Partito Comunista Internazionale

La peste della lotta di classe contagia l’America

Indici: Questione Razziale negli USA

Categorie: Racial Question, USA

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Dopo la rovinosa caduta del presunto “comunismo russo” l’America è alla ricerca d’un nemico credibile, capace di catalizzare gli umori sempre più neri determinati dalla recessione economica. Ma mentre il bersaglio si sposta ora sul “pericolo giallo”, ora sulla sindrome tedesca (vedi la fuga di notizie sulle ipotesi di guerra messe a punto dal Pentagono), “il piccolo segreto sporco” dell’America, come lo chiama il settimanale “Time”, e cioè la lotta di classe, viene evocato apertamente nelle elezioni primarie.

Messaggi e programmi dei candidati sia democratici sia repubblicani hanno uno specifico richiamo classista. Ma di quali classi si parla esattamente, quali sono le classi che vengono citate dai grigi democratici e da Superbush, alquanto ridimensionato dai bollettini di guerra che provengono dal sottosuolo economico e sociale?

Grande protagonista delle primarie è la middle class, la classe media che sta perdendo terreno sul piano dei numeri e dei redditi, corteggiata da tutti perché ineguagliabile serbatoio di voti. Ma ricompare anche la working class, la classe lavoratrice identificata con una espressione abbandonata da anni a favore di quella più neutrale di working people, perché la prima puzzava troppo di marxismo, dunque di comunismo, dunque di impero del male, dunque di slealtà verso tutto ciò che l’America rappresenta, dunque unamerican.

Così riferisce da New York il corrispondente del Corriere della Sera.

Ma come, ora che il comunismo non c’è più, si va a riscoprire la peste? Il fatto è che la “gente”, the people, come si preferisce dire per lenire con le parole il troppo crudo linguaggio delle classi, riconosce ormai che «è proprio vero che i ricchi stanno diventando più ricchi e i poveri più poveri».

È proprio quello che “la peste” ha contagiosamente rivelato dal Manifesto dei Comunisti ad oggi. Che sia l’America della già “affluent society”, della “big society”, dell’edonismo reganiano, a riscoprire la lotta di classe?

Il marxismo non solo non lo ha mai escluso, ma lo ha profeticamente affermato quando con la chiusura forzata della I Internazionale, decise di spostare simbolicamente la sua sede a New York. IIlIl “sogno americano” dura già da troppo tempo, ogni tanto però turbato da terribili incubi, tipo grande crisi del 1929, crisi del 1941, del 1973, fino a quella attuale, riconosciuta come la più grave degli ultimi 40 anni.

È vero, le classi ci sono sempre state, ma esse appaiono più vere quando le cose vanno male. Puntualmente, come abbiamo sempre sostenuto, la crisi economica ciclica colpisce la classe proletaria, ma è anche macello delle mezze classi che “noi sentitamente disprezziamo”. Esse si lamentano infatti che “gli americani non sono tutti eguali e con le stesse opportunità, che il governo non fa l’arbitro neutrale, e che chi ha governato negli ultimi 12 anni ha fatto soprattutto gli interessi dei ricchi».

Ben gli sta, diciamo noi, perché lo diciamo da almeno 140 anni; ma appena i fatti, i “merdosi fatti” tanto cari al pragmatismo delle mezze classi lo mettono a nudo, allora non lo abbiamo mai detto, o al massimo siamo stati degli insopportabili menagrami.

Le classi medie, incapaci d’un orientamento politico omogeneo, di classe, appunto, oscillano tra il grande Capitale (rappresentato dal partito dei ricchi, dei protestanti) e la pressione proletaria che purtroppo in America non conosce la vera tradizione di classe, nel senso europeo della parola, a causa della peculiare storia dell’area americana. Ciò non toglie, al di là della mancanza d’una genuina tradizione comunista in America, che le mezze classi sono il termometro della crisi, e la stanno rivelando in tutta la sua drammaticità. Non c’è da illudersi che esse siano capaci di far fronte alla profonda crisi del capitale made in USA; i due grandi partiti, nel loro stuccoso gioco delle parti, stanno dando fondo a tutta la loro fegatosa demagogia, producendo i classici fenomeni della polarizzazione di destra, tipo neo‑nazismo alla ku‑klux‑klan, e dei reverendi neri a sinistra. Ma la peste, col suo contagio, non guarda al colore della pelle, non fa discriminazioni di sesso e di religione:

Il dato “rivoluzionario” in America consiste nel fatto che il tasso di profitto punta verso il basso e costringe il paese del grande capitale a far leva sulla sua prepotenza militare per supplire alle oggettive difficoltà strutturali.

L’America si pone così come gendarme del mondo, minacciando più o meno scopertamente l’Europa “germanica” ed il Giappone dell’interminabile miracolo economico. I due ex‑nemici, dati per spacciati dopo il secondo conflitto mondiale, si dimostrano più vitali dell’intatta America, proprio secondo le valutazioni del partito di classe e della Rivoluzione comunista.

Che il contagio si propaghi fino a superare il vallo atlantico, fino a ricongiungersi alla grande tradizione comunista europea, per l’unità della “working class” di tutti i continenti.