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Le contorsioni dell’imperialismo giapponese fra stagnazione ed esportazioni di capitali

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I cosiddetti analisti sembrano non riuscire a valutare le implicazioni dei cambiamenti avvenuti nella politica della Bank of Japan (BoJ) a ridosso dell’avvicendamento al vertice, avvenuto nell’aprile scorso, con cui Ueda Kazuo è subentrato al presidente uscente Kuroda Haruhiko, al termine del suo secondo mandato.

L’insieme dei mercati finanziari, il capitalismo d’impresa, le istituzioni internazionali incaricate di elaborare regolamenti finanziari e commerciali e il sistema creditizio mondiale devono ora tener conto dell’imprevisto ritorno di 3.400 miliardi di dollari di liquidità, che ha origine dall’economia giapponese. Questo rientro di capitali avvenuto sotto la guida di Kuroda dal 2016 in poi, è il risultato della combinazione di un cambio di passo sull’inflazione e sui tassi di interesse, che vede il Giappone sul punto di decidere di abbandonare la sua precedente politica molto accomodante dal punto di vista creditizio.

Un sommovimento di così grandi proporzioni avrebbe come prima vittima il mercato globale delle obbligazioni, che peraltro risente ancora delle pesanti conseguenze dell’essere stato al centro della strategia per la riduzione dell’inflazione intrapresa dalla FED statunitense.
Per espandere i propri profitti infatti gli investitori giapponesi si sono focalizzati per un lungo periodo sulle opportunità nei paesi stranieri. I capitalisti locali sono famosi per essere avidi acquirenti di proprietà in giro per il mondo: le loro acquisizioni spaziano dalle proprietà immobiliari alle quote di debiti sovrani di molti paesi, fra cui il Brasile.

Questo stile di investimento su larga scala risale all’epoca di Nakasone, premier dal 1982 al 1987, quando la borghesia giapponese aveva abbracciato l’idea di controllare tutto il mondo aziendale e bancario investendo i propri capitali ovunque.

Una volta portata all’estremo, la mentalità di espandere l’influenza giapponese solo attraverso l’ampliamento della diffusione del capitale si è evoluta in una profezia autoavverante, ossia che le persone fisiche e le entità proprietarie dei principali beni del Paese avrebbero raggiunto una potenza sufficiente a garantire al Giappone un elevato grado di controllo sull’intera economia capitalistica globale.

Questi sogni sfrenati sono stati abbandonati alla fine degli anni ‘80, dopo che una crisi ha colpito il Paese, ponendo così fine all’avanzata del capitale giapponese e dando inizio a un’altra era di crescita piatta, di bassi aumenti salariali e di contenimento della spesa pubblica.
La politica di Kuroda, che era stata attuata in stretto coordinamento con l’Abenomics, sta lasciando il posto a una politica più restrittiva, o di “buyback”, come avevamo già accennato in alcuni rapporti precedenti. Questa mossa è stata apertamente stigmatizzata da altri attori dell’economia capitalistica, come il fondo BlackRock, preoccupati dall’incapacità del mercato di assorbire le forti “fluttuazioni” sui prezzi e dalla “troppa forza” con cui essa si rovescerebbe sui mercati.

La maggior parte degli indicatori segnala un rischio di impatto significativo per l’industria tecnologica giapponese, sulla scia di un’escalation globale della faida imperialista tra Stati Uniti, Nato, Russia e Cina, con i rispettivi alleati. La contrazione del PIL, ritenuta probabile sia per il primo trimestre dell’anno sia per il secondo, è un’importante indicazione di questo risultato, tanto che ufficiosamente diverse fonti li collegano tra loro in un rapporto causale.

La tendenza dell’inflazione è la stessa osservata ovunque, così come la sua lenta diminuzione: questo è il risultato dell’impossibilità per i banchieri centrali di riportarla sotto controllo in tempi ragionevoli. I prezzi al consumo “core” (“primaria”, esclusi energia e alimentari) sono infatti aumentati del 3,2% a marzo rispetto a un anno prima, rallentando rispetto ai massimi nell’arco di 42 anni, del 4,3% di gennaio e del 3,3% di febbraio, come effetto dei sussidi governativi per ridurre la spesa per l’energia dei privati. Questo dato è ampiamente superiore all’obiettivo della BoJ, a confermare ulteriormente che la discesa dei prezzi non sarà così rapida.

Le vendite al dettaglio in Giappone si sono mantenute al +6,6% annuo, battendo la precedente previsione del +5,8%, trainate dal settore automobilistico e da quello domestico, in particolare dai grandi magazzini. Anche la produzione industriale relativa alla produzione nazionale è aumentata del 4,5% a febbraio rispetto a gennaio, superando le previsioni di un aumento del 2,7%. Se mai questi dati fossero reali, e non pregiudicati dal moderno trucco dell’economia borghese di diminuire le aspettative sugli indicatori economici, in modo che siano più facilmente e frequentemente superati dalla realtà, vari indicatori sembrerebbero convergere e indicare che la fine dell’attuale slancio è già in vista.

Con i divieti di esportazione recentemente annunciati, che affliggono la produzione di macchine per la fabbricazione di circuiti integrati, la seconda metà dell’anno concretizzerà quanto si presenta già oggi sotto forma di previsioni di mercato. Le debolezze del settore dell’informatica hanno portato a una diminuzione della domanda di servizi, toccando il fondo proprio nel momento in cui i capitalisti giapponesi si aspettavano il “grande rimbalzo” post-pandemia. Tutto nel capitalismo giapponese sembra reggere solo grazie al calo dei prezzi dell’energia, che sta pompando nuovo ossigeno nella spesa per i consumi, altrimenti non guidata dalla crescita netta e nemmeno da ulteriori fattori strutturali.

Per aumentare i consumi occorrerebbe aumentare i salari, ma i “colloqui di primavera” su questo tema sono stati a lungo rimandati. Questo si deve al fatto che la BoJ non decelererà presto il ritmo del rialzo dei tassi, e quindi cerca ancora di vantare il rimbalzo della produzione industriale per presentare il Paese come “stabile”. Nel contesto di un mercato del lavoro peggiorato, è il modo in cui Kishida sta cercando di far credere temporanea e recuperabile la difficile situazione dei lavoratori. I dati di marzo mostrano un aumento del tasso di disoccupazione (2,6% a febbraio rispetto al 2,4% di gennaio); negli stessi mesi il rapporto tra posti di lavoro e domande di assunzione è sceso da 1,35 a 1,34.

La debolezza del settore manifatturiero e la solidità di quello dei servizi hanno guidato questa tendenza. Questi stessi settori sono in gran parte responsabili dell’impennata della produzione fino a gennaio, il che induce a considerare il loro miglioramento come momentaneo.
La politica di aumento dei salari, al centro della strategia sostenuta dalla Confederazione Sindacale Giapponese, è stata affrontata dalle imprese e dall’industria aziendale con un aumento dei salari in stile “ordine sparso”, pari a +1,4% in aprile (mese di inizio dell’anno fiscale giapponese), ma limitato a un mese. Però i dati di aprile hanno mostrato anche una diminuzione dello 0,3% delle retribuzioni degli straordinari, per la prima volta in due anni.

L’effetto dello “shunto”, le trattative salariali primaverili, non è andato oltre, ed è stato condizionato da Kishida, che ha affermato di sostenere un aumento della crescita dei salari nominali solo a condizione che l’inflazione a lungo termine si mantenga intorno al 2% I dati ufficiali del governo continuano a negare che tale condizione sia stata raggiunta. La serie storica dei salari reali, corretti dall’inflazione, mostra il tredicesimo calo consecutivo su base annua (-3,0%), sotto l’attacco del forte rialzo dei prezzi al consumo che continua a erodere la crescita dei salari nominali.

La spesa delle famiglie, scesa del 4,4% ad aprile, segna a sua volta il calo più elevato da febbraio 2021, configurando una situazione in cui i consumi non riescono a trainare l’economia in modo significativo; anzi, il Paese sta risentendo del rallentamento dell’economia globale, a causa del suo posizionamento, di grande paese esportatore, nel quadro più ampio del capitalismo internazionale.

La spesa per i servizi è diminuita del 1,9%, mentre un calo molto più marcato si è avuto nella domanda di beni, diminuita del 3,4%. I prodotti fisici guidano la flessione della domanda, lasciando spazio a una situazione simile a quella italiana, in cui il mercato interno è troppo debole per compensare la perdita di proiezione sui mercati esterni. L’attuale contesto, simile alla guerra fredda, non offre le stesse opportunità, mostrando la vulnerabilità delle imprese di diversi settori industriali, che potrebbero soffrire un ulteriore shock finanziario atteso da tempo e che potrebbe materializzarsi nel caso in cui il piano di riacquisto del debito messo in atto dalla BoJ andasse a monte.

La politica estera vede il Giappone sempre più impegnato nella faida imperialista tra le potenze borghesi e schierato con gli Stati Uniti e la NATO contro la Russia, mentre si intensificano le offerte di aiuto all’esercito ucraino (a maggio è stato consegnato a Kiev un certo numero di veicoli militari). Ma l’imperialismo giapponese è nelle condizioni per vedere una ripresa su larga scala, per cui si attesta su una tattica di basso profilo che consiste nello schierarsi ogni volta che è conveniente: probabilmente la tempestiva offerta di aiuti umanitari alle vittime dell’inondazione di Kherson è un caso esemplare di questa strategia.

Tuttavia i già citati ostacoli all’espansione dell’economia giapponese obbligano lo Stato a compromettere il proprio controllo sugli asset vitali del Paese, come la grande industria, trasferendo Toshiba al controllo privato con un accordo da 14 miliardi di dollari con il gruppo Japan Industrial Partners (JIP). I commenti ufficiali indicano che la mossa è dovuta agli alti tassi di interesse e alla minore disponibilità di condizioni favorevoli per i prestiti.

Anche la sicurezza energetica continua a essere un elemento di debolezza, visto che le recenti decisioni del governo sulle nuove sanzioni alla Russia hanno continuato a escludere lo sfruttamento del giacimento di petrolio e di gas su cui si era sviluppato il progetto Sakhalin-2, che all’epoca era stato oggetto di enormi investimenti sia da parte russa sia dell’industria giapponese gestita dallo Stato.

Questi segnali di una possibile crescente insicurezza nei confronti dei combustibili fossili stanno spingendo la borghesia giapponese a cercare di ottenere progressi significativi nell’alternativa dell’alimentazione a idrogeno. L’obiettivo, recentemente fissato dal gabinetto Kishida nella prima settimana di giugno, è quello di portare la produzione di idrogeno a 12 milioni di tonnellate entro il 2040, un livello sei volte superiore a quello attuale. Il piano è sostenuto da un finanziamento di 107 miliardi di dollari in 15 anni, indirizzato a creare catene di approvvigionamento basate sull’idrogeno per il settore pubblico e per quello privato: realisticamente, il governo considera questa operazione solo come una delle opzioni, tra cui il “carbone pulito” e l’energia proveniente da centrali nucleari, per far fronte ai complessi problemi relativi alla decarbonizzazione.

L’impatto di queste particolari politiche sul territorio giapponese sarà significativo. Le ragioni alla base degli spettacolari proclami del gabinetto Kishida di volere trasformare il Giappone in una “società dell’idrogeno”, in cui la domanda e l’offerta di energia devono essere incentrate sull’idrogeno, sono la carenza di GNL, che si prevede persisterà almeno fino al 2025, e la concorrenza dei Paesi europei per ottenere questa fonte energetica che ne aggraveranno ulteriormente la scarsità.

Così, la commercializzazione dell’idrogeno puro e dell’ammoniaca è vista dalla grande industria, che ha le chiavi per dirigere la maggior parte, se non tutte, le azioni del governo, come la sua ultima risorsa per non perdere ulteriori posizioni nella classifica delle potenze globali.
Dietro la pomposa affermazione di Matsuno Hirokazu, che assicura che il Giappone ha tutto ciò di cui ha bisogno per raggiungere il triplice obiettivo della decarbonizzazione, della stabilità dell’approvvigionamento energetico e della crescita economica, il Paese dovrà affrontare le conseguenze dell’incidente alla centrale di Fukushima per molti anni a venire.

Questa strategia è stata combinata con la previsione di un avanzamento nella produzione di microchip, di cui la TSMC di Taiwan è destinata a fornire le conoscenze al mondo aziendale giapponese, al fine di recuperare le posizioni di vertice nel mercato globale che aveva un tempo. Più realisticamente, il Giappone deve competere con i piani degli Stati Uniti per il trasferimento di impianti di produzione di chip nel proprio territorio, che a loro volta portano a una competizione congiunta e alla corsa contro il tempo per la sottrazione di materie prime e semilavorati.

Al di là delle forti somiglianze con l’Italia, in particolare con il percorso intrapreso dalla borghesia italiana per continuare ad abbracciare la sua politica pluridecennale di bassi salari, questo tipo di sviluppo dell’economia indica chiaramente che in Giappone la ripresa post-Covid19 è già ampiamente terminata. La fase attuale dimostra l’incedere furioso a livello mondiale della crisi economica e finanziaria, che la borghesia giapponese è parzialmente e sempre più incapace di affrontare, e che così la costringe a ripiegare su una strategia di diluizione della guerra tra le classi.