Partito Comunista Internazionale

Via crucis proletaria

Categorie: CGIL, Italy

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Non v’è settore dell’economia italiana dove l’approfondirsi della crisi non metta in agitazione i proletari, e dove l’azione deleteria dei partiti e delle organizzazioni sindacali del tradimento non argini o addirittura sventi l’azione di attacco dei lavoratori.

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Si è conclusa a Casale la lunga vertenza dei cementieri, Si ricorderà che il lungo tergiversare dei padroni di fronte alle richieste degli operai aveva condotto all’occupazione delle miniere. Le organizzazioni del tradimento lasciarono sbollire l’agitazione e infine intervennero con la promessa che, abbandonando le miniere, si sarebbe potuto trattare con vantaggi. I padroni chiedono 100 per avere 10, si sa: le trattative condotte dalle « vittoriose » organizzazioni si sono concluse con 25 licenziati invece di 75. Ora leggiamo che alla Milanese-Auzzi lo sciopero del 10 giugno è terminato prima del tempo avendo i sindacati sottoscritto l’accordo con cui 18 operai licenziati per avere, durante un’agitazione, lasciato spegnere il forno venivano riassunti impegnandosi a non abbandonare mai più il forno in occasione di eventuali futuri contrasti sindacali. Lo sciopero era stato indetto per protestare contro la «violazione del diritto di sciopero » da parte dei padroni: si conclude, con la firma sindacale, col riconoscimento del diritto dei padroni di esigere dai dipendenti di non abbandonare il posto di lavoro nei gangli vitali dell’azienda. Vittorie, vittorie … alla Di Vittorio.

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A Schio, il piccolo stabilimento tessile Casola licenzia 130 operai e ne sospende altri 70 in attesa di un corso di qualificazione. Gli impianti sono vecchi e non è possibile modernizzarli: tutti d’accordo, dunque, nel circondare di silenzio l’invio sul lastrico degli operai. Ma anche tutti d’accordo con l’iniziativa della minoranza comunale di « sinistra » per una sottoscrizione popolare a favore dei licenziati, aperta dall’on. Valter con 5000 lire. Silenzio ed elemosina: moderna versione della « lotta sindacale ».

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Non si è invece potuto tacere a Valdagno e Maglio di Sopra, per lo sciopero scoppiato nelle officine Marzotto per il licenziamento di 138 operai. Ma, poiché la battaglia volgeva aspra (il primo giorno gli operai – 7000 dipendenti – la fecero a legnate coi crumiri, i soliti zelanti impiegati) e lo spiegamento di polizia era imponente, i pompieri del P.C.I. hanno fatto del loro meglio per placare le acque (ad es. chiamando gli operai ad un comizio lontano dagli stabilimenti) e lasciar sbollire un’astensione che è pur durata otto giorni. Alla fine, traballando ormai la « decisione » delle organizzazioni sindacali e lo smarrimento dilagando fra gli opera,. Marzotto annuncia che è disposto a discutere al Ministero del Lavoro purché gli operai riprendano immediatamente a lavorare. E il 3-6 i sindacati hanno fatto propria la sua parola d’ordine. Vittorie, vittorie … Ma a Roma, chissà, papà Marzotto potrà forse spezzare una lancia a favore del commercio con la Cina o con lU.R.S.S.: è o non è una « compagno di strada »! 

Si ricorderà come l’occupazione delle Reggiane e la sua fine fossero salutate dai social cominformisti come una vittoria. Illustrammo, allora, come l’azione condotta dai sindacati fosse stata in realtà diretta alla sconfitta. Ora i nodi sono venuti al pettine, e i giornali ben pensanti possono gridare al trionfo perché la roccaforte delle « Reggiane » non ha risposto con un solo astenuto all’ordine di sciopero generale emanato in provincia di Reggio. Gli operai sono stati passati al setaccio, e i rimasti, stanchi e delusi, temono la ripetizione dell’invio sul lastrico. Era una vittoria, allora: come la chiameranno adesso? Che cosa diversifica gli organizzatori della C.G.I.L. (non parliamo di quegli altri, che sono dichiaratamente a fianco del potere pubblico e la cui funzione poliziesca è quindi palese ed aperta) dai liquidatori socialdemocratici dell’ondata di agitazioni e scioperi del 1919-21?