Sindacato e lotta sindacale
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Categorie: Italy, Union Question
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Scopo del presente scritto, come di ogni altro apparso su queste colonne relativamente al problema sindacale, è di ribadire quelle che sono le posizioni dei comunisti nei riguardi dei sindacati, dei loro compiti e delle loro funzioni. Nulla di nuovo o di “creativo” secondo la moda opportunistica sarà possibile rintracciarvi, ma solo la ripresentazione di tesi che, come parte integrante nel corpo della dottrina marxista, mantengono la loro validità a più di cent’anni di distanza dal suo apparire e la cui riaffermazione non soddisfa velleità più o meno personali di trattare in modo accademico determinati problemi, ma necessario arroccamento in strenua difesa di un patrimonio teorico contro il quale, giorno per giorno, da trent’anni a questa parte si accaniscono le ondate dell’opportunismo.
Il nostro procedere alla riproposizione della dottrina rivoluzionaria del proletariato non ha nulla di frammentario e diviso, ma è uniforme ed organico. E, in questo processo, tutti gli aspetti delle questioni fondamentali vengono presi in esame non solo isolatamente ma, soprattutto, negli stretti legami che li uniscono. Lo scendere in campo in difesa di una precisa concezione del sindacato operaio, delle sue funzioni e dei suoi compiti, non significa dunque limitarsi ad un solo settore od ad un particolare aspetto della dottrina, ma contemporaneamente e parallelamente difendere
tutto il complesso di quest’ultima.
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Il problema sindacale si presenta ai nostri occhi sotto un duplice aspetto. Il primo, di carattere teorico, riguarda l’organizzazione sindacale nei suoi diversi elementi strutturali e nello svolgimento storico di una particolare politica rivendicativa. Il secondo riguarda l’atteggiamento dei rivoluzionari di fronte all’esistenza di più organismi sindacali o come tali definiti. Ci soffermeremo in particolare sul primo che è pure di gran lunga il più importante, in quanto investe direttamente l’origine, lo sviluppo e la funzione storica del sindacato nel divenire delle lotte di classe. La nostra battaglia si svolge, a questo proposito, su due fronti: da una parte, contro coloro che negano il permanere di una funzione storica del sindacato operaio nell’epoca odierna e rifiutano di svolgere una azione rivoluzionaria al suo interno; dall’altra, contro coloro che, elevando il sindacato a parte integrante della struttura dello stato nel periodo postrivoluzionario, attribuiscono ad esso compiti e funzioni politiche ed economiche di direzione e trasformazione della macchina produttiva e dell’organizzazione sociale, che sono appannaggio esclusivo del partito di classe.
Entrambe le tesi non sono nuove, come non nuovo, anzi vecchio e stantio, è l’opportunismo. La prima è un’edizione aggiornata delle tesi in – sostenute dai tribunisti olandesi e dai “sinistri tedeschi” in seno alla Terza Internazionale e delle quali gli scritti e i discorsi polemici di Lenin ebbero facile ragione. La seconda è una ripresentazione in forma degenerata, bigotta e pacifista delle tesi care ai sindacalisti rivoluzionari, a cui demerito va ascritto il tentativo, (solo giustificato dall’opportunismo della direzione di alcuni partiti della II Internazionale), di sostituire alla forma-Partito la differenziata, limitata e contingente forma-sindacato ma a cui merito tornano le cento e cento battaglie condotte sul piano di classe in odio alla borghesia nazionale o meno, schifando ogni tentativo di inserimento piu o meno pacifico nell’ambito dello Stato capitalista e ponendosi come obbiettivo la distruzione violenta e radicale dell’apparato statale di classe.
Al fine che ci siamo proposti è opportuno concentrare la nostra attenzione sulla forma-sindacato e sul significato reale, il che faciliterà la comprensione dei rapporti che intercorrono tra organizzazione sindacale e Partito. Ora è noto che per i comunisti il sindacato non è mai stato un puro e semplice raggruppamento di operai salariati appartenenti ad una determinata categoria avente lo scopo di migliorare le condizioni di lavoro nel regime capitalista. Doppia è la limitazione implicita in una definizione del genere: la prima che è l’appartenenza degli operai sindacati ad una singola categoria anziché ad una industria; la seconda che è l’esclusione del necessario e fondamentale legame col Partito di classe, esclusione che equivale alla balorda pretesa della “apoliticità” dell’organizzazione sindacale. Infatti, il negare la necessità del legame tra Partito e associazione economica porta da un lato allo scadimento dello stesso sindacato, ma soprattutto equivale a negare al proletariato un compito rivoluzionario nella storia mancando i presupposti e il terreno specifico per lo svolgimento della politica e dell’azione rivoluzionaria, e ad avvallare l’ assurdo teorico di una netta e precisa separazione fra lotte economiche e lotte politiche.
È ovvio che le relazioni tra Partito e sindacato, e soprattutto l’influenza che il primo esercita sul secondo sono strettamente condizionate e determinate da fattori oggettivi, ed è appunto questo che non considerano coloro i quali negano ogni validità ed importanza nell’ epoca attuale al lavoro dei militanti rivoluzionari in seno ai sindacati e cosi agendo abbandonano gli operai organizzati alla mercé delle direzioni opportuniste.
Un organismo prodotto del divenire sociale non cessa di esistere solo perchè qualcuno ritenga di stenderne l’atto di morte, o di ignorarlo. La forma-sindacato fa la sua comparsa in un particolare stadio dello sviluppo delle forze produttive, quando cioè esse danno origine ai rapporti borghesi di produzione, ed è, in ultima analisi, una a delle prime forme associative raggiunte dalle masse dei produttori – che, separati dai mezzi di produzione attraverso il processo dell’accumulazione primitiva, si trovano “liberamente” costretti a vendere la forza-lavoro al fine di procacciarsi di che vivere e riprodursi. Il processo di cristallizzazione in organismi del genere, determinato da spinte economiche elementari, porterà attraverso stadi diversi alla formazione dei primi sindacati miranti a strappare un miglior trattamento economico reso anche possibile dall’aumento quantitativo delle masse operaie, ma già il Manifesto chiarisce che l’importanza di questo processo non risiede in “conquiste economiche” in sé transitorie ma nel valore politico dell’auto organizzazione del proletariato e il suo termine ultimo è il Partito di classe, come sintesi superiore di “tutti gli aspetti della lotta per la emancipazione della classe operaia dalla schiavitù del lavoro salariato.” Permanendo tutte le condizioni che hanno generato le organizzazioni sindacali, non si vede come si possa negarne la funzionalità ai giorni nostri. La forma-sindacato ha i suoi limiti storici come ogni altra forma associativa. La stessa forma-stato prodotto della società divisa in classi potrà estinguersi soltanto con l’estinzione delle classi: alla stessa stregua le funzioni del sindacato
si estingueranno con lo sparire di tutti i caratteri specifici della società borghese, cesseranno con la eliminazione della separazione dei produttori dai mezzi di produzione, con l’affermarsi della disponibilità dei prodotti da parte della società dei produttori al di fuori di ogni mezzo distributivo a carattere mercantile: non prima. Questa tesi è del resto conferma dall’esame della politica che la classe dominante ha svolto nei riguardi delle associazioni economiche dei lavoratori.
Gli aspetti di questa politica possono apparire contradditori soltanto a coloro che negano l’esistenza di leggi obiettive dello sviluppo› storico, e sono portati ad attribuire a singoli individui, più o meno “spiritualmente” dotati, l’iniziativa e l’attuazione di determinate scelte politiche. Per quanti si rifanno alla concezione materialistica della storia, le diversi posizioni assunte dagli organismi di potere della classe dominante nei riguardi degli istituti associativi a carattere economico del proletariato non solo non hanno nulla di contraddittorio, ma sono indissolubilmente legate tra loro da una ferrea logica interna, riflesso di uno sviluppo quantitativo delle forze economiche.
La borghesia rivoluzionaria, al suo apparire portatrice di una nuova forma sociale di produzione, rivendicò il merito di aver posto fine a un mondo in cui l’ingiustizia, la diseguaglianza e l’oscurantismo avevano regnato sovrani. Il mondo che a questo succedeva trovava per essa le sue fondamenta negli ideali di libertà, giustizia eguaglianza; in nome di questi ideali si proibirono e furono sciolte, per chè considerate appartenenti ad un passato ormai concluso, le prime associazioni a cui l’embrionale proletariato aveva dato vita. Erano le prime manifestazioni dell’esistenza di una lotta di classe che il patrimonio ideologico borghese non prevedeva; e si ritenne di poter cancellare con un colpo di spugna quella che appariva una macchia immonda sul candido manto ideale di cui la borghesia si paludava. Parve un primo successo; non era che un rinvio a scadenza più o meno breve dell’incontro col prodotto necessario delle insanabili contraddizioni del modo di produzione borghese. Lo sviluppo della produzione, l’estensione della rete mercantile, i commerci, i traffici, portavano seco ed acceleravano il fenomeno della proletarizzazione: le scarse file della classe operaia appena na-a andavano sempre più ingrossandosi, e sempre più si ponevano all’ordine del giorno quei problemi di ordine economico-sociale che le loro condizioni di vita, di lavoro, di esistenza rendevano urgenti.
Non era più possibile ignorare un fenomeno che minacciava le basi dell’ordine costituito: distruggerlo era impossibile, bisognava incanalarlo in un letto non pericoloso per la sopravvivenza dell’ordine borghese. Ebbe così inizio una poltica di maggiori concessioni ed anche di “benevola” per quanto vigile attesa: « benevola » in quanto ci si rendeva conto che la tolleranza di un minimo di organizzazione del proletariato in associazioni a carattere sindacale -tenuto conto dei compiti contingenti di queste –
poteva distogliere una notevole massa di energie proletarie che altrimenti sarebbero state spinte all’accelerazione del processo rivoluzionario; vigile perchè la classe borghese, conscia per per quanto impotente a sventare i cataclismi che periodicamente travagliano la struttura sociale capitalistica, non ignorava quale immense riserve di energie tali organizzazioni costituissero per il partito politico proletario.
E’ appunto al fine di neutralizzare per quanto possibile questo pericolo, e tenuto conto dei vantaggi di carattere economico offerti da un opportuno indirizzo della politica sindacale, che la politica della classe borghese assume un carattere sempre più interventista, persegue cioè sempre più lo scopo di assicurarsi il controllo e la sudditanza delle direzioni sindacali. Le forme che questa politica assume, sono storicamente diverse, ma i suoi mezzi preferiti sono la corruzione economica e sociale e la diffusione delle ideologie borghesi del pacıfismo e della collaborazione presentate come uniche politiche suscettibili di assicurare e mantenere a favore degli operai un certo numero di “vantaggi” pratici.
Il più classico esempio in tale campo è costituito dalle “Trade Unions” inglesi, ma l’adozione di una tale politica e l’influenza perniciosa che essa esercitò traggono origine dal fatto obiettivo dello sviluppo ineguale del capitalismo nei diversi paesi e quindi dalla possibilità di uno spezzettamento dell’azione internazionale del proletariato, in quanto le nazioni economicamente più sviluppate ed esercitanti un’egemonia sul mercato mondiale rendevano parzialmente partecipi di questa loro posizione le loro masse operaie e quindi le aggiogavano al proprio carro. Il legame più stretto tra sviluppo economico e politica estera dei paesi capitalistici impegnati nella conquista dei mercati di sbocco, fu la spira infernale in cui rimasero vinte non solo le organizzazioni sindacali dei proletari, ma anche le loro organizzazioni politiche; il sacrificio degli interessi finali del proletariato a quelli contingenti portò di riflesso al loro accodamento alle imprese di conquista della borghesia nazionale, e viceversa.
I risultati della politica di riforme e concessioni furono ampiamente raccolti dalla borghesia Internazionale allo scoppio del primo conflitto imperialista. Di fronte ad esso capitolarono tutte le organizzazioni del proletariato, salvo le poche note eccezioni.
L’abbraccio della politica di unione nazionale da parte degli organismi politici della classe operaia portava necessariamente ad una sempre maggiore acquiescenza delle organizzazioni sindacali alle esigenze ed alle necessità belliche degli stati capitalistici. In aggiunta a questo, si aveva l’adozione da parte della classe dominante di tutte quelle misure legislative proprie dei periodi di guerra, per cui ogni possibilità di movimento e di organizzazione è sottoposta a controllo e sorveglianza soffocati da tali misure ed esposto all’influenza e alla direzione dei partiti socialriformisti, i sindacati operarono in collaborazione coi diversi enti dell’apparato statale borghese nel realizzare misure atte (secondo un termine eufemistico) ad alleviare le sofferenze e di dolori delle famiglie dei combattenti.
Ma i successi della politica attuata dalla classe borghese non tardarono a dimostrarsi aleatori e contingenti. Se da un lato era possibile mantenere in stato di aperta dipendenza le direzioni e l’apparato sindacale, non era però possibile contenere in tali limiti la spinta degli operai organizzati. La guerra aveva portato, con le distruzioni, i lutti e le miserie, i germi di una ripresa. La ripresa del movimento sindacale si manifestò apertamente coi grandi di scioperi e con una serie di rivendicazioni il cui contenuto non era di stretto carattere economico.
Nonostante le severe misure di repressione, il proletariato internazionale seppe dar vita a fulgidi episodi di lotta di classe. Ci limitiamo a ricordare per tutti quello degli operai torinesi nell’anno 1917.
Le cause fondamentali di questo risveglio vanno ricercate nella impossibilità da parte del regime capitalistico di mantenere e rafforzare quei vantaggi e quelle concessioni di carattere economico e pratico che, per la loro stessa natura, sono soggetti e vincolati agli sviluppi della struttura economica.
Il disastro economico e sociale che il conflitto aveva generato non poteva non travolgere in modo violento tutta l’organizzazione produttiva. Ma le crepe che si erano aperte nella struttura economica della società borghese si allargarono sempre più col finire della guerra. I problemi della ricostruzione da una parte, ma soprattutto quelli della riconversione dell’industria da bellica in industria di pace, con tutte le sue conseguenze, misero a nudo le insanabili contraddizioni dell’ordine vigente. La disoccupazione, i bassi salari, la miseria sociale nelle sue manifestazioni, più aperte i debiti di guerra, agıvano come incentivo poderoso alla riorganizzazione degli organismi di difesa economica dei lavoratori al livello di base.
Ma su di essi gravava l’influenza delle direzioni sindacali pur sem pre aggiogate alle correnti opportuniste. Era una pesante ipoteca da cui non era facile liberarsi sebbene dall’Oriente europeo i bagliori della rivoluzione proletaria russa illuminassero il cammino al proletariato europeo. Ed è alla luce riflessa di quello storico scontro di classe che gli operai dell’Europa occidentale ripresero il loro cammino di lotta. E’ in forma autonoma (ci si scusi il termine), che la ripresa avvenne. Malgrado gli sforzi e contro l’impotenza delle Centrali sindacali (soprattutto, per l’Italia, della CGL alla cui direzione stavano i più tipici rappresentanti dell’opportunismo) gli operai si muovono, scendono in piazza a porre le loro rivendicazioni: rivendicazioni che per loro natura e per il modo in cui erano espresse, avevano un carattere necessariamente limitato e parziale, ma che tali non sarebbero più state qualora la direzione del movimento fosse stata presa da una avanguardia cosciente della funzione storica della classe operaia.
Una delle più importanti e delle più diffuse era quella del controllo operaio, che, posta come fine a sé anche se realizzata non avrebbe segnato alcun passo avanti per gli operai e per le loro condizioni di vita e di lavoro ma, inserita in un programma organico di classe, avrebbe potuto esercitare un influsso notevole nello svolgimento di un’azione rivoluzionaria. Di ciò, in Italia, ben si rese conto il reggitore e difensore degli interessi della classe dominante Giolitti, che seppe por termine all’occupazione delle fabbriche (accogliendo le richieste allora avanzate della partecipazione degli operai alla direzione delle aziende.
Accoglimento formale, in quanto, con la nomina di una commissione di specialisti investita del compito di analizzare e tradurre in pratica questa forma di controllo, tutto fu sospeso e rinviato in attesa delle decisioni che da si alto consesso sarebbero scaturite e mai scaturirono
Appare questo il primo tentative di inserire l’organismo sindacale nell’ambito dello Stato, con l’adozione di particolari misure legislative. Il suo fallimento momentaneo deve essere anche attribuito al sorgere del Partito Comunista la cui chiara e precisa posizione nei riguardi di tutte le organizzazioni e associazioni (economiche e non) dei lavoratori, rendeva di difficile e di incerta riuscita la manovra a cui la borghesia si era apprestata.
La realizzazione della “nuova” politica sarà infatti possibile solo con l’avvento, in quei paesi dove l’ondata rivoluzionaria più minacciava l’esistenza del regime di classe capitalistico, della forma politica della dittatura aperta, “reazionaria” nelle sue manifestazioni di repressione violenta dei moti a carattere rivoluzionario, ma riformista nell’adozione di misure di carattere economico, sociale e politico, atte ad adeguare la sovrastruttura del dominio di classe alle esigenze dello sviluppo delle forze produttive. Alla concentrazione e alla centralizzazione economica non poteva non corrispondere un’analoga centralizzazione dei poteri dello stato, e il suo intervento sempre più massiccio in tutte le forme Idella vita sociale.
Non potevano certo sottrarvisi gli organismi sindacali, la cui esistenza venne garantita solo nell’ambito e sotto il controllo del potere statale.
Era il riconoscimento di una impossibilità e incapacità organica a risolvere gli antagonismi di classe e, sebbene li si negasse formulando le teorie corporativistiche dell’identità di interessi fra capitale e lavoro, ogni mezzo e ogni strumento era usato al fine di comprimere tutte le energie e spinte rivendicative che la classe operaie continuamente generava. Infatti, malgrado l’ estesissimo apparato burocratico, il cui vertice era costituito dalla Camera dei Fasci e delle Corporazioni, non sempre fu possibile ignorare le richieste che dal basso pervenivano. E, quando esse non trovavano accoglimento per la rituale trafila gerarchica, il cui compito era di sminuirle fino a renderle accettabili agli interessi della classe dominante, non di rado si presentò il caso di aperte violazioni della legalità col ritorno all’uso del mezzo naturale di lotta dei proletari, lo sciopero.
L’inserimento del sindacato nella struttura dello stato borghese, sia esso corporativo fascista o democratico, rappresenta comunque il logico punto di arrivo di tutta la politica del capitalismo nei riguardi delle associazioni economiche dei lavoratori. Due sono i vantaggi principali che la borghesia riesce ad ottenere col riconoscere ai sindacati una funzione e un margine di attività nei limiti della legge. Il primo, di carattere politico, consiste nell’assicurarsi, per mezzo di opportune misure legislative, il controllo completo di tutto l’apparato sindacale evitando così di trovarsi di fronte agli imprevisti sviluppi di situazioni suscettibili di generalizzarsi e mettere in pericolo l’ordine e la pace sociale. Il secondo, di carattere economico, risiede nel trasformare gli organismi sindacali in strumenti di propulsione economica ove si riesca ad interessare e vincolare alle esigenze della produzione le masse fornitrici di forza-lavoro.
Il fenomeno, che in Italia e in Germania assunse aspetto diversi solo da un punto di vista formale, trova il suo riscontro anche nei paesi in cui la forma democratica dello stato, borghese si è conservata in una ininterrotta continuità. Anzi, maggiormente in tali paesi il processo di statalizzazione dei sindacati ha raggiunto vertici a noi finora sconosciuti. (Basti ricordare i sindacati americani o inglesi in questi ultimi anni, il cui operato e le cui iniziative, sia per l’impostazione che per il modo di condurle, non uscirono mai dal ferreo cerchio in cui le esigenze di conservazione dello stato le aveva costrette, ed anzi le favorirono). Si tratta di un processo proprio dell’epoca imperialista, di fronte al quale rimangono sgomenti solo coloro che della natura del sindacato poco o nulla hanno capito, e che, non ritrovando più nelle organizzazioni sindacali ciò che se ne attendevano, ne propugnano l’abbandono o, peggio ancora la formazione di nuovi organismi come se questi non dovessero, prima o poi, essere travolti dalla stessa corrente che già ha sommerso le associazioni tradizionali. Altra è la posizione dei rivoluzionaria, pur conoscendo il grado al quale è giunta quella che con termine improprio si chiama la “degenerazione sindacale”, essi sanno che l’acuirsi delle contraddizioni interne del modo di produzione capitalistico e il loro esplodere in forma violenta spingerà gli stessi operai, oggi supinamente ligi alle direttive delle centrali sindacali, a infrangere le pastoie legislative e burocratiche che li avvolgono per riproporre al di fuori della legge, al di fuori del controllo statale, al di fuori di ogni «rispetto» degli indici di produttività e del « superiore interesse nazionale» la loro rivendicazione di classe che ha come termine estremo non la conquista di un « miglior livello di vita », non salari più “giusti” ma l’abolizione del salariato.
Da questa certezza è scaturita, fin dal sorgere del Partito di classe la decisione di militare nei sindacati: milizia che, pur non perdendo di vista il carattere parziale e
contingente delle rivendicazioni economiche, si schiera e scende in lotta con gli operai che la agitano e li difendono perchè attraverso la battaglia il proletariato conquisti non un “livello di vita migliore” ma un grado più elevato di organizzazione e una visione più chiara dei fini. Ma, si osserva, come contenersi di fronte alle diverse organizzazioni sindacali esistenti oggi in Italia? I termini del problema non si pongono né si possono riassumere nella formula “in quale organizzazione militare?”. Una simile impostazione equivarrebbe a mettere sullo stesso piano le tre confederazioni esistenti senza tener conto delle loro origini, delle loro tradizioni e delle possibilità di ripresa offerta dalla dinamica
storica. Infatti, è ben vero che nella politica sindacale condotta dalla CGL e dalla CISL nessuno potrà mai riscontrare sostanziali differenze; ma non questo è l’elemento discriminativo, per i rivoluzionari bensì la considerazione del posto che le diverse “sigle sindacali” occupano nella storia del movimento operaio. Non hanno neppur lontanamente origine di classe le ultime due confederazioni citate, che fin dal loro sorgere, sia per il periodo di guerra fredda e di tensione internazionale in cui si formarono, sia per l’aperto ed interessato appoggio dei rappresentanti del padronato italiano, ma soprattutto per i precedenti cui si ricollegano, si presentano come prodotto tipico ed incancellabile della borghesia. Né alcun valore ha il criterio del “sindacato maggioritario”, giacchè per noi l’organizzazione sindacale non ha nulla di immutabile e di eterno, dato una volta per tutte, ma è un fatto dinamico riflettente il divenire delle lotte di classe. Ed è in questo divenire che le basi di partenze di organizzazioni come l’UIL o la CISL appariranno chiare agli occhi dei proletari mentre le tradizioni di lotta – sia pur lontane – del sindacato rosso costituiranno il fioco lume, indizio di una sponda cui approdare. Su questa sponda saranno ad attenderli i rivoluzionari che con tenacia e fede avranno saputo garantire nel tempo una continuità di impostazione delle lotte anche rivendicative e che per la loro ininterrotta presenza diverranno, sotto la spinta di forze oggettive, gli elementi catalizzatori e di direzione delle energie proletarie. La convergenza non avverrà allora su un puro terreno di rivendicazioni economiche, ma andrà oltre, per realizzarsi piena e totale sul campo politico della battaglia di classe, sul terreno della rivoluzione.
Parallelamente allo scadimento della politica sindacale dalle basi di classe su cui sorsero le organizzazioni di difesa economica al loro abbandono, vanno tenute presenti le modificazioni, avvenute nel corso degli anni, nella loro struttura organizzativa; cambiamenti che hanno notevolmente contribuito a smussare e a rendere inoperanti le armi di difesa ed di offesa della classe operaia. Essi sono una conseguenza dell’enorme espansione che la divisione sociale del lavoro ha assunto nella società borghese e che ha portato alla creazione di sempre più numerose categorie di specializzazione col risultato di una sempre maggiore differenziazione di interessi economici e di rivendicazioni contingenti in seno alla classe operaia.
Se a queste si aggiungono le conseguenze dell’intervento dello stato, dei comuni e degli enti politici ed amministrativi, nel settore economico con l’introduzione di riforma come le nazionalizzazioni, le municipalizzazioni ed altre, è facile capire come la tendenza allo spezzettamento della classe lavoratrice ed delle sue lotte vada sempre più aggravandosi.
Il brillante risultato perseguito dalla borghesia e realizzato con la collaborazione dei partiti opportunisti è tale che, all’interno di un medesimo sindacato, non esiste unità di interessi, in quanto ad esempio il metallurgico dipendente da un’azienda privata non è il metallurgico dipendente da una azienda irizzata, o l’operaio della Edison non ha lo stesso contratto dell’operaio di un’azienda elettrica municipalizzata. A questa divisione all’interno delle categorie si aggiunge la separazione che si compie nel piano degli interessi ancora più limitati e parziali della singola azienda o complesso produttivo. Siamo così di fronte ad una costellazione di rivendicazioni che, per la sua stessa natura non può ottenere l’adesione e promuove lo spirito di battaglia degli operai i quali vengono a trovarsi Isolati e divisi e quindi
impotenti a fronteggiare con successo le offensive o le resistenze del padronato.
Una politica sindacale di tale natura, che ha trovato un’ennesima variante nella formulazione di quel la che ora viene definita la “politica di settore” non può essere che rovinosa per il proletariato, e la sua adozione non può non allargare il solco che già divide operai appartenenti alle diverse branche dell’industria e delle altre attività economiche, e chiudere nei limiti dell’azienda ogni manifestazione di lotta.
Ad annullare ogni possibilità di successo è l’uso che oggi si fa della stessa arma fondamentale degli operai: lo sciopero. Per ottenere risultati concreti è chiaro che allo sciopero non conviene ricorrere quando la classe proprietaria dei mezzi di produzione si trova in posizione di favore con scorte di merci invendute, ma quando queste non esistono e la richiesta dei prodotti è pressante, cosicché l’arresto della macchina produttiva causi un danno reale a chi ne possiede il controllo. E il bastone tra le ruote e gli ingranaggi della produzione non deve rimanervi per 24-48-72 ore al massimo, ma fino alla capitolazione della parte avversa. A reggerlo con forza, e a trasformarlo in putrella d’acciaio, devono essere chiamati gli operai appartenenti alle altre attività produttive, cosicché nel corso della lotta venga a crearsi una chiara unità di intenti e di interessi proletari. Sono questi i cardini di una politica sindacale di classe, che è tale perchè, partendo dalle spinte economiche, tende ad investire direttamente, nell’estrinsecazione della violenza contro l’apparato produttivo, tutto l’ordine costituito. Ma i presupposti di una tale politica non stanno nella “apoliticità” о nella “autonomia” dei sindacati, come non stanno nel calcolo preventivo delle situazioni congiunturali dei diversi rami dell’industria, meno che mai, nel porre come obiettivo della lotta quello di sedersı ad un tavolo per iniziare trattative sotto l’alto patronato di un qualsiasi ministero del lavoro. Il sindacato di classe non aspira al “riconoscimento” dei responsabili dell’economia capitalistica per l’alto senso di responsabilità dimostrato nel mantenere le rivendicazioni salariali a un livello inferiore a quello raggiunto dalla produttività (vedi relazione Menichella alla Banca d’Italia), anzi lo respinge; non fa suoi gli interessi della Nazione con la enne maiuscola, non compie studi e non presenta piani per un “maggiore sviluppo dell’economia”, ma pone rivendicazioni ed obiettivi che intacchino e non proteggano la appropriazione del plusvalore, e che, per la loro natura di classe, spingano la classe sfruttata a rompere i confini della legalità borghese.
Giacchè è aldi fuori di questi confini che il proletariato internazionale ha ottenuto le sue grandi vittorie anche contingenti, da quella delle otto ore a quella del Primo Maggio; tappe oggi dimenticate, ma torneranno a costituire le posizioni avanzate da cui partirà l’offensiva finale.