Partito Comunista Internazionale

Corso dell’Imperialismo Pt.1

Categorie: Africa, Europeanism, Germany, Imperialism, Middle East and North Africa, NATO, USA, USSR

Questo articolo è stato pubblicato in:

Premessa

I più recenti rapporti inter-imperialistici indicano ormai chiaramente che siamo entrati nella fase preparatoria della terza guerra mondiale. Almeno dal 1975, con la lotta per il controllo dell’Africa e in particolare per quello dell’Angola e del Corno d’Africa, abbiamo assistito ad un crescendo di tensioni internazionali: dall’Africa, al Medio Oriente, al Golfo Persico, al Sud Est asiatico e perfino all’Europa. Non a caso questa nuova fase dei rapporti internazionali è stata preceduta dalla grave crisi economica mondiale che appunto può farsi risalire alla fine del 1974 e al 1975.

Secondo i risultati dei nostri studi economici tale crisi, che era stata ampiamente prevista dagli studi precedenti, segna una tappa decisiva nella traiettoria catastrofica del capitalismo. I motivi più acuti e contingenti della crisi di allora sono stati sì superati, ma alcune caratteristiche come la profondità e la velocità della caduta della produzione industriale e soprattutto la simultaneità dei fenomeni registrati ci fecero concludere che eravamo entrati nella fase di verticale discesa del saggio di profitto medio. Questo può anche momentaneamente risalire, come è risalito, per l’effetto delle note controtendenze e certo non possiamo prevedere quanto durerà l’attuale intermezzo, ma una cosa è certa: esso prepara una nuova e più verticale discesa del saggio di profitto medio alla scala mondiale.

Di qui l’inevitabilità del terzo conflitto imperialistico e di qui le vicende diplomatiche e militari che vanno inevitabilmente verso la formazione di nuovi blocchi pronti al nuovo e più micidiale scontro. Se quella economica è la base materiale dei rapporti internazionali, nondimeno la fase attuale di preparazione delle nuove alleanze di guerra risulta chiaramente, anche se non meccanicamente, dallo studio della evoluzione delle relazioni diplomatiche. Lo scopo specifico di questo studio è appunto quello di dimostrare che l’alleanza totale stabilita a Yalta ha permeato i rapporti tra Occidente e Oriente non solo durante la “distensione”, ma durante la “guerra fredda”, che si sono dimostrate solo due facce del medesimo equilibrio imperialistico. La rilettura, secondo la nostra chiave esclusiva, degli episodi più importanti da Yalta in poi ci permette inoltre di valutare con maggior chiarezza l’intricata tela degli attuali interessi imperialistici, che, senza la nostra bussola, possono apparire del tutto irrazionali e contraddittori, ma che viceversa si svolgono secondo linee ben precise che porteranno alla formazione di due nuovi blocchi contrapposti.

Lo «Spirito» di Yalta

L’incontro a Yalta fra Stalin, Roosevelt e Churchill del febbraio-marzo 1945 rappresenta veramente una tappa storica nei rapporti inter-statali di questo secolo. Rappresenta la fine ufficiale dell’isolamento russo attraverso il riconoscimento della Russia come principale potenza imperialista, ottenuta prima di tutto sul campo di battaglia. Non fu cosa di poco conto se gli altri Stati pretesero come premessa indispensabile lo scioglimento anche formale di ciò che restava della Terza Internazionale.

L’idea originaria di una Conferenza tra i grandi (USA, URSS e Gran Bretagna), con lo scopo di decidere l’organizzazione mondiale post-bellica, fu di Roosevelt e già l’aveva espressa nell’incontro di Teheran alla fine del 1943 in perfetto stile wilsoniano. Fu accolta con diffidenza (almeno inizialmente) sia da Stalin sia da Churchill, ancora favorevoli alla vecchia e più realistica politica diplomatica delle zone di influenza. Fu poi in particolare Stalin che sollecitò lo svolgersi della Conferenza, non a caso tenutasi in Crimea, quando si rese conto che poteva ottenere molto, in particolare in Europa (Polonia, riparazioni tedesche), ed anche in Giappone accettando le insistenti richieste USA di intervenire militarmente in quella zona del conflitto. Gli esperti militari Usa calcolavano infatti che ci sarebbero voluti almeno altri 18 mesi dopo la resa della Germania per ottenere anche la resa totale del Giappone. In seguito avrebbe teso anche a contenere l’avanzata dell’Armata russa in Europa.

Le questioni più importanti affrontate e decise a Yalta furono: 1) occupazione militare, smembramento e riparazioni tedesche; 2) questione polacca; 3) questione del futuro assetto mondiale; 4) intervento militare russo contro il Giappone. Quest’ultima questione premeva soprattutto a Roosevelt e fu anche all’origine dell’impressione che si diffuse negli Stati Uniti subito dopo Yalta di un eccessivo cedimento di Roosevelt verso le pretese di Stalin.

Sulla questione del trattamento della Germania almeno a Yalta ci fu un accordo pressoché totale, solo Churchill espresse qualche perplessità anticipando l’atteggiamento successivo non solo della Gran Bretagna ma anche degli Usa. In una lettera al Segretario agli Esteri del 4 gennaio 1945, rilevabile dalle sue Memorie, aveva scritto: «Sono bene al corrente degli argomenti sull’opportunità di non avere una comunità avvelenata nel cuore dell’Europa».

Le preoccupazioni di Churchill sulla stabilità sociale del cuore dell’Europa, memore del primo dopoguerra, erano più che giustificate. Basta vedere il tenore del Comunicato dell’11 febbraio 1945 che ben riflette “l’idealismo” roosveltiano ed il “cinismo” staliniano, perfetti rappresentanti dei due modi di essere delle due principali potenze imperialistiche. Questo il comunicato sulla “occupazione e controllo della Germania”:

     «Ci siamo accordati sulla politica comune e sui piani comuni da adottare per assicurare l’applicazione dei termini della capitolazione incondizionata che imporremo alla Germania nazista, quando la resistenza armata germanica sarà stata definitivamente schiacciata. Queste condizioni saranno pubblicate quando sarà completata la disfatta della Germania.
     «Esse riguardano il coordinamento dell’amministrazione di controllo costituita dai comandanti in capo delle tre potenze, con sede a Berlino (…) Siamo inflessibilmente risoluti ad annientare il militarismo ed il nazismo tedesco ed a fare in modo che la Germania non possa mai più turbare la pace mondiale. Siamo decisi a disarmare e congedare tutte le forze armate tedesche; a sciogliere definitivamente lo Stato Maggiore generale tedesco; a sopprimere o controllare l’industria tedesca che potrebbe venire utilizzata per produzioni di guerra; ad infliggere a tutti i criminali di guerra una giusta, immediata punizione e ad esigere l’esatta riparazione, in natura, delle distruzioni causate dai tedeschi».

Come è noto, poco più di un anno dopo l’atteggiamento USA nei confronti della Germania cambierà radicalmente, come cambierà anche nei confronti della Russia. Cambia la situazione e cambiano conseguentemente le “opinioni” dei cosiddetti “grandi” della politica mondiale, confermando di non essere che marionette al servizio degli interessi dell’imperialismo mondiale. Finita la guerra guerreggiata infatti appare in primo piano la nuova situazione materiale che si è creata, al di là e nonostante ogni intenzione: in Occidente i veri e gli unici vincitori della guerra sono gli USA, che inevitabilmente sostituiranno la Gran Bretagna e la Francia nel loro dominio imperialistico; in Oriente la sola nazione ed il solo esercito nazionale che è in grado di opporsi allo strapotere americano è l’URSS.

Ciò naturalmente non cancella le enormi differenze qualitative e quantitative esistenti tra le due maggiori nazioni capitalistiche e imperialistiche ed in primo luogo il fatto che gli USA sono già una grandissima potenza finanziaria, mentre l’URSS è ancora un giovane capitalismo. I due massimi predoni mondiali non possono dunque che comportarsi diversamente: il primo, per sua natura, non può che predare attraverso enormi esportazioni di capitali, il secondo preferisce materiali rapine di mezzi (soprattutto strumentali) alla maniera dei vecchi colonialismi europei. Di conseguenza e molto presto gli Usa abbandonano ogni “idealismo” e cessano lo smantellamento delle industrie tedesche, mentre solo l’URSS lo continua nella sua zona, naturalmente in nome del “socialismo”.

Nello stesso modo è l’evoluzione dei fatti a determinare un sostanziale cambiamento di atteggiamento degli USA verso l’URSS. Per i gazzettieri esso è l’effetto della morte di Roosevelt e delle diverse “opinioni” del suo successore Truman; ma dimenticano che gli “aiuti” del piano Marshall vengono offerti anche all’URSS, ed è essa a rifiutarli, dimostrando così di essere in grado di costituire, pur nella sua arretratezza, un polo almeno potenzialmente concorrente con gli USA nello sfruttamento imperialistico del mondo. Ne possiede infatti la forza e l’onore per aver contribuito in maniera determinante alla sconfitta del comune nemico. L’onore, si sa, serve solo a coprire i volgari interessi di bottega.

Altra questione di primo piano a Yalta fu la questione polacca. Il modo con cui fu affrontata e risolta è indicativo di ciò che gli accordi di Yalta hanno rappresentato in quel preciso momento storico e per il periodo di “pace” che si apriva. Anche in questo caso la soluzione era imposta dai fatti, ed in primo luogo dagli avvenimenti militari. Nonostante tutte le questioni di “onore”, l’Armata Rossa occupava il territorio polacco, dunque l’opinione russa sull’assetto della Polonia non poteva non essere accolta. Tutte le discussioni che si fecero durante la Conferenza – ed una parte notevole del tempo fu dedicata proprio alla soluzione della questione polacca – avvenivano non a causa di reali controversie (problema delle frontiere e problema del governo), ma esclusivamente nell’intento di salvare la faccia, in particolar modo da parte della Gran Bretagna. Nella sostanza le tesi russe furono e non potevano non essere accolte.

La tesi russa che la frontiera orientale della Polonia, al confine con la Russia, dovesse essere costituita almeno dalla Linea Curzon, stabilita durante la Prima Guerra mondiale, e che semmai la Polonia fosse compensata ad occidente a spese della Germania fino a raggiungere il fiume Neisse, includendo anche le città baltiche di Danzica e Stettino, non ebbe alcuna opposizione di rilievo. Si fece notare che accettando questo principio si sarebbe creato un problema in più per la futura Germania: dalla Prussia orientale sarebbero immigrati in Germania almeno sei o sette milioni di tedeschi. Stalin osservò, senza incontrare alcuna resistenza, che da quelle zone ormai i tedeschi erano tutti fuggiti e che semmai era bene prolungare ancora per un po’ la guerra per ucciderne «un altro milione o due».

Maggiori difficoltà emersero per la soluzione del problema del governo rappresentativo della Polonia: c’era la questione del governo-fantoccio (russo) di Lublino – poi detto di Varsavia dopo la “liberazione” ad opera dell’Armata Rossa – opposto a quello altrettanto fantoccio (inglese) di Londra. Quest’ultimo era ferocemente antirusso ed anticomunista e ovviamente la Gran Bretagna non poteva improvvisamente togliergli il suo riconoscimento. Qui era in gioco non solo l’onore ma la rispettabilità dei sacri principi di rappresentanza democratica, e tutti sapevano quanto fossero antirussi i polacchi. Ma ancora una volta i fatti prevalsero e, nonostante che in primo luogo la Gran Bretagna avesse a cuore l’indipendenza e la sovranità della Polonia – per il difenderne l’integrità la Gran Bretagna era entrata in guerra contro Hitler, in maniera del tutto disinteressata, come ricordò l’abile Churchill – ci si dovette accontentare della promessa solenne di Stalin di tenere entro un mese libere e “pulite” elezioni. Promessa evidentemente mai mantenuta. Si dovette accettare la tesi russa, che i sentimenti antisovietici dei polacchi erano venuti meno con la liberazione dai tedeschi ad opera dell’Armata Rossa e che il governo di Lublino era amato da tutti i polacchi. Al massimo poteva essere integrato con qualche elemento “democratico” del governo di Londra per preparare le elezioni.

La questione concernente l’intervento militare russo contro il Giappone, pur coinvolgendo anche la Gran Bretagna, fu trattata esclusivamente tra Roosevelt e Stalin. Stalin si impegnava ad entrare in guerra contro il Giappone entro due o tre mesi dalla fine delle ostilità in Europa in cambio di pure e semplici rivendicazioni territoriali.

Le trattative per l’organizzazione futura della “pace” e dell’ONU furono forse l’aspetto più caratteristico e importante, tanto da generare l’appellativo di “storico spirito di Yalta”. Nonostante che di lì a pochi anni esplodessero nuovamente motivi di contrasto, si ha la sensazione che la volontà di tutti i partecipanti, riflesso dell’annientamento militare della Germania, fosse rivolta alla creazione di un sistema per il “pacifico” sfruttamento del mondo: in concorrenza, ma “in pace”. Oggi si può dire che le forme della concorrenza tra i nuovi blocchi possono essere state diverse a seconda delle circostanze, ma a Yalta si volle veramente elaborare un meccanismo in grado di “salvare la pace” per tutto un periodo storico. La Dichiarazione sull’Europa liberata, contenuta nel Comunicato Ufficiale citato sopra, afferma:

     «Il ritorno dell’ordine in Europa e la ricostruzione della vita economica nazionale dovranno essere raggiunti con metodi che consentano ai popoli liberati di controllare le ultime vestigia del nazismo e del fascismo e di crearsi istituzioni democratiche secondo la propria scelta. Uno dei principi della carta Atlantica è che tutti i popoli hanno il diritto di scegliersi la forma di governo sotto la quale intendono vivere e che i diritti sovrani di autonomia, di cui erano stati spogliati con la forza dai paesi aggressori, devono venir loro restituiti.
     «Allo scopo di favorire le condizioni nelle quali i popoli liberati potranno esercitare questi diritti, i tre governi presteranno insieme il loro aiuto ai popoli degli Stati liberati dell’Europa o a quelli già satelliti dell’Asse, ogni volta che sia necessario e a seconda della situazione.
     «1) Per assicurare la pace interna del Paese
     «2) Prendere misure urgenti per sollevare la popolazione dalla miseria
     «3) Insediare governi provvisori in cui saranno largamente rappresentati tutti gli elementi democratici della popolazione che dovranno, per mezzo di libere elezioni, formare il più presto possibile governi rispondenti alla volontà popolare ed infine facilitare, se ve ne sarà bisogno, tali elezioni.
«I tre governi consulteranno le altre Nazioni Unite ed i governi provvisori od altri in Europa quando si tratterà di esaminare questioni, che li interessano direttamente.
     «Allorché, secondo il parere dei tre governi, la situazione in uno Stato europeo liberato o in un vecchio Stato satellite dell’Asse in Europa, lo esigerà, si consulteranno immediatamente sulle misure da prendere per assolvere le responsabilità comuni esposte nella presente dichiarazione.
     «Riaffermiamo qui la nostra fiducia nei principi della Carta Atlantica, confermiamo gli impegni assunti da noi nella dichiarazione delle Nazioni Unite e la risoluzione di costruire, insieme alle altre nazioni pacifiste, un ordine mondiale retto dal diritto e consacrato all’interesse della pace, della sicurezza, della libertà e della prosperità comune».

Se il linguaggio ufficiale è esplicito, il linguaggio meno ufficiale dei brindisi e delle dichiarazioni dei singoli Capi di Stato è ancora più permeato dello “spirito di pace” che aleggia a Yalta, conquistato sui sanguinanti campi di battaglia. Una fonte ampia ed anche attendibile sono le memorie di Churchill. Stalin dichiarò durante la riunione del 6 febbraio:

     «Tutti noi vogliamo assicurare la pace per almeno cinquant’anni. Il massimo pericolo è un conflitto tra di noi, mentre se rimaniamo uniti la minaccia tedesca non è molto importante. Perciò dobbiamo ora pensare al modo di assicurare la nostra unità d’intenti per l’avvenire e di garantire che le Tre Grandi Potenze (e possibilmente la Cina e la Francia) sembrino un fronte unito. Bisogna pure elaborare qualche sistema per impedire il conflitto tra le principali Grandi Potenze».

La sera dell’8 febbraio ci fu una cena comune, e si sa, dopo aver bevuto, si dicono cose che altrimenti non si direbbero. Churchill disse:

     «Non è un’esagerazione o complimento fiorito da parte mia il dire che consideriamo la vita del maresciallo Stalin preziosissima alle speranze ed ai cuori di tutti noi (…) Spero sinceramente che il Maresciallo possa essere conservato al popolo dell’Unione Sovietica e aiutarci tutti a procedere verso un’epoca meno infelice (…) Io cammino per il mondo con maggiore coraggio e speranza quando mi trovo in rapporto di amicizia e di intimità con questo grand’uomo».

Da parte sua Stalin rispose in termini non meno lusinghieri:

     «Propongo un brindisi al Capo dell’Impero Britannico, al più coraggioso di tutti i Primi Ministri del mondo, modello di esperienza politica unita alle virtù del condottiero militare, il quale allorché tutta l’Europa era pronta a prostrarsi davanti a Hitler [si era dimenticato che anche Stalin si era prostrato] disse che la Gran Bretagna sarebbe rimasta in piedi e avrebbe combattuta da sola (…) Alla salute dell’uomo che nasce una volta ogni cent’anni (…) Ho detto quello che sento, quello che ho in cuore, e di cui sono consapevole».

Yalta ha dunque aperto una fase storica. Nella sua sostanza più profonda non è stata che un intermezzo tra i fronti di guerra chiusi con la fine della Seconda Guerra mondiale e quelli che si formeranno con la Terza. Ed è stato – nonostante tutto – un intermezzo non pacifico, prima di tutto per effetto della potente ondata di rivoluzioni nazionali ed anticoloniali che scoppiò negli anni ’50 e che costituì la vera base materiale del cosiddetto periodo della guerra fredda. Ma, nonostante la guerra fredda e tutte le crisi anche acute sul piano militare avvenute durante la “distensione”, lo “spirito di Yalta” – cioè l’alleanza totale contro il militarismo tedesco-giapponese – ha retto. Ogni Stato ha dichiarato e dichiara tuttora di dover combattere, quando vi sia costretto, per assicurare la pace e la democrazia al mondo intero contro la barbarie fascista. Di conseguenza la nuova guerra non potrà che avvenire per la difesa di questa pace e di questi principi.

Si fecero perfino grandi discussioni per elaborare un meccanismo di funzionamento della futura organizzazione mondiale (ONU) che fosse in grado di assicurare automaticamente la pace. Esso non è stato che un organismo vuoto dal punto di vista di effettivo ed autonomo potere ed in realtà, dal punto di vista della sua funzione economica e militare, è stato un organismo al servizio esclusivo dell’imperialismo più forte: quello americano. Fin dalle prime avvisaglie di crisi gli effettivi poteri dell’ONU come organismo sovranazionale si sono dimostrati del tutto inesistenti. La prossima ed irreversibile crisi mondiale sarà preceduta ed annunciata ancora una volta dall’abbandono e dalla chiusura di questo super-baraccone di chiacchiere mondiali.

Guerra fredda e distensione: due facce dell’equilibrio imperiale

Subito dopo Yalta i rapporti tra USA e URSS cominciarono a deteriorarsi. I primi disaccordi furono sull’assetto da dare alla Polonia a guerra finita, sulla politica russa nei territori occupati durante l’avanzata verso Berlino, sulle riparazioni di guerra e sull’assetto politico da dare alla Germania dopo la resa.

Fu la Conferenza di San Francisco, dalla quale ebbe origine l’ONU, che sancì la divisione del mondo in due blocchi e furono proprio gli americani a spingere in questo senso per salvaguardare la loro influenza nelle due Americhe, nonostante che precedentemente avessero più volte espresso idee favorevoli all’abolizione, in teoria, della politica delle zone di influenza.

L’area del dollaro sostituisce quella della sterlina

Durante e subito dopo la fine della guerra gli USA presero una serie di provvedimenti in modo da porsi in breve tempo come supremi arbitri del destino dell’Europa. Mettendo da parte il protezionismo che li aveva contraddistinti fino ad allora, iniziarono a scardinare l’egemonia della Gran Bretagna nel mondo. La concessione di credito illimitata alla Gran Bretagna fin dalla firma della Carta Atlantica (1941) se da una parte aveva salvato l’Inghilterra dalla disfatta, dall’altra aveva dato origine a quel processo che avrebbe visto la Gran Bretagna sempre più in subordine rispetto alla potenza economica americana.

Ad ulteriore conferma dello strapotere imperiale americano a Bretton Woods, nel 1944, furono poste le basi della nuova politica finanziaria occidentale: si fissarono i valori dei cambi ed il rapporto fra dollaro e oro; venne creato il Fondo Monetario Internazionale, ove gli USA ottennero i maggiori benefici, ed il dollaro divenne la moneta principale degli scambi internazionali. Poi si dette inizio al piano internazionale di ricostruzione. Nell’immediato dopoguerra si ebbero i prestiti USA all’Europa distrutta: il Piano Affitti e Prestiti ed il piano Marshall sancirono l’asservimento economico dell’Europa all’America, quello politico era evidente.

I rapporti tra USA e Gran Bretagna subito dopo la fine della guerra furono caratterizzati dalla cosiddetta “politica dei rapporti speciali” ma, nonostante ciò, gli USA tendevano a scalzare i privilegi coloniali inglesi. La storia seguiva il deterministico svolgersi dei fatti economici. Gli USA avevano interesse al libero accesso e al controllo delle materie prime dei paesi sottosviluppati, mentre il governo laburista inglese era costretto ad attuare una politica di disimpegno coloniale a causa del forte indebitamento con gli USA stessi. A malincuore, ma frettolosamente, gli inglesi dovettero ridimensionare il loro Impero. Nel gennaio del 1947 la Gran Bretagna demandò agli USA l’amministrazione della propria zona di occupazione in Germania; nel febbraio 1947 la Gran Bretagna affidò all’ONU la soluzione del problema palestinese; sempre nel febbraio 1947 sospese gli aiuti militari alla Grecia; nell’agosto 1947 abbandonò l’occupazione militare dell’India e annunciò la concessione dell’indipendenza entro la fine del 1948.

La «guerra fredda» non raffredda quella «calda»

In genere i commentatori fanno risalire al periodo immediatamente successivo alla Conferenza di Potsdam (1946) l’inizio della cosiddetta guerra fredda, il cui termine sta ad indicare un periodo di acceso scontro economico, propagandistico e diplomatico, mai militare, tra l’URSS e gli USA per la contesa di quelle aree che erano state al di fuori del teatro delle operazioni belliche e perciò non “contrattate” a Yalta. Uno dei primi atti da guerra fredda fu l’irrigidimento USA verso l’URSS che tentava di estendere la propria influenza verso l’Iran e lo Stretto dei Dardanelli, che ebbe l’effetto voluto anche in considerazione del terrore suscitato dallo scoppio della bomba atomica di Hiroshima.

La guerra fredda ebbe il suo punto culminante con la guerra di Corea. Gli USA intervennero in Corea “senza alcun appiglio legale”, solo per contenere il “comunismo”. Entro la metà del 1949 erano state ritirate dalla Corea sia le truppe russe sia quelle americane: la divisione al 38° parallelo era già stata istituita di comune accordo nel 1947 solo per permettere ai vincitori la resa giapponese. Gli accordi stabilivano che si sarebbe dovuto procedere ad una consultazione elettorale per eleggere il nuovo governo, ma il Nord, sotto influenza russa, era meno popolato del Sud, influenzato dagli americani, così non si arrivò alle elezioni. Si formarono due parlamenti e due governi, uno riconosciuto dall’URSS e l’altro dagli USA.

Presto scoppiarono le ostilità. Gli USA, servendosi dell’ONU, fecero dichiarare la Corea del Nord paese aggressore e furono solleciti ad inviare ingenti aiuti militari alla Corea del Sud, mentre l’URSS non intervenne mai in prima persona. Truman, presidente americano, non era favorevole all’estensione del conflitto in Corea perché era convinto che la Russia volesse impegnare l’America in Asia per avere mano libera in Europa. Francia e Inghilterra erano favorevoli ad un’immediata cessazione delle ostilità, timorose che un eccessivo impegno USA pregiudicasse gli aiuti loro promessi. Molteplici furono i contraccolpi interni all’America causati da questa guerra. In particolare lo scatenarsi delle teorie e delle pratiche anticomuniste, che aumentarono con l’intervento militare della Cina; era l’epoca del cosiddetto “maccartismo”. Nonostante la propaganda e nonostante non mancassero fautori di una nuova generalizzazione del conflitto, la guerra di Corea non durò molto. C’era chi sosteneva di dover usare nuovamente la bomba atomica, ma poi, con la liquidazione del generale Mac Arthur, si iniziarono subito i colloqui di pace (1951).

L’ombrello atomico ripara solo i vincitori

L’amorevole connubio tra USA e Europa occidentale finì non appena la ricostruzione economica fu portata a termine. Forte del proprio rapido sviluppo l’Europa non poteva non entrare in competizione con gli USA, che pure avevano contribuito in prima persona alla sua ricostruzione.

I primi contrasti sorsero sulla strategia di difesa dell’intero occidente (“ombrello atomico”), che gli USA si arrogavano come unica loro prerogativa. La Massive Retaliation (rappresaglia massiccia) era una strategia di difesa che prevedeva, come risposta ad un eventuale attacco russo, una rappresaglia con uso di bombe atomiche, tale da «eliminare per sempre il problema comunista dalla faccia della terra». Gli europei obiettavano che tale rappresaglia sarebbe avvenuta sulle ceneri dell’Europa e non potevano essere d’accordo. D’altra parte essi accettarono, anche se a malincuore, un notevole incremento del proprio riarmo, che nelle intenzioni della strategia NATO avrebbe dovuto contenere la prima eventuale ondata di attacco; sarebbe poi stata l’aviazione USA con i suoi bombardieri atomici a portare a termine la rappresaglia definitiva.

In seguito, verso il 1956, si passò alla strategia della Graduated Deterrence (Risposta graduale), che secondo Dulles, Segretario di Stato USA, doveva essere in grado di fornire «una risposta massiccia al fine di scoraggiare ogni forma di aggressione, ma il suo uso doveva essere relativo e addetto alle circostanze». Infine, dopo l’elezione di Kennedy (1960), l’ennesima svolta: si passò alla Flexible Response (Risposta flessibile). Secondo quest’ultima l’Europa avrebbe dovuto riarmarsi ulteriormente dal punto di vista convenzionale, permettendo così all’Occidente di avvalersi di una rosa di eventualità tattiche, che andavano dal solo intervento convenzionale alla distruzione atomica totale. Gli USA giustificavano tale scelta sostenendo che avrebbe permesso una pausa nelle operazioni militari successive al primo eventuale attacco atomico nemico; tale pausa avrebbe potuto indurre l’aggressore a riconsiderare le conseguenze delle proprie azioni e a ricercare una soluzione politica. L’Europa, invece, si sentì abbandonata, obiettando che, così facendo, si invitava il nemico ad attaccare. Sotto questo aspetto gli europei incominciarono a rimpiangere la strategia della rappresaglia massiccia la quale, se non altro, garantiva loro un potenziale d’ammonimento maggiore nei confronti dell’Est.

Il riarmo degli sconfitti naturale conseguenza dello scontro «pacifico» fra i due blocchi

Ancora alla firma del Patto Atlantico (inizi del 1949) l’eventualità del riarmo dei paesi vinti era formalmente scartata, confermando così gli accordi di Potsdam. Ma già Le Monde del 6 aprile 1949 notava che «il riarmo della Germania è contenuto nel Patto Atlantico come l’embrione nell’uovo».

Nel 1945 gli USA avevano proposto di disarmare la Germania per venticinque anni e di neutralizzarla, magari unificata, proposta che fu rifiutata dall’URSS. È curioso che dopo la guerra di Corea le parti si invertirono, poiché sarà l’URSS a rifare quella proposta e sarà ora l’America a rifiutarla. Il motivo è ovviamente da ricercare nella volontà USA di utilizzare le innegabili capacità militari tedesche in funzione antirussa. Tra l’altro negli USA si era ormai diffusa la psicosi di una invasione russa in Germania, come in Corea. Si tentò così di creare una forza inter-europea di difesa (CED – Comunità Europea di Difesa), voluta dagli USA in funzione di cuscinetto antirusso, che prevedeva la creazione di un esercito internazionale unico tra i paesi europei; fallì per la mancata adesione della Francia, che non volle fondere il proprio esercito con quello tedesco. Si ricorse allora al compromesso della entrata della RFT nel Patto Atlantico. Così questo, dopo l’entrata di Grecia e Turchia nel 1952), nel 1955 veniva ad essere composto da quindici paesi. In questa occasione la Francia non mancò di esternare la propria insoddisfazione, e la sua adesione avvenne di malavoglia. Nascevano i primi malcontenti fra Francia e USA, che portarono in seguito al ridimensionamento della presenza francese nella NATO.

La “normalizzazione” russa dell’Europa orientale

Nell’Europa dell’Est la sostituzione dell’influenza del capitale tedesco con quello russo cominciò con la sconfitta sul campo di battaglia dell’esercito tedesco. La situazione rimase incerta solo in Austria, Jugoslavia e Grecia, ma in tutte e tre queste aree la Russia dovette cedere l’influenza agli USA. Del resto a Yalta la Grecia era stata letteralmente svenduta da Stalin all’Inghilterra.

Il Patto di Varsavia, firmato subito dopo l’adesione della Repubblica Federale Tedesca alla NATO (1955), ebbe proprio la funzione di legare a doppio filo i paesi dell’Est al carro russo.

Dopo il XX Congresso del PCUS si ebbe una sterzata in senso autoritario da parte del gruppo dirigente sovietico, per non rischiare di perdere il controllo dei paesi dell’Europa orientale, confermando che il controllo dell’URSS su questi paesi era imposto e non gradito, in quanto veniva a gravare su nazioni abbastanza sviluppate dal punto di vista economico. In particolare Polonia, Germania orientale, Cecoslovacchia e Ungheria avrebbero voluto avere relazioni commerciali con l’Occidente. Le sommosse operaie partirono sempre da rivendicazioni di natura economica per essere deviate contro l’egemonia russa: si lottò in definitiva per la conquista della “democrazia”, regime al momento più congeniale per il grado di sviluppo economico di quei paesi. Ma ogni tentativo in tal senso fu represso violentemente dall’URSS. Ad esempio, nel 1956, il governo Nagy, reo di essersi troppo spinto nella sua apertura all’Occidente, fu travolto, insieme alla resistenza popolare ungherese, dai carri armati russi. L’URSS riconfermava così il diritto a depredare i suoi “satelliti”, a smantellare le loro industrie e ad imporre esosi tributi.

I paesi sottosviluppati rimangono zone di conquiste

L’era delle rivoluzioni nazionali, che si aprì negli anni ’50 nel terzo mondo, vide lo scontro tra le due maggiori potenze, ma anche l’allargamento dell’influenza in queste zone da parte di ambedue i concorrenti. L’URSS rafforzò i propri legami con India, Birmania, Afghanistan, Nord Vietnam, Laos, Cambogia e Egitto; gli USA formarono la SEATO con Gran Bretagna, Iran, Turchia e Pakistan; si ebbero inoltre speciali patti tra USA e Giappone e tra USA e Formosa «per arginare l’avanzata comunista».

In Medio Oriente, subito dopo la fine della Seconda Guerra mondiale, iniziarono i conflitti tra arabi e israeliani; in particolare gli israeliani non riconoscevano l’autorità francese ed inglese. Naturalmente gli USA erano prontissimi a “tappare i buchi” lasciati aperti. Un primo intervento si ebbe da parte della CIA in Iran nel 1951 in occasione della nazionalizzazione dell’Anglo Iranian Oil Company; gli USA intervennero a favore dello Scià facendo fuori il movimento democratico di Mossadeq. Nella crisi mediorientale la Russia in un primo momento avrebbe voluto sostenere la parte degli israeliani, ma quando quest’ultimi trovarono più congeniale l’alleanza con gli USA, non ebbe esitazioni a proclamarsi «difensore dei diritti del popolo arabo». Anche in Vietnam gli USA si comportavano da bravi pesce-cani. Attesero la disfatta francese senza muovere un dito, poi non riconobbero i trattati di Ginevra del 1956, “addossandosi” così il controllo della parte Sud del paese.

Il Medio Oriente mette in crisi anche le alleanze più cementate

Nel 1956 ci fu l’invasione della zona di Suez da parte di truppe anglo-francesi. La crisi fu determinata dal rifiuto degli USA di finanziare la costruzione della diga di Assuan. L’Egitto rispose con la nazionalizzazione del canale di Suez, fino ad allora sotto il controllo dell’imperialismo anglo-francese, e con la richiesta di aiuti ai russi.

Israele non si lasciò sfuggire l’occasione, interpretando l’estrema irritazione di Francia ed Inghilterra come un aperto invito a giocare con le armi la partita nei confronti dell’Egitto; del resto conduceva già a Parigi consultazioni ed accordi segreti per l’invasione dell’Egitto. Intanto negli USA si tenevano le elezioni presidenziali. Eisenhower invitò immediatamente alla cessazione del fuoco. All’ONU il 5 novembre 1956 il delegato russo Sobolev invitò Francia e Inghilterra a ritirare le loro truppe e si rivolse agli USA per un’azione comune in appoggio alla Repubblica egiziana, proposta che il delegato americano non accolse, soprattutto per la brutta figura fatta dall’URSS in Ungheria. Il 6 novembre la Russia chiedeva alla Turchia l’autorizzazione per il transito di navi da guerra attraverso gli stretti. Washington offrì al Primo Ministro inglese Eden un prestito di un miliardo di dollari all’Inghilterra se avesse ordinato il cessate il fuoco prima della mezzanotte. Così si, fece telefonando anche a Parigi. Eisenhower la sera stessa venne eletto nuovamente presidente degli USA, mentre Gran Bretagna e Francia sgombravano il Canale, avvallando così l’arbitrato americano nella zona mediorientale.

Anche in Africa la prudenza russa è un sintomo di subordinazione

Nello svolgersi della situazione e dei rapporti fra USA e URSS lo status del continente africano ha rappresentato un elemento di primaria importanza. Fino al 1957 l’azione russa in Africa si limitava alla richiesta di far passare sotto la tutela dell’ONU tutti i territori dipendenti dai vecchi Imperi. Non ottenne nemmeno la tutela della Tripolitania, che era stata tolta all’Italia. Gli USA, invece, già durante la Seconda Guerra mondiale avevano inviato “missioni” di ogni tipo al seguito di ingenti finanziamenti.

L’arruolamento per la guerra di Indocina di molti africani, in primo luogo algerini, fu un fattore importante nella guerra d’Algeria, che fu una vera e propria guerra anticoloniale. Si era in presenza dello sfaldamento dell’Impero francese: nel 1954 la sconfitta in Indocina; nel 1955 il ritorno di re Mohamed V in Marocco; nel 1956 l’indipendenza alla Tunisia. Non esisteva un movimento proletario di una qualche consistenza in Occidente, perciò il senso politico ed ideologico della rivoluzione algerina non poté che essere rappresentato dal cosiddetto “movimento afroasiatico”, che culminò con la conferenza di Bandung del 1955 e la proclamazione del diritto di ogni popolo all’autodeterminazione. Era un movimento tanto poco rivoluzionario che lo “anticolonialismo” degli USA era considerato, invece che concorrente (per di più vincente) del colonialismo inglese e francese, addirittura un alleato.

L’atteggiamento dell’URSS – e del PCF – di fronte alla rivoluzione nazionale d’Algeria fu veramente carognesco. Nel maggio del 1956 Kruscev ricevette in visita ufficiale a Mosca Guy Mollet, presidente del Consiglio dei ministri della Francia, al quale espresse la sua speranza che la Francia avrebbe saputo essere nella questione algerina all’altezza delle proprie tradizioni liberali e democratiche; da parte sua il PCF votò i pieni poteri a Guy Mollet nel marzo del 1956. Solo nel 1962, dopo gli accordi ufficiali di Evian tra il governo algerino e il nuovo presidente De Gaulle, l’URSS riconobbe ufficialmente l’esistenza del governo rivoluzionario algerino.

Anche nel Congo in occasione della rivolta antibelga del 1960 la Russia disattese le speranze e le richieste dei movimenti nazionalisti più avanzati. Lumumba, infatti, non esitò a chiedere ai russi l’intervento armato, ma Kruscev fece di tutto (pur dichiarando: «giù le mani dal Congo») per ritardare gli arrivi del materiale militare e non esitò a farsi complice dell’assassinio dello stesso Lumumba, con la consegna del Congo-Katanga di Tchombè agli interessi economici delle multinazionali americane nelle miniere.

Ognuno intende l’Unione Europea come più gli accomoda

RFT, Francia, Belgio, Italia, Lussemburgo e Olanda dettero origine nel 1955 alla CEE; nel 1958 entravano effettivamente in vigore i trattati per la libera circolazione delle merci fra i Sei, abolendo alcune tariffe doganali e fissando tariffe comuni per i paesi terzi. Poiché la Gran Bretagna non aderì alla CEE, non potendo ancora rinunciare ai propri privilegi nel Commonwealth, si costituì un’altra zona “di libero scambio”, denominata EFTA, al di fuori della quale ciascun membro era libero di praticare proprie tariffe privilegiate, formata oltre alla Gran Bretagna da Svizzera, Austria, Portogallo, Svezia, Norvegia e Danimarca.

Finita la ricostruzione si cercava in Europa di creare le condizioni di un accelerato sviluppo capitalistico. Se tutto ciò all’immediato non ostacolava gli interessi dei due maggiori imperialismi, non mancavano già allora spiccate richieste d’autonomia. Dopo il ritorno al potere De Gaulle iniziò una politica tesa a contrastare il predominio americano. Propose agli USA e alla Gran Bretagna di creare un “direttorio atlantico” che avrebbe dovuto portare ad una collaborazione nucleare dei tre paesi; avutone un rifiuto scelse la politica dell’autodecisione: nel 1959 la Francia ritirò la flotta dalla NATO, così come alcune unità dell’esercito, nello stesso tempo bandì dal proprio territorio le postazioni militari e le basi missilistiche americane. Non a caso durante una visita di Kennedy in Francia De Gaulle rilasciò una dichiarazione in cui si diceva convinto che gli USA avrebbero usato le bombe atomiche solo se fossero stati minacciati direttamente sul proprio territorio, ragion per cui era convinto che la Francia avrebbe dovuto avere un proprio armamento nucleare. Conseguentemente, nel 1960 esplose nel Sahara la prima bomba atomica francese; nel 1963 la Francia si rifiutò di firmare l’accordo sulla cessazione degli esperimenti nucleari nell’atmosfera ratificato fra i “grandi”; infine nel 1964 il parlamento francese approvò un imponente piano quinquennale di riarmo, che comprendeva lo sviluppo dell’arsenale atomico e dei mezzi necessari al trasporto delle bombe, aerei supersonici, missili terra-aria e sottomarini atomici.

Ancora disaccordi impedirono di dare un senso alla politica della Unione Europea. Il fatto che gli USA dalla fine della Seconda Guerra mondiale considerassero l’Europa occidentale come proprio “territorio di caccia” cozzava con l’interesse francese di creare un’Europa unita capace di prendere le distanze sia dall’America sia dalla Russia. E se era la Francia la punta dello schieramento autonomista europeo, pur sempre nel rispetto della NATO, la Germania, ormai tornata una delle economie più solide del pianeta, era matura per camminare con le proprie gambe anche in politica estera.

Non si può tornare indietro: Berlino riflette la volontà di tenere divisa la Germania

Il 1958 fu l’anno della prima grave crisi di Berlino. L’esistenza stessa di Berlino Ovest ostacolava i piani della Germania Orientale. La Russia si diceva pronta a firmare il trattato di pace complessivo con la Germania, ma gli occidentali vedevano in tale mossa l’intenzione di liquidare il problema Berlino, nel senso del suo completo riassorbimento nella RDT. Non a caso proprio alla fine dell’anno Kruscev aveva pronunciato la sua decisione di trasferire alla Repubblica Democratica Tedesca le funzioni amministrative ed il controllo di Berlino, proponendo nello stesso tempo la creazione di una città «libera e demilitarizzata».

Nel maggio del 1959 si apriva a Ginevra la periodica Conferenza delle quattro potenze, incentrata totalmente sulla questione di Berlino. Il blocco occidentale proponeva: la riunificazione di Berlino attraverso libere elezioni, primo passo verso la riunificazione tedesca; la formazione di un comitato di venticinque membri della RFT e di dieci della RDT per la creazione di una legge elettorale di riunificazione; entro due anni libere elezioni; formazione di una Costituente e disarmo progressivo; libertà per la Germania riunificata di aderire ad uno dei due Patti. Il blocco orientale, invece, proponeva: la riunione confederale delle due Germanie, durante la quale Berlino sarebbe stata trasformata in città libera e smilitarizzata; l’impossibilità per la Germania di partecipare ad alleanze di cui le quattro potenze non fossero membri; l’impedimento alla Germania di avere un esercito superiore alle necessità della propria difesa e impedimento a produrre o ad acquistare bombe atomiche, missili, aerei da bombardamento e sottomarini.

Impossibile conciliare le posizioni, perché era impossibile conciliare gli interessi dei due imperi: gli USA volevano una Germania “libera” di aderire alla propria sfera, e ben armata con funzione di tampone al Patto di Varsavia. L’URSS voleva creare una “zona franca”, un cuscinetto smilitarizzato fra i suoi satelliti e l’Occidente; rimaneva poi in essa sempre la paura che la Germania riunificata riprendesse la sua tradizionale politica egemonica.

Il pretesto per accantonare l’ennesima farsa pacifista fu un episodio spionistico. Nel maggio 1960 fu abbattuto in territorio russo un aereo spia U-2, che gli americani credevano irraggiungibile dai missili russi perché volava a quota 24.000 metri. Nella sarabanda di accuse e giustificazioni Kruscev pensò bene di congelare la questione di Berlino. Se ne riparlerà solo l’anno successivo a Vienna dove Kruscev dichiarò che assolutamente entro l’anno sarebbe stata inclusa anche una unilaterale regolamentazione di Berlino, che gli occidentali assolutamente non volevano. Kennedy ammonì Kruscev a non toccare Berlino e a non trasformare la frontiera di Berlino in un pretesto di guerra.

Dal 1° al 10 agosto ben 15.000 berlinesi avevano varcato la frontiera: se l’emorragia fosse continuata tutti i piani della Germania di Ulbricht sarebbero saltati. Il 14 agosto perciò la decisione della costruzione del muro. Non era certo quell’azione che Kennedy temeva, se mai lo turbava di più la minacciata annessione completa di Berlino Ovest alla RDT. Ad un accenno di protesta e di rivolta dei berlinesi fu lo stesso Brandt a scoraggiare ogni movimento e perfino il cancelliere Adenauer. Il 19 settembre a Mosca arrivò il ministro degli esteri belga Spaak al quale Kruscev non esitò a dire: «Credetemi: Berlino non è poi un gran problema per me, cosa sono due milioni di abitanti in mezzo a un miliardo di comunisti?». Ed infine scoprì le carte della consapevole inferiorità russa narrandogli un aneddoto: «In Russia stavano processando un pescatore, che aveva tolto dei bulloni alle rotaie. Il pescatore aveva risposto che voleva solo dei pesi per le reti e che aveva fatto attenzione che di bulloni ne restassero tanti da non far deragliare il treno».

I missili cubani spaventano più la Russia dell’America

L’elezione di Kennedy, al di là della propaganda “liberal” sull’aiuto al Terzo Mondo e sulla scoperta di “nuove frontiere”, portò ben pochi cambiamenti alla politica imperialista americana, se non nel senso dell’accentuazione degli aspetti più repressivi. Si fecero così più frequenti gli interventi militari diretti, come l’accresciuta presenza militare nel Laos, l’aiuto a Tchombè in Congo contro l’ala democratica del movimento anticoloniale, lo sbarco dei marines nella Repubblica Dominicana a sostegno del boia Cabral, il crescente impegno nel Sud-Est asiatico che porterà alla guerra del Vietnam. Ma l’episodio più famoso rimane quello di Cuba. Castro, giunto al potere nel 1959, non aveva nascosto le simpatie russe in funzione anti-USA, i quali fino ad allora avevano controllato la vita politica dell’isola. A parte l’aspetto dell’esportazione della rivoluzione nell’America latina, che gli USA hanno sempre considerato sotto la propria insindacabile “tutela”, Cuba rappresentava l’esempio evidente della possibilità di opporsi al protettorato americano. Ecco perché la CIA organizzava e finanziava i fuorusciti cubani, tentando di rovesciare il governo di Castro. Si ebbe così il famoso episodio del tentativo di sbarco nella Baia dei Porci, che fu respinto dall’esercito cubano, anche perché gli USA non vollero intervenire né con i marines, né con l’aviazione. Indubbiamente ciò rafforzò il governo di Castro, avvicinandolo sempre di più all’URSS, tanto dal punto di vista economico (vendita di zucchero), quanto da quello militare.

Furono proprio le installazioni militari, soprattutto quelle missilistiche, a portare alla crisi di Cuba del 1962. In quell’anno ricognizioni aeree americane provarono la presenza sull’isola di missili russi a medio raggio; la cosa non poteva non turbare e indispettire gli USA, che non potevano tollerare una minaccia, potenzialmente anche atomico, a soli 150 chilometri dalle proprie coste. Si pensò anche ad un bombardamento delle basi missilistiche cubane e ad uno sbarco, ma poi venne scelto il blocco navale intorno all’isola, con la diffida all’URSS di fornire armi e la consegna di smantellare le postazioni esistenti. Le navi russe in rotta verso Cuba venivano fermate e perquisite, alcune, forse cariche di armi, fecero dietro-front. La conclusione fu che Kruscev fece smantellare le basi e ritirare i missili. Ancora una volta il manovratore faceva attenzione che il treno non deragliasse! Il tono stesso con cui Kruscev rispose a Kennedy comunicando la decisione era indicativo di un atteggiamento decisamente subalterno:

     «Capisco perfettamente le Vostre preoccupazioni. Per procedere al più presto alla liquidazione di un conflitto assai pericoloso e tranquillizzare il popolo americano (…) il governo sovietico, a completamento delle indicazioni già fornite in precedenza circa la sospensione dei lavori di costruzione di piattaforme per l’installazione di armi, ha impartito di nuovo l’ordine che l’armamento da Voi definito offensivo venga smantellato e riportato in URSS».

Dalla guerra fredda alla distensione un unico filo lega la politica degli Stati Imperialisti: la preparazione della Terza Guerra Mondiale

Chiusa la crisi di Cuba i rapporti tra le superpotenze entrano nella cosiddetta fase della “distensione”, di fronte alla quale il giudizio storico del partito non cambia: non siamo ancora nella fase pre-bellica, ma non si crede nemmeno per un attimo che l’enorme potenza delle armi abbia reso evitabile lo scontro, come dichiarano tutti e in particolare i russi: le risultanze del nostro studio sulle condizioni dell’economia capitalistica mondiale allora ancora escludevano l’ipotesi dell’avvicinarsi della grande crisi catastrofica.

La “guerra fredda” aveva favorito la completa degenerazione dei partiti legati a Mosca. Alla lotta di classe era stata stabilmente e definitivamente sostituita la lotta per l’appoggio alla politica estera dello Stato russo. La “distensione” non era, ne è, l’alternativa alla guerra. Unica, insostituibile alternativa alla guerra è la rivoluzione e la dittatura proletaria. Ma preparazione della guerra e preparazione della rivoluzione proletaria seguono due linee e due traiettorie non necessariamente parallele. La guerra è effetto di necessità economiche per il mantenimento del modo di produzione capitalistico, indipendenti, nella loro essenza, dall’acutezza della lotta di classe ed in particolare della lotta di classe del proletariato delle metropoli imperiali.

Tuttavia il giudizio sulla non imminenza della preparazione bellica non ci ha mai fatto dimenticare il principio fondamentale della sua inevitabilità. Anzi abbiamo sempre sostenuto apertamente che la preparazione della nuova e più micidiale guerra era preparata appunto dalla “distensione”: «Non la guerra fredda, ma propriola distensione prepara la futura guerra mondiale». Questo il giudizio del partito negli anni dello “scoppio della distensione”.

Oggi ben possiamo confermare l’esattezza di questo giudizio. La “distensione” è stata favorita da alcuni fatti fondamentali, in primo luogo dall’esaurirsi dell’ondata delle rivoluzioni anticoloniali. La ripresa dei contatti diretti USA-URSS si ha nell’estate del 1959 con i viaggi di Nixon a Mosca e di Kruscev in Usa. In quel momento in Asia la rivoluzione nazionale in Cina era ormai consolidata. Alla alleanza russo-cinese si opponeva la SEATO ed il patto Giappone-USA, mentre restavano neutrali India, Indonesia e Cambogia: si era cioè formato un certo equilibrio delle zone di influenza. Così nel Medio-Oriente, dopo la rivoluzione nazional-democratica in Egitto del 1958 e la cacciata della monarchia, l’influenza dei due blocchi poteva dirsi compensata: sconfitta degli anglo-francesi, loro sostituzione con gli americani ed influenza russa tramite Egitto ed Iraq. Perfino nell’America Latina, tradizionale terreno esclusivo di caccia degli USA, con la vittoria di Castro a Cuba si ha un certo equilibrio, in quanto, dopo l’altolà del 1962, gli appetiti della diplomazia russa possono dirsi appagati. In Africa, invece, è ancora immutato il quadro degli interessi imperiali: è sempre l’europeo predominante sugli stessi USA, mentre l’URSS non ha ancora potuto stabilirvi una benché minima influenza.

Altro decisivo fattore caratteristico del periodo della “distensione” fu l’affermarsi della Russia come nascente potenza finanziaria. La sua avvenuta “occidentalizzazione” è dimostrata in particolare dalla decentralizzazione delle direzioni delle aziende, dalla abolizione delle Stazioni Macchine e Trattori e attribuzione delle loro funzioni direttamente ai Colcos, dall’allargarsi del commercio interno ed estero. La Russia di Kruscev ha esasperato quella “occidentalizzazione” già cercata all’epoca di Stalin. La liquidazione voluta da Kruscev nel 1957 della opposizione, ancora “stalinista”, di Molotov ha accelerato quel processo. Lo “anti-stalinismo” del kruscevismo è stato, da un lato in perfetta continuità con lo stalinismo stesso, dall’altro ne ha rifiutato l’aspetto meno deteriore, cioè la preconcetta ostilità verso l’Occidente, il che ci ha fatto più volte affermare che il kruscevismo è stato peggiore dello stalinismo. In una serie di articoli sul nostro periodico di allora Il ProgrammaComunista (nn. 1/6 del 1960) abbiamo così valutato il kruscevismo e niente abbiamo da modificare alla luce degli accadimenti successivi:

     «Ciò che rende la Russia krusceviana socialmente più vicina al modello capitalistico borghese, se confrontata alla Russia staliniana, è appunto la “coscienza mondiale” dei dirigenti russi. Se si studia la formazione delle potenze capitalistiche di occidente, si trova che la borghesia nazionale, ad un certo punto della sua evoluzione, scopre in se stessa una tale coscienza. Contemporaneamente, la classe borghese dominante mitiga i metodi drastici di sfruttamento della manodopera fin allora spietatamente impiegati (vedi l’Inghilterra dell’epoca del movimento cartista) e concede regimi liberal-democratici. Tale trapasso si situa nel periodo in cui la costruzione della macchina industriale è ormai compiuta, uno strato di “aristocrazia operaia” si è enucleato dalle masse lavoratrici, il ceto medio si è pecorescamente lasciato inquadrare dal grande capitale, la burocrazia statale ha avuto tutto il tempo di trasformarsi in una casta inamovibile. Orbene tutto ciò si è sostanzialmente ripetuto in Russia sotto i nostri occhi. Non altra differenza è possibile cogliere storicamente tra lo stalinismo e il kruscevismo».

Dal punto di vista della sottostruttura economica ciò dimostra l’inarrestabile maturare anche nell’URSS dei fenomeni tipici del capitalismo finanziario. Da Kruscev in poi la forza della politica estera russa ha incominciato ad essere rappresentata, oltre che dalle armi, da sua maestà il Denaro, seppure in maniera subordinata agli USA almeno per tutto il periodo che gli storici chiamano della “distensione”, né più né meno come era avvenuto in quello della “guerra fredda”.

Il capitalismo americano non ha manifestato quella trasformazione in generale avutasi negli altri capitalismi nazionali nell’assoggettamento delle colonie, dal puro colonialismo all’imperialismo finanziario: il capitalismo americano ha cominciato a dominare il mondo come potenza già imperialista attraverso la potentissima arma dell’indebitamento. Già la Prima Guerra mondiale si era conclusa con la trasformazione delle principali potenze europee in grandi debitrici degli USA. La potenza, “anticolonialista” per antonomasia, degli USA aveva colonizzato nientemeno che le grandi potenze coloniali. Come nel primo dopoguerra, il secondo è stato caratterizzato dallo strapotere dell’imperialismo americano. Tuttavia, attraverso i famosi “aiuti”, ha ottenuto non l’effetto voluto, rendere le economie dei paesi assistiti complementari con la propria, ma quello non gradito di risollevare le condizioni economiche dei paesi, che, pur se salassati, inevitabilmente si ripropongono come concorrenti e potenziali nuovi nemici. Di qui la necessaria ed inevitabile evoluzione dei rapporti interstatali verso un nuovo scontro totale, a meno che la ripresa del movimento rivoluzionario del proletariato mondiale non sappia soffocare “neonata” la Terza Guerra Imperialista.