L’opposizione di facciata della Fiom spalleggia il corporativismo della Cgil Pt.6
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Il nuovo contratto
Dopo il primo incontro unitario del 5 novembre 2015 fra Federmeccanica e i sindacati confederali Fim, Fiom e Uilm, il 22 dicembre l’associazione degli industriali del settore presentava una sua proposta per il rinnovo del contratto che partiva dall’affermazione secondo cui il precedente contratto – quello separato del 2012-2015 – aveva assegnato un aumento salariale ai lavoratori che sarebbe risultato, a dir loro, superiore di 73 euro rispetto l’effettivo aumento dell’inflazione. Gli industriali quindi proponevano: nessun incremento del salario per il 2016 e, dagli anni successivi, aumenti definiti a livello aziendali e non per tutti ma solo per una parte minoritaria ai livelli salariali bassi.
Il Comitato centrale Fiom dell’8 gennaio sostanzialmente si limitava alla vaga affermazione di voler cercare un’intesa che rafforzasse il potere d’acquisto di tutti.
Il 14 gennaio gli esecutivi di Cgil, Cisl e Uil approvavano all’unanimità un documento – intitolato “Un moderno sistema di relazioni Industriali – per uno sviluppo economico fondato sull’innovazione e la qualità del lavoro” – con cui procedere ad una trattativa con gli industriali per un accordo di riforma del sistema contrattuale.
Il documento affermava necessaria «una riconsiderazione della composizione quantitativa e qualitativa» del contratto nazionale e che «l’obiettivo di Cgil, Cisl e Uil è quello di rafforzare, quantitativamente, attraverso una sua maggiore estensione e, qualitativamente, attraverso un regolato trasferimento di competenze, la contrattazione di secondo livello, con l’obiettivo di realizzare il miglioramento delle condizioni di lavoro con la crescita della produttività, competitività, efficienza, innovazione organizzativa, qualità, welfare contrattuale» e, chissà poi come, «conciliazione dei tempi di vita e di lavoro».
La strada indicata per i futuri contratti nazionali di categoria – già imboccata coi precedenti recenti rinnovi – è quella, da un lato, del loro svuotamento, rimandando la definizione di sempre più materie alla contrattazione di secondo livello (aziendale, territoriali, di filiera) conservando solo quella dei minimi salariali, dall’altro, il renderli uno strumento per rafforzare la «governance delle relazioni industriali», traduciamo: difendere il ruolo dei sindacati di regime, contro il sindacalismo di classe, mediante l’applicazione del Testo Unico sulla Rappresentanza («occorre rendere pienamente attivo il nuovo sistema della rappresentanza»). Altro pilastro dell’intesa era il rafforzamento del cosiddetto welfare aziendale e degli enti bilaterali («formazione continua gestita dai Fondi Interprofessionali»).
Nulla di nuovo ma l’intesa imprimeva una ulteriore spinta in quella direzione, che la Fiom raccoglierà riuscendo ad andare, come vedremo, oltre. Con buona pace di chi, nell’area de “Il sindacato è un’altra cosa”, aveva indicato nella segreteria nazionale un possibile alleato per fermare la modifica del modello della contrattazione.
Il Comitato Centrale Fiom del 7 marzo nel suo documento di maggioranza si rallegrava dei «passi in avanti» della trattativa «in materia di sanità integrativa, previdenza complementare e formazione professionale» ma registrava «notevoli distanze in materia di salario», e quindi affermava che, qualora nell’incontro previsto per il 15 marzo Federmeccanica non avesse modificato le sue posizioni, la Fiom avrebbe considerato necessario «proseguire il confronto con la mobilitazione».
Il 16 marzo – dopo cinque mesi e quindici riunioni di trattativa – Fim, Fiom e Uilm annunciavano per il 20 aprile uno sciopero generale di 4 ore dei lavoratori della categoria, preparato da una serie di attivi unitari dei loro delegati in tutta Italia. Ciò, nonostante le piattaforme separate, veniva a suggellare la ritrovata unità sindacale.
Come scrivevamo nel volantino distribuito allo sciopero: «Questa ritrovata unità sindacale dovrebbe, a dire di Fim, Fiom, Uilm, difendere meglio i lavoratori. Ma non è affatto così. Ciò che difende i lavoratori è la loro unità nell’azione di lotta. L’unità di Fiom, Fim e Uilm non è costruita sulla lotta bensì a discapito di essa. Fim e Uilm dichiaratamente rigettano la lotta di classe, come la Cgil che sostiene e difende la “concertazione”. La Fiom ha posto al centro della sua strategia l’unità con questi sindacati gialli. Il risultato sono le odierne 4 ore di sciopero. Uno sciopero così non può che far sorridere gli industriali».
Lo sciopero, ormai era dato per scontato, non coinvolgeva gli operai del gruppo Fiat (FCA-CNHI), dimostrando che nei fatti la Fiom accettava il contratto separato per i lavoratori del gruppo. Questa scelta era anche compiuta in nome dell’unità con Fim e Uilm, che difficilmente avrebbero accettato uno sciopero unitario dei metalmeccanici esteso alla Fiat.
L’incontro del 6 maggio con Federmeccanica confermava l’intransigenza degli industriali e l’inutilità dello sciopero di 4 ore del 20 aprile.
Nei giorni successivi si consumava la rottura nell’area congressuale de “Il sindacato è un’altra cosa” con l’uscita del suo portavoce e di altri dirigenti e militanti.
Il 24 maggio la Triplice proclamava altre 12 ore di sciopero per giugno, di cui 8 con manifestazioni regionali, e due sabati di sciopero dello straordinario.
Poi, sull’altare della ritrovata unità sindacale nella categoria, dopo i lavoratori della Fiat erano sacrificati quelli della Fincantieri: il 24 giugno era siglato il rinnovo del contratto integrativo per il gruppo, anticipo di quello che sarebbe stato il contratto metalmeccanico: – nessun aumento se non 5 euro netti al mese solo per i lavori di saldo-carpenteria in spazi ristretti; – riduzione del trattamento di trasferta; – ristrutturazione del premio di produzione: € 70, prima fissi e mensili, ora assegnati come welfare aziendale con cadenza annuale, il resto totalmente variabile, con parametri di valutazione complicatissimi, differenziato per cantiere, officina, operaio; – a fronte di un arretrato salariale accumulato per il ritardo nel rinnovo dell’integrativo (scaduto il 31 marzo 2015) di circa €.2-3.000 a testa, un saldo di 400 netti e altri 500 in prestazioni di welfare per dipendente; – apertura a deroghe al contratto nazionale sulle flessibilità, come la mensa a fine turno e la quarta timbratura; – estensione della “clausola di raffreddamento” (periodo in cui si deve attendere prima di poter scioperare) da 3 a 9 giorni.
Infine il punto più importante riguardo alla trattativa in corso per il rinnovo del contratto nazionale metalmeccanico, cioè l’accettazione del contratto separato: «a far data dal 1 aprile 2015 (…) viene applicato il CCNL per gli addetti dell’industria metalmeccanica, di data 5 dicembre 2012».
Il 28 giugno Fim, Fiom e Uilm proclamavano altre 4 ore di sciopero, divise per territorio, per il rinnovo del contratto metalmeccanico. Qui si chiudeva la mobilitazione, salvo la prosecuzione, teorica, dello sciopero dello straordinario e della flessibilità per il mese di agosto. In tutto 20 ore di sciopero, diluite in quattro mesi, da aprile a luglio, sempre divise per territorio, in una trattativa durata 12 mesi (dal 5 novembre 2015 al 26 novembre 2016).
Il 25 e il 26 luglio si teneva il referendum nei cantieri navali sull’ipotesi di rinnovi dell’integrativo Fincantieri. 64 delegati RSU su 76, l’84%, si sono espressi a favore. L’accordo passava con una percentuale ben minore: il 57% compresi gli impiegati, il 54% fra i soli operai.
Il No prevaleva ad Ancona (51%), dove la Fiom è quasi l’unico sindacato, e a Monfalcone (61%), il più grande ed attivo degli 8 cantieri del gruppo in Italia, per l’orientamento contrario di tutta la RSU Fiom, che in un comunicato del 28 giugno annunciava: «La Rsu Fiom dello stabilimento di Monfalcone, in disaccordo con la Fiom nazionale, informa tutte le lavoratrici e i lavoratori dell’inevitabile uscita dal coordinamento nazionale Fiom». Va tenuto conto come questa RSU si sia sempre distinta per un un indirizzo localista contrario all’unità d’azione fra i cantieri, come nel settembre 2011 quando, con la firma di un accordo per 300 esuberi e maggior produttività, fu la prima a rompere la fragile unità del coordinamento nazionale Fiom, a fronte dell’attacco aziendale di quel periodo.
A Marghera, secondo cantiere del gruppo, 11 delegati RSU su 12 si erano espressi a favore ma il Sì prevaleva solo col 51%. A Palermo e a Riva Trigoso (Sestri Levante – Genova) col 53%.
Il risultato del referendum evidenziava il malcontento fra gli operai ed in parte anche all’interno della Fiom. Pare che la delegazione trattante del sindacato metalmeccanico Cgil fosse orientata a non firmare il contratto e che all’ultimo si sia presentato il segretario generale Landini a pretendere la firma.
L’unico cantiere (fatta eccezione per la controllata Isotta Fraschini) in cui è stata schiacciante la vittoria del Si risultava essere quello di Sestri Ponente, con ben l’85% di favorevoli. Infatti sia a Castellammare sia al cantiere del Muggiano (La Spezia), l’accordo passava col rispettivamente il 68% e il 62%. A Sestri Ponente la Fiom è diretta, in azienda e a livello provinciale, dal gruppo di Lotta Comunista, che aveva dato indicazione di voto favorevole. Questo è interessante non perché rappresenti una novità nell’indirizzo sindacale di questo gruppo politico e della Fiom genovese, bensì perché sarà in contraddizione con l’indicazione di voto che poi avrebbe dato in occasione del referendum per l’ipotesi di rinnovo del contratto metalmeccanico.
Il 31 marzo un decreto dei ministeri del Lavoro e dell’Economia aveva ripristinato la detassazione per i premi di produttività definiti a livello aziendale. Il commento di Michela Spera, entrata nella Segreteria Nazionale nel settembre-ottobre 2012 in sostituzione del portavoce nazionale de “Il sindacato è un’altra cosa”, confermava l’orientamento della Fiom in merito: «Siamo d’accordo con questo provvedimento (…) Ma la platea dei beneficiari è limitata ai lavoratori delle aziende che fanno contrattazione aziendale (…) Da anni chiediamo che il governo scelga di detassare anche gli aumenti nel contratto nazionale di lavoro, in modo che possano goderne tutti i lavoratori. Ma l’esecutivo insiste a restringere il provvedimento ai premi di risultato».
Il 14 luglio un accordo quadro fra Cgil, Cisl, Uil e Confindustria dava parziale soddisfazione alle richieste della Fiom, nonché un primo seguito pratico alla intesa intersindacale del 14 gennaio per un nuovo modello contrattuale, consentendo anche alle imprese prive di rappresentanze sindacali, in cui quindi non vi è contratto di secondo livello, di erogare premi di risultato aziendali collegati a «incrementi di produttività, redditività, qualità, efficienza ed innovazione» e godere quindi della detassazione prevista dal decreto ministeriale del marzo precedente.
Si confermava la complementarità fra l’azione della segreteria confederale Cgil e quella della Fiom, a dispetto delle aspettative di contrasto fra le due, mal riposte da parte dell’area de “Il sindacato è un’altra cosa”, in particolar modo dalla frazione del gruppo Sinistra Classe Rivoluzione.
Un ulteriore esito pratico dell’accordo intersindacale del 14 gennaio e passo in avanti verso un accordo fra sindacati di regime ed industriali per un nuovo modello contrattuale era la firma, il 1° settembre, di una piattaforma per “i processi di transizione industriale” fra Cgil, Cisl, Uil e Confindustria, da presentare al governo con proposte per la gestione “delle crisi e delle ristrutturazione aziendali”, cioè dei licenziamenti. Con essa la triplice formalizzava l’abiura di ogni presunta lotta contro i licenziamenti e, mediante la formazione di “fondi interprofessionali” per la formazione dei lavoratori delle aziende in crisi, si predisponeva a lucrare anche su questo lato della miseria operaia, favorita dall’azione legislativa che negli ultimi anni ha ridotto gli ammortizzatori sociali, così come già fa in campo previdenziale e assistenziale.
Il 7 e l’8 settembre si teneva a Roma la prima Assemblea Generale della Cgil, il nuovo organismo, formato da 332 componenti, istituito dalla V Conferenza d’Organizzazione tenutasi un anno prima, commentata nella puntata precedente di questo lavoro. Come già accennato, l’assemblea era contraddistinta dalla presa di posizione della Cgil in merito al referendum costituzionale previsto per il 4 dicembre, schierandosi la Confederazione col fronte del No, dal rilancio della campagna a sostegno della proposta di legge d’iniziativa popolare per una nuova “Carta dei diritti universali” (sostitutiva dello Statuto dei Lavoratori del 1970) e di tre referendum abrogativi (art. 18, voucher, appalti), e dall’annuncio di un “nuovo corso” per una gestione più unitaria e pluralista del sindacato. Tutto ciò serviva all’area di “Democrazia e Lavoro” per annunciare entusiasticamente la fine del suo scontro con la maggioranza della Confederazione, che un anno prima, come abbiamo scritto, aveva assunto toni – apparentemente – molto aspri.
Il 28 settembre 2016 riprendeva la trattativa per il rinnovo del contratto metalmeccanico e Federmeccanica avanzava una proposta con alcune modifiche rispetto quella presentata il 22 dicembre 2015, affermando di proporre un aumento di 50 euro, con un recupero dell’inflazione “a scalare”: 100% dell’inflazione reale del 2016 pagata però a giugno del 2017; 75% dell’inflazione del 2017 a giugno del 2018; 50% dell’inflazione del 2018 a giugno del 2019.
Il Comitato centrale Fiom del giorno dopo valutava questa modifica un «risultato delle lotte e delle mobilitazioni unitarie» ma giudicava «la proposta avanzata da Federmeccanica in materia di salario un passo avanti ma insufficiente in quanto (…) la reale garanzia del potere d’acquisto deve avvenire attraverso una rivalutazione dei minimi contrattuali per tutti che recuperi integralmente il valore dell’inflazione e non può essere sostituito da forme di welfare».
Il nuovo portavoce nazionale de “Il sindacato è un’altra cosa” Eliana Como, riguardo alla nuova proposta di Federmeccanica, affermava: «Federmeccanica propone 0 euro per il 2016 e 9 euro al 5° livello per il 2017. Non so perché i giornali dicano 50 euro». Poi ricordava che, anche nel caso l’aumento fosse effettivamente di 50 euro, tutti gli altri rinnovi contrattuali recentemente conclusi, pur peggiorativi, contemplavano aumenti ben superiori (bancari 85 euro; chimici 90; gomma-plastica 76; terziario 85; autoferrotranvieri 100; alimentaristi 105; igiene ambientale 90).
Il 30 settembre Fim, Fiom e Uilm ribadivano quanto già espresso dalla Fiom nel Comitato Centrale del giorno prima, ovverosia che la nuova proposta era un passo in avanti ma ancora insufficiente, e proclamavano un nuovo sciopero “dello straordinario e della flessibilità” che, nella gran parte delle aziende, rimarrà solo sulla carta.
Il 26 ottobre Filcams Cgil, Fisascat CISL e Uiltucs UIL si accordavano con la Confcommercio per la sospensione di una delle 5 rate in tre anni in cui era stato stabilito – dal contratto del 30 marzo 2015 – di suddividere il già misero aumento del salario (85 euro), pari a 16 euro medi lordi, la cui erogazione era prevista per novembre, «alla luce dell’ancora incerto andamento economico». Si trattava della prima applicazione di quella “verifica periodica” degli aumenti salariali introdotta nei recenti rinnovi contrattali.
Il 2 novembre si riuniva il Comitato centrale Fiom che nel merito della trattativa con Federmeccanica non introduceva alcun elemento nuovo e dava mandato alla Segreteria Nazionale di convocare una nuova Assemblea nazionale dei delegati, dopo l’ultima di luglio. Questa si teneva il 18 novembre ed al termine dei suoi lavori venivano presentati tre documenti votati in contrapposizione: quello della Segreteria Nazionale, approvato con 438 voti a favore; quello dell’area “Il sindacato è un’altra cosa” respinto con 35 voti a favore; quello presentato da Augustin Breda, storico delegato della Electrolux di Susegana, dell’area “Democrazia e Lavoro”, respinto con 3 voti a favore. Nei tre documenti erano sostanzialmente ribadite le rispettive posizioni già espresse nelle riunioni precedenti. I due documenti respinti in buona parte coincidevano, fatta eccezione principalmente per la questione del Testo Unico sulla Rappresentanza, accettato dal delegato di “Democrazia e Lavoro”, tranne che per ciò che riguarda le deroghe e le sanzioni.
La trattativa riprendeva dal 23. Il 26 i 4 rappresentanti de “Il sindacato è un’altra cosa” comunicavano l’uscita dalla delegazione trattante per i troppi cedimenti accettati. La delegazione approvava la prosecuzione dei suoi lavori con 6 voti contrari. Poche ore dopo Fim, Fiom e Uilm annunciavano la firma del nuovo contratto.
Al termine della trattativa, ancora seduti al tavolo industriali e sindacalisti di regime, Landini teneva una dichiarazione di otto minuti. È davvero istruttivo vedere gli industriali annuire e applaudire alle sue parole. Nella confusione dei concetti vuoti, retorici e di circostanza vomitati con gran maestria quelli forse centrali sono: – che il contratto è stato rinnovato nelle peggiori condizioni possibili, per la situazione economica e per le relazioni sindacali, e che questo non era il momento della divisione ma della unione: una lapidaria conferma della sua opposizione giurata alla lotta di classe; – che si impone ed estende la contrattazione aziendale; – che si tratta di contratto in cui si “sperimenta”, ad esempio sul tema degli inquadramenti.
Qui ne riportiamo alcuni punti salienti:
SALARIO
I comunicati di Fim, Fiom e Uilm parlano di un aumento di 92 euro. La cifra invece è minore, incerta e non per tutti:
– Ai 92 euro si giunge sommando ai 51 di aumento salariale vero e proprio, voci legate al cosiddetto welfare aziendale: 7,69 euro sul fondo previdenziale Cometa (cui sono iscritti circa il 40% dei metalmeccanici); 12 euro sulla sanità integrativa; 13,6 euro di buoni spesa (!); infine una quota per il “diritto alla formazione continua”. Tutti questi elementi sono senza contributi previdenziali, arrecando quindi un danno anche al salario differito (pensione, Tfr);
– I 51 euro salariali sono definiti in base a un indice chiamato IPCA, adottato per la prima volta nell’accordo interconfederale separato del 2009 fra Cisl, Uil e Confindustria, allora respinto dalla Cgil, che poi è passato ad avallarlo nei rinnovi contrattuali degli anni successivi; la Fiom, ancora nel 2012, non aveva firmato il contratto nazionale 2012-2015 adducendo quale ragione anche l’utilizzo di questo indice, che ora accetta anch’essa;
– Se l’inflazione reale risultasse inferiore a quella prevista, gli aumenti potrebbero essere rivisti al ribasso, come già avvenuto per il settore terziario: quindi si tratta di un aumento incerto;
– Laddove fossero contrattati premi aziendali fissi, a partire dal 2017 questi assorbiranno gli aumenti del contratto nazionale; ciò avrà due conseguenze: che dagli aumenti del contratto nazionale saranno esclusi una parte di lavoratori e che si tenderà a rendere tutti i premi aziendali variabili, come d’altra parte è espressamente scritto nell’ipotesi d’accordo.
PARTE NORMATIVA
– Nel contratto non c’è nessuna norma di contrasto al Jobs act, né riguardo al demansionamento né ai licenziamenti; cade nel dimenticatoio l’unica rivendicazione chiara, e che interessa davvero i lavoratori, inizialmente avanzata dalla Fiom;
– Rinnovando il Ccnl del 2012 la Fiom accetta tutto quello che quattro anni prima aveva rifiutato; ad esempio: l’aumento delle ore di straordinario obbligatorio raddoppiate da 40 a 80; l’aumento delle ore di flessibilità da 64 a 80, cancellando l’obbligo di accordo sindacale.
– Sono cancellate le deroghe salariali previste dal Ccnl del 2012 e sono riconosciute quelle normative con l’applicazione del TUR (prestazione lavorativa, orari e organizzazione del lavoro);
– Per l’applicazione del Testo sulla Rappresentanza è prevista l’istituzione di una apposita commissione fin dal gennaio 2017.
Il giorno dopo la firma si riuniva il Comitato Centrale Fiom. Vi erano presentati due documenti contrapposti: quello della Segreteria Nazionale era approvato con 115 voti a favore e prevedeva un referendum fra i metalmeccanici per approvare il nuovo contratto il 19, 20 e 21 dicembre. L’altro era presentato da tre componenti del Comitato centrale, fra cui lo storico delegato della Fincantieri di Sestri Ponente (Genova), del gruppo Lotta Comunista, e il segretario generale provinciale della Fiom di Genova, del gruppo trozkista denominato Associazione Controcorrente, una ex corrente di Rifondazione Comunista, e veniva respinto con 10 voti a favore. L’area “Il sindacato è un’altra cosa” non presentava documenti in contrapposizione.
Il giorno successivo, il 29 novembre, si riuniva nuovamente l’Assemblea Generale della Cgil che rinnovava la segreteria nazionale confederale, con cinque nuovi componenti, «nell’ottica di una nuova gestione unitaria dell’organizzazione».
Lo stesso giorno si esprimeva contro l’ipotesi di rinnovo del contratto il Direttivo provinciale Fiom di Genova, con 66 voti favorevoli, 1 contrario, 1 astenuto. Il 2 dicembre quello di Trieste, all’unanimità con un solo astenuto. La Segreteria Nazionale Fiom allora inviava una circolare interna nella quale ricordava che, in base a una norma statutaria introdotta al XVI Congresso Cgil del 2010, era fatto divieto ai direttivi territoriali presentare documenti da porre ai voti una volta che un direttivo di livello più alto ha deciso. Insomma, si può discutere una decisione presa a livello superiore ma non può essere reso pubblico l’orientamento maggioritario dell’organismo di rango inferiore. Una norma introdotta, evidentemente, per rendere ancora più sicura l’approvazione delle decisioni prese al vertice. E per altro violata dallo stesso Comitato Centrale Fiom, ad esempio all’epoca della firma dal parte della Segreteria Nazionale del Testo Unico sulla Rappresentanza, il 10 gennaio 2014.
Il 6 dicembre a Firenze si svolgeva una riunione dei delegati metalmeccanici contrari all’ipotesi di rinnovo contrattuale organizzata da “Il sindacato è un’altra cosa”. La riunione era formalmente aperta a tutti i delegati a prescindere dall’appartenenza sindacale ma di fatto non si era lavorato per favorirne la partecipazione all’infuori dell’area. Non era stato rivolto un invito formale, ad esempio, ai delegati e ai militanti di USB né a quelli della Flmu CUB, i due sindacati di base con maggior inserimento, pur piccolo, nella categoria. Si sarebbe dovuto organizzare un coordinamento intersindacale contro l’accordo, che agisse in modo unitario.
Fosse per la sola propaganda per il no o, come noi auspichiamo ed indichiamo, per respingerlo organizzando uno sciopero nelle fabbriche, un simile lavoro si sarebbe scontrato con la repressione interna alla Cgil e alla Fiom. Se si pensa che la semplice adesione ad un comitato che si è riunito una sola volta – quello delle fabbriche FCA del Centro-Sud Italia – è bastato a colpire quei delegati, si può immaginare cosa sarebbe potuto accadere quando la posta in palio era la firma unitaria del contratto metalmeccanico. Questo presumibilmente ha limitato l’azione de “Il sindacato è un’altra cosa” al campo di una campagna referendaria svolta autonomamente dall’area.
Dal lato del sindacalismo di base questo atteggiamento è servito a giustificare la consueta azione isolata e separata di ciascuna organizzazione. L’USB ha convocato una sua Assemblea nazionale dei delegati metalmeccanici il 17 dicembre a Bologna. Di tale riunione non si ha risultanza di alcuna documentazione, se non alcune brevi interviste video. L’indicazione, per altro non troppo chiaramente affermata, non è stata quella del voto contrario al referendum bensì di non votare. Un indirizzo pratico del tutto inutile in assenza dell’organizzazione finalizzata all’indirizzo alternativo al voto, ossia lo sciopero. Significativamente nella sua intervista Bellavita, a commento del nuovo contratto, non faceva alcuna menzione della prevista applicazione del Testo Unico sulla Rappresentanza.
A conferma di come il referendum sia uno strumento padronale contro i lavoratori, così come già si è potuto recentemente verificare per i contratti degli autoferrotranvieri e dell’igiene ambientale, anche quello dei metalmeccanici ha segnato una netta vittoria dei sì, con oltre l’80%, nonostante in importanti grandi fabbriche, nonché gruppi industriali, abbiano prevalso i voti contrari: alla YKK di Vercelli, alla Same di Bergamo e alla GKN di Firenze, tradizionali roccaforti de “Il sindacato è un’altra cosa”; alla Dalmine di Bergamo, nonostante l’assenza di delegati di questa area ma con la presenza della Flmu CUB; alla Pasotti di Pompiano (Brescia); alla Danieli di Udine; alla Motori Minarelli di Bologna; alla Marcegaglia di Forlì; all’ILVA, alle Riparazioni navali, alla Leonardo e all’Ansaldo di Genova; alla Piaggio e alla Guzzi di Pontedera; alla Continental e alla Pistoni Associati di Pisa; alla AST di Terni; alla Aeroavio di Pomigliano, alla Dema di Somma Vesuviana, alla Bticino di Torre del Greco, alla Meridbulloni di Castellammare di Stabia e alla Schneider di Casavatore (Napoli); alla Jabil di Marcianise (Caserta); nei gruppi Fincantieri (Sestri Ponente, Riva Trigoso, Muggiano, Monfalcone, Ancona), Electrolux (Porcia, Susegana, Forlì, Solaro) e Sirti (Milano, Genova, Roma, Benevento).
Dai dati forniti da Fim, Fiom e Uilm, le province in cui hanno prevalso i contrari all’ipotesi di rinnovo contrattuale sono state quelle di Genova, di Legnano-Magenta e di Gorizia. In quest’ultima è stato determinante l’orientamento della RSU della Fincantieri di Monfalcone. A Genova lo è stato l’orientamento del Direttivo provinciale, nonostante l’intervento diretto di Landini che ha partecipato all’assemblea all’Ansaldo il 16 dicembre. Il voto della provincia di Genova è stato determinante anche nella regione, risultando la Liguria l’unica d’Italia in cui il contratto è stato respinto, nonostante nelle altre tre province abbiano prevalso i voti favorevoli. Da notare invece che a Trieste, nonostante l’orientamento contrario del Direttivo provinciale Fiom, hanno prevalso, sia pur non di molto, i voti favorevoli.
La firma da parte della Fiom del nuovo contratto metalmeccanico viene a confermare quanto affermato dal nostro partito fin dall’apertura del ciclo di simulata opposizione di questo sindacato all’attacco padronale apertosi con l’accordo alla Fiat di Pomigliano nel giugno 2010, e su tutta la Cgil, dalla sua fondazione e, peggio, dalla seconda metà degli anni Settanta, quando il suo carattere di regime è divenuto irreversibile.
L’altro insegnamento importante di questo arco di 8 anni del sindacalismo di regime in Italia qui preso in esame è la conferma del fallimento della sua “sinistra”, della sua ambizione di cambiare natura alla Cgil, riportandola sul terreno di classe.