Partito Comunista Internazionale

Emigrazione = Conservazione sotto ipocrite apparenze umanitarie

Categorie: Australia, Immigration, Union Question

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Trieste, maggio

Non su scala generale, ma in alcune particolari « zone depresse », dopo la fine del secondo macello il capitalismo è ricorso all’ipocrita risorsa transitoria, fatta per buttar fumo negli occhi delle masse sempre più immiserite e per aprire una valvola di sfogo al regime, dell’emigrazione in massa: a Trieste, per esempio, verso l’Australia. E’ ovvio che lo Stato, organo di difesa della classe dominante, cerca così, sotto una maschera umanitaria, di equilibrare i contrasti interni del sistema, reclutando dalle zone più esclusive le masse disoccupate e spostandole in altre di più largo respiro e con più alte possibilità di sfruttamento – il classico gioco dei due piccioni con una fava. Nel suo sviluppo pletorico, in cui la famosa personalità individuale scompare e a risollevarla ci pensano gli opportunisti di tutte le cotte, il capitalismo destina la forza-lavoro dove meglio possa placarsi e, perciò, « rendere ».

Ma a noi, in questo gioco, preme sottolineare l’azione nefasta di appoggio svolta dalle organizzazioni cosiddette operaie e cosiddette economiche di tutti i paesi interessati: sono esse, infatti, i guardaciurma dell’emigrazione, i reggicoda della conservazione capitalistica. C’è un paese in cui la disoccupazione infierisce ed occorre aprire una « valvola di scappamento »? Le autorità di quel paese offrono braccia: i sindacati del paese che può eventualmente ospitarli si fanno avanti con tutto l’arsenale di parole d’ordine e di programmi di cui dispongono i partiti che li dirigono, e le cui radici sono le opposte di quelle del partito di classe, e così avviene che, all’atto dell’assunzione al lavoro dell’emigrante, essi intervengono – e sono essi ad esigere – la presentazione scrupolosa e minuziosa dei documenti richiesti dalle disposizioni del paese « umanitariamente » ospitante, documenti grazie ai quali il nuovo venuto potrà, nell’ipotesi più favorevole e molto rara, essere ammesso solo ad un esame pratico e teorico della sua qualifica. E poiché, nella stragrande maggioranza dei casi, l’emigrante non riesce a superarlo (fra l’altro perché la non conoscenza della lingua gli è di grave ostacolo) egli è escluso dalle grandi aziende, soprattutto statali, dove le Unions hanno il monopolio effettivo delle assunzioni, ed è assorbito con mansioni varie e inferiori alla sua categoria dalle piccole aziende.

La collusione dei sindacati locali con la classe dominante è evidente. 1) il compito selezionatore, ad essi ben volentieri ceduto dallo Stato (che così salva la faccia della sua magnanimità umanitaria), ha per effetto un rendimento più alto della mano d’opera e una certa garanzia di sicurezza contro le agitazioni che, in caso diverso, i sindacati non mancherebbero o di scatenare o di appoggiare; 2) la prestazione degli assunti nelle piccole aziende è sottoposta a una disciplina e quindi ad uno sfruttamento elevatissimi, perché, com’è logico dal punto di vista individuale, l’emigrante tiene caro il suo primo impiego nella nuova « patria », anche se inferiore alla propria categoria e perciò meno retribuito: in genere, ha la sensazione che, se perde quello, non ne troverà un altro, tanto l’hanno fatto scendere sulla scala economico-sociale: 3) questa politica crea automaticamente la disunione fra gli operai (tanto necessaria all’avversario di classe); l’opera di fraternizzazione, che dovrebbe essere il compito primo di un organismo proletario, fra nativi ed emigranti, viene sostituita dalla politica opposta, rafforzata dal privilegio linguistico, giuridico. « documentistico » e via discorrendo.

Così, il sindacato del paese ospitante agisce da cane di guardia per conto del padrone, mentre lo Stato ci fa la figura del buon padre, umano e liberale. Quest’amara esperienza fatta dagli operai emigrati sulla propria pelle, va messa in conto insieme a tutte le altre per il gran giorno della resa – il giorno in cui, sotto la guida del partito di classe, il proletariato si libererà di tutti i paraocchi, di tutti i fumi, di tutte le ricette medicamentose di questa società infame e, con un taglio chirurgico nel corpo sociale .. , democratico, ne guarirà infine le piaghe. Intanto, la cosiddetta « libera circolazione degli uomini » (sostituita al vecchio e odioso termine di « emigrazione », ma così espressivamente simile al termine « libera circolazione delle merci », essendo la forza-lavoro umana appunto una merce), funge da colonna del regime, dietro la maschera del più sfacciato e ipocrita umanitarismo.