La rivolta delle periferie francesi suona a morto per la pace sociale
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È di questi giorni, in cui ci apprestiamo a chiudere questo numero del nostro giornale, la rivolta nelle periferie francesi. Non è la prima esplosione di malcontento, ma la più rabbiosa e diffusa delle banlieue francesi, estesa a centinaia di città grandi e piccole, e ha persino varcato i confini nazionali, contagiando Svizzera e Belgio.
Una rivolta certo senza organizzazione, senza progetto politico e senza obiettivi sociali immediati, come le precedenti, con gli assalti ai centri commerciali, ai bancomat, ai commissariati, compiuti per lo più da giovani e giovanissimi.
Questi caratteri di spontaneità e l’assenza di rivendicazioni prestano il fianco alle falsificazioni della stampa borghese la quale deve nascondere che il suo re è nudo e rendere presentabile e degna di essere difesa una società in decadenza, in disfacimento, in putrefazione.
La colpa dei disordini, secondo taluni, sarebbe degli immigrati di fede islamica, i cui figli, ormai cittadini francesi, non riescono e non vogliono integrarsi. Oppure dei genitori, del venir meno dell’autorità familiare. Due spiegazioni inconsistenti e fra loro incompatibili.
Sarà, almeno per adesso, senza programma politico né sociale questa rivolta, ma la sua intensità ed estensione ne fa espressione di un malessere profondo, non liquidabile con le miserevoli e impotenti spiegazioni giustificatorie dei partiti e della stampa borghesi. Un malessere espresso da migliaia di giovani disoccupati.
È una rivolta della gioventù proletaria in un’epoca in cui 100 anni di controrivoluzione – staliniana, fascista e democratica – hanno privato il proletariato mondiale del suo partito e dei suoi sindacati di classe. Forse solo adesso il proletariato ha ripreso la marcia della lotta, che lo porterà a riappropriarsi di queste sue fondamentali armi di guerra, con cui abbatterà la marcia società capitalistica. Probabilmente la Francia è uno dei teatri di questo nuovo inizio.
In queste condizioni storiche, non poteva essere altrimenti. Non è da stupirsi che tali rivolte non si leghino a partiti, sindacati e altri organismi della lotta sociale. Ma questo avverrà, nella misura in cui la classe operaia, in Francia e in tutti i paesi, saprà dotarsi di autentici sindacati, cacciando dalla guida delle attuali organizzazioni gli agenti della borghesia, e sconfiggendo tutte le forme dell’opportunismo politico-sindacale. Un processo il cui successo va di pari passo col rafforzarsi del partito comunista internazionale.
I proletari delle banlieue non vengono “integrati” nella società borghese francese perché è l’intero proletariato a esserlo sempre meno, venendo giorno dopo giorno ricacciato nella sua reale condizione di classe oppressa e sfruttata, per la quale le parole “cittadinanza”, “diritti”, “democrazia” sono solo orpelli odiosi e ingannevoli.
Non lamentiamo, quindi, la mancata integrazione nella società borghese dei proletari delle banlieue e di tutte le periferie dei mostri urbani capitalistici, ma occorre lavorare alla loro integrazione nella lotta anti-capitalista per la difesa dei bisogni immediati di tutta la classe operaia.
In Francia il movimento contro la riforma delle pensioni, e in precedenza gli scioperi per gli aumenti salariali, hanno segnato un importante passo in avanti nel rafforzare il sindacalismo di classe. Ma il peso del sindacalismo di regime è ancora grande e l’influenza dell’opportunismo nelle correnti sindacali conflittuali lo è altrettanto. Questo frena l’integrazione nella lotta proletaria di tutte le sue forze, comprese quelle preziosissime dei giovani disoccupati.
Di fronte alla rivolta, la nuova dirigenza confederale della Cgt non ha saputo far di meglio che pubblicare il 29 giugno il comunicato della sua federazione che inquadra i poliziotti: “Dramma a Nanterre: i poteri pubblici devono reagire!”.
La dirigenza della Cgt non si appella ai lavoratori per mobilitarsi contro la violenza poliziesca, ampiamente manifestatasi anche nel movimento di lotta contro la riforma delle pensioni, ma ai “pubblici poteri”, i quali non sono altro che gli ingranaggi di quel regime che brandisce tale violenza! Si appellano ai carnefici. D’altronde organizzano i violentatori nello stesso sindacato dei violentati.
“Unitè Cgt”, l’area nella quale confluisce la maggior parte delle correnti conflittuali di questo sindacato di regime, che all’ultimo congresso del marzo scorso ha guadagnato circa il 36% dei consensi, ha pubblicato un comunicato in cui chiede, nel caso in cui il governo avesse decretato lo Stato d’emergenza, che sia indetto uno sciopero nazionale generale per imporre le dimissioni del governo, lo scioglimento del parlamento, la riforma delle istituzioni e della polizia.
È un falso appello alla mobilitazione dei lavoratori: di fatto lo stato d’emergenza c’è già, con 45 mila agenti mobilitati ogni notte, migliaia di arresti e i tribunali a processare per direttissima e condannare ogni giorno centinaia di giovani. L’obiettivo di riformare le istituzioni, la polizia, cioè lo Stato borghese, rende esplicito il velleitarismo riformista di tali correnti conflittuali.
I giovani proletari e tutta la classe operaia hanno bisogno di un partito che dica chiaramente loro che è questo il vero volto del regime borghese, che la democrazia è solo un velo a nascondere la dittatura della classe capitalista sulla classe lavoratrice. L’obiettivo che si imporrà nei fatti non è la riforma, ma la distruzione dello Stato borghese, attraverso la conquista rivoluzionaria del potere e l’instaurazione della dittatura del proletariato. Solo il potere politico della classe operaia potrà schiacciare la resistenza degli spodestati capitalisti e attuare le riforme rivoluzionarie del programma comunista.