Partito Comunista Internazionale

Avanti coi “socialismi”

Indici: Medio Oriente e Nordafrica

Categorie: Iraq, Nationalization, Opportunism, USSR

Questo articolo è stato pubblicato in:

Non passa ormai settimana senza che, con la scioltezza e la agilità di un … colpo di decreto, uno stato borghese si trasformi in socialista, e senza che Mosca prontamente applichi la sua controfirma, la sua marca da bollo legittimatrice, a questi giri di mano.

L’ultimo esempio è l’Iraq, dove il primo ministro, generale Taher Yehia, ha annunciato il 15 luglio per radio: « Oggi, seguendo le promesse incluse nella nostra costituzione provvisoria, noi facciamo dell’ Iraq uno Stato socialista ». Così facile, così allegra, è diventata l’instaurazione del socialismo !

E in verità, come non lo sarebbe un « socialismo » che consiste nella nazionalizzazione contro indennità di alcune branche industriali e finanziarie, e delle sole grandi aziende in altre, dove le piccole e medie aziende sussisteranno ancora ed anzi i privati che intendono « fondarne di nuove in avvenire saranno incoraggiati a farlo », mentre i depositi personali nelle banche nazionalizzate resteranno sacri ed intangibili? E’ vero che (diranno i corifei dell’opportunismo) gli operai delle nuove imprese statali riceveranno il 25% degli utili delle stesse e saranno rappresentati da 2 delegati nei nuovi consigli di amministrazione di 7 membri; ma, come la nazionalizzazione di alcune banche industriali non ha spaventato né spaventa S. M. britannica, così la cogestione e la partecipazione agli utili non hanno impedito né impediscono a Krupp di essere la S. M. tedesca; e l’Iraq ha – a questo titolo il diritto di chiamarsi socialista tanto quanto l’Inghilterra o la Germania federale, – cioè nessun diritto.

Ma che importa, in quest’epoca di giocolieri e di saltimbanchi? Oggi, ci si stupirebbe che il più lurido dei capitalismi non si presenti come socialismo al 100%, e che intellettuali, politici, economisti, preti e generali non diamo fiato alle trombe perchè tutti (vogliamo dire tutti i proletari) ci credano.

D’altra parte, che cos’è – sul piano politico – un « socialismo » non instaurato da un partito marxista delle grandi metropoli industriali, ma « decretato » da agricole, dotato di un programma e di una visione generale della storia e collegato ai partiti (che oggi non esistono) proletari e marxisti delle grandi metropoli industriali, ma « decretano » da un pugno di generali di origine, stampo e ideologia borghese? E’ vero che tempo fa Rinascita si era dilettata di chiedersi se il ruolo decisivo degli eserciti e relativi marescialli e colonnelli « rivoluzionari » nei moti d’indipendenza nazionale delle colonie non debba suggerire una … revisione del marxismo al fine di giustificare il ruolo di « classe autonoma » degli apparati militari e la loro pretesa di servire non il capitalismo ma il … socialismo (quello egiziano o quello birmano non sono figli di graduati?): ma Rinascita non ha aspettato queste vicende per rivedere Marx e la sua « problematica » è quella dei lacchè dell’ordine costituito e del filisteismo piccolo-borghese, per il quale soltanto fa testo. Il trucco è semplice: i nuovi Stati hanno bisogno di un’accumulazione e industrializzazione accelerate; queste sono possibili solo mediante l’intervento centrale e accentratore del potere politico; nei giovani paesi ex-coloniali, questo intervento – squisitamente capitalistico – può essere opera soltanto della macchina per eccellenza centralizzata e centralizzatrice, l’esercito, e della sua organizzata e gerarchica violenza; l’etichetta socialista serve, come già a Hitler, per mobilitare l’entusiasmo delle masse, e Rinascita o arnesi simili per gettar fumo negli occhi ai gonzi. Socialismo? No, controrivoluzione preventiva!