Le Questioni della tattica nei testi e negli insegnamenti della sinistra Pt.2
Categorie: Organic Centralism, Party Doctrine, PCd'I
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Con la ripubblicazione, del numero precedente, de «Il valore dell’isolamento», ci si riprometteva di apprestarci soltanto ad affrontare la complessa e delicata questione della tattica, con la promessa che saremmo entrati nel vivo successivamente. Anche noi abbiamo voluto civettare con la «moda» attuale, quella di indagare tra i «rivoluzionari» che stanno fuori del partito, per vedere se è possibile stabilire un’«alleanza» tattica. La nostra risposta è stata negativa, come negativa lo fu nel primo dopo-guerra, in condizioni incomparabilmente diverse dalle odierne; perché le «alleanze» la Sinistra le ha sempre concepite non come «fronte unico» di partiti e ali di partiti, o gruppi politici, per affini o vicini che si proclamano, né come «blocchi» o concordati pratici d’azione, ma come unificazione dei proletari di qualunque partito, fede politica e religiosa, razza e nazione, nella loro naturale organizzazione di classe, il sindacato economico o organismo equipollente»: come unificazione degli operai comunisti con gli operai anarchici, sindacalisti, socialisti e senza partito, ecc. in un’azione nella quale, per la superiore preparazione del partito comunista rivoluzionario, i suoi militanti provano alla massa proletaria che l’unica strada per la vittoria è quella dettata dal partito.
Questa concezione la ritroveremo nel corso dell’esposizione e delle citazioni dai testi tradizionali, come un leit motiv che accompagna tutto il disegno tattico. Citiamo tra altri mille un passo, tratto dalla 3a parte dello studio «La tattica dell’Internazionale Comunista», pubblicata nell’«Ordine Nuovo» del 19 gennaio 1921.
«La vecchia unità formale e federalista della tradizionale socialdemocrazia che mal nascondeva sotto una vuota retorica la divisione in gruppi d’interesse e movimenti non amalgamati, la divisione stessa in partiti nazionali proletari, va cedendo in questo periodo risolutivo della evoluzione capitalistica il posto alla vera unità di movimento della classe operaia, la quale irresistibilmente conduce verso quella armonica centralizzazione del movimento proletario mondiale a cui la Internazionale Comunista ha già dato lo scheletro della organizzazione unitaria e l’anima della coscienza teorica della rivoluzione. Vi è ancora una divisione di idee, di opinioni politiche, nel proletariato, ma vi sarà un’unità d’azione. Pretenderemo noi che la unità di dottrina e di fede politica debba per chi sa quale condizione astratta precedere quella dell’azione? No, perché capovolgeremmo il metodo marxista di cui siamo assertori, che ci dice come, dalla unità effettiva di movimento creata dalla dissoluzione del capitalismo, non potrà che uscire una unità anche di coscienza e dottrina politica.
Avremo per tale via realistica della unione di tutti i lavoratori nell’azione concreta, anche la loro unione nella professione di fede politica, sulla fede politica comunista, e non già su un guazzabuglio informe delle tendenze politiche attuali. Ossia avremo l’unità della azione successiva per i postulati rivoluzionari del comunismo».
Tesi tattiche: Roma 1922
Quanto esposto nel testo citato è il preludio alle Tesi, che sono del marzo 1922, in occasione del II congresso del PCdI a Roma, e su cui dovremo ritornare perché già in quello si dichiara espressamente che la Sinistra si sente di trarre «nei dettagli di applicazione deduzioni diverse» da quelle dell’Internazionale. I «dettagli di applicazione» diverranno ben presto questioni di fondo. Le Tesi furono proposte come un contributo della sezione italiana alla elaborazione della tattica internazionale del partito. Oggi questo contributo costituisce, assieme a tutto il lavoro posteriore della Sinistra in difesa del programma e della dottrina, l’unico corpo di regole tattiche valide per tutto il periodo che ci separa dalla vittoria rivoluzionaria comunista. Per tale motivo il risorgente partito politico proletario non può prescindere da questo “codice d’azione”, e nemmeno ritenerlo superato nei suoi fondamenti, se non vuole sparire dalla scena della rivoluzione ancora prima di nascere. Tanto è vero che in tutti i testi successivi al 1922 ed in particolare a quelli dopo la seconda guerra imperialistica, si ritroveranno confermate e solennemente rivendicate le lezioni contenute nelle Tesi, le cui strutture portanti trovano ulteriore elaborazione e sistemazione nelle tesi del 1965-66. Questi ultimi testi della Sinistra, sintesi quanto mai opportuna del «compito storico l’azione e la struttura del partito comunista mondiale», contengono anche, in un intreccio dialettico di lezioni storiche di tutto il movimento, la sistemazione delle questioni di organizzazione in regole vincolanti per tutti, che assieme a quelle sulla tattica era necessario finalmente enunciare, colmando la insufficienza palesata dalla Internazionale Comunista, peraltro ben salda all’atto della sua costituzione quanto a programma e principi, al cui ristabilimento il bolscevismo aveva dato la sua infaticabile opera.
Non sembri superfluo questo lavoro di rilettura che ci permette di mettere in luce tesi più volte dimenticate o storpiate, e non capite, ritenute superate da quanti amano concludere, con un sorrisetto di compassione, che “non è più il tempo di dottrina, ormai posseduta, ma di azione”.
Natura organica del Partito Comunista
È il titolo della prima parte delle Tesi, per indicare che senza partito non può esservi tattica, in quanto il partito è l’organo dirigente dell’azione rivoluzionaria della classe. Basta questo a caratterizzare la differenza incolmabile tra il partito comunista e gli altri partiti. Infatti, prima di affrontare nella loro peculiarità le questioni della tattica, le Tesi trattano, della «natura» e del «processo di sviluppo» del partito, poi dei rapporti tra il partito e la classe e dei rapporti tra il partito e gli «altri movimenti politici proletari», dove il partito si rivela l’organo storico, insostituibile, della classe operaia, che si distingue, giusta Marx del Manifesto:
«Dagli altri partiti proletari solamente per il fatto che da un lato, nelle varie lotte nazionali dei proletari, essi mettono in rilievo e fanno valere quegli interessi comuni dell’intero proletariato che sono indipendenti dalla nazionalità; d’altro lato per il fatto che, nei vari stadi di sviluppo che la lotta tra proletariato e borghesia va attraversando, rappresentano sempre l’interesse del movimento complessivo. In pratica, dunque, i comunisti sono la parte più risoluta dei partiti operai di tutti i paesi, quella che sempre spinge avanti; dal punto di vista della teoria, essi hanno un vantaggio sulla restante massa del proletariato pel fatto che conoscono le condizioni, l’andamento e i risultati generali del movimento proletario.»
È naturale, allora, che l’esordio e il prosieguo delle Tesi prenda le mosse e si sviluppi lungo la concezione marxista. Punto 1:
«Il partito comunista, partito politico della classe proletaria, si presenta nella sua azione come una collettività operante con indirizzo unitario. I moventi iniziali per i quali gli elementi e i gruppi di questa collettività sono condotti ad inquadrarsi in un organismo ad azione unitaria sono gli interessi immediati di gruppi della classe lavoratrice suscitati dalle loro condizioni economiche. Carattere essenziale della funzione del partito comunista è l’impiego delle energie così inquadrate per il conseguimento di obbiettivi che, per essere comuni a tutta la classe lavoratrice e situati al termine di tutta la serie delle sue lotte, superano attraverso la integrazione di essi gli interessi dei singoli gruppi e i postulati immediati e contingenti che la classe lavoratrice si può porre».
Questa prima tesi è la corretta “traduzione” italiana dal tedesco dal Manifesto, a conferma che la sinistra non aveva e non ha nulla di nuovo da dire e da proporre e che i dati di arrivo sono perfettamente contenuti nei dati di partenza della dottrina. Si deve rilevare che la collettività-partito «operante» sulla base di una teoria e programmi unitari («indirizzo unitario»), è composta non da uomini speciali, figli di madri particolari, ma da «elementi» e da «gruppi» che sono pervenuti «ad inquadrarsi» nel partito spinti da «moventi iniziali», che «sono gli interessi immediati di gruppi della classe lavoratrice suscitati dalle loro condizioni economiche». Questo è determinismo economico e storico, non dottrinarismo, astrazione, metafisica.
Di conseguenza il Punto 2:
«La integrazione di tutte le spinte elementari in una azione unitaria si manifesta attraverso due principali fattori: uno di coscienza critica, dal quale il partito trae il suo programma, l’altro di volontà che si esprime nello strumento con cui il partito agisce, la sua disciplinata e centralizzata organizzazione. Questi due fattori di coscienza e di volontà sarebbe erroneo considerarli come facoltà che si possano ottenere o si debbano pretendere dai singoli poiché si realizzano solo per la integrazione dell’attività di molti individui in un organismo collettivo unitario».
Un siffatto partito, integratore «di tutte le spinte elementari in un’azione unitaria», non può agire che in forza di queste «spinte elementari», ma sulla base di un «programma» in funzione del quale redigere un piano tattico, non lasciato al caso, da realizzarsi con una «disciplinata e centralizzata organizzazione», non improvvisata. «Coscienza critica e volontà» che non si pretendono dai singoli militanti ma che «si realizzano» nel partito.
Dottrinetta, cose risapute si dirà. L’Internazionale, però, non l’apprese appieno. Nemmeno il grande partito bolscevico russo, che aveva, unico, salvato dottrina e programma, poté pervenire alla formazione di un corpo di regole di azione tattica che guidassero l’intero partito mondiale, tale che non fosse il portato di genii, di brillanti applicazioni razionali.
Per mettere avanti questa primaria necessità, per uscire dalla condizione di «subire le situazioni», ma, al contrario, per «dominarle», si doveva insistentemente mettere in relazione tra loro, tattica, partito, principi, fini, e mostrare come sia «una buona tattica che dà un buon partito», cioè le conseguenze della tattica sul partito stesso. È una correlazione, questa, che il partito deve sempre avere presente a sé stesso, per stabilire in anticipo se dall’attuazione del suo piano tattico e dal suo svolgimento il partito si rafforzerà o meno, se si allontanerà o meno dai principi e dagli scopi.
Questioni, queste, da affidare esclusivamente al «socialismo scientifico» e non alla stupida conta delle teste, né alla «onnipotenza della centrale», risorsa questa meno stupida della pratica maggioritaria. Stava già facendosi strada, infatti, in quel tempo – 1922 – l’opinione che il partito, in quanto comunista rivoluzionario, può escogitare qualsiasi soluzione tattica, una specie di Re Mida che trasforma in comunista tutto quello che tocca, una forma di “boria” di partito, vera traduzione della infingardaggine piccolo-borghese. Fu agevole costruire e manovrare maggioranze “fedeli” o succubi della centrale, anziché affidarsi allo «studio», alla «considerazione razionale e oggettiva» dei problemi che si ergevano sempre più complessi e potenti dinnanzi alla rivoluzione. Fu tentazione irrefrenabile, ogni volta che la Sinistra si permetteva di richiamare le supreme dirigenze del partito ad una corretta formulazione dell’indirizzo pratico, argomentare con «la centrale ha sempre ragione, perché la maggioranza ha sempre ragione», dove i due termini, apparentemente antitetici, di burocratismo e democrazia si congiungono in una sintesi di metodi opportunisti, come Lenin aveva vent’anni prima insegnato.
Nel Punto 3 viene sancita questa precisa esigenza del partito di impostare la sua azione tattica, la sua “politica” per mezzo di una «coscienza teorico-critica» che gli deriva dalla originale natura della classe proletaria, rispetto alle altre classi fondamentali della società, di cui è organo. Tattica, “politica”, originali, dunque, che nulla hanno a che vedere con il politicantismo borghese dell’opportunismo:
«Alla precisa definizione teorico-critica del movimento comunista, contenuta nelle dichiarazioni programmatiche dei partiti e della Internazionale Comunista, come all’organizzarsi degli uni e dell’altra, si è pervenuti e si perviene attraverso l’esame e lo studio della storia della società umana e della sua struttura nella presente epoca capitalistica, svolti coi dati, colle esperienze e nella attiva partecipazione alla reale lotta proletaria».
Ci sia consentito, una volta tanto, di vibrare questo passo a mo’ di ceffone sul grugno di quanti argomentano che oramai il lavoro teorico è bell’e compiuto, la sua nuova sistemazione anche, e che non resta che dedicarsi all’azione, perché il proletariato non ha bisogno di “discorsi” ma di “fatti”. Vecchie scempiaggini ben conosciute da Marx e da Lenin.
Il Punto 4 è un’ennesima formulazione del «centralismo organico», proposto dalla Sinistra, per intendere che è il «processo reale che accumula gli elementi di esperienza e realizza la preparazione e la selezione dei dirigenti dando forma al contenuto programmatico e alla costituzione gerarchica del partito», e non un fatto costituzionale o formale: organisation d’abord!, uguale a politique d’abord!
Processo di sviluppo del Partito Comunista
Stabilita la «natura organica» del partito, in questa seconda parte si descrive il processo del suo sviluppo, che è altrettanto organico, cioè proprio di un organo, la cui nascita e crescita sono in diretta e dialettica connessione con la lotta di classe del proletariato e della lotta di classe in generale. Il partito quanto ad organizzazione
«si forma e si sviluppa nella misura in cui esiste, per la maturità di evoluzione della situazione sociale, la possibilità di una coscienza e di un’azione collettiva unitaria nel senso dell’interesse generale e ultimo della classe operaia» (Punto 5).
Cioè l’organizzazione di partito «si forma» a condizione che esista «una coscienza», la teoria appunto, e «un’azione collettiva unitaria nel senso dell’interesse generale e ultimo della classe operaia», cioè una comunità di militanti per il comunismo. In altri termini il partito esiste quando esistono «un programma e un metodo di azione»; ovvero (Tesi di Lione, 1926) il partito è una «scuola di pensiero e un metodo d’azione». Teoria ed azione sono indissolubili, inscindibili. Una organizzazione che poggiasse tutto sull’azione e trascurasse la teoria, o viceversa, non meriterebbe la consacrazione di partito politico di classe, anche se la sua azione coinvolgesse milioni di proletari, o la sua teoria fosse di purezza cristallina, fermo restando che una organizzazione zoppa dell’una o dell’altra gamba sbanderebbe, per cui fasulle sarebbe teoria ed azione.
È mai possibile uno sbandamento? Certo! Ed è esattamente quando il partito dovesse frammentare la sua azione
«nel dedicarsi alla soddisfazione di interessi di limitati gruppi operai o nel conseguimento di risultati contingenti (riforme) a costo di adottare metodi che compromettevano il lavoro per le finalità rivoluzionarie, e la preparazione ad esse del proletariato» (Punto 6)
Quando ciò avviene, quando il partito cessa di essere organo di integrazione e sintesi degli interessi generali e particolari (economici) della classe operaia, perde la conoscenza delle finalità rivoluzionarie, si apre ad un processo di degenerazione, nel quale si revisiona e si deforma anche la dottrina, il programma e l’organizzazione, la quale viene così consegnata «nelle mani di agenti solerti della borghesia». Le vie per cui il partito si subordina agli «interessi limitati» e ai «risultati contingenti» (riforme) sono infinite e si riassumono in «il movimento è tutto, il fine nulla», formula che accomuna tutti i movimenti politici che si definiscono sindacalisti, laburisti, anarchici, socialdemocratici, includendo in questo ultimo movimento l’odierno “comunismo” nazionale dei partiti ispirati a Mosca o a Pechino o ad altre centrali alla moda, come Cuba, Hanoi ecc.
Come reagire in questo processo degenerativo? Nel Punto 7 si risponde:
«Da una situazione di tal genere il ritorno, sotto l’influsso di nuove situazioni e sollecitazioni ad agire esercitate dagli avvenimenti sulla massa operaia, alla organizzazione di un vero partito di classe, si effettua nella forma di una separazione di una parte del partito che, attraverso i dibattiti sul programma, la critica delle esperienze sfavorevoli della lotta, e la formazione in seno al partito di una scuola e di una organizzazione colla sua gerarchia (frazione), ricostituisce quella continuità di vita di un organismo unitario fondata sul possesso di una coscienza e di una disciplina, da cui sorge il nuovo partito. È questo processo che in generale ha condotto dal fallimento dei partiti della Seconda Internazionale al sorgere della Terza Internazionale comunista».
Questo processo è definito «normale». È, invece, definito «affatto anormale» «quello della aggregazione al partito di altri partiti o parti staccate di partiti». Il partito comunista non sorge né tanto meno risorge, dopo una crisi opportunistica, dalla confluenza di gruppi eterogenei, i quali possono concordare momentaneamente su un dato comune, ma non posseggono la «scuola di pensiero», la teoria del marxismo rivoluzionario, e il «metodo d’azione», l’insieme dei mezzi tattici sperimentati lungo l’arco delle lotte internazionali del proletariato. Neppure si rafforza il partito per mezzo di tali confluenze o aggiunte, dato per fermo che il partito non è l’esercito di classe, ma semmai lo stato maggiore, l’organo di direzione della classe, la cui efficacia consiste nel saper mobilitare le masse lavoratrici con la «giusta tattica», la «giusta politica rivoluzionaria» (Lenin). Ogni gruppo apporterebbe il proprio pensiero, la propria teoria, la propria esperienza pratica, un metodo d’azione diverso, inquinandosi reciprocamente le singole parti in un miscuglio informe e indefinibile, piuttosto che fondersi in un amalgama omogeneo ed efficiente.
Tale questione fu sentita particolarmente in Italia dove, il PCdI era sorto dalla scissione del vecchio PSI, nel cui seno si era andata formando un’ala favorevole, a parole, come sempre avviene, all’Internazionale Comunista e che andava protestando che voleva congiungersi con il Partito Comunista, dopo essere stata incapace di confluirvi a Livorno, nelle persone di coloro che erano poste al «centro» degli schieramenti e che avevano determinato un profondo stato confusionale nelle masse. L’I.C. spinse alla «unificazione» di questa frazione socialista con il PCdI, soprattutto quando inaugurò la tattica di «fronte unico», e quelle successive di «governo operaio» e di «governo operaio e contadino», su cui la Sinistra dissentì sempre più apertamente, anticipando la tragica fine sia di quelle tattiche e sia della Internazionale stessa.
Oggi, a distanza di mezzo secolo, queste Tesi appaiono anche ai più sprovveduti non una esercitazione della “scienza sociologica borghese”, come furono definite dall’Esecutivo di Mosca, ma un importante pilastro dell’edificio del marxismo rivoluzionario, per cui ogni attentato alla sua integrità è un attentato alla rivoluzione comunista mondiale.
Questa tentazione, tuttavia, di irrobustire il partito o peggio di formarlo con la confluenza di altri gruppi “rivoluzionari”, è sempre presente. Allora ci si giustificava sostenendo la necessità di inquadrare il maggior numero possibile di forze per alimentare l’attacco al potere borghese, pronti, ad operazione conclusa, a virare di nuovo “a sinistra”, a “chiudere” e serrare le file sbarazzandosi degli alleati occasionali. Oggi la giustificazione consisterebbe nel constatare l’estrema debolezza delle forze del partito dinanzi al giganteggiare del capitalismo e dell’opportunismo e alla tragica l’eventualità che, riaprendosi una fase critica del mondo borghese, verrebbe a mancare un forte partito comunista; per cui sarebbe indispensabile penetrare nel campo dei “rivoluzionari generici” col setaccio del programma e col vaglio dell’organizzazione a garanzia di scelte sicure. È questo uno dei tanti pretesti tipici dell’impazienza piccolo-borghese che crede di surrogare le deficienze storiche con il raziocinio e la volontà, di muovere lo stato amorfo attuale dei rapporti di classe incidendo sulla coscienza e sulla persuasione. Abbiamo sempre assistito al risultato opposto che, cioè, parafrasando il proverbio popolare, si è andati per setacciare e si è rimasti setacciati.
È profonda lezione della Sinistra che l’esercito proletario si guadagna alla rivoluzione, e non i partiti, le ali di partiti, i gruppi ecc., sottraendolo all’influenza nefasta di qualsiasi partito in cui è inquadrato, sia questo partito più o meno vicino, più o meno “simile” al nostro, con un indirizzo di azione di classe che, facendo leva sugli interessi immediati, quelli economici, comuni a tutti i proletari, quale che sia la loro formazione politica, religiosa, razza e nazionalità, li sollecita ad unificare le loro forze nella naturale organizzazione di classe, il sindacato economico od organo equivalente, per il cui mezzo si mostra da un lato la superiore capacità di lotta e di guida del partito e dall’altro la insufficienza o l’inettitudine se non il rifiuto delle altre formazioni politiche a difendere perfino questi interessi contingenti. È lo sviluppo di questa azione di classe che opera «lo spostamento dell’azione di un sempre maggior numero di lavoratori dal terreno degli interessi parziali ed immediati a quello organico ed unitario della lotta per la rivoluzione comunista», per «vincere le esitanti diffidenze del proletariato verso il partito» e «incanalare e inquadrare» queste «nuove energie» in una «unità di movimento decisiva per l’azione rivoluzionaria».
Per tali ragioni, in considerazione, cioè, che il partito non si identifica con la classe, ma ne è l’organo storico, e che per conquistare il potere politico deve trasportare l’azione dal campo degli interessi immediati a quello dell’azione rivoluzionaria comunista, le Tesi affrontano, prima ancora di passare alle questioni specifiche della tattica, nella parte III i «Rapporti tra il partito comunista e la classe proletaria», e nella parte IV, poiché il proletariato è inquadrato o al seguito di altri partiti, i «Rapporti del partito comunista con altri movimenti politici proletari», dove le premesse sin qui svolte trovano il necessario svolgimento nell’attività pratica e nell’organizzazione del partito.