Il loro programma: 40 anni di guerra fredda
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Siano rese grazie al presidente Eisenhower per aver definito con brutale franchezza il programma del capitalismo internazionale, la sua grande offerta al mondo: altri quarant’anni di guerra fredda. Questo si chiama, finalmente, mostrare le carte: sul tavolo delle mirabolanti Carte dei Diritti con cui la buona fede dei dominati fu messa a profitto della seconda carneficina mondiale e della ricostruzione postbellica – questa che noi definimmo e fu realmente il più grande affare del secolo – non poteva rimanere che questo prospettiva, la classica prospettiva di un regime in putrefazione, incapace di offrire nulla di diverso dall’estenuante protrarsi della sua crisi e tuttavia ancora abbastanza forte per ritenere di potersi concedere quarant’anni di ammorbante agonia. Spogliata degli orpelli di una falsa epopea militare, di cui si circondò ai tempi della prima coniazione del vocabolo, la guerra fredda è ridivenuta sinonimo di stato normale e ordinaria amministrazione del regime internazionale del profitto. I « liberati » della seconda guerra mondiale sanno, per una dichiarazione – come dicono i pennivendoli del regime borghese – ad altissimo livello, che cosa debbono attendersi dai « liberatori ».
E mettano il cuore in pace i nostalgici delle resistenze e dei partigianismi, i cavalieri di ventura di rinnovate campagne militari di liberazione. La guerra fredda che Eisenhower si augura duri quarant’anni (e se lo augura perchè la sua durata coinciderebbe con quella del regime internazionale capitalistico) sarà la guerra fredda dei mercanti, non dei marescialli; si combatterà a colpi di merci, non di ideologie. E’ forse un caso che il presidente degli Stati Uniti abbia lanciato il suo slogan in coincidenza con la rinunzia ad intervenire in Asia e con l’evidente aspirazione a « trattare »? Dietro i fumi delle guerre di Corea e d’Indocina e di quelle altre che potranno nel frattempo scoppiare, dietro il paravento delle tenzoni propagandistiche infurianti a Ginevra, il presunto cozzo fra Oriente e Occidente si va ogni giorno più stemperando in una affannosa corsa fra mercanti alla conquista di mercati; e, in questa corsa le fittizie distinzioni fra i due blocchi si cancellano, e sarà sempre più difficile stabilire, con la grossolana sommarietà dei tempi della cortina di ferro, chi è il « nemico ». Gli affari sono affari, e il fatto che il « fior fiore dell’occidente » si scanni in Indocina contro il « fior fiore dell’oriente » non impedisce (non siamo noi ad affermarlo, è la stampa borghese) alle delegazioni tedesca, inglese, francese e (la notizia è di pochi giorni fa) italiana di salire le scale delle delegazione cinese per stipulare lucrativi contratti di compravendita di merci. Gli « anticolonialisti » russi e cinesi stanno mettendo all’asta il mercato « democratico – popolare » della Cina; i difensori della civiltà occidentale contro il « comunismo » non esitano a divenire fornitori di « beni e servizi » di quelli che accusano di armare le « orde » lanciate all’assalto dei baluardi estremi della democrazia e del cristianesimo. La cortina di ferro sta riducendosi a una semplice frontiera doganale.
La guerra fredda fra mercanti ha quindi tutta l’aria di divampare non più fra i « nemici ideologici », ma tra gli amici di ieri: fra tedeschi, arrivati primi nella corsa al mercato cinese (la « Stampa » osservava tempo fa che la Germania aveva decuplicato gli scambi con la Cina; e parlava, beninteso, della Germania di Bonn) e inglesi arrivati secondi, e francesi arrivati terzi con molto distacco, e italiani giunti in retroguardia, mentre la stessa stampa borghese notava che, se gli Stati Uniti rifiutano contratti ufficiali con la delegazione cinese, non altrettanto farebbero, in via che non ha nessun bisogno di essere ufficiale, industriali e commercianti della repubblica stellata. E, poiché la Germania sta divenendo la pupilla degli occhi statunitensi nella stessa misura in cui la Francia diviene, negli stessi occhi, la classica spina, la guerra fredda tra mercanti del cosiddetto blocco occidentale rischia di divenire un conflitto di potenza in quella stessa Europa di cui i federalisti riuniti a congresso celebrano, con l’abituale tempismo, la prossima unificazione … Dove passerà, non diciamo fra quarant’anni – giacchè le nostre speranze sulla durata del regime capitalista sono, ovviamente, le opposte di quelle del presidente Eisenhower e di tutti i presidenti del mondo -, ma fra quattro, la cortina di ferro? Quali blocchi, parallelamente, ci attendono all’interno dei singoli Paesi? Dove andranno a finire le « antitesi ideologiche » che sembravano incasellare in un archivio a due sole voci il mondo borghese?
Ma è proprio su questo sfondo di competizioni commerciali, sovrapposte a fittizie contrapposizioni ideologiche e persino militari, che la crisi del capitalismo è destinata ad approfondirsi. I giornali borghesi parlano costernati di crisi dell’occidente; la crisi, in realtà, è di tutto il sistema che, in occidente e in oriente, ha per alfa ed omega la produzione e lo scambio delle merci. Il mondo capitalista aveva raggiunto una temporanea e artificiosa stabilità con la divisione in due blocchi; precipiterà verso la fatale rovina con la sua frammentazione in una miriade di imprese commerciali in affannosa concorrenza, e col tramonto delle residue illusioni in una titanica lotta fra capitalismo occidentale e « socialismo » orientale.
Che duri quarant’anni, questa agonia selvaggia, lasciamo ad Eisenhower di pronosticarlo. Ci importa ch’egli le abbia riconosciuto un termine, anche se non ha indicato – nè avrebbe potuto farlo – che cosa, quale cataclisma, le metterà fine. Per noi, il protrarsi della guerra fredda, il prolungarsi della crisi interna del regime, non può che maturare le condizioni della sua distruzione violenta e le forze rivoluzionarie destinate a consumarla.