Il patto Stalin-Hitler sarà aggiornato?
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La « recession » americana, che evoca gli spettri della crisi del 1929, terrorizza i sonni dei banchieri di Wall Street. Da un pezzo costoro premono sul governo perché si dia da fare per aprire all’industria americana i vasti mercati della Russia e della Cina. I magnati del dollaro, pur di esportare, sono disposti a vendere a credito, magari al riparo di un « Piano Marshall per l’Est ». La stampa di informazione ormai si è impadronita di tali notizie che acquistano sapore di verosimiglianza, non fosse altro che per il fatto che nessuna smentita è venuta dal governo degli Stati Uniti.
Ma se la prospettiva di giganteschi affari con i nemici-amici dell’Oriente placa l’ansia degli industriali e dei banchieri americani, i loro degni fratelli di classe della Germania ne traggono motivo di gelosia. Temono di rimanere a terra. Per rammentare al Governo di Washington che anche la Ruhr ha fame di mercati, i liberali di Bonn, cioè il forte partito dopo la democrazia cristiana della coalizione al governo, presero nelle scorse settimane l’iniziativa di proporre l’invio di una delegazione di deputati a Mosca. Dell’accaduto ne demmo notizia nello scorso numero. Ora apprendiamo dei particolari interessanti.
Il Tempo, giornale che non nasconde la sua germanofilia, pubblicava nel numero del 6 u.s., un articolo intitolato « Gli industriali tedeschi guardano ai mercati dell’Est ». Il sottotitolo era ancora più esplicito: « I « businessmen » della Ruhr sostengono che un’apertura economica ad Oriente li salverebbe certamente dalle ripercussioni di una eventuale crisi americana ».
La D. C. tedesca. il partito di Adenauer, contiene nel suo capace seno sia cattolici che evangelici. La corrente cattolica è fautrice dell’europeismo press’a poco nel senso che conosciamo ai democristiani nostrani. Gli evangelici, invece, non nascondono il loro scetticismo verso il progetto di Comunità europea e appoggiano le posizioni dei « pan-germanici ». cioè di coloro che, nella D. C. e fuori di essa, specialmente nel partito liberale, mettono avanti la riunificazione delle due Germanie e per raggiungere lo scopo, non sono alieni dal tentare un accordo con Mosca. Ma i « pan-germanici » ci tengono a sbandierare in ogni occasione la loro avversione al comunismo: lorsignori cercano l’intesa con Mosca, ma sono anticomunisti. Vecchio gioco! Prima di loro lo esperirono i nazional-socialisti di Hitler. Da quando la controrivoluzione staliniana distrusse il bolscevismo in Russia, coloro che sono o cercano di entrare nelle grazie di Mosca non hanno proprio bisogno, per noi, di dichiarare il loro anticomunismo. Anzi l’alleanza con Mosca è il modo decisivo, proprio esso, di proclamare l’anticomunismo. Chi credono di far fessi i « pangermanici »? La sete di profitto degli industriali della Ruhr spiega tutto.
Commentando una notizia della agenzia « Deutsche Informationdienst ». secondo cui ben trentatre deputati del Parlamento di Bonn sarebbero disposti a cambiare la politica estera nel senso di un avvicinamento a Mosca, l’Unità (6-6- 54) scriveva con incomparabile cinismo:
« Alla base di questo nuovo orientamento non sta soltanto la convinzione espressa dal capo del partito liberale che « il tempo ha lavorato e lavora contro l’Occidente non migliorando in alcun modo le chanches dell’intera situazione politico-militare », ma si trovano i potenti interessi di gruppi economici intenzionati ad ottenere una estensione del commercio con lo Oriente »,
L’Unità, giornale che si definisce comunista, e che quotidianamente sbraita contro i monopoli capitalisti, diventa subitamente tenera nei loro riguardi appena i « gruppi monopolisti » esprimono l’intenzione di commerciare con la Russia. Allora non esita a chiamare le cose col loro nome. I capitalisti « onesti », come li definì un giorno Palmiro Togliatti sono diventati legione da quando il Dipartimento americano del commercio ha preso a stendere piani di incremento dei traffici commerciali Est-Ovest. I nomi dei « capitalisti onesti », i capitalisti « non sfruttatori » della Germania di Bonn, fino a ieri bollati di nazismo, l’Unità non se li tiene in corpo: « Tanto per fare nomi, vi sono alle spalle del partito liberale, il Konzern Hugo Stinnes, l’Agstollberger Zink, il Konzern Otto Wolff e due grandi banche ». E scusate se sono pochi: in compenso sono le stesse organizzazioni industriali di prima grandezza che appoggiarono la guerra di Hitler,
A noi che da tempo abbiamo smascherato il falso comunismo del P.C.I. non fa senso leggere sulla Unità notizie del genere. Del resto non è la prima volta che gli industriali della Ruhr guardano fiduciosi a Mosca, se nell’agosto 1939 Hitler e Stalin firmarono un patto che diede l’avvio alla seconda guerra mondiale. Ma che effetto fanno sui nervi degli ex partigiani chiamati a suo tempo a farsi sbudellare dalle granate fabbricate proprio nei « Konzern » di Stiness, di Krupp?
Alla crociata bandita dai briganti industriali della Ruhr, «élite » del capitalismo teutonico, non poteva mancare lo zampino di Hialmar Schacht, l’ex presidente della « Reichbank ». Quanti misfatti la stampa stalinista ha dedicato a quel personaggio, raffigurato come una sorta di potenza infernale della finanza. Lui, il consigliere economico di Hitler. Ebbene anche la sua banca è interessata ai progetti di intese commerciali con la Russia e la Cina.
« Quando, un mese fa – scriveva Il Tempo sopra citato – il deputato liberale Karl George Pfleiderer manifestò ufficialmente il suo progetto di recarsi a Mosca alla testa di una delegazione di deputati del « Bundestag », uno per ciascun partito nazionale, vi fu un alto ed elegante signore del partito di Adenauer, membro del consiglio di amministrazione della banca di Hjalmar Schacht e di Leo Gottwald sulla Koenigsalee di Dusseldordf, a cogliere la palla al balzo e dichiarare che ristabilire normali relazioni con la Russia sarebbe stato nell’interesse dell’economia tedesca … L’elegante signore di cui parliamo è il principe Otto von Bismark, nipote del Cancelliere di Ferro e dal 6 settembre 1953 deputato democristiano al Bundestag »,
Siffatta razza di gente va predicando in Germania una politica di amicizia con l’U.R.S.S., il preteso « Paese del socialismo ». Non si è sentito colà neppure il pudore di cambiare i nomi: sono infatti gli stessi che brillarono di luce sinistra nel regime di Hitler. Ma gli affari sono affari. Il Cremlino preferisce perciò mettere in ombra lo Hitler del giugno 1941, data dello scoppio della guerra russo-tedesca, e rinverdire la leggenda della Hitler dell’agosto 1939, allorché i mercati agricoli della Russia si aprirono, in forza del patto di alleanza tra nazisti e stalinisti, alla vorace industria della Ruhr. A nemico che si ravvede ponti d’oro.