Le Questioni della tattica nei testi e negli insegnamenti della sinistra Pt.1
Categorie: Opportunism, Party Doctrine, PCd'I
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Il valore dell’isomanento
Introduzione a “Il valore dell’isolamento”
Il testo che segue fu pubblicato nel quotidiano del PCdI «Il Comunista», del luglio-agosto 1921. Lo ripubblichiamo per ribadire le concezioni della Sinistra, valide non solo nel «caos di forze e tendenze» di allora, ma anche e a più forte ragione in questa era stercoracea.
Il tema centrale del testo, che si svolge in tre articoli, è quello del rapporto tra il partito e le altre «forze e tendenze» che si richiamano al proletariato, tema che sarà affrontato definitivamente e sistemato nelle celebri «Tesi di Roma» del 1922, in base al quale il partito imposta e risolve la questione tattica delle “alleanze” del proletariato e dell’inquadramento della massa proletaria per una direzione comunista dell’azione di classe.
Le questioni da affrontare sono gravi e delicate. Non ricerchiamo una analogia esteriore tra le fertili vicende passate e il presente sterile, ma un nesso oggettivo, una lezione che ci indichi, ancor prima di un comportamento pratico, la posizione di «forze e tendenze» che oggi cianciano di rivoluzione. È chiaro che gli anarchici e i sindacalisti-rivoluzionari di ieri non hanno nell’oggi nemmeno un pallido imitatore o continuatore. E qui si deve stabilire subito un primo rude confronto. Al dato evidente del rinnegamento della dottrina e della prassi tradizionali – quand’anche vi siano – da parte di ogni movimento politico, consumato in vario modo, con “l’arricchimento”, “l’ammodernamento” ecc., si contrappone netta e luminosa la riaffermazione integrale del marxismo rivoluzionario e della prassi del partito comunista. Dopo sconfitte e tradimenti, noi testardamente ribadiamo: immutabilità di posizioni teoriche e programmatiche e di impostazione tattica, che le crisi e le ascese hanno ancor meglio riaffermate e precisate. Mentre i comunisti rivoluzionari non hanno rinnegato né aggiornato il loro passato vicino o lontano, gli altri, pur di restare in “corsa”, si sono dati alle più oscene manifestazioni di “correzione”, di “critica” e “autocritica”, per precipitare poi nel cul di sacco dell’avventurismo o del democratismo. In secondo luogo, dopo “incroci” più o meno bastardi tra correnti anarco-sindacaliste con l’odiato fascismo nero, dopo il terrorismo socialdemocratico di Noske e Sheidemann, quello opportunista di Stalin e C., quello fascista di Mussolini e Hitler, ed ultimo quello resistenziale democratico post-fascista, in una coerente sintesi antiproletaria e anticomunista, dopo queste naturali trasformazioni del pacifismo e del collaborazionismo di classe, la semplice proclamazione dell’uso della violenza e la violenza stessa non caratterizzano il rivoluzionario, come stava già scritto nella innata dottrina molto prima del fenomeno occidentale. Costoro hanno usato la violenza per affossare la storia, che indica una sola direzione, comunismo, nel trapasso: distruzione dello Stato capitalista, Dittatura proletaria, società senza classi e senza Stato.
Fatte queste due precisazioni di raffronto tra l’ieri e l’oggi, riscriviamo a caratteri indelebili e fosforescenti, per orientarci nelle nebbie del presente: «Noi crediamo che a base della nostra tattica debba stare questo criterio: nessuna intesa organizzativa, ossia nessun fronte unico, con quegli elementi che non si prefiggano: la lotta rivoluzionaria armata del proletariato contro lo Stato costituito, intesa come una offensiva, un’iniziativa rivoluzionaria – la abolizione, attraverso questa lotta, della democrazia parlamentare insieme al meccanismo esecutivo dello Stato attuale – la costituzione della dittatura politica del proletariato che porrà fuori dalla legge rivoluzionaria tutti gli avversari della rivoluzione».
Oggi non conosciamo «elementi» di questo tipo, quantunque il parlare di tattica in senso pratico, per l’assenza assoluta di fermenti di classe, equivalga ad acchiappar nuvole e a distrarre il partito dai suoi compiti principali che, in presenza di un totale assopimento sociale, sono di elaborazione teorica, riaffermazione programmatica, col mezzo della propaganda e del proselitismo, senza chiudersi ad altre forme d’azione suggerite dalle condizioni materiali.
Conosciamo, invece, la matrice comune di tutti gli “incrociati” odierni, non riuscendoci ben distinguibile il campo dell’ «errore» da quello dell’ «insidia» nell’intrico gruppettistico, cosiddetto “rivoluzionario”, che è quello dell’ «agitazione per il ristabilimento delle pubbliche libertà» e, per portare il testo ad oggi, dei “genuini valori della Resistenza e della democrazia”. È la matrice, quindi, della “democrazia progressiva”, del capitalismo, che può assumere le più disparate apparenze, di populismo (i “cinesi” all’affannosa ricerca di blocchi ora operai-studenti, ora operai-docenti, ora operai-baraccati ecc., contestando al PCI la legittimità di un’uguale aspirazione col risibile argomento di aver invertito i termini dell’alleanza), di pan-sindacalismo, covato dai nuovi assertori di un corporativismo che ancora non osa chiamarsi fascista, ma che fascista è, apparenze tutte che meglio di ciascun movimento singolo sintetizzano la formula laida del “compromesso storico”, vero abbraccio universale di tutte le classi nello Stato borghese per meglio soffocare il proletariato.
La fase presente non esprime «forze rivoluzionarie», da «inalveare» nella organizzazione rivoluzionaria di classe, eccetto quelle che aderiscono al partito.
D’altronde non esiste nemmeno un movimento sindacale di classe, che consenta un’azione tattica comunista più o meno a largo raggio sul terreno della difesa economica comune a tutti i proletari, terreno sul quale la «intesa» per «un fronte unico sindacale o dal basso» potrebbe essere possibile ed apportare utili frutti alla preparazione rivoluzionaria delle masse. Vuol dire, allora, che si debba sostituire la limpida azione tattica che prevede chiusura a partiti e movimenti politici in ogni fase della lotta, apertura a tutti i lavoratori sul terreno economico e sindacale, con altre soluzioni “nuove”, “inattese”, di “emergenza”? Se la classe operaia è tuttora inquadrata nei sindacati tricolore, monopolizzata dai partiti traditori, ciò significa che non esiste una delle condizioni oggettive favorevoli all’intervento diretto o indiretto del partito, dato per fermo che non è il partito a “creare” le condizioni per la ripresa della lotta di classe, ma che il partito può condizionare la lotta di classe per elevarla a lotta rivoluzionaria di classe. Non c’è da escogitare, allora, manovre, ripieghi, da spremersi le meningi e ricorre alla fantasia. C’è da prendere atto che questa maledetta società riesce ancora a prevenire o bloccare ogni pur piccolo serio e continuato movimento della classe, che, ancor quando si manifesta, riesce ad incanalarlo nell’alveo della conservazione, per mezzo del suo braccio opportunista.
Si lasci ad altri la «mania di battere… il record dell’estremismo», la ricerca e accettazione di qualsiasi alleanza «pur che si cominci ad agire». Questi “altri”, guarda caso, si cimentano soprattutto nell’arena politica (politique d’abord!), e se anche si ritrovano nel campo economico, avendo una visione deforme della lotta di classe, se ce l’hanno, e non avendo un programma, corrompono i naturali fermenti positivi, le inconsce aspirazioni degli operai per uscire dalla morsa di sindacati collaborazionisti. Di ciò abbiamo, nel nostro piccolo, un’esperienza diretta e significativa, quando nel 1969-70 tentammo di influenzare alcuni consigli di fabbrica e cozzammo contro il muro, formato prima da gruppetti, poi dal blocco gruppetti-PCI-bonzi sindacali, dove i gruppetti si dimostrarono i nostri più acerrimi e irriducibili nemici. Il risultato lo conosciamo: i consigli di fabbrica sono morti, e i gruppetti sono tra gli affossatori. A differenza del sindacalismo rivoluzionario, negatore del partito, ma non del sindacato, di cui, anzi, ne sopravvaluta la funzione, il gruppettismo odierno nega sia il partito, o lo ammette come partito populista e le conclusioni non cambiano, sia il sindacato di classe, che ritengono “superato” dalla storia. Ecco perché dobbiamo riconoscere che i gruppi di oggi sono più pericolosi, più insidiosi di quelli di ieri. La chiusura del campo dell’armamento di classe è, ovviamente, ancora più rigida perché le ragioni svolte nel testo si sono al presente moltiplicate per cento.
Il testo scandisce: «Un’azione per la difesa del proletariato contro la reazione non può essere concepita che come un’azione del proletariato per rovesciare il regime. Ecco perché i comunisti devono rifiutare di partecipare ad iniziative di intese politiche aventi carattere “difensivo” contro gli eccessi dei bianchi, ma con l’obbiettivo insidioso di ristabilire l’“ordine” e fermarsi lì». Per chiarire un’eventuale obiezione se il gruppettismo è per “ristabilire l’ordine» o no, ricordiamo che il limite delle sue azioni dimostrative è quello di non toccare il blocco democratico-costituzionale, in ispecie quello di “sinistra”, ribadendo così di lottare per un assetto veramente democratico, dal quale sia esclusa la “destra” più o meno fascista, per il vero “ordine democratico”, mescolando in questo indirizzo la roboante fraseologia comune a tutti di proletario, socialismo, dittatura, ecc. D’altra parte per i comunisti l’inquadramento militare è solo ed esclusivamente «su base di partito».
La ripubblicazione del “Valore dell’isolamento” non è estemporanea. Essa è solo l’inizio di un più vasto programma di trattazione delle questioni tattiche, che il partito si propone di affrontare, appunto, alla luce degli insegnamenti della Sinistra, perché possa «agire come un coefficiente di orientamento, di raddrizzamento, di continuità sicura nel pensiero e nell’azione, in mezzo al caos delle mille correnti “rivoluzionarie”». Cosicché ciò che in questa brevissima premessa è stato dimenticato o non sufficientemente messo in luce, sarà oggetto di rilevazione e studio nei prossimi numeri del giornale.
Tuttavia non possiamo omettere la riflessione, cui induce lo stesso titolo del testo. Il partito è “costretto» ad isolare, che significa separare, distinguere rigidamente, la sua dottrina, la sua tattica, la sua organizzazione da qualsiasi altra, perché è scientificamente consapevole che nell’ora suprema, dell’urto decisivo tra le reali ed uniche forze in campo in cui è divisa la società, quelle della dittatura proletaria e quelle della dittatura capitalista, rimarrà solo, unico essendo come organo storico della classe e del suo totalitarismo, e che perciò dovrà sin d’ora predisporsi a rivolgere le sue armi rivoluzionarie anche contro eventuali “compagni di strada”, “alleati occasionali”, “vicini” del momento, sebbene non si intravvedono ancora di quelli che meritino il nome di “alleati”. Ed è questo il principale valore dell’ “isolamento”.