima di tutto rifare ad un brano di un nostro vecchio articolo del lontano 1953, “Malenkov-Stalin: Toppa non tappa”:
«L’ardente Trotski, il tribuno della rivoluzione in permanenza, in un discorso indimenticabile sulla Cina traspose a questa il famoso vaticinio: la rivoluzione russa sarà socialista, o non sarà. Meno letteraria è la nostra odierna posizione: la rivoluzione russa è stata capitalista ma è stata. La rivoluzione socialista dovrà essere non russa né cinese, ma universale. Domani potrà essere anche russa, anche cinese.
«I fatti storici di cui la Cina è stata teatro nell’ultimo trentennio sono di portata formidabile, non inferiori a quelli del periodo Napoleonico che saldò la fine del secolo 18° e il principio del 19°, ed umiliò per sempre le momentanee restaurazioni europee».
La nostra scuola, nell’indagare l’evolversi delle lotte sociali e politiche nell’Impero di Mezzo che, fondato nel 221 A.C. era ancora vivo alle soglie del 19° secolo e fu culla di civiltà e filosofie antiche e moderne nei cui confronti l’Occidente deve abbassare rispettoso la testa, ha sempre tenuto fermo su due essenziali capisaldi. Il primo, che da quando l’Ottobre russo, come vittoria proletaria internazionale, è stato spento dall’ondata controrivoluzionaria di nazionalismo grande russo, il fatto più rivoluzionario della storia contemporanea è stata la rottura della tradizionale immobilità economica e sociale dell’Asia, evento al quale la rivoluzione cinese, con le sue alterne vicende di avanzamenti e rinculi, ha grandemente contribuito. Il secondo è nel respingere la tesi falsamente sinistra che non attribuiva alcuna possibilità di scioglimento al dramma che si svolgeva nel grande teatro geografico cinese, perché il destino di quelli che definimmo “popoli colorati” avrebbe dovuto attendersi solo dal ripresentarsi sulla scena storica, come figura autonoma del proletariato. In Occidente invece, per il temporaneo assestarsi delle forze capitalistiche e per effetto della terza devastante ondata di opportunismo, si assistette ad una gelatinosa e vergognosa collaborazione di classe.
Il ciclo della rivoluzione borghese cinese fu aperto dalla rivoluzione democratica di Sun Yat-sen nel 1911, quando prevalsero i borghesi della nascente industria e del commercio, con il loro abituale codazzo di intellettuali, studenti e… militari. Si trattò, come più volte scrivemmo, di una rivoluzione incompiuta ed altre se ne dovevano verificare. L’intervento, nella fase successiva, del giovane proletariato indigeno, si intrecciò e fu infine determinato, nel suo doloroso epilogo, dalle vicende sfortunate e sinistre della rivoluzione russa ed europea, dopo la prima grande guerra mondiale e il costituirsi del Comintern.
La cocente, sanguinosa e feroce sconfitta del proletariato cinese nel biennio 1927-28; le vicende interne del Comintern, fatti sui quali già tante volte il Partito si è soffermato nei suoi studi per ribadire l’intangibilità del suo programma rivoluzionario, tutto concorse a spingere il PCC ad abbracciare un programma populista e piccolo borghese mentre il Guo-min-dang spostò sempre più i suoi atteggiamenti e programmi verso destra patteggiando con l’invasore giapponese, mille volte preferibile alle Comuni di Shanghai e di Canton.
I decenni che seguirono e che portarono alla vittoria delle armate contadine maoiste su quelle nazionaliste, videro il PCC vantare vittorie militari notevoli sui giapponesi e sui nazionalisti di Chiang-Kai-Shek ma nel contempo abbracciare il programma di partenza del Guo-min-dang e di Sun Yat-sen, cioè di una Cina borghese di sinistra che naturalmente rinunciava al passaggio ad una rivoluzione socialista, spacciando per socialiste schiette forme e rapporti di produzione mercantili e borghesi.
Come per la Russia, la rivoluzione cinese è stata capitalistica ma è stata, e fin dall’inizio dovette assolvere al suo compito storico di favorire capitalismo, di favorire il commercio e l’industrializzazione dell’immenso paese, dallo sconfinato ed arretrato mondo rurale, serbatoio e nerbo delle armate del PCC nei lunghi anni di guerra civile.
Primo importante atto della Repubblica Popolare Cinese, fu la Legge Agraria del giugno 1950, legge prudente e relativamente “liberale” che molto lasciò alla spontanea interpretazione dei contadini nella definizione delle categorie dei proprietari fondiari, dei contadini ricchi, medi e poveri. La “riforma” durò praticamente quattro lunghi anni, scosse fin alle fondamenta il mondo rurale cinese
pure abituato a tante jacquerie a carattere tra il sociale e il religioso, e su milioni di morti sembrò realizzarsi il sogno millenario di una ripartizione uguale delle terre. Lo Stato si appropriò subito del monopolio del commercio dei cereali, regolamentò i prezzi delle derrate alimentari tramite acquisti e vendite del monopolio di Stato, richiese corvée gratuite per la regolamentazione dei corsi d’acqua e stese nelle campagne la sua rete di “quadri”, funzionari per inquadrare, dirigere e sorvegliare le masse contadine, immensa risorsa di forza lavoro, fino nel più sperduto villaggio.
Le terribili condizioni di arretratezza non permisero al mondo rurale di fornire alle città plusvalore e eccedenze di prodotti agricoli necessari all’industrializzazione ed a sfamare un accresciuto esercito di proletari. Lo Stato borghese batté cassa, le campagne non solo non risposero ma videro riapparire significativi segni di polarizzazione sociale con compra-vendita di terre, usura ecc. L’industrializzazione veniva frenata dalla campagna arretrata, senza macchine e capitali, e, sia per ovviare a questi sfavorevoli dati materiali, sia per timore di non domare le differenze sociali che si manifestavano nelle campagne, il regime accelerò bruscamente a sinistra, lanciò il movimento delle cooperative e delle Comuni, estrema razio del volontarismo plebeo di Mao.
Queste gigantesche campagne di massa infransero la tradizione familiare e di villaggio, prepotentemente riaffermò principi totalitari che in Cina sono antichi quanto moderni: la collettività è superiore all’individuo e la supremazia incontestabile spetta allo Stato centrale. Sferzato da Mao Zedong che vide negli ottocento milioni di uomini la vera ricchezza della Cina, paradosso tragico per una Nazione da sempre tiranneggiata dalla sua alta demografia, il regime di Pechino, che per il cui costituirsi molto doveva allo spirito di sacrificio e di abnegazione alla disciplina e energia delle masse contadine, chiese ai rurali di assolvere ad un nuovo immenso compito: non di fornire allo Stato centrale plusvalore e maggiori derrate – compito che del resto avevano fallito – ma di procedere loro stessi all’industrializzazione dell’immenso paese. Se il ragionamento partiva dalla giusta ed ovvia constatazione che lo Stato centrale non poteva, per mancanza di capitali, finanziare l’industrializzazione accelerata del paese ma solo limitarsi a pochi e costosi progetti, era oltremodo sciocco e illusorio il procedere del ragionamento; le fatiche dei contadini, inenarrabili, non produssero capitali ma disastri che sommati a cattive condizioni meteorologiche e climatiche, portarono ad un enorme disastro produttivo, nuova fame e nuova miseria. Le forze produttive non si fecero dominare dagli uomini con le loro volontà e personalità più o meno grandi, imposero il loro passo ed un brusco contraccolpo scosse un regime che fino ad allora aveva fatto sfoggio di mille e mille sicurezze.
In effetti il PCC aveva ricostruito l’unità politica dell’orgoglioso Impero di Mezzo, da decenni dilaniato da mille e mille particolarismi e localismi; recuperando le grandi tradizioni imperiali, con il terrore e purghe aveva reso in pochi anni efficiente e proba la macchina statale ereditata dal corrotto Governo nazionalista. Un solido sistema di amministratori gerarchizzati, muniti di un forte potere discrezionale conferito loro dal Governo centrale, era la struttura dell’intera vita civile che si svolgeva all’insegna dell’assoluta probità, della purezza e dell’austerità dei costumi, del civismo, dello spirito di sacrificio, del patriottismo e di una coscienza nazionale esaltata per la raggiunta unità nazionale e per la vicina guerra di Corea.
Questi traguardi, borghesi ma non da dozzina, erano di quelli che possono ben dare sicurezza e spavalderia ad un regime che, senza complessi di inferiorità, si apprestava alla trasformazione di un paese arretrato e dalle dimensioni enormi, con una vecchissima società agraria parsimoniosa ma scarsissima di mezzi e animali da lavoro, senza tecnici, senza specialisti, senza un numeroso e disciplinato proletariato, senza capitali e con una borghesia inetta e vile, in gran parte formata dagli avanzi di classi già scomparse o in via di estinzione; con queste condizioni materiali non fu solo per un amore verso le tradizioni imperiali passate o per la forza dell’esempio russo che il regime del PCC dovette far ricorso a piene mani al dirigismo e all’interventismo statale che, in pochi anni, vero affamato Moloch, dovette espropriare le ultime figure (industriali e commercianti) della “borghesia industriale”, poco prima definita una delle classi fondamentali dello Stato di Nuova Democrazia.
Il fallimento del Grande Balzo in Avanti e del movimento delle Comuni, ebbe come conseguenza una prima aspra crisi nel regime monolitico di Pechino che però, forse ancora per la forza d’inerzia della grande vittoria di un decennio prima, riuscì a mantenere integra e salda la propria struttura di Partito e di Stato. Se il rude e mitico Maresciallo Peng Dehuai conobbe l’onta della polvere e sconfitto fu costretto a lasciare il Ministero della Difesa al segaligno Lin Biao, anche il sempre incensato Mao Zedong dovette lasciare la carica di Presidente della Repubblica al mite Liu Shaoqi, il che era non semplice passaggio di uomini, altrimenti il determinismo economico mostrerebbe la corda, ma di più, era l’inizio di un vero ribollire e scontro di enormi forze sociali che per quasi vent’anni, con vicende più o meno cruenti e spettacolari, parlando per bocca di protagonisti più o meno grandi, avrebbe percorso gli immensi spazi della gialla Repubblica.
Il fallimento della mobilitazione maoista, estensiva e disperata della forza lavoro, ridette forza alle tesi già prospettate, con diverse sfumature da Chen Yun e Li Xiannian all’VIII Congresso del PCC nel settembre 1956, tesi che sinteticamente abbiamo chiamato liberali e che laggiù furono etichettate come “economiciste”; molto sintetizzando, non potendo lo Stato finanziare l’introduzione di capitale nelle campagne che in misura del tutto insufficiente, Chen Yun e Li Xiannian dissero che a questo compito storico vi dovevano assolvere i contadini stessi, ma arricchendosi di terre, macchine e capitali. Commerciate, arricchitevi dissero i due, che lo Stato borghese centralizzato ne trarrà beneficio con tasse ed imposte, irrobustendo il suo apparato di polizia e mantenendo nelle sue mani le formidabili leve del monopolio del commercio dei cereali e dei permessi di residenza e di spostamento della popolazione per impedire eccessive ed incontrollate urbanizzazioni, Queste tesi erano per molti versi l’esatto contrario di quelle messe in atto con il Grande Balzo in Avanti che intendeva raggiungere lo stesso traguardo dell’industrializzazione attraverso mobilitazioni forzate e gratuite di forza lavoro, mobilitazioni che richiedevano, non per pose estetiche ma per intima necessità, una società fortemente egualitaria e assolutamente collettiva che doveva battere la minima polarizzazione sociale e il minimo individualismo.
La disastrosa situazione produttiva e alimentare dell’inizio degli anni Sessanta, crisi resa più drammatica dal ritiro da parte di Mosca degli aiuti economici, costrinsero la Cina a “fare da sé” ed insieme ad una stretta autarchia ed autosufficienza, il regime adottò una chiara politica liberale nei confronti dei contadini. Era l’unico modo per frenare l’esodo clandestino dei rurali nelle città, unico modo per riattivare un minimo di commercio delle derrate dalle campagne allo Stato e poi alle popolazioni urbane, unico modo perché lo Stato mantenesse il monopolio del commercio dei cereali che, per la mancanza di regolatori economici, si basava soprattutto sulla libera e volontaria accettazione di imposte e tasse da parte dello sterminato mondo contadino, altrimenti irraggiungibile da parte di uno Stato centrale che nel tragico biennio 1959-60 aveva giocato buona parte della fiducia di cui disponeva mostrandosi insufficiente nel tradizionale compito della regolamentazione delle acque, questione di vita e di morte per l’agricoltura cinese.
Questo primo abbandono di politica di mobilitazione sociale da parte del regime, che altro non era che il riflesso della chiusura del mondo rurale e dell’attaccamento del contadino alle sue piccole proprietà: la casa, l’orto, i propri animali da cortile, non poteva che influire sulle strutture dello Stato, del Partito e dell’Esercito, strutture che non ebbero l’agilità di seguire subitamente gli scarti dei fatti economici, né di adeguarsi alle “nuove” esigenze del processo di industrializzazione e della marcia del Capitale nelle campagne. Con i contadini fermi ed immobili, attestati nella difesa dei loro traffici e della loro proprietà, dopo decenni di stasi di nuovo le città furono teatro principale degli avvenimenti e delle lotte politiche che assunsero l’aspetto folcloristico di lotta fra la linea rossa ed il Quartiere proletario di Mao Zedong e la linea nera ed il Quartiere borghese di Liu Shaoqi.
Fedele alla mitologia maoista, la Rivoluzione Culturale inizialmente si mosse sul terreno delle “lotte fra correnti di idee”, nel mondo rarefatto dell’ideologia, della morale, del costume, del comportamento onesto o disonesto, illibato o corrotto, ma quel che per Mao ed i suoi doveva limitarsi ad una semplice manovra di polizia e di epurazione interna, ben presto andò oltre le intenzioni dei suoi partigiani. Non solo l’apparato dello Stato e del Partito mostrarono come l’accettazione della “politica economicità” aveva conquistato oramai la maggioranza dei funzionari e dirigenti che solo costretti accettarono il ritorno di Mao Zedong ai vertici massimi, imposto più che altro dalle gerarchie militari; nel succedersi caotico degli avvenimenti il sordo malcontento del vasto apparato periferico del PCC sfociò in aperte battaglie di strada fra le Guardie Rosse e la popolazione e gli operai, inizialmente mobilitati dai Comitati di Partito. Non rifacciamo qui la cronaca della Rivoluzione Culturale, sulla quale in esteso ci siamo soffermati, ricordiamo che la classe operaia cinese, dopo iniziali titubanze, approfittando dell’indebolimento del potere centrale scese in campo e pure prendendo come bandiera ora tesi maoiste ora tesi liuiste, ebbe la forza di attestarsi sulla autonoma difesa delle proprie condizioni di esistenza, dando ulteriori scosse ad un potere centrale sempre più traballante.
La Rivoluzione Culturale, spia di immense tensioni sociali, indubbiamente infranse il mito dell’unità del PCC che vedeva buona parte dei suoi dirigenti sconfessati e miseramente trascinati nella polvere dopo essere stati un attimo prima nell’Olimpo e, infine, come in tutte le crisi politiche dei regimi cinesi, l’indebolimento del potere centrale ridiede forza al particolarismo locale, alla parcellazione dei poteri. Il regime si affidò all’esercito che impose il suo ordine, rimise al vertice Mao ed i suoi ma non prima di aver schiacciato le Guardie Rosse, atto primo del cauto ritorno, in tutte le loro funzioni, degli uomini di Liu Shaoqi e Deng Xiaoping, tenuti in caldo dal duttile Zhou Enlai vero vestale della continuità ed integrità del potere statale centrale.
Dopo la Rivoluzione Culturale il regime soffrì del cedimento dell’autorità e del discredito del Partito, tanto che mentre si manteneva solo per la sua forma di dittatura militare autoritaria e poliziesca, dovette subito intraprendere la ricostruzione del Partito, vera spina dorsale dello Stato unitario. Con capacità minime di “dirigere” e “controllare” l’economia rurale, il regime dovette continuare una politica liberale nelle campagne e predisporsi a soddisfare le sempre più impellenti necessità di ristabilire disciplina e regolamenti nelle fabbriche. Nei lunghi anni in cui si svolgeva questa opera di ritorno all’Ordine, uno ad uno gli eroi della Rivoluzione Culturale scendevano dal loro piedistallo e in un ciclo di otto anni (1969-77) si aveva la lunga marcia di Deng Xiaoping al vertice dello Stato e del Partito, con gli eventi trattati negli ultimi capitoli del lavoro.
La risalita di Deng Xiaoping, definitiva con l’XI Congresso dell’agosto 1977, concludeva le pagine romantiche della rivoluzione nazionale cinese che per oltre 60 anni ha scosso l’immenso paese, innescando e facendo esplodere le mille contraddizioni proprie del nascere e del crescere di un giovane capitalismo, stretto nella morsa di un imperialismo mondiale senile e putrescente. Si aprirono allora, per la Cina, pagine ben più pragmatiche e prosaiche, riposti i miti, le illusioni e le pose popolaresche, si affermò il solo imperativo categorico del produrre di più, dello sviluppo delle forze produttive, della riduzione dei tempi e dei costi di produzione, dell’estensione costante e sicura del capitale nel mondo rurale, immenso e per buona parte da proletarizzare. Queste pagine sono compiti progressivi, sono un capitolo del lungo ciclo della rottura di rapporti di produzione e forme di proprietà pre-capitalistiche ostacolo ad un ulteriore sviluppo delle forze produttive; è un tragitto doloroso e grondante di sangue per le generazioni proletarie che lo subiscono, ma non altrimenti evitabile nelle aree geopolitiche dette con linguaggio da predoni “sottosviluppate”, perdurando l’attuale assenza, alla scala mondiale, di un consistente movimento proletario attestato sugli immutati capisaldi rivoluzionari.
Dal rigoroso razionamento successivo alla vittoria su Jiang Jieshi al prezzo di gigantesche campagne di utilizzo della forza lavoro gratuita dei contadini; con una sofferta e contraddittoria accumulazione di capitale nel mondo rurale, che deve scontare terribili condizioni di partenza e che ha esitato di fronte all’espropriazione su vasta scala di un contadiname, messosi in moto per liquidare i vecchi legami pre-borghesi rafforzati dallo imperialismo; contro i primi passi dell’industrializzazione che subito ha urtato contro un’infrastruttura, nei trasporti, soprattutto, paurosamente carente e che quindi impose immediatamente dure condizioni di lavoro nelle fabbriche, la Cina si avvia a conquistare un posto fra le grandi potenze pur facendo ancora sussistere, accanto ad un grande capitalismo industriale, un micro-capitalismo agrario sempre più inserito nei vortici dello scambio mercantile.
Questo epilogo borghese della rivoluzione cinese, come è titolato il lavoro noi l’abbiamo tratto dallo studio dell’intero corso storico con gli strumenti propri dell’indagine marxista, capace di leggere il futuro alla sola condizione di affondare il bisturi della critica negli strati del passato, con previsioni tanto, più sicure quanto più si è avuto la forza e la pazienza di riandare indietro, rifuggendo fretta ed attualismo, malattie di questo secolo.
Allineando i dati del passato «la rivoluzione francese e la rivoluzione cinese sono serie di fatti storici che esprimono la stessa sequenza di leggi storiche della classe, e sono quelle scoperte e scolpite in modo insuperabile nei classici di Marx» (“Le lotte di classi e di Stati nel mondo dei popoli non bianchi storico campo vitale per la critica rivoluzionaria marxista”, 1958).
La serie di fatti storici cinesi ha visto in uno dei suoi primi atti il proletariato cinese schiacciato nei suoi ingenui e possenti assalti al cielo; poi, ora, grandeggiare uno Stato di dittatura borghese, che un giorno subirà nuove minacce e nuovi assalti, e avverrà quando il ciclo della controrivoluzione sarà infranto, in Europa, in Asia e nel resto del mondo. Controrivoluzione che, come nell’ottocento indagato da Marx e dai pionieri del comunismo, ha dovuto innalzare i miti falsi ed ingannevoli di Libertà, Progresso, Patria, Nazione, per impedire che la classe proletaria si organizzasse in un autonomo inquadramento di partito, condizione prima per aggiogarla a compiti schiettamente borghesi, in opere di “edificazione nazionale”. Ma espropriando masse contadine e formando nuovi eserciti proletari, tessono al capitalismo mondiale il suo lenzuolo funebre proprio quando il mito borghese celebra i propri saturnali:
«Dialetticamente questo ci insegna che anche la strada della rivoluzione è unica nel mondo. Ed è condizionata da un programma in tappe inseparabili, in cui ad una ad una, coi loro partiti, e malgrado in date fasi il loro potenziale rivoluzionario sia stato utilizzato dalla storia che avanza, dovranno saggiare il peso della dittatura proletaria e del terrore rosso, e soccombere le classi transitoriamente rivoluzionarie della grande borghesia industriale, commerciale o agraria, della piccola borghesia artigiana e contadina, e tutto il ceto servitore di impiegati ed intellettuali sempre accodato alla sinistra delle città. E questo dovrà essere annunziato e sostenuto nelle proclamazioni del partito comunista anche nei tempi in cui si rovesciano quelle classi, perché “corrano la loro frazione” lungo la china tormentata della storia» (“Le lotte di classi e di Stati nel mondo dei popoli non bianchi…”).