Partito Comunista Internazionale

La rivolta dei proletari neri in Florida

Indici: Questione Razziale negli USA

Categorie: Racial Question, USA

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Quelli che un po’ tutti i commentatori politici hanno concordato nel giudicare come gli episodi di rivolta più gravi dalla fine degli anni Sessanta ad oggi che hanno sconvolto gli Stati Uniti d’America il maggio scorso sono dei veri e propri episodi di collera proletaria.

A Liberty City, ghetto nero di Miami in Florida, una serie montante di scontri fra neri e polizia hanno causato 15 morti e 400 feriti; circa 300 neri sono stati arrestati. La rivolta di Liberty City – veramente il nome ideale per un ghetto! – altro non è che un anello della lunga catena di violenze razziali che periodicamente hanno sconvolto gli Stati Uniti in questo secolo; gli episodi più importanti: St. Louis nel 1919, Detroit nel 1945 ed infine nella seconda metà degli anni Sessanta la maggior parte delle città americane.

Erano proprio state le rivolte degli anni Sessanta ad aprire fra la pseudo-sinistra il “dibattito” sulla questione, come allora veniva definita, afro‑americana. Fiumi di parole scritte, grande “business” editoriale, miriadi di soluzioni faticosamente ponzate in altrettanti dibattiti, ed infine la risoluzione del problema era arrivata grazie al presidente Johnson, autentico maestro nel promuovere macelli in Indocina, e alle sue leggi sui diritti civili, che sancivano la parità del cittadino di colore nei confronti del bianco.

Tutti i sinceri democratici di questo mondo avevano tirato un sospiro di sollievo e, pur con qualche tiratina d’orecchi a questa America un po’ imperialista e un po’ razzista ma sinceramente democratica, ci si compiaceva della capacità peculiare a ogni democrazia di migliorare le condizioni di esistenza di quegli strati popolari momentaneamente esclusi dal godimento del “benessere nazionale”.

Le riforme, ecco la vera soluzione del problema! Oggi, passati più di dieci anni, anche il sociologo più bislacco potrà dire che le condizioni di vita e di lavoro della maggior parte dei neri americani non sono affatto migliorate; noi sosteniamo che addirittura sono peggiorate. Ci confortano in tale affermazione le cifre sulla enorme massa di disoccupati negli Stati Uniti e la certezza che, quando forza lavoro è espulsa dalla produzione, è sempre la parte più debole del proletariato che per prima è messa alla porta, e in America i neri sono certamente fra i meno protetti dall’apparato sindacale e politico. Non stiamo a ricordare le condizioni di estrema povertà e abbruttimento degli abitanti dei ghetti americani, dove i topi scorrazzano liberamente negli alloggi malsani e le bande di giovani disoccupati e sottoproletari si danno la caccia fra loro. SSiSiano o no mistificate con l’appellativo di guerra fra razze, gli episodi di rivolta nei ghetti americani sono autentiche esplosioni di lotta di classe. I sociologi americani, e i marxologhi nostrani gli fanno comunque coro, sono maestri nel ricondurre ogni episodio che turbi l’ordine sociale nell’alveo dello scontro fra etnie o fra gruppi non meglio identificati come “devianti” dal controllo della società; per poi dimostrare come il gioco democratico in definitiva sia capace di sanare tali frizioni, anche se poi è sempre la Guardia Nazionale a sedare le rivolte sparando a vista sui neri.

E i politici, che hanno imparato la lezione dai sociologi e dai fatti, appena le acque si sono calmate si affrettano a riformare le leggi, ma si badi bene, non certo per migliorare le condizioni di esistenza del proletariato nero, ma per pacificare lo stato giuridico della piccola e media borghesia di colore e nello stesso tempo per gratificare il comportamento forcaiolo di quei dirigenti neri che durante le rivolte si sono adoperati “a far sbollire gli animi più accesi” o meglio ancora a indicare alla polizia i capi delle rivolte. Ed in questa tattica, ormai vecchia quanto efficace, del “dividi ed impera” la borghesia americana ha e avrà sempre buon gioco nei confronti del proletariato di colore fino a che il proletariato delle metropoli, senza distinzione di razza, non saprà chiaramente indicare la via storica affinché ogni episodio di rivolta proletaria possa veramente risultare proficuo alla causa del proletariato internazionale.

Purtroppo allo stato attuale delle cose il dominio della società borghese è tale e tanto che non solo il capitale ha saputo mettere in concorrenza operaio con operaio nella singola fabbrica, ma ha anche costretto con la politica delle diversificazioni salariali il proletariato nero a mettersi in concorrenza col bianco. Ed ecco perché il capitalismo a stelle e strisce con tutti i suoi problemi di carattere economico, come le crisi monetarie (produttiva e la disoccupazione) e politiche (come la crisi iraniana e quella afgana) è sempre riuscito, una volta scoppiata la rivolta, a circoscrivere prima e poi spegnere l’incendio della lotta di classe, riproponendo così intatto il suo dominio sul proletariato delle metropoli americane. QQuQuesta divisione spiega l’origine degli errori degli ideologi del cosiddetto “movimento” nero «errori imputabili all’incapacità ad affrancarsi dalla prospettiva del nazionalismo nero, che in alcuni casi prende i connotati di vero e proprio razzismo alla rovescia. Errori di localismo, dovuti all’incapacità ad avere una prospettiva che vada oltre le mura del ghetto, e nello stesso tempo, incapacità a travalicare sia il limite del concetto di democrazia così come quello di integrazione nella società borghese. Ma tutti questi errori sono imputabili al proletariato nero oppure sono dovuti al ritardo storico del proletariato occidentale, che generalmente è di pelle chiara? Che forse qualche altra voce, al di fuori della nostra, purtroppo così lontana e debole, si è levata dal tempo della III Internazionale ad oggi ad indicare la giusta prospettiva al proletariato statunitense tutto?

Certo si ha un bel dire che abbisognerebbe una maggiore collaborazione fra proletariato bianco e nero, quando poi i neri sono in genere perfino esclusi da qualsiasi altra forma di organizzazione sindacale che non sia di colore. I rivoluzionari sanno che solo nel Partito Comunista è possibile infrangere quelle barriere di razza, sesso e classe sociale che sono nello stesso tempo prodotti e produttori del modo di produzione capitalistico. Ma questa sintesi non si ha nella classe per generazione spontanea ma come risultato di prolungate e spesso dure battaglie sul terreno della lotta di classe, e solo a condizione che il Partito Comunista sappia esercitare la propria influenza decisiva in questo processo. Quindi rallegrarsi alla fiammata di collera del giovane e indifeso proletariato nero ma lavorare, anche oscuramente e da lontano, affinché le future rivolte che già da oggi attendiamo possano saldarsi alla ripresa del movimento del proletariato internazionale, nella prospettiva, peculiare a tutti i comunisti, dell’abbattimento del regime capitalistico dell’instaurazione di quella dittatura del proletariato che sola sarà in grado di sanare ogni contraddizione fra nazionalità e razze alla scala dell’intero pianeta.