Partito Comunista Internazionale

Mosse di guerra nei Balcani

Categorie: Kosovo, Serbia

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La geopolitica dei Balcani, regione in gravissima crisi economica e sociale, è stata drasticamente influenzata dall’ultima fase della attuale “guerra fredda” tra Russia e Occidente, con il protrarsi della guerra in Ucraina che vi sta spargendo i suoi fetidi effluvi.

Nelle ultime settimane si sono avuti importanti sviluppi e sorprendenti in Kosovo, degenerati in una grave crisi.

Nei confronti della Russia la Serbia apparentemente rimane neutrale e si oppone all’adesione alle sanzioni economiche, il che consente al capitale finanziario russo di usare la Serbia come principale ponte con l’Europa per aggirare le sanzioni. Nonostante le costanti pressione dell’Occidente, il governo serbo, guidato dal Partito Progressista, continua a rifiutarsi di introdurre sanzioni, anche per i legami di una parte della cricca al potere con il capitale russo, soprattutto Gazprom.

Nel marzo scorso l’Unione Europea è tornata ad esercitare pressioni sulla Serbia affinché si allinei alla sua politica estera, sotto la minaccia di congelare il processo di adesione. L’alternativa intimata era, o imporre le sanzioni alla Russia o accettare la proposta franco-tedesca di accordo per il Kosovo, che comporta il suo effettivo riconoscimento. La Serbia accettò questa seconda.

Ma l’attuazione dell’accordo è stata bloccata dalla Associazione dei Comuni Serbi, composta dalle quattro municipalità del Nord del Kosovo a maggioranza serba, che rivendicano quella autonomia esecutiva e finanziaria che era stata loro concessa dall’Accordo di Bruxelles del 2013.

L’attuale Kosovo è governato dal partito Vetevendosje! (“Autodeterminazione!”), un partito nazionalista ad oltranza proveniente da una formazione di sinistra post-maoista. Persegue una politica più nazionalista e anti-occidentale rispetto agli altri partiti albanesi del Kosovo rivendicando l’unione con l’Albania.

Il primo ministro del Kosovo, Kurti, che si oppone all’attività dell’Associazione dei Comuni Serbi e a qualsiasi impedimento alla piena unità dello Stato, considera l’accordo del 2013 nullo e privo di effetti, il che ha impedito la normalizzazione dei rapporti fra le comunità. Ha inoltre portato a un inasprimento delle relazioni tra il Kosovo da un lato, e l’UE e gli Stati Uniti dall’altro.

Il 23 aprile in Kosovo si sono tenute le elezioni locali nei quattro comuni a popolazione serba. I serbi locali, che sono il 97% della popolazione, hanno deciso di boicottare le elezioni fino a quando non fosse iniziato il processo di implementazione dell’Associazione dei Comuni Serbi.

Le elezioni si sono tenute comunque, con il 2-3% degli albanesi locali che hanno eletto a sindaci dei nazionalisti albanesi. I serbi, in risposta, hanno barricato i Municipi, impedendo ai nuovi sindaci dall’assumere le loro funzioni. Per un mese la situazione è rimasta in stallo.

Nel frattempo, il 3 maggio, a Belgrado si è verificata una sparatoria in una scuola, che ha immediatamente scatenato un’altra sparatoria e diversi altri incidenti violenti, con un totale di 20 morti nell’arco di un solo giorno. L’indignazione e il dolore si sono presto trasformati in proteste di massa “contro la violenza”, chiedendo che i media ne dessero meno risonanza. L’ondata di protesta è stata immediatamente sfruttata dall’opposizione, che ha dato alle manifestazioni un carattere antigovernativo mobilitando tra le 50.000 e le 60.000 persone.

Il presidente Vučić ha risposto cercando di organizzare proteste ancora più grandi, fornendo trasporti gratuiti da tutta la Serbia, oltre che dalle province del nord del Kosovo abitate da serbi.

Il 26 maggio si è quindi tenuta una grande contromanifestazione filogovernativa a Belgrado, che ha portato molti sostenitori di Vučić dal Kosovo, lasciando sguarnite le barricate dinanzi ai Municipi. Questo ha dato alle forze speciali di polizia kosovare l’opportunità di prenderle d’assalto e reprimere la protesta con l’uso di una violenza estrema, nonostante gli appelli dell’Occidente a ridurre le tensioni senza l’uso della forza.

Non sorprende che ciò abbia portato a una catastrofe, con cinque giorni ininterrotti di corpo a corpo tra i tre fronti: la polizia speciale albanese del Kosovo, le forze “di pace” internazionali della KFOR e i civili serbi armati dall’altra. I serbi coinvolti nel conflitto sono per lo più locali, ma è quasi certo il coinvolgimento di un gruppo di provocatori organizzati. Non è certo che siano stati mandati dal governo serbo, ma i cappelli che indossavano sono quelli di un’organizzazione criminale i cui referenti nel Partito Progressista sono recentemente passati all’opposizione. È molto probabile quindi che siano stati mandati da quella parte dell’opposizione sostenuta dall’Occidente.

In risposta alle violenze il Quintetto, formato da Usa, Gran Bretagna, Germania, Francia e Italia ma guidato dagli Stati Uniti, ha inizialmente emesso una condanna congiunta delle “violenze da parte delle autorità di Priština” (un significativo precedente retorico), redatta dal Dipartimento di Stato americano. Questa è stata presto seguito da sanzioni simboliche imposte dagli USA al Kosovo: la cancellazione della prevista esercitazione militare “Defender 23” e l’espulsione del Kosovo dall’iniziativa, il boicottaggio diplomatico di qualsiasi tipo di contatto ufficiale tra i rappresentanti degli Stati Uniti e del Kosovo e la richiesta di bloccare immediatamente l’adesione del Kosovo alle istituzioni internazionali e qualsiasi nuovo riconoscimento internazionale.

Pare evidente che gli Stati Uniti abbiano deciso di tradire i loro alleati in Kosovo in cambio di una maggiore forza di contrattazione con la Serbia sulla questione delle sanzioni alla Russia. È probabile che questo risultato si raggiunga attraverso un cambio di regime in Serbia.

L’opposizione, eterogenea, estremamente ampia ma per lo più liberale, si è mostrata molto più aperta alla possibilità di sanzioni, ma ha anche adottato in larga misura una retorica nazionalista nei confronti del partito al governo, in particolare in relazione alla sua politica nei confronti del Kosovo, descritta come eccessivamente rinunciataria. Inoltre la scorsa settimana molti aderenti al Partito Progressista l’hanno abbandonato per passare alle file dell’opposizione: una cosca che era stata screditata per la vicenda della fabbrica di armi di Krušik, per i legami con la criminalità organizzata e gli scandali di corruzione di alto profilo, silenziosamente estromessa da ogni posizione di potere significativa. Anche per i suoi interessi privati questo clan era la fazione più filo-occidentale del governo. L’opposizione naturalmente ha deciso di accoglierla a braccia aperte.

È dunque probabile che nelle prossime settimane gli Stati Uniti favoriscano l’opposizione unita nel mettere in crisi il governo attuale, rovesciarlo e assumere il potere. Gli Stati Uniti gli darebbero carta bianca per “proteggere la minoranza serba” da un possibile ripetersi di un evento come il pogrom etnico del marzo 2004, e probabilmente si arriverebbe anche a una modifica degli attuali confini. Questo procurerebbe un buon appoggio al nuovo governo, che in cambio dovrebbe aderire alle sanzioni contro la Russia.

Naturalmente l’attuale governo, e anche Mosca, sono consci di questo pericolo. La situazione è molto critica e, per la prima volta in 15 anni, dopo il continuo “gridare al lupo” da parte dei media internazionali, adesso c’è il rischio concreto di una escalation e persino di un possibile conflitto armato, anche se questa volta i media internazionali sono sorprendentemente silenziosi.

In questo sporco gioco tra opposti imperialismi il proletariato di Serbia e del Kosovo è schiacciato e senza voce. Le sue condizioni peggiorano mentre i partiti borghesi danno la colpa di tutti i mali al “nemico alle porte” per nascondere invece che è in casa. Il nemico sono i padroni, i loro partiti, i loro giornali e televisioni, che si servono di tutti i mezzi, compresa la criminalità organizzata per aumentare i loro profitti e non si fermano neppure dinanzi alla prospettiva di scatenare una guerra generale pur di mantenere il loro potere.