L’opposizione di facciata della Fiom spalleggia il corporativismo della Cgil Pt.4
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La V Conferenza di Organizzazione della Cgil
Il XVII Congresso della Cgil, terminato a maggio 2014, aveva stabilito che entro il 2015 si sarebbe dovuta svolgere una Conferenza d’organizzazione del sindacato. Dopo il lavoro preparatorio di cinque commissioni, il Direttivo nazionale del 14 maggio 2015, svoltosi a Bologna, votò il regolamento e il documento per la Conferenza, che fu così formalmente avviata.
Questa si è svolta prima a livello territoriale, nel mese di giugno, con le riunioni delle Camere del Lavoro, per concludersi nell’assise generale del 17 e 18 settembre 2015 a Roma. È stata la V Conferenza organizzativa della Cgil “tricolore”, quella, non più “rossa”, ricostituita al termine della seconda guerra mondiale. Le precedenti quattro furono nel 1954, nel 1984, nel 1993 e nel 2008.
A Roma si sono riuniti 921 delegati. Delle correnti di sinistra, minoritarie, circa 150 erano dell’area “Democrazia e Lavoro”, 24 de “Il sindacato è un’altra cosa”. I primi – coi loro principali rappresentanti Nicolosi e Rinaldini – hanno votato contro il documento finale; e così pure Landini; i secondi si sono astenuti. Il documento finale è stato approvato con 587 voti favorevoli, 151 contrari, 8 astenuti, rispecchiando le proporzioni fra le varie aree dell’ultimo congresso.
La Conferenza – era legittimata a farlo anche se non era mai accaduto prima – ha introdotto alcune modifiche allo Statuto della Cgil.
1) Sono state ridotte le dimensioni dei Direttivi di categoria, locali e nazionali: per esempio il Comitato centrale Fiom, secondo quanto allora affermato da Landini, dovrebbe passare da 181 a 100 membri, cosa che però ad oggi, un anno dopo, non è ancora avvenuta; sia il segretario generale Fiom sia l’area “Democrazia e Lavoro” sia de “Il sindacato è un’altra cosa” hanno denunciato questa riduzione numerica dei Direttivi di categoria come volta a chiudere il sindacato a una maggiore partecipazione dei delegati sindacali di azienda.
2) La maggioranza ha sostenuto infondata questa critica in ragione di un’altra modifica statutaria che ha istituito un nuovo organismo interno denominato “Assemblea Generale” (riunitosi per la prima volta il 7 e l’8 settembre di quest’anno) presente a tutti i livelli territoriali, confederali e di categoria, con un numero di componenti non superiore al doppio del Comitato direttivo di riferimento, che ne fa parte, ed eletta dal Congresso garantendo ai diversi documenti congressuali le stesse percentuali dei direttivi. Secondo la Segreteria confederale questo nuovo organismo aprirebbe la Cgil ad una maggiore partecipazione della base del sindacato. Le aree di minoranza di sinistra invece hanno sostenuto – ci pare a ragione – che si tratti di un doppione dei Comitati direttivi di categoria privo però delle loro funzioni se non quella unica, concreta, di votare Segretario generale e Segreteria, di categoria e confederale.
La istituzione di questo nuovo organismo sarebbe quindi, da un lato una manovra propagandistica per mostrare un cambiamento nella vita interna della Cgil che in realtà non c’è, dall’altro per bloccare la proposta dell’area “landiniana” – avanzata fin dal settembre 2013 – di elezione del Segretario generale attraverso la votazione diretta degli iscritti, richiamandosi alle cosiddette “primarie”. Questa proposta è stata vista da molti come un espediente del Segretario generale della Fiom per arrivare al vertice della Cgil, succedendo alla Camusso, sfruttando la popolarità acquisita grazie all’ampio spazio concessogli dai media borghesi, lì accreditato quale “sindacalista duro”.
L’area landiniana e quella di “Democrazia e Lavoro” criticano la demagogia della politica renziana tesa a liquidare la concertazione – il che è falso – svilendo il ruolo di quelli che l’ideologia borghese chiama i corpi intermedi della società, fra i quali i sindacati. Ma una analoga demagogia è da costoro proposta all’interno del sindacato, proponendo l’elezione diretta del Segretario generale, esautorando di questa funzione il Congresso e quindi gli organismi intermedi dell’organizzazione, sostituendo quello che dovrebbe essere il dibattito al loro interno, in cui andrebbero coinvolti gli iscritti, con l’influenza che su di essi operano gli organi di propaganda della classe dominante.
3) Infine, aspetto non secondario, nel documento licenziato dalla Conferenza, sotto il capitolo intitolato “Sostenibilità”, sono stati definiti criteri volti al risparmio, accorpando ruoli e funzioni, per far fronte, si presume, a difficoltà finanziarie.
“Democrazia e Lavoro” ha denunciato la Conferenza come “inutile e dannosa”. Rinaldini ha affermato che essa ha determinato il carattere del futuro congresso, che non potrà che svolgersi su mozioni contrapposte, diventando perciò «decisiva la definizione delle regole congressuali che dovranno voltare pagina rispetto alle modalità di svolgimento dei congressi passati (…) È finita la storia di Congressi dove dall’inizio si conoscono i risultati finali e dove la democrazia è un optional in mano ai gruppi dirigenti». Un’affermazione molto grave. Se non fosse che di questa “storia di congressi dove la democrazia è un optional” i dirigenti di “Democrazia e Lavoro” sono pienamente corresponsabili. Infatti questa denuncia – come vedremo – tanto è stata tardiva quanto sarebbe stata facile ad essere revocata e dimenticata.
Rinaldini ha concluso ammonendo: «Non saprei dire se tale irresponsabilità abbia messo in conto la possibilità di avere norme congressuali votate a maggioranza, che determinerebbe il deflagrare della Cgil stessa». Toni insolitamente minacciosi e agguerriti, per un’area che ha sempre oscillato fra una timida opposizione alla maggioranza e l’adesione alla sua linea e che, dopo il XVI congresso del 2010, ha marcato sempre più a fondo la sua distanza dall’area “Rete 28 Aprile/Il sindacato è un’altra cosa”.
Infatti, un anno dopo, nel numero 15 del 13 settembre 2016 di “Progetto Lavoro”, il periodico di “Democrazia e Lavoro”, nell’articolo di prima pagina a firma di Nicola Nicolosi, a commento della prima convocazione, il 7-8 settembre scorsi, dell’Assemblea Generale, quell’organismo creato nella “inutile e dannosa” V Conferenza organizzativa di un anno prima, leggiamo: «I giorni 7-8 settembre si è svolta la prima Assemblea Generale CGIL, nuovo organismo deciso dall’ultima Conferenza di Organizzazione (…) Non vorrei apparire retorico, ma i temi in questione hanno agitato gli animi e aperta una nuova fase di confronto dopo la frattura politica determinatasi con lo scorso congresso nazionale di Rimini [il XVII nel 2014; ndr]. Le scelte politiche dell’ultimo anno della CGIL [la raccolta delle firme per i referendum e per il nuovo Statuto dei lavoratori e l’indicazione di votare “no” al prossimo referendum sulle modifiche alla Costituzione; ndr] (…) hanno nei fatti archiviato il Congresso del 2014 compreso il suo corollario di polemiche! (…) Ancora, tra le decisioni dell’Assemblea Generale quella del superamento delle fratture del 2014 e l’avvio di una fase a più tappe per arrivare al governo unitario della CGIL dove rinnovamento si coniuga con pluralismo e esperienza (…) La CGIL recupera il suo ruolo di protagonista nella vita politica e sociale del Paese».
È significativo come questo riavvicinamento sia avvenuto nel corso di un anno durante il quale, come vedremo, si è consumata una piccola ma importante crisi all’interno della Fiom, che ha portato alla fuoriuscita dal sindacato di un gruppo di iscritti guidato da alcuni delegati RSA delle fabbriche FIAT di Melfi e Termoli nonché dal portavoce nazionale de “Il sindacato è un’altra cosa”, Sergio Bellavita, confluiti – in gran parte – nell’Unione Sindacale di Base.
“Il sindacato è un’altra cosa” dopo il Jobs Act
Facendo un passo indietro di sette mesi rispetto alla V Conferenza organizzativa della Cgil, tornando al periodo immediatamente successivo all’approvazione del Jobs Act – preso in esame nel numero scorso – il 25 febbraio 2015, a Roma, si svolse l’assemblea nazionale dell’area congressuale di minoranza “Il sindacato è un’altra cosa”.
Questa cadeva una settimana dopo il Direttivo nazionale Cgil del 18 febbraio, quello che definì l’indirizzo d’azione dopo l’approvazione del Jobs Act, e tre giorni prima dell’Assemblea nazionale dei delegati Fiom. Inoltre, in quei giorni, si andava consolidando lo scontro fra la Fiom, con le sue strutture territoriali e quella nazionale, che voleva porre fine agli scioperi contro gli straordinari comandati il sabato e la domenica, e parte dei suoi delegati nelle fabbriche FIAT di Melfi e Termoli, intenzionati a proseguirli, di cui abbiamo scritto nel numero 378 nel capitoletto intitolato “Pompieri a Melfi”.
Il documento conclusivo di questa assemblea de “Il sindacato è un’altra cosa” affermò che lo sciopero generale del 12 dicembre 2014 contro il Jobs Act – svoltosi a legge già approvata da 9 giorni – aveva rappresentato «la fine e non l’avvio della parabola di conflitto della Cgil» e che la Cgil non aveva avuto «il coraggio di fare sul serio» e ne usciva «pesantemente sconfitta».
Queste affermazioni, pur critiche, ancora una volta distorcevano la realtà nascondendo la reale natura della Cgil, al fine di giustificare l’impossibile battaglia al suo interno per riportarla su posizioni di classe.
Una manifestazione nazionale a ottobre ed uno sciopero generale a legge approvata non erano state una “parabola di conflitto” ma la consueta manovra per nascondere la ferma volontà di non organizzare la lotta e di contrastare chi, fuori dalla Cgil, vuole farlo. Questa condotta non è frutto della mancanza di “coraggio” della Cgil ma delle fondamenta della sua impostazione sindacale e della vita stessa dell’organizzazione, che escludono il ricorso alla lotta di classe. Infine, ad uscire sconfitta dall’approvazione del Jobs Act è stata la classe operaia e non la Cgil, che invece, almeno in parte, ha ottenuto il suo obiettivo, cioè la riapertura dei tavoli di confronto col governo, vantata dalla Camusso al Direttivo Confederale del 17 dicembre 2014, cinque giorni dopo lo sciopero.
Si ripeté quanto avvenuto con l’accordo di Pomigliano del giugno 2010, allorché il semplice rifiuto a firmarlo da parte della Fiom era bastato alla “Rete 28 Aprile” – che allora faceva parte dell’area “La Cgil che vogliamo” – per accreditare fra gli operai, per diversi decisivi mesi, la volontà di lotta della dirigenza di questo sindacato, quando i fatti parlarono chiaro subito, visto che essa non organizzò né uno sciopero generale della categoria né dei soli operai del gruppo FIAT, ma solo una manifestazione nazionale ben quattro mesi dopo, il 16 ottobre. Lo sciopero generale dei metalmeccanici arrivò passati altri tre mesi – il 28 gennaio 2011 – e persino due settimane dopo che il medesimo accordo era stato approvato con un nuovo referendum anche a Mirafiori. In ciò la Fiom anticipò la pratica dello sciopero a sconfitta avvenuta, praticato poi dalla Cgil in occasione del Jobs Act!
Anche questo ennesimo dato di fatto, nella sua semplicità e durezza, fu ignorato. Il giorno di quello sciopero il capo della “Rete 28 Aprile”, Giorgio Cremaschi, scrisse in un articolo intitolato “Uno sciopero generale costituente”: «Quella di oggi sarà una grande giornata (…) Il no della Fiom è diventato uno spartiacque sociale e politico: chi sta con Marchionne sta di là, chi sta contro Marchionne sta di qua. Così si è messo in moto un processo unitario di massa (…) Lo sciopero di oggi è dunque costituente di un grande movimento unitario». Abbiamo visto come invece le cose andarono in senso esattamente opposto: quello sciopero non servì a nulla perché l’accordo di Pomigliano era già stato esteso a Mirafiori e lo sarebbe stato, in pochi mesi, a tutti gli altri stabilimenti. Men che meno fu l’atto costituente di un “grande movimento unitario” bensì l’atto conclusivo con cui la dirigenza Fiom chiuse la sua mobilitazione farsesca contro l’attacco della FIAT. In questo modo la “Rete 28 Aprile” rafforzò quella dirigenza della Fiom che avrebbe vanificato la possibilità di costruzione di un vero movimento di lotta operaia nel corso di questa battaglia e che nel giro di breve tempo sarebbe passata a colpirla sempre più duramente, in combutta con la dirigenza confederale della Cgil.
Un mese dopo l’Assemblea Nazionale de “Il sindacato è un’altra cosa” – il 26 e il 27 marzo 2015 – si tenne a Bellaria (Rimini) un seminario dedicato alla discussione interna all’area congressuale. Nella sua “Traccia di discussione seminariale”, il portavoce nazionale dell’area, Sergio Bellavita – che ricordiamo era stato estromesso dalla segreteria nazionale Fiom nel settembre del 2012 – diede una lettura della condotta recente della Cgil diversa da quella del documento dell’assemblea di febbraio, più aderente al reale stato delle cose: «Lo sciopero generale di dicembre non ha spostato di una virgola l’orientamento del governo (…) Una debacle che con occhi attenti appariva inevitabile sin dall’ottobre per due ragioni. In primo luogo va considerato il carattere pressoché mediatico dello scontro ingaggiato tra i vertici della Cgil e Renzi. Mentre sui mass media volavano stracci, insulti, nel paese non si apriva nessun reale scontro sociale dentro e fuori i luoghi di lavoro. Nelle centinaia di aziende in crisi, nelle ristrutturazioni a suon di licenziamenti l’iniziativa della Cgil e di tutte le sue categorie, Fiom compresa, proseguiva unitaria e indisturbata nella contrattazione di restituzione di salari e diritti (…) In secondo luogo modalità, tempi e contenuti in una vertenza non sono variabili indipendenti. L’autunno di contrasto ad un provvedimento tra i più brutali della storia della repubblica sulla condizione di chi lavora è consistito in uno sciopero generale di otto ore e in una manifestazione di sabato».
Questo nuovo atteggiamento – dicendo “le cose come stanno” o quantomeno avvicinandovisi – da un lato mostrava come già ci fosse la consapevolezza del reale stato delle cose all’interno dell’area e che termini e linguaggio venivano piegati ad un dannoso tatticismo; dall’altro manifestava la volontà di una parte dell’area d’intraprendere una linea d’azione più risoluta, disposta ad andare fino in fondo nello scontro con la propria dirigenza non escludendo – gioco forza – la possibilità di uscire dalla Cgil; cosa che – come già abbiamo detto – sarebbe avvenuta 14 mesi dopo.
Si trattava di una decisione presa, presumibilmente, sulla base della previsione dell’approssimarsi dei due passi decisivi che andavano a chiudere il ciclo di falsa opposizione della Fiom: sul fronte del contratto nazionale metalmeccanico – in merito al quale l’Assemblea nazionale dei delegati del 28 febbraio precedente aveva confermato la ricerca dell’unità con Fim e Uilm quale perno dell’azione Fiom – e su quello della FIAT, come facevano presagire il plauso di Landini a Marchionne per le assunzioni a Melfi annunciate il gennaio precedente e il ritiro degli scioperi contro gli straordinari.
Il nuovo atteggiamento del portavoce dell’area congressuale provocò la divaricazione delle divisioni già presenti al suo interno. In un altro documento intitolato “Contributo di Iavazzi, Brini, Grassi per seminario di Bellaria” – dirigenti sindacali di uno dei tre gruppi politici trotskisti che controllano l’area, quello denominato “Sinistra Classe e Rivoluzione” – si affermava, riguardo ai rapporti dell’area col sindacalismo di base, che «in ogni caso (…) preferiamo (…) rivolgerci a (…) realtà (…) come il SI Cobas, piuttosto che a pezzi di burocrazia (…) sindacale rappresentati dall’apparato Usb, in cui recentemente si sono fatti strada anche riciclati dal vecchio apparato della Cgil, che dopo aver fatto i peggiori accordi in Cgil oggi si rivolgono a noi con critiche da super-rivoluzionari. Il crumiraggio attivo dell’Usb del 12 dicembre ha dimostrato per l’ennesima volta quanto il loro settarismo li tiene lontani dalla coscienza della classe». E più oltre: «La nostra alleanza coi sindacati di base deve essere rimessa in discussione in particolare per quanto riguarda l’Usb che sta assumendo posizioni sempre più settarie e puramente speculative». Critiche, condivisibili, che palesavano la volontà di mettere in guardia l’area congressuale di minoranza da un avvicinamento a quel sindacato che si individuava – a ragione – come il più probabile approdo nell’eventualità di una uscita dalla Cgil.
Questa divergenza di indirizzi si rifletté anche nella vicenda che vedeva coinvolti i delegati dell’area nelle fabbriche FIAT di Melfi e Termoli. Il documento conclusivo dell’Assemblea Nazionale dell’area del 25 febbraio a tal proposito aveva denunciato «la gravità della decisione della Fiom di non proclamare più sciopero contro sabati e domeniche comandate e contro la crescente fatica del lavoro negli stabilimenti FCA (ex Fiat) dopo la scarsissima adesione allo sciopero di Pomigliano» e si dichiarava al fianco dei «lavoratori che in questa settimane continuano a scioperare senza la proclamazione ufficiale dell’organizzazione», chiedendo la riapertura della «vertenza contro FCA, contro ritmi e carichi di lavoro, anche alla luce dei buoni risultati ottenuti in alcune elezioni RSA autorganizzate Fiom e di una sostanziosa ripresa dei volumi produttivi».
Come abbiamo scritto nel capitolo “Pompieri a Melfi”, sabato 14 marzo l’area congressuale “Il sindacato è un’altra cosa” aveva organizzato, a sostegno dei suoi delegati e di un nuovo sciopero contro lo straordinario, una manifestazione davanti ai cancelli della FIAT di Melfi. Vi parteciparono, oltre a delegati e militanti dell’area da tutta Italia, tutti i sindacati di base, nessuno escluso. Si distinsero invece, per la loro assenza, come denunciato in una nota a commento del seminario di Bellaria dalla principale delegata Fiom nello stabilimento di Termoli, i militanti dell’area del gruppo di “Sinistra Classe e Rivoluzione”.
Lo scontro alla FIAT
Una settimana dopo la manifestazione davanti ai cancelli di Melfi – con una lettera del primo aprile inviata al Segretario generale, al responsabile del settore auto, ai Segretari e alle Segreterie regionali, provinciali e territoriali della Fiom – 31 delegati e 27 componenti dei direttivi delle fabbriche di Melfi, Termoli, Atessa, Mirafiori, Pomigliano e dell’indotto dichiararono la loro contrarietà alla decisione di fermare gli scioperi contro gli straordinari comandati, denunciando la decisione come un passo verso la resa nella opposizione al peggioramento delle condizioni di lavoro imposto nel gruppo automobilistico dall’accordo di Pomigliano del giugno 2010. Una opposizione, ripetiamo, consistita nel rifiuto a firmare prima gli accordi aziendali di Pomigliano e Mirafiori e poi il Contratto nazionale per il gruppo separato dal contratto nazionale metalmeccanico, e in una battaglia legale, ma senza imbastire una reale azione di lotta.
Dall’avvio dell’offensiva aziendale – il 15 giugno 2010 a Pomigliano – gli scioperi nazionali proclamati dalla Fiom per i lavoratori del gruppo erano stati:
– il 25 giugno successivo, rientrante in quello generale di tutte le categorie, deciso dal Direttivo nazionale Cgil i primi di giugno, quindi precedentemente all’esordio dell’offensiva FIAT, contro la manovra finanziaria del governo e che arrivava ad accordo già approvato;
– il 23 luglio 2010, dei lavoratori del gruppo, ma per un altro obiettivo (il pagamento del premio di risultato);
– il 28 gennaio 2011, di tutti i metalmeccanici, contro l’estensione dell’accordo di Pomigliano a Mirafiori proclamato, come detto, ad accordo già approvato da due settimane.
Tre scioperi in sette mesi, di cui solo uno convocato con lo specifico obiettivo di opporsi al nuovo regime aziendale. Se pure a quel punto solo due erano gli stabilimenti col nuovo contratto, restandone ancora un gran numero – fra quelli per i veicoli commerciali, per quelli industriali e per la componentistica – che permanevano con il contratto metalmeccanico, tuttavia sul piano emotivo, evidentemente importante nella lotta, la duplice sconfitta colpiva duramente il morale della reazione operaia che aveva consentito la grande manifestazione nazionale del 16 ottobre, apriva le porte alla rassegnazione ed alla sconfitta generale, complice la condotta della Fiom anche nel prosieguo dello scontro.
Dopo quello del 28 gennaio 2011, dovevano passare altri sei mesi per il successivo sciopero nazionale dei lavoratori del gruppo, il 15 luglio 2011, come l’estate precedente per il pagamento del premio di risultato – non più corrisposto – e questa volta anche contro l’estensione dell’accordo di Pomigliano.
Nel frattempo, però, a maggio 2011 l’accordo era stato esteso alla Maserati di Grugliasco (Torino) ma qui con l’approvazione della maggioranza della RSU FIOM. Lo stesso accadeva a settembre alla LEAR di Caivano (Napoli), azienda dell’indotto.
Ai primi di ottobre Marchionne annunciò l’uscita – dal 1° gennaio 2012 – di tutta la FIAT da Confindustria, passo necessario all’estensione del nuovo contratto a tutte le fabbriche del gruppo. La Fiom rispose con quello che – sul piano degli scioperi nazionali – risulta essere il suo massimo sforzo di mobilitazione nell’arco di 18 mesi in questa battaglia: il 21 ottobre 2011 con lo sciopero dei lavoratori del gruppo esteso alle aziende di componentistica ed il 16 dicembre 2011, con quello di tutti i metalmeccanici. Reazione largamente insufficiente – 16 ore di sciopero in due mesi – e tardiva.
Tre giorni prima del secondo sciopero, il 13 dicembre, Fim-Cisl, Uilm-Uil, Fismic, Ugl-Metalmeccanici siglavano con l’azienda il Contratto collettivo specifico di primo livello per tutte le fabbriche del gruppo, valido per tutto il 2012, e il 22 dicembre con Federmeccanica un “Protocollo d’intesa sulla disciplina specifica per il comparto auto” per «poter organizzare le turnistiche e ricorrere alle flessibilità della prestazione in modo allineato e coerente a quello degli stabilimenti Fiat» (comunicato Uilm) nelle aziende dell’indotto.
L’uscita di FIAT da Confindustria e l’entrata in vigore del nuovo contratto specifico per il gruppo portarono all’automatica decadenza delle RSU e alla istituzione al loro posto delle RSA, come previsto dalle legge 300 del 1970 (lo “Statuto dei lavoratori”). La FIAT però riconobbe solo le RSA dei sindacati firmatari del nuovo contratto, non quelle della Fiom, che si vide così privata delle corrispettive agibilità sindacali: questa avviò una battaglia legale con una sessantina di ricorsi, per ottenerne il riconoscimento.
Nel 2012 si contarono due scioperi generali dei metalmeccanici: il 9 marzo e il 5 dicembre. Il secondo, a dimostrazione emblematica della inconsistenza della mobilitazione messa in campo, coincise con la firma del nuovo contratto separato dei metalmeccanici, che fu annunciata proprio mentre Landini teneva il comizio in Piazza del Duomo a Milano.
L’8 marzo 2013 il Contratto collettivo specifico di primo livello venne rinnovato per il triennio 2013-2015.
Il 28 giugno 2013, altri sei mesi dopo quello precedente, si tenne quello che sarebbe stato – ad oggi – l’ultimo sciopero nazionale dei lavoratori FIAT. La rivendicazione centrale – ribadita da Landini nella blanda manifestazione nazionale a Roma, in cui non rimaneva nulla del vigore di quella del 16 ottobre 2010 – non fu più la lotta contro il nuovo contratto separato del gruppo industriale ma la difesa della sua presenza produttiva sul territorio nazionale. Per il quale obiettivo, implicitamente, ci si dichiarava disponibili a cedere sul terreno delle condizioni di lavoro degli operai, come già si era constatato fin dal luglio 2010. Disse Landini: «siamo disposti a una turnistica massacrante e a una redistribuzione delle pause che aumenti la produzione» (“La Repubblica”, 2 luglio), come avrebbero confermato gli eventi successivi.
Cinque giorni dopo, il 3 luglio 2013, la Corte Costituzionale accolse il ricorso della FIOM, costringendo l’azienda automobilistica a riconoscere anche le sue RSA. La vittoria sul piano legale servì al sindacato metalmeccanico Cgil per “rientrare in fabbrica” – come usa dire il sindacalismo di regime – cioè per tornare a godere dei cosiddetti diritti sindacali in azienda. Ma non servì agli operai, i cui peggioramenti nelle condizioni d’impiego sarebbero rimasti immutati, anzi avrebbero continuato ad aggravarsi, mentre la Fiom avrebbe abbandonato anche quella parvenza di lotta, come la vicenda del passaggio dai 18 ai 20 turni a Melfi del febbraio 2015 avrebbe confermato emblematicamente.
Un mese dopo la lettera del 1° aprile 2015 sopra citata, il 1° maggio, delegati delle fabbriche FIAT di Cassino, Termoli, Melfi e Atessa, aderenti all’area di minoranza Cgil “Il sindacato è un’altra cosa”, all’USB, allo Slai Cobas e alla Flmu CUB, si riunirono a Termoli e costituirono un “Coordinamento lavoratrici e lavoratori della Fca nel Centro-Sud”. Questo organismo non avrà alcun seguito: non si svolgeranno ulteriori riunioni, non saranno organizzate azioni di lotta e nemmeno sarà prodotto alcuna documentazione (volantini, comunicati, ecc). Tuttavia alcuni mesi dopo la sua costituzione sarebbe stata presa a pretesto dalle dirigenze Cgil e Fiom per colpire con un provvedimento disciplinare i delegati FIOM della minoranza delle fabbriche FIAT di Melfi e Termoli.
A partire dalla seconda metà di maggio iniziarono nei vari stabilimenti del gruppo, per la prima volta dopo cinque anni, le elezioni dei Rappresentanti Sindacali per la Sicurezza (RLS), che si sarebbero svolte, a differenza di quelle per le RSA, con la presenza anche dei candidati della Fiom. Nello stabilimento di Termoli, avviato alla piena produzione, la Fiom risultava il primo sindacato e la delegata appartenente all’area congressuale “Il sindacato è un’altra cosa” fu quella più votata. A Pomigliano invece, con metà degli operai in cassa integrazione, i delegati più votati furono quelli della Fim, con 1192 preferenze, davanti alla Uilm (1161), alla Fismic (1059), alla Fiom (676) e all’Ugl (201). Nello stabilimento di Atessa, pienamente attivo, la Fiom era il primo sindacato con quasi il 40% dei voti. Il 3 luglio risultavano aver votato 52.000 lavoratori, quasi i 2/3 di tutto il gruppo. Mancavano i grandi stabilimenti di Cassino, Melfi e Mirafiori, nei quali a tutt’oggi le elezioni non si sono svolte. La Fiom risultava essere il primo sindacato in 27 stabilimenti su 43, con maggioranza assoluta in 12 fabbriche e nella media nazionale, con il 35,8% di voti, seguita da Fim (20,6%), Uilm (16,8%), Fismic (15,5%), Associazione quadri e capi Fiat 3.154 (8,8%) e Uglm 908 (2,5%). La Fim era il primo sindacato solo in due fabbriche – a Pomigliano e alla piccole Officine Brennero di Trento – e così pure la Uilm.
Nonostante questi ottimi risultati, a sostegno della trattativa per il rinnovo del contratto nazionale specifico del gruppo da cui era esclusa, la Fiom non organizzava alcuna mobilitazione. Il 7 luglio la FIAT – più precisamente Fiat Chrysler e Cnh Industrial – insieme alla Fim Cisl, alla Uilm Uil, alla Fismic, all’Ugl Metalmeccanici e all’Associazione Quadri e Capi Fiat (AQCF), firmavano il rinnovo del Contratto collettivo specifico di 1° livello (Ccs1l), valido dal 1° gennaio 2015 al 31 dicembre 2018, riguardante circa 85 mila lavoratori, che istituiva la possibilità di estendere a tutti gli altri stabilimenti il ciclo a 20 turni avviato da febbraio a Melfi, senza che nemmeno un’ora di sciopero nazionale fosse stata proclamata.