Partito Comunista Internazionale

Commissioni interne e sindacato “aziendale”

Indici: Questione Sindacale

Categorie: Italy, Union Question

Questo articolo è stato pubblicato in:

In una serie di articoli apparsi nei numeri precedenti, abbiamo sottolineato i diversi aspetti negativi, dal punto di vista dei lavoratori, delle innovazioni tecnologiche ed organizzative di cui il “capitalismo nuovo” si vanta, e il comportamento delle direzioni aziendali quando decidono di introdurle nel processo produttivo. Abbiamo cioè visto come gli operai vengano posti, nella più completa ignoranza, di fronte al fatto compiuto delle “innovazioni” anche quando esse comportano rischi fisici e conseguenze economiche gravi come il licenziamento, la dequalificazione, il trasferimento, ecc. Tutto ciò a riprova documentaria della dittatura del capitale e della sua posizione di forza nelle aziende, malgrado la stamburata capacità di resistenza e di lotta dei sindacati.

Riportiamo ora dalla già citata inchiesta svolta dall’ Allione nella zona industriale di Milano altri dati relativi alla politica della maggioranza delle aziende in merito al cosiddetto libero esercizio dell’attività degli organi sindacali aziendali. Prendiamo, ad esempio, i rapporti fra Commissioni Interne ed organi tecnici aziendali nel campo della fissazione dei tempi dei cottimi.
Come è noto, le C.I. non contrattano con gli organi della direzione il tempo assegnato alle operazioni di lavoro. Ma, una volta che la direzione ha stabilito questo tempo, come le C.I. ne prendono conoscenza? Nel solo settore metalmeccanico, l’unico nel quale, per ragioni facilmente intuibili, tutti i membri delle C.I. ammettano che nelle rispettive fabbriche esistono i cottimi, l’inchiesta Allione ha appurato che, secondo appena il 46,43% degli intervistati, la C.I. viene a conoscenza dei tempi assegnati alle lavorazioni in seguito a comunicazione degli operai; secondo il 36,43%, solo caso per caso e su richiesta rivolta agli organi tecnici aziendali o alla stessa direzione; secondo il 6,24% non lo sa mai.

Il quadro è evidente. Nella maggioranza dei casi (ma in numero sempre inferiore alla metà del totale), la C.I. ha ancora un certo rapporto diretto con gli operai, tale per cui (ed è già poco) i metalmeccanici che giudicano troppo “stretto” il tempo loro fissato possono “comunicare” con la C.I., e questa “chiedere” all’ufficio cottimi o ad altro organo dell’azienda di rivederlo. In un secondo gruppo di aziende la situazione è nettamente peggiore, perchè il contatto diretto fra C.I. ed operai è ridotto al minimo, è saltuario e casuale; nel terzo gruppo, non esiste addirittura. Nel quadro  generale, inoltre, scrive l’Allione, solo il 10% delle C.I. è in condizione di svolgere la sua “massima funzione”, percentuale insignificante, se si pensa che il contratto di lavoro dei metalmeccanici riconosce sulla carta alla C.U. il diritto all’accesso allo schedario dei tempi. Inutile dire che, in altri settori dell’industria, la situazione è ancora più negativa.

Questi dati, forniti dalle stesse C.I., sono tanto più eloquenti in quanto sulla loro esattezza (nel senso della difesa degli interessi operai) è lecito avere qualche dubbio: è noto infatti che alcune imprese riconoscono solo i membri delle C.I. che sono di loro gradimento, cioè i più disposti a piegarsi alla volontà della direzione. Si ha così – a ennesima conferma di elementari tesi marxiste – la chiara contrapposizione della strapotenza del capitale nell’ambito dell’azienda da un lato e dell’impotenza di organi sindacali aziendali nella tutela degli interessi operai dall’altro. La cosa riveste una particolare importanza oggi che i bonzi dei diversi sindacati esistenti su scala nazionale propugnano l’istituzione del sindacato d’azienda e il principio della contrattazione aziendale come unico mezzo idoneo non solo a fronteggiare la dittatura delle direzioni, ma ad ottenere le migliorie salariali imposte dal maggior sfruttamento della forza -lavoro che , come si è visto, le “innovazioni tecnologiche” comportano. La teoria di questi signori è che la più complessa “strutturazione” delle imprese capitalistiche rende oggi necessario un adeguamento ad esso della struttura sindacale: il risultato, per noi, è una riduzione costante del potere di lotta e di contrattazione dell’organizzazione economica operaia di fronte al padronato.

Nei giorni scorsi, il segretario della C.G.I.L., Novella, ha dichiarato trionfalmente: «L’anno sindacale 1960 ha segnato una tappa importante verso il rinnovamento del sistema contrattuale… Per la prima volta nella storia sindacale, abbiamo visto la lotta per le integrazioni contrattuali sul piano settoriale e sul piano aziendale ». Qui si trasforma in una… geniale scoperta e conquista del sindacato, postosi in grado di adattarsi plasticamente alle modificazioni strutturali dell’ azienda capitalistica moderna per contrastarne il potere dittatoriale sulla forza-lavoro, quello che è invece l’effetto (e l’ulteriore causa) di un infame politica di rinunzia ai metodi della lotta di classe, di sbriciolamento e sezionamento delle agitazioni e degli scioperi, di abbandono degli obiettivi generali, comuni a tutte le categorie, delle sindacali ed economiche. E, in attesa di “imporre il riconoscimento della sezione sindacale di mestiere” nell’azienda, gli alti papaveri delle organizzazioni sindacali partecipano agli « incontri triangolari» promossi con perfetto stile fascista e corporativo dal governo, per discutere coi rappresentanti della grande industria e della grande finanza i problemi dello sviluppo economico del Paese, degli investimenti produttivi ecc. Al basso, si spezzetta il sindacato (come già le agitazioni e gli scioperi) in un pulviscolo di sezioni di azienda, come tali ancor più impotenti e prive di contatto reciproco; all’alto, si stabilisce una unità non fra operai, ma fra operai, padroni e Stato. Un altro “passo avanti”, certo; ma non nel senso dello sviluppo della lotta proletaria contro la classe padronale e il suo organo esecutivo, lo Stato, bensì nel senso della distruzione di ogni autonomia degli organi di difesa economica e in quello della conciliazione tra le classi, cioè di capitolazione dei lavoratori di fronte al Capitale e di inserimento delle loro organizzazioni nel meccanismo statale borghese.

Dire infatti che la sezione sindacale di azienda non è un organo aziendale come la C.I., ma “una propaggine” del sindacato nell azienda (formula deila C.G. I.L.) o “un anello di congiunzione” tra vita sindacale e vita aziendale. (formula della C.I. S.L.) è solo un modo elegante di eludere la realtà. In quanto vive ed opera nell’azienda. come sezione staccata, la sezione sindacale non potrà sfuggire alle suggestioni, ai vincoli, alle influenze corruttrici, alle quali soggiace la C.I., non potrà non aderire ai limiti dell’azienda medesima e trasformarsi in organo locale soggetto alle stesse limitazioni delle attuali Commissioni Interne; ciò tanto più, in quanto sarà investita di poteri contrattuali e quindi sarà automaticamente trasformata in sindacato aziendistico autonomo. Non è difficile prevedere i riflessi che un simile capovolgimento funzionale (non soltanto organizzativo) del sindacato avrà sul movimento operaio: ulteriore polverizzazione delle agitazioni, degli scioperi e delle contrattazioni, accentuato paternalismo aziendale, allargamento della “forbice” fra le categorie operaie privilegiate dalle grandissime aziende e quelle più svantaggiate delle piccole e medie, approfondimento del divario fra questi strati diversi non soltanto come livello di retribuzione e di condizioni di lavoro, ma come spirito di lotta; sempre minore solidarietà generale e collettiva, sempre maggior degradazione del fronte proletario in gruppi separati ed eterogenei; insomma, una versione peggiorata dell’ ordinovismo e dell’ immediatismo.

E’ vero che i sindacati gialli, rosa e bianchi non hanno atteso una simile riforma strutturale per applicare la politica degli scioperi al contagocce, al cronometro, per settore, per reparto e così via: ma è chiaro che, sancito anche sul piano organico-sindacale il frazionamento per imprese, quella politica assumerà forme ancora più infami e rovinose, svuotando il sindacato come organo unitario di classe, renderà sempre più ovvia e “necessaria”  la collaborazione permanente al vertice con il padronato e col governo. Una volta di più, « posizioni nuove per nuovi balzi all’indietro », cioè verso il completo svuotamento del contenuto classista dell’organizzazione di mestiere.