Corso dell’Imperialismo Pt.2
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Trotski, nel suo rapporto sulla crisi economica mondiale e sui nuovi compiti dell’Internazionale tenuto al Terzo Congresso dell’Internazionale Comunista nel 1921, dovette constatare, insieme alla sua ciclica crisi, anche la imprevista vitalità del capitalismo. L’esistenza stessa della crisi, notava Trotski, dimostra che non abbiamo a che fare con un cadavere. Tuttavia valuta la situazione non sfavorevole alla rivoluzione, giudicando “astratta” la previsione di un nuovo lungo periodo di sviluppo capitalistico, fondato su di un riequilibrio degli interessi imperialistici esclusivamente a favore degli USA, il che avrebbe dovuto supporre che «il proletariato abbia cessato di lottare». La prospettiva rivoluzionaria viene confermata in quanto i fattori materiali che la determinavano non erano venuti meno. Erano così riassunti schematicamente:
1) Declino inevitabile dell’Europa come esito della guerra, tendenza che poteva essere arrestata solo dalla rivoluzione proletaria;
2) Sviluppo accelerato dell’economia degli USA, che inevitabilmente prepara un nuovo crollo altrettanto fragoroso;
3) Lotte antimperialistiche dei popoli sottosviluppati che dovranno intensificarsi.
La prospettiva di Trotski voleva generosamente tenere ancorati i partiti dell’Internazionale ad un programma rivoluzionario, sapendo che solo così il loro carattere comunista poteva essere mantenuto: solo se il fuoco della Rivoluzione d’Ottobre fosse continuato a bruciare era possibile far assolvere ai partiti comunisti dell’Occidente la funzione di guida rivoluzionaria. Ecco perché il programma massimo rivoluzionario si vuole rinviato solo per poco tempo. Naturalmente Trotski basava la sua interpretazione della fase storica sui solidi princìpi del marxismo, confermata del resto dall’esplodere della nuova e più grave crisi capitalistica di lì a pochi anni: il 1929. Nel suo rapporto affermava:
«Nei periodi di declino capitalistico [e la guerra aveva dato inizio ad uno di questi periodi e si sperava a quello conclusivo] le crisi sono di carattere prolungato, mentre i boom sono limitati, superficiali e speculativi».
Non lasciamoci ingannare dall’apparente ripresa – diceva in sostanza Trotski – dobbiamo essere consapevoli che si tratta solo di una breve parentesi che prelude ad un nuovo crollo: prepariamoci quindi ad assolvere i nostri compiti rivoluzionari senza abdicare ad alcuno dei nostri postulati. Non poteva certo prevedere che il morbo dell’opportunismo, che pur sapeva presente da sempre nei partiti occidentali, avrebbe addirittura di lì a pochi anni distrutto la stessa Internazionale, e proprio attraverso la degenerazione del partito bolscevico stalinizzato, che non poteva rientrare in nessun schema interpretativo dell’evolversi della situazione e di conseguenza dei compiti dell’Internazionale. Questo era il giudizio di Trotski sulla funzione dell’opportunismo contenuto nel suo rapporto:
«Le forze che meno sono state sconvolte dalla guerra sono l’aristocrazia operaia, la burocrazia sindacale e di partito e i parlamentari. I capitalisti in tutti i paesi hanno riservato la massima attenzione e sollecitudine a questa sovrastruttura comprendendo perfettamente che senza di essa non sarebbe stato possibile mantenere sottomessa la classe operaia durante gli anni del bagno di sangue».
Anche Lenin, dalla tribuna del Secondo Congresso del 1920, aveva ben messo in evidenza il pericolo dell’opportunismo all’interno della stessa Internazionale, collegandolo proprio alla temuta incapacità dei partiti comunisti dell’Occidente ad assolvere interamente i loro compiti rivoluzionari.
«[Sbagliano coloro che considerano l’attuale crisi capitalistica senza sbocco]. Il regime borghese attraversa una crisi rivoluzionaria molto grave. Bisogna dimostrare con la pratica dei partiti rivoluzionari che questi partiti sono tanto coscienti, risoluti ed abili da sfruttare la crisi ai fini della vittoria rivoluzionaria (…) Sappiamo che dopo la fondazione della Terza Internazionale si sono conseguiti successi molto cospicui (…) Tuttavia l’epurazione dei partiti operai, dei partiti rivoluzionari di tutto il mondo dalla influenza borghese e dagli opportunisti infiltratisi nelle proprie file è ancora tutt’altro che conclusa».
Risalta così più decisamente e chiaramente la funzione storica della Sinistra, che, nel disfacimento e nell’abbandono generale di questi princìpi, centrando la sua battaglia nell’Internazionale per la conservazione dei punti-cardine del Partito, ha permesso la continuità anche organizzativa di almeno un nucleo di partito, che nelle più avverse vicende storiche ha saputo opporsi allo strapotere dell’avversario di classe.
In realtà le capacità dimostrate dall’Imperialismo mondiale di saldare i suoi interessi con una parte consistente di aristocrazie operaie, sia nei paesi occidentali sia nel blocco russo, è andata ben oltre i timori di Lenin e di Trotski nel 1920-21. Il risultato della eroica e solitaria battaglia della Sinistra può sembrare irrisorio da un punto di vista esclusivamente quantitativo, ma il fatto che almeno un pugno di militanti abbia saputo resistere sulle posizioni del comunismo rivoluzionario è un enorme risultato qualitativo, che sicuramente avrà un peso determinante nell’indirizzare sulla giusta via rivoluzionaria il proletariato fin dai primi segni di rinascita di organizzazioni classiste. E ciò rappresenta l’unica garanzia per non ripetere vecchi errori e per trovare più facilmente la via della pur difficile vittoria.
Che il capitalismo abbia saputo vincere in quegli anni cruciali (1921-1926) nella stessa Russia dei Soviet, addirittura sotto la bandiera del Comunismo, rappresenta in effetti la più subdola e totale delle vittorie e lo dimostra il fatto che il proletariato mondiale si sia sottomesso ad una seconda carneficina senza minimamente ritrovare la propria via rivoluzionaria. E in parte lo si deve proprio alle capacità di mistificazione che l’URSS di Stalin non poteva non avere.
Oggi l’URSS dimostra minore capacità di mistificare, sempre più scopertamente costretta a giocare le sue carte esclusivamente su di un terreno di potenza, ma senza poterle escludere specialmente nei confronti dei popoli del Terzo Mondo.
L’opposto risultato, che il proletariato ritrovi la via rivoluzionaria nell’approssimarsi della terza carneficina lo si dovrà in primo luogo alla chiarezza del programma comunista. Che questo sia fatto proprio dal proletariato sarà indispensabile per la vittoria ed in ciò sta la funzione determinante, quale organo della rivoluzione proletaria mondiale, del Partito di Classe, abilitato a svolgerla da una pluridecennale lotta senza quartiere contro le mille facce dell’opportunismo, lotta ormai sicuro ed esclusivo patrimonio della Sinistra.
I tempi dell’avvicinarsi di una nuova crisi generale del Capitalismo e dunque di una nuova guerra mondiale si stanno ormai avvicinando. Tutti i fattori che stavano alla base della “distensione” hanno esaurito o stanno per esaurire la loro funzione, dimostrando con ciò che si sta chiudendo un periodo storico. Se la “distensione” era contenuta nella “guerra fredda”, il cerchio oggi si chiude e con esso tutta una fase storica: quella iniziata con la totale sconfitta militare dell’imperialismo tedesco-nipponico e della conseguente alleanza totale di Yalta. Del resto anche la crisi economica del 1975 ha messo in movimento tendenze che, da un punto di vista strettamente economico, si situano agli antipodi di tutto il periodo storico cosiddetto interventista, quello cioè “keynesiano” di gonfiamento della spesa pubblica. L’inversione di tendenza, iniziata in Gran Bretagna e di recente e con maggior decisione, a quanto sembra, attuata negli USA con il tentativo di ritornare a schemi di capitalismo liberista e neutrale, tendenze che stanno ripercuotendosi anche nei paesi europei, è un’inversione non accidentale, ma che contraddice tutto un periodo storico di sviluppo del capitalismo mondiale, quello che ha reso possibile l’assorbimento della grande crisi del 1929. Se nel 1921 la constatazione della ripresa ciclica dimostrava agli occhi di Trotski la vitalità del Capitale, uscito non cadavere dalla guerra, la profonda crisi del 1929 per converso fu alla origine della nuova guerra, così come quella del 1975 si dimostra sempre più insuperabile definitivamente senza un’altra guerra mondiale. Le riprese successive infatti sono state del tipo notato da Trotski: effimere e sostanzialmente speculative, segno che siamo entrati in un periodo lungo di declino profondo dell’economia capitalistica. L’illusione degli economisti borghesi è di poter controllare a loro piacimento le grandezze economiche e, tramite esse, i fatti sociali. Non conoscendone la reale natura sono solo apprendisti stregoni che saranno sommersi dalle loro stesse misure inevitabilmente approssimative ed improducenti: ed allora avranno di fronte solo la strada obbligata della guerra generalizzata e della repressione violenta degli inevitabili moti proletari.
In questa chiave di lettura dunque la “distensione” non si differenzia dalla “guerra fredda”: come si sono verificati incontri al vertice ed accordi anche importanti nel periodo della cosiddetta “guerra fredda”, così si sono avute guerre e scontri violenti anche nel periodo della “distensione”. In realtà questi due periodi sono stati caratterizzati dai seguenti fatti che li accomunano:
- Declino successivo alla Seconda Guerra mondiale del potenziale economico e soprattutto finanziario dei paesi europei e del Giappone e successivamente ricostruzione con conseguente rinascita degli antagonismi di interesse entro gli stessi paesi europei e tra questi con gli USA e il Giappone.
- Permanenza del divario, nel blocco URSS, tra la potenza militare e la struttura economica e sociale, che resta simile a quella dei paesi sottosviluppati, con conseguente minore capacità di controllo di eventuali movimenti sociali e specie proletari. Di qui l’estrema facilità a voler risolvere eventuali difficoltà di tenuta interna con l’ideologia nazionalista del superamento dell’altro blocco: e quando consapevoli che non sarà possibile sul terreno economico, non resta che quello militare.
Nel periodo classico krusceviano il gruppo dirigente russo sperava veramente di battere gli USA sul terreno della competizione pacifica (Cuba fu un incidente non cercato e non gradito). Ma i fatti sono ostinati, il fallimento in questa direzione fu fatale e anche all’origine della necessità di trovare un “capro espiatorio”: chi meglio di Kruscev stesso? Con estrema faciloneria il piano settennale (1959-1965) si era riproposto lo scopo del superamento del valore globale della produzione USA e quello quindicennale (1959-1973) di superarla anche nel pro-capite.
Ma, secondo i dati di Mondo Economico (n. 14 del 9 aprile 1966), le imprese russe con meno di 200 addetti erano ancora 28.620, ben il 63,6% di tutte le imprese, occupavano ancora il 13,1% della forza-lavoro, producevano il 15% del valore della produzione ed impiegavano il 10,7% del capitale fisso di tutta la Russia. Di riscontro le imprese con più di 10.000 addetti erano solo 90, cioè lo 0,2% di tutte le imprese, occupavano solo il 10,2% della forza-lavoro, producevano solo il 9,4% del valore della produzione ed impiegavano solo il 12,7% del capitale fisso nazionale. Il grosso del sistema industriale russo era costituito da imprese con addetti compreso tra 201 e 1.000, che producevano oltre il 39% del valore della produzione ed impiegavano il 28,4% del capitale fisso nazionale. Con una tale struttura industriale era perfettamente illusorio, dato che in agricoltura le cose andavano anche peggio, raggiungere i valori indicati dai piani krusceviani.
Una congiura di palazzo spodestò Kruscev: rappresentante della burocrazia russa e, tramite essa, gerente dello Stato capitalistico russo, dovette cadere proprio per un colpo di mano della stessa burocrazia. Kruscev infatti, specialmente negli ultimi tempi – la sua caduta fu del 1964 -, non dandosi pace per il fallimento dei piani economici, non trovava di meglio che attribuirlo all’inefficienza della burocrazia, di cui non lasciava perdere occasione per metterne in risalto i difetti e, soprattutto, quelli inerenti alla rigidità di applicazione delle disposizioni in materia economica, difetti che in definitiva finiva per imputare all’eredità staliniana. Gli economisti preferiti da Kruscev avevano scoperto, in questo periodo, l’importanza delle leggi del mercato ed in particolare del libero movimento dei prezzi per determinare il rapporto tra domanda ed offerta globale. Di qui l’inevitabile riscoperta delle autonomie locali, prima delle unità produttive e poi dell’apparato burocratico-amministrativo. Ma nonostante le riforme dall’alto in direzione della libera iniziativa, il 1964 fu proprio un anno disgraziato: di fronte ad un aumento della produzione industriale fissato dal piano nell’ordine del 13% si dovette registrare un aumento solo del 7%. Fu anche l’anno dei primi contrasti interni al Comecon, dopo la clamorosa rottura con la Cina avvenuta l’anno precedente con gli scontri sull’Ussuri. All’interno del Comecon infatti in particolare la Romania si opponeva al piano di integrazione economica proposto dall’URSS, che la voleva ridotta a paese quasi esclusivamente agricolo.
Il significato della rivolta di palazzo contro Kruscev, capeggiata dalla triade Breznev-Kossighin-Podgorny, sostenuta dall’”ideologo” Suslov, deve essere perciò intesa come il recupero graduale, ma sempre più manifesto, del terreno militare di un possibile scontro col blocco concorrente, cosa che del resto per oltre un trentennio lo stalinismo aveva proclamato. Nel 1969 il bilancio della difesa dell’URSS aumentò di ben il 25% inaugurando una tendenza costante fino ai giorni nostri.
Kruscev si era messo in un vicolo cieco: predicava la superiorità della economia collettivista e la sicurezza che la competizione sarebbe stata vinta esclusivamente su tale terreno, mentre i risultati economici erano tutt’altro che soddisfacenti. Non gli restava che confessare che il “comunismo” era un fallimento e che gli era superiore il sistema della economia occidentale. L’altolà del 1964 fu, in definitiva, ad una evoluzione accelerata in questa ultima direzione. Il buffo è che, mentre si rivalutava la possibilità dello scontro militare (comunque rinviato il più possibile nel tempo, consapevoli della propria inferiorità anche e soprattutto su questo terreno) e si bloccava l’antistalinismo di Kruscev (nel 1966 si riprese anche il vezzo dei processi contro i dissidenti: gli “intellettuali” di turno erano Siniavsky e Daniel), si destituì Kruscev accusandolo proprio di “stalinismo”: alle tendenze krusceviane di ripristino del “culto della personalità”, si oppose la supremazia della direzione collegiale. Quale prova migliore che i personaggi cosiddetti “storici” sono intercambiabili e non sono le pensate di nessuno a fare la storia ma, da un lato le esigenze del Capitale, e dall’altro quelle del suo antagonista storico, del proletariato mondiale? La nuova direzione brezneviana si affrettò infatti a dichiarare che non intendeva affatto rinnegare la politica krusceviana né sul piano interno né su quello internazionale. In economia le nuove misure cercarono di conciliare l’interesse della burocrazia statale e soprattutto centrale, che aveva temuto di perderne il controllo e di conseguenza i suoi privilegi, e l’esigenza sempre più sentita di concessioni autonomistiche alle imprese. Si decise così di istituire, dopo l’abolizione degli organismi burocratico-amministrativi locali voluti da Kruscev, 9 ministeri centrali per l’industria pesante ed altri 11 per gli altri settori produttivi, con il compito di controllare centralmente tutta l’attività produttiva. Ma fu accordata alle imprese (cosa che Kruscev stesso aveva sempre rifiutato) la possibilità di usare i profitti conseguiti sia per i programmi di autofinanziamento sia a scopi di incentivazione salariale. Le intenzioni erano di salvare capra e cavoli: mantenere l’autorità e i privilegi della burocrazia e nello stesso tempo aumentare la produttività di tutto il sistema. Nonostante gli sforzi sul terreno della competizione economica, tutti i dati, anche recenti, dimostrano l’impossibilità non solo del superamento ma perfino del raggiungimento del livello degli USA. Anche all’ultimo congresso del PCUS Breznev ha dovuto constatare che uno dei problemi più importanti dell’economia russa è ancora, addirittura, quello alimentare.
I dirigenti russi devono ormai essersi resi conto che il problema del “superamento” non è limitabile alle questioni di produttività interna (pure se hanno sicuramente la loro importanza), ma dipende anche dal fatto che gli USA sfruttano direttamente o indirettamente tutte le risorse economiche mondiali. Così, deterministicamente, il problema della competizione economica diventa, anche nella coscienza dei dirigenti del Cremlino, il probelma della contesa imperialista per lo sfruttamento del mondo e di conseguenza la competizione non può essere limitata al terreno economico, ma diventa importante, ed addirittura prioritario il terreno militare. Con la destituzione di Kruscev, tuttavia, non ci fu all’immediato, né ci poteva essere, alcuna inversione di tendenze nemmeno in politica estera: le dichiarazioni “distensive” dei capi del Cremlino si sprecarono in tutto questo periodo; ma, nella politica di contesa dell’influenza americana nel mondo, la competizione economica non viene più vista come l’esclusivo terreno su cui misurarsi e lo scontro militare continua ad essere escluso – nonostante si affermi la legittimità dell’aiuto anche militare ai movimenti di liberazione nazionale. Dal 1969 in poi i bilanci militari dell’URSS sono sempre più tesi al potenziamento dell’apparato militare e alla ricerca di una capacità militare se non superiore almeno pari a quella USA, non solo per quanto riguarda gli armamenti tradizionali, ma anche per l’armamentario atomico.
Il decennio che si apre con la caduta di Kruscev non è stato caratterizzato dunque da nessuna novità di rilievo nella politica internazionale: è continuata la politica di contesa dei due blocchi per l’estensione della loro influenza nel mondo. L’aiuto concesso dall’URSS ai paesi sottosviluppati anche dal punto di vista militare per sostituire la sua influenza a quella degli USA è stato sopportato da questi ultimi nella misura in cui non ha messo in discussione il loro predominio ed il loro prestigio. E ciò è sostanzialmente avvenuto durante tutto un decennio se si esclude la vicenda del Vietnam, dove la sollevazione di tutto un popolo, cementato da quasi un secolo di lotte per l’indipendenza ed allenato a dure battaglie anche sul piano militare, ha costretto gli USA ad una sconfitta clamorosa, che sta all’origine anche di un altro notevole aspetto che caratterizza gli anni più recenti: quello della crisi non solo economica, ma anche militare degli stessi USA,.
I fatti che seguono, senza alcuna pretesa di completezza, vogliono proprio dimostrare quanto affermato, attraverso alcune significative vicende nelle diverse aree geopolitiche. La descrizione di queste sarà fatta mettendo in rilievo sopratutto l’aspetto relativo alle vicende diplomatiche. Con ciò non intendiamo dimenticare che le questioni economiche e sociali sono determinanti per la comprensione delle vicende stesse; tuttavia, esse, a volte, sono date per scontate; lo scopo specifico di questo lavoro è quello di evidenziare, attraverso gli avvenimenti, le linee di tendenza dello scontro diplomatico militare degli opposti imperialismi.
Lo scontro imperialistico nelle diverse aree geopolitiche
Europa
La fine della seconda guerra mondiale aveva visto l’Europa totalmente succube degli USA da un punto di vista economico e soprattutto finanziario. Il controllo americano era ancora più totale che dopo la Prima guerra mondiale: non era limitato solo a quello finanziario, peraltro molto vasto (tutti i paesi europei, compresi quelli vincitori, erano indebitati con gli USA soprattutto dopo il varo dei piani di “aiuto”), ma si estendeva perfino a quella militare, cosa del tutto nuova rispetto al primo dopoguerra: basi militari USA erano presenti sul territorio di tutti i paesi europei che avevano aderito all’Alleanza Atlantica. Tuttavia, come abbiamo altre volte notato, effetto inevitabile di tale assoggettamento fu la ricostruzione economica dell’Europa stessa, che, fondandosi su una base produttiva ormai consolidatasi da secoli, ben presto si risollevò talmente da diventare di nuovo concorrente degli stessi USA almeno sul terreno commerciale, cominciando a mal sopportarne la totale dipendenza finanziaria. È degna di rilievo una delle prime prese di posizione in tal senso della UNICE (Unione delle Industrie della Comunità Europea). E’ del 1967 ed evidenzia chiaramente un certo disagio del Capitale europeo nei confronti dei dilaganti investimenti USA:
«Gli investimenti americani non dovranno assumere un valore smisurato, in modo che l’economia di alcuni paesi europei, o alcuni importanti settori d’attività, non finiscano per subire decisioni rispondenti essenzialmente a imperativi della politica economica USA o della gestione di imprese americane».
I dati sulla concentrazione capitalistica in Europa di quel periodo sono espliciti ed indicano che, nel momento stesso in cui l’economia europea si risolleva, pone la sua candidatura a diventare concorrente agli USA. Alcuni dati tratti da Il Sole 24 Ore del 30 gennaio, del 3 marzo e del 7 marzo 1969 rivelano soprattutto che il capitale tedesco mal sopporta la soggezione agli USA: nel settore siderurgico un accordo tra due importanti società private ed il gruppo statale Salzgitter dà vita alla società Nordhstahl, che diventa la seconda del mondo dopo una americana. Nel settore chimico le maggiori imprese tedesche si fondono nel gruppo I.G.Farben, che produce il 50% della produzione chimica tedesca, anch’esso secondo solo ad una impresa USA; la fusione seguita immediatamente da un’altra tra la Nobel-Bozel e la Hoechst, che diventa subito in grado di costituire in Francia una consociata: la Nobel-Bozel Chemie. Nel settore automobilistico Volkswagen ed NSU dettero via al gruppo Audi-NSU.
Tutto ciò dimostra che i disaccordi e le diverse vedute nanche recenti fra USA e Germania Federale sull’indirizzo da seguire nella loro politica internazionale hanno origini lontane e non sono economincamente immotivate. In generale, possiamo sostenere che, nella misura in cui il Capitale tedesco si risolleva dalla soggezione nei confronti degli USA derivata dalla totale sconfitta subita con l’ultima guerra, esso tende a dissociarsi dallo specifico interesse USA ad un conflitto sempre più acceso nei confronti dell’URSS. Espressione di questa tendenza è l’affermarsi nella Repubblica Federale Tedesca della cosiddetta Ostpolitik, che raggiunge il suo punto culminante con la formazione il 22/10/1969, per la prima volta dal dopoguerra, di un governo di coalizione liberal-socialdemocratico che non sarà più messa in minoranza. Sotto gli auspici del cancelliere Brandt, ex borgomastro di Berlino ed attualmente presidente dell’Internazionale Socialista, viene firmato a Mosca un trattato tra l’URSS e la RFT di rinuncia all’uso della forza nei rapporti reciproci già nell’agosto del 1970; il 7/12/1970 la RFT firma un altro trattato con la Polonia, che implica il riconoscimento delle frontiere attuali della Germania così come sono uscite dalla guerra. Il 14/10/1972 vengono stabiliti fra RFT e Cuba normali rapporti diplomatici ed il 18/10/1972 viene firmato un importante accordo tra le due Germanie per la regolamentazione del traffico terrestre e fluviale, primo passo verso la firma del cosiddetto «trattato fondamentale», che regola tutti i rapporti tra le due Germanie, firmato il 7 novembre e ratificato molto speditamente dalle due assemblee legislative, come se si volesse chiudere un’epoca non gradita da nessuna delle due parti. Si tratta di atti di primissima importanza, che sono anche dei risultati fondamentali per la diplomazia sovietica, tutta tesa in questi anni, come in quelli successivi, a staccare dalla NATO almeno alcuni Stati europei, ed in primo luogo proprio la RFT di cui si cerca la neutralità. Il 6/5/1974 Brandt fu costretto a dimettersi travolto da uno scandalo legato allo spionaggio della RDT, ma il suo successore Schmidt non ha cambiato politica, soprattutto in quella estera. E l’atteggiamento della Germania di fronte all’evoluzione dello scontro tra i due maggiori blocchi imperialistici sarà determinante ai fini del risultato. Per il resto, nonostante gli sforzi dei due blocchi di mantenere inalterato il controllo sulle rispettive zone, nel decennio 1965/1975 non si è potuto evitare, da una parte il fallimento della cosiddetta integrazione economica e maggiormente politica dell’Europa (inizialmente formata da 6 membri, poi, dal 1970, da 9 con l’adesione della Gran Bretagna, Danimarca e Irlanda, e recentemente formata da 10 membri con l’adesione anche della Grecia depurata dai colonnelli), dall’altra l’impossibilità dello sganciamento dal controllo russo di alcuni paesi del Patto di Varsavia, come la Cecoslovacchia e recentemente la Polonia, senza il rischio dell’intervento militare russo come «ultima ratio».
Per quanto riguarda il fallimento della CEE, tale risultato può essere favorevole agli USA, nella misura in cui un’Europa più unita rischierebbe di avere una sua posizione autonoma nello scacchiere internazionale e magari anche assumere una posizione neutrale nello scontro USA-URSS che, viceversa, è il massimo risultato sperato dalla diplomazia russa. Da parte loro gli USA vorrebbero un’Europa unita, ma schierata compatta sul fronte antirusso, speranza che sia la pettegola “grandeur” francese, che la più consistente vocazione autonoma del Capitale tedesco hanno abbondantemente vanificato, facendo intravvedere la più probabile eventualità che sui nuovi fronti di guerra gli Stati europei staranno nuovamente divisi.
Per quanto riguarda l’Europa orientale, dopo la “normalizzazione” ungherese del 1956, abbiamo avuto anche quella cecoslovacca dell’agosto 1968, confermando che l’imperialismo russo conosce solo lo strumento dei carri armati per mantenere legati ai propri interessi non soltanto paesi sottosviluppati ma paesi economicamente perfino più avanzati della Russia stessa. La Cecoslovacchia infatti, come del resto la Polonia attualmente, punta di diamante dello schieramento antirusso all’interno del Patto di Varsavia, aveva ereditato dalla guerra un apparato produttivo altamente sviluppato dal punto di vista capitalistico. Bastaro alcune riforme in senso liberale nel corso del 1967 da parte del governo rigidamente filorusso di Novotny, che pur faceva parte dell’ala “stalinista” del Partito Comunista, intese a stimolare la cosiddetta produttività del lavoro, a scatenare le forze interne al regime favorevoli ad uno sganciamento dal blocco sovietico per potenziare i legami commerciali, ed inevitabilmente politici, col blocco occidentale e prima di tutto con la RFT. Ben presto economisti (uno dei più famosi era Ota Sik) di stampo tipicamente capitalistico sottolinearono a più riprese la necessità di riscoprire l’importanza del mercato e del libero gioco della domanda e dell’offerta. Novotny tentò di fare macchina indietro, ma ormai il meccanismo era innescato: al congresso straordinario del partito fu abbondantemente superato dall’ala riformista di Dubcek, che sosteneva apertamente la necessità di ripristinare tutti i valori della democrazia, tanto in economia quanto in politica. Si elaborò da parte di tutti i teorici il “nuovo corso” del “socialismo cecoslovacco”, si costrinse Novotny recalcitrante alle dimissioni, affermando questi indiscutibili “diritti del popolo” cecoslovacco:
1) separazione dei poteri del partito da quelli del governo del paese;
2) libertà assoluta di critica e di stampa;
3) autonomia dei sindacati e delle organizzazioni culturali;
4) diritto per tutti i cittadini al passaporto.
L’epilogo a suon di carri armati «fraterni» della cosiddetta «primavera di Praga» “fraterni” sta abbondantemente a dimostrare che novità del genere sono intollerabili dalla cricca al potere nel blocco russo, poiché si ha il timore di essere travolta dal contagio, senza contare che tali novità di carattere politico nascondono sotto l’etichetta delle cosiddette «aperture culturali» l’interesse del Capitale occidentale a fare i propri affari anche nel «campo socialista», cosa impossibile fino in fondo senza la «destabilizzazione» dell’ordine costituito.
Nelle zone europee più marginali gli avvenimenti degni di rilievo in questo decennio sono quelli che hanno decretatola fine dei regimi parafascisti in Portogallo, Grecia e Spagna.
In Grecia il regime dei colonnelli, nonostante avesse sollecitamente riconosciuto la Cina popolare fin dal 5/6/1972, sperando così di fare buoni affari e di accontentare le opposizioni, viene liquidato da un colpo di Stato militare del generale Ghizikis il 29/7/73, in seguito ad agitazioni studentesche che reclamavano il ritorno alla democrazia. Il nuovo regime tentò un’avventura di prestigio a Cipro sostenendo, con l’impiego diretto dell’esercito, un colpo di Stato militare contro l’arcivescovo Makarios, garante degli interessi della minoranza turca. L’avventura si risolse sostanzialmente in un insuccesso e provocò la presenza di truppe turche nell’isola, ancora oggi non totalmente evacuate, ma anche il ritorno di Makarios come vincitori sotto l’egida dell’ONU, consacrato da un referendum popolare vinto in maniera quasi plebiscitaria. In seguito allo scacco subito a Cipro fu deciso il ripristino della democrazia con un decreto del generale Ghizikis, che, per rimediare all’insuccesso subito, non trovò di meglio che richiamare dall’esilio parigino l’ex-primo ministro Garamanlis, esule fin dal colpo di Stato dei colonnelli del 1963. Il ripristino della democrazia si è dimostrato d’altra parte il passo indispensabile per far riacquistare alla Grecia il prestigio che le spetta nelle relazioni internazionali riconosciutole da tutta l’Europa democratica e recentemente confermatole da quel campione della democrazia che è il Presidente della Repubblica Italina. Non mancherà perciò la Grecia di avere un ruolo importante anche dal punto di vista militare con il suo rientro nella CEE e nella NATO.
Altra dittatura che cede il posto alla democrazia con un colpo di Stato militare, sostenuto da un chiaro tentativo di influenzamento russo, è quello del Portogallo, il cui dittatore Salazar era morto fin dal 25/7/1970.
Il 25/4/1974 il regime, che fino ad allora retto sulla tradizione salazariana, è rovesciato da un colpo di Stato militare. Bisogna ricordare che il Portogallo è una pedina importante della NATO, soprattutto finché ne resta estranea la Spagna. È anche per questo che gli interessi dei due blocchi non possono non avere avuto un peso importante negli avvenimenti, che tra l’altro hanno avuto un’importante ripercussione nell’Impero portoghese dell’Africa centrale. La giunta militare che va al potere dopo il colpo di Stato del 1974 esprime infatti apertamente la propria volontà di decolonizzare l’impero salazariano. Inoltre, uno dei primi atti del nuovo governo, sostenuto dal Partito Socialista e dal Partito Comunista, fu quello di stabilire normali relazioni diplomatiche con l’URSS e il 6/1/1975 con la Cina. In questi primi atti è chiaro il segno di marca filo-russa. Tuttavia il dissidio tra l’ala “moderata” del generale Spinola e quella “radicale” di Gonçalves esplose molto presto: in un primo momento sembrò avere partita vinta l’ala “radicale”, appoggiata da un partito comunista rigidamente allineato sulle posizioni filorusse e sordo ad ogni allettamento “eurocomunista”; ma alla fine sarà la parte “moderata” che si consoliderà al potere. Dopo un nuovo fallito tentativo di colpo di Stato di destra capeggiato dal “moderato” Spinola, viene formato il Consiglio della Rivoluzione con compiti legislativi ed esecutivi. E’ il massimo di potere raggiunto dall’ala radicale della “Rivoluzione dei garofani”, pilotata dall’esercito. E’ dall’interno del Consiglio che i nuovi “moderati”, facenti capo al Partito Socialista sempre più orientato in senso filo-occidentale, prendono nuovamente il sopravvento eliminando gli esponenti più radicali ed in particolare la tendenza “anarcoide” del generale De Carvalho, che poi il 24/11/1975 tenterà perfino un nuovo colpo di Stato inevitabilmente destinato al fallimento. Comunque, per la Russia si tratta di un buon risultato: è riuscita ad avere un forte Partito Comunista, fedelmente obbediente ai suoi ordini, se non direttamente nel governo, sicuramente su esso influente, in uno Stato chiave della NATO, prima rigidamente escluso ad ogni sua influenza diretta ed indiretta. E’ un risultato tanto più importante quanto più la Spagna continuerà a restare estranea alla NATO stessa: si tratta dell’unico paese dell’importante penisola iberica che può permettere il collegamento marittimo fra l’Europa e l’Atlantico.
In Spagna il passaggio dal franchismo alla democrazia è avvenuto in maniera ancora più indolore: Franco muore il 20/11/1975 e la successione del re Juan Carlos di Borbone, decisa dalle Cortes spagnole fin dal 22/7/1969, avviene senza incidenti: i vari partiti sono riammessi alla vita pubblica – di fatto c’erano già molto tempo prima – ed in particolare il Partito Comunista è il primo, nel quadro del suo acceso eurocomunismo antirusso, a giurare fedeltà alla Corona, recentemente distintasi per aver sventato un tentativo di nuovo colpo di Stato fascista. C’è solo da notare che la situazione politica spagnola, al di là del cronico problema dell’indipendentismo basco, potrà eventualmente conoscere nuove “destabilizzazioni” in relazione alla sua eventuale adesione alla NATO, anche per le considerazioni fatte sopra.
In Jugoslavia la successione di Tito è avvenuta senza agitazioni di rilievo come in un primo momento si temeva: fin dal 22/7/1971 era stata emendata la costituzione allo scopo di diminuire i contrasti tra le varie nazionalità e di favorire un organismo collegiale di direzione dopo la morte di Tito. Anche in Jugoslavia i contrasti tra le nazionalità, mai realmente risolti, potranno nuovamente esplodere nella misura in cui l’uno o l’altro blocco tenteranno di attirarla in maniera completa nell’ambito del proprio controllo.
America Latina
In America Latina, in maniera veramente emblematica, si riassumono sia l’evoluzione dei rapporti USA-URSS nel decennio 1965/75, sia in generale la natura complessiva del rapporto Imperialismo-Sottosviluppo. A questo proposito non sarà mai messa in evidenza a sufficienza l’idiozia della posizione “terzomondista”, che si fonda su due assunti ambedue inconsistenti teoricamente e smentiti a più riprese proprio dagli avvenimenti di questi ultimi anni nelle zone sottosviluppate. Il primo è che il Capitale imperialistico impedirebbe assolutamente lo sviluppo dei paesi del cosiddetto Terzo Mondo: di qui la loro teoria che lo “spirito rivoluzionario” si sarebbe spostato storicamente dal proletariato mondiale ai popoli sottosviluppati. La funzione del Capitale imperialistico non viene valutata per quello che è materialmente: è sì bestiale sfruttamento, ma insieme anche acceleratore del dissolvimento delle vecchie forme di proprietà e degli arcaici rapporti di produzione su quelle fondati. Viene giudicato moralisticamente: da una parte lo “Sviluppo”, il “Bene Universale”, dall’altra l’Imperialismo, il “Male Universale”, che ostacola lo “Sviluppo” stesso. Si finisce così per non comprendere né lo sviluppo, né che lo sviluppo dei paesi arretrati è sviluppo capitalistico, come ben dimostra l’evoluzione di tutti gli Stati dell’America Latina a cominciare proprio da Cuba, campione per questi aggiornatori del marxismo della lotta per lo “Sviluppo del Sottosviluppo”. L’altro assunto di questi signori è che ogni eventuale sconfitta di un blocco imperialista (in definitiva il blocco USA, perché l’altro blocco non si è ancora giunti a ben definirlo) implichi un necessario indebolimento generale dell’Imperialismo. Al contrario, l’Imperialismo, come sistema mondiale di potere, ne esce sempre rafforzato, fino a che non si scatenerà la guerra di classe alla scala mondiale, come ben dimostra l’impiego mercenario delle truppe cubane nell’Africa nera per conto dell’imperialismo russo. Solo con la ripresa della lotta proletaria nelle metropoli la connessione tra le lotte dei popoli sottosviluppati e le lotte operaie nel cuore dell’imperialismo stesso potrà prevalere.
Il carattere del rapporto Imperialismo-Sottosviluppo è del resto ben evidenziato dai dati ufficiali OCDE, dai quali risulta evidente lo sfruttamento del mondo (non solo dei paesi sottosviluppati, ma anche della stessa Europa) da parte dell’imperialismo USA soprattutto attraverso l’arma dell’indebitamento, ma anche il tentativo di reinvestire nel luogo di origine i profitti ottenuti, impedito non dalla cattiva volontà degli USA – a dimostrazione in Europa ne vengono reinvestiti una notevole parte -, ma dalle ristrettezze del mercato nazionale dei paesi sottosviluppati, che tuttavia si va inesorabilmente estendendo. I semplici e sintetici dati che pubblichiamo sono più che sufficienti per dimostrare i nostri assunti. I dati sono di origine OCDE.
Le due guerre mondiali hanno di fatto unificato il mercato finanziario mondiale, in cui gli USA, soprattutto dopo la Seconda Guerra, hanno sempre imposto il loro predominio: gli investimenti privati USA nel mondo sono passati dal 1914 al 1962 dall’8% del totale degli investimenti esteri al 52,5%. In particolare l’aumento si è verificato dal 1938, quando erano ancora solo dell’11,6%, mettendo in risalto la funzione svolta dalla seconda guerra mondiale. In paragone gli investimenti inglesi nello stesso periodo (1938-1962) sono passati dal 22,7% al 16% e quelli francesi dal 3,7% al 3%. I rapporti generali tra paesi sviluppati e paesi sottosviluppati nel ventennio che va dal 1950 al 1970 si sono così modificati:
– Per quanto riguarda gli investimenti la media annuale nel decennio 50-60 dava le seguenti cifre: 2.052 milioni di dollari erano costituiti da investimenti pubblici e 1.112 erano investimenti privati. Negli anni dal 1960 al 1970 queste cifre sono diventate, sempre in media annuale, per i Capitali pubblici 6.103 e per quelli privati 3.742.
-Per quanto riguarda il debito dei paesi sottosviluppati si è verificato un continuo aumento di anno in anno. Nel 1968 (dati forniti dalla Banca Mondiale per lo Sviluppo) le quote di restituzione dei debiti contratti dai paesi sottosviluppati in percentuale sulle rispettive esportazioni erano le seguenti: andavano da un minimo del 10-15% di paesi come il Ghana, il Costarica, il Cile, il Perù, ad un massimo superiore al 25% di paesi come il Brasile, l’Indonesia, perfino l’Argentina. Altro dato significativo, riferito sempre allo stesso anno, è la misura dei prestiti destinati al rimborso di prestiti precedenti concessi dai paesi imperialisti ai sottosviluppati distinti per aree. Il dato, fornito ancora dalla Banca Mondiale per lo Sviluppo ci dà la misura dell’incatenamento dei paesi sottosviluppati alle esigenze del profitto ed extraprofitto imperialistico: l’America Latina l’87%, l’Africa il 73%, l’Asia orientale il 52%, il Medio Oriente il 40%. Gli stessi dati in proiezione prevedevano per il decennio successivo (ma sicuramente la previsione va presa per difetto) rispettivamente: 130%, 121%, 134%, 97%. Infine i profitti in milioni di dollari rimpatriati in USA nello stesso anno erano: dall’Europa 3.748 contro 8.571 di nuovi investimenti, dall’Africa 657 contro 1.071, dall’America Latina 5.297 contro 1.251, dall’Asia 6.528 contro 1.374.
Possiamo dunque ben affermare che questi dati confermano in particolare l’assunto fondamentale della posizione comunista di fronte al fenomeno dello sfruttamento imperialistico: il giogo dei paesi imperialisti è di tal natura che nessun movimento, per quanto audace ma limitato ad un paese sottosviluppato, potrà sbarazzarsene; può, semmai, cadere dalla padella nella brace, dalle grinfie degli USA a quelle sotto certi aspetti peggiori dell’URSS.
Lo stesso esempio di Cuba è più che significativo. Nata da una rivolta popolare contro l’odioso regime di Batista sul finire degli anni ’50, se pure imbrigliata nel costituzionalismo democratico del movimento castrista del «26 Luglio », che tanto non voleva avere niente a che fare con il comunismo da meritare gli elogi della stampa francese come «rivoluzione rispettosa della proprietà privata» (Cahieurs Internationaux, dicembre 1959), che magari sognava di sostituire l’imperialismo gallico a quello Yankee, Cuba non poté fare a meno di svolgere una funzione-guida per tutte le masse oppresse dell’America Latina nel periodo “eroico” del Che Guevara, che ne rappresentò l’espressione più radicale e generosa, anche se ben lontana dalla corretta visione marxista della lotta antimperialist, ma ha dovuto poi appiattirsi a esecutrice degli ordini del Cremlino. Nel febbraio 1974 Breznev stesso si recò all’Avana a sanzionare questa evoluzione dichiarando pubblicamente che «i comunisti non sono partigiani dell’esportazione della rivoluzione», togliendo qualunque illusione a chi avesse ancora ricordi “guevariani”, nello stesso momento in cui si gettarono le basi del mercenarismo cubano. Per ironia della storia, nello stesso momento in cui si voleva Cuba – sicuramente più adatta di qualunque altro alleato – avanguardia della esportazione degli interessi del blocco imperialista russo contrabbandati come “interessi del socialismo”, specialmente in Africa, si dovette stroncare ogni velleità di porsi come ruolo guida delle inevitabili rivolte popolari dell’America Latina, preferendo che ogni iniziativa fosse controllata attraverso le maglie più sicure dello Stato e dell’esercito cubano, a sua volta rigidamente controllato per mille fili dallo Stato e dall’esercito russo.
Lo stesso “peronismo” in Argentina ha rappresentato in una diversa epoca storica il tentativo di scuotersi di dosso il giogo dell’imperialismo USA, operando in una condizione sociale dle tutto diversa da quella cubana, dove il porblema principale era quello agrario ed in particolar modo quello dei latifondi di canna da zucchero in cui erano impiegati per circa 4 mesi l’anno (per il resto erano disoccupati) oltre 500.000 persone degli 800.000 salariati agricoli, su di una popolazione attiva di poco più di 2 milioni. L’Argentina presenta viceversa e caratteristiche diverse da quelle tipiche dei paesi sottosviluppati. Non esiste uno specifico problema agrario poiché sia l’agricoltura che l’allevamento del bestiame si sono sviluppati su basi capitalistiche approfittando del periodo particolarmente vantaggioso 1940-50, quando la borghesia argentina ha potuto arricchirsi fornendo prodotti alimentari ai paesi belligeranti a prezzi molto alti. Nel 1972 la popolazione attiva in agricoltura è il 13,2% di tutta la popolazione attiva e le esportazioni non contano solo prodotti alimentari, prodotti peraltro su scala capitalistica, ma anche macchinari ed elettrodomestici: si tratta dunque di un paese con una forte componente operaia non dissimile dai cosiddetti paesi in via di sviluppo, come ce ne sono anche in Europa pienamente capitalistici dal punto di vista delle forme di proprietà e dei conseguenti rapporti di produzione. Tuttavia con la fine della guerra e del conseguente crollo dei prezzi agricoli sul mercato internazionale, l’Argentina deve aprirsi al Capitale imperialistico USA, nonostante tutte le resistenze del nazionalista Peron, e da allora il suo debito aumenterà costantemente fino a raggiungere la cifra record nel 1975 di 7.500 milioni di dollari. Il “peronismo” nacque come movimento nazionalista, esprimendo, sebbene in forma demagogica, anche velleità antimperialistiche e perfino socialisteggianti: si seguivano nell’organizzazione statale modelli nazi-fascisti come esempi di capacità di affermazione dell’autonomia nazionale. Dopo il 1943, nel periodo favorevole all’accumulazione del Capitale argentino come riflesso della buona congiuntura relativa ai prezzi agricoli, il peronismo cerca perfino di attuare provvedimenti filo-operai forte dell’arricchimento alimentare: aumenti del salario reale disposti dall’alto, introduzione per legge della 13a mensilità, riduzioni generalizzate di orario di lavoro. Da allora in Argentina il peronismo rappresenta l’unica ideologia in grado di assicurare il controllo della classe operaia. Quando lo Stato non ha più potuto fare assegnamento sul peronismo ha avuto come unica alternativa l’esercito, ed in ciò consiste anche la debolezza dell’Argentina, in quanto non può affidarsi per periodi di tempo eccessivamente lunghi solo all’uso della forza militare, senza correre il rischio di vedere esplodere la lotta operaia, come in effetti è accaduto più volte. Tanto nel 1966, dopo il marasma dell’esperimento democratico, quanto nel 1975, dopo quello provocato dalla cricca Isabella Peron – Lopez Rega ministro-stregone, la borghesia argentina è costretta a ricorrere alla sicurezza dell’esercito, anche se controvoglia soprattutto dopo il 1975. Ma né Peron, né la democrazia, né l’esercito hanno potuto emancipare l’Argentina dalla tutela dell’imperialismo USA, dimostrando ancora una volta che un tale risultato sarebbe possibile solo passando sotto la tutela dell’imperialismo URSS, strada che evidentemente la borghesia argentina almeno finora è ben lontana dal voler intraprendere, mentre da parte sua il proletariato argentino ha di fronte a sé l’unica strada della rivoluzione comunista e della dittatura proletaria, né più né meno come il proletariato delle metropoli imperialistiche.
Altro tentativo di emancipazione dal giogo imperialistico USA è stato quello cileno, condotto all’insegna del “socialismo riformista”. Gli avvenimenti sono noti: il 24 ottobre 1970 Unitad Popular vince le elezioni presidenziali con Allende, che prende la prima indispensabile misura per procedere sulla strada dell’autonomia nazionale: quella della nazionalizzazione delle miniere di rame, dando contemporaneamente l’avvio ad alcune riforme sociali soprattutto in agricoltura. Ma ciò che colpisce soprattutto l’imperialismo USA è la nazionalizzazione delle miniere di rame, dove importanti società USA avevano interessi diretti. È a partire da questo momento (fine 1972) che comincia l’affamamento del Cile attraverso forti pressioni speculative sui cambi monetari e quindi sul costo delle importazioni e soprattutto di quelle alimentari. All’interno le tensioni sociali sono sempre più acuite da scioperi di tutte le categorie ed in particolare degli autotrasportatori, categoria importantissima per i collegamenti, data la particolare conformazione territoriale del Cile. È nota anche la corresponsabilità dello stesso governo Allende che non solo disarma gli operai, ma decide addirittura l’impiego della polizia contro uno sciopero di minatori che avevano rifiutato un accordo il 16/6/73. Non volendo e non potendo fondare la sua forza su quella degli operai cileni, il governo Allende è in balia delle forze che attraverso mille legami sono manovrate dagli USA. Avrà buon gioco Pinochet, generale di fiducia di Allende, nel realizzare il colpo di Stato l’11/9/73. Gli USA sono i primi a riconoscere il nuovo regime, il 25/9/73, e ne hanno i loro buoni motivi: il 25/7/74, meno di un anno dopo, non solo le miniere di rame saranno riconsegnate alle precedenti società a capitale americano Anaconda e Kennecott, ma verrà anche decisa una congrua ricompensa per i danneggiamenti subiti durante il precedente governo di Allende. Anche il Cile dunque dimostra che solo alleandosi con l’URSS è possibile lottare con successo contro il giogo imperialistico USA: Cuba sta lì a dimostrarlo e del resto Castro stesso si era recato a Santiago il 3/11/71 per sollecitare questa evoluzione del Cile. Le violente proteste degli oppositori e l’indecisione stessa del governo provocarono probabilmente il fallimento delle trattative, ma costituirono anche la base per il futuro colpo di Stato.
Tutta l’America Latina, come dimostrano anche i più recenti avvenimenti, è una zona sempre più aspramente contesa dai due blocchi imperialistici, per la sua posizione strategica e per la ricchezza di materie prime. Nel 1969 anche in Bolivia un colpo di Stato militare aveva portato al potere, paradossalmente dopo l’insuccesso del “Che”, un governo anti-USA. Infatti, non solo si erano stabilite relazioni diplomatiche con l’URSS, ma si era nazionalizzata l’importante società petrolifera Gulf Oil Company. Nell’agosto del 1971 però un nuovo colpo di Stato militare, guidato dal generale Banzer su commissione USA, riporta la Bolivia nell’orbita americana. Attualmente la partita tra i due imperialismi si sta giocando nell’America Centrale, in special modo in Salvador, dopo l’epilogo delle vicende nicaraguegne, naturalmente sulla pelle di milioni di proletari, che potranno sperare di sollevarsi definitivamente dal giogo imperialistico solo quando il proletariato delle metropoli occidentali ritroverà la sua via rivoluzionaria.
Asia
Medio Oriente
Il motivo che caratterizza l’area mediorientale dalla metà degli anni ’60 in poi è che la Rivoluzione borghese allora si poteva dire ormai compiuta nel senso che il potere statale era più o meno nelle mani delle varie borghesie locali e il suo ulteriore “completamento” trovava i più formidabili ostacoli nell’intrigo degli interessi imperialistici. Di qui il fallimento tanto degli iniziali sogni militari arabi, quanto dei numerosi tentativi federalistici (R.A.U.) sperimentati dai regimi borghesi oligarchici di questi paesi, soprattutto dopo la fine della Seconda Guerra mondiale. Altro aspetto della questione mediorientale è la concorrenza dei vari predoni capitalistici, cioè la loro lotta aperta o mascherata, che si confonde con le lotte locali al punto di esserne al tempo stesso la causa e l’effetto. La sostituzione dei vecchi imperialismi di Francia e di Inghilterra, colà dominanti nel periodo tra le due guerre mondiali, con quelli più forti di America e Russia non si poteva verificare senza scontri sanguinosi, di cui furono i proletari arabi a fare le terribili spese.
Un breve excursus sulla situazione dei principali Stati dell’area può permettere una miglior comprensione dello scontro tra USA e URSS in Medio Oriente.
Per l’Egitto, nella seconda metà degli anni ’60, due erano gli elementi da inquadrare per comprenderne la struttura economica e sociale: in primo luogo la maggioranza della terra era nelle mani di poche famiglie di proprietari fondiari, in secondo luogo la borghesia nazionale non era in grado di esprimere un movimento tale da contrapporsi al colonialismo. Per questi due motivi spettava allo Stato, espressione degli interessi della finanza internazionale, del capitale fondiario e della borghesia nazionale, farsi carico dell’industrializzazione dell’Egitto. La storica incapacità della borghesia egiziana era spiegabile anche dal fatto che aveva evidenti legami con i proprietari fondiari, i quali non avevano uno specifico interesse a porsi sulle stesse linee di tendenza del progresso capitalistico. Nonostante ciò l’Egitto era un paese in evidente sviluppo dove gli investimenti tendevano sempre più ad orientarsi verso l’industria. Da ciò la netta propensione dello Stato egiziano a proporsi come leader dell’area mediorientale, sia nello scontro con la borghesia direttamente concorrente, “il nemico sionista”, sia contro Stati “fratelli” come l’Arabia Saudita, con la quale teneva in sospeso un contenzioso in particolare per l’assetto dello Yemen e per il controllo della parte Sud della penisola arabica. Il tutto era condito dalla politica socialisteggiante di Nasser e dei suoi continuatori, che, agitando la spettro della guerra santa contro Israele, aveva come unico scopo quello di tenere unita una nazione scossa da forze centrifughe, liberate dal crescente peso sociale della produzione capitalistica.
Allo stesso modo che i regimi arabi facevano dello Stato di Israele il capro espiatorio delle frustrazioni delle popolazioni miserabili sulle cui spalle scaricavano il pesante fardello della loro soggezione ai vari imperialismi, la classe dirigente di Israele agitava lo spettro dell’invasione araba come valvola di sfogo al rancore di un proletariato che, fin dalla sua nascita, è stato sottoposto all’implacabile disciplina del capitalismo moderno. Se tre successive guerre permisero di estendere quella unità di produzione capitalistica, d’altronde non vitale perché troppo piccola, che era lo Stato d’Israele, esse servirono nello stesso tempo a placare contingentemente il malessere sociale in un paese in cui negli anni ’60 la disoccupazione (accentuata dalla massiccia importazione di manodopera ebraica da tutto il mondo) raggiungeva il 10% della popolazione attiva, in cui l’onere fiscale schiacciante (il debito pro-capite era il più forte del mondo e il 50% del bilancio era consacrato alla guerra), la crisi acuta degli alloggi e la continua inflazione (80% annuo) creavano una situazione esplosiva. Non a caso la guerra “dei 6 giorni” fu preceduta da un’ondata di scioperi (nell’edilizia, nei trasporti e fra gli scaricatori di porto) ed indubbiamente ebbe la funzione di cementare gli animi nello sforzo della nazione contro il nemico arabo.
Trasformati gli imanati e gli sceiccati in un reame, sempre più centralizzato sotto la dinastia saudiana, l’Arabia Saudita, non ancora del tutto coinvolta dallo sviluppo del capitalismo in Medio Oriente, ma sicuramente collegata strettamente e controllata dall’imperialismo occidentale che ne sfruttava le immense risorse petrolifere, si ergeva al ruolo di roccaforte della fede musulmana ortodossa grazie alle sue città “sante” de La Mecca e di Medina. Allo stesso tempo l’indirizzo politico della monarchia saudiana non poteva non essere strettamente allineato che con l’imperialismo, specialmente di marca USA: era dal 1957 che l’Arabia Saudita aveva accettato la dottrina di Eisenhower del mantenimento dello status quo in Medio Oriente e alla fine degli anni ’60 aveva rinnovato agli USA i contratti di affitto delle sue basi aeree e navali.
La qual cosa non si poteva certo dire per la Giordania, la quale, per la sua conformazione geopolitica, appariva continuamente pencolante tra di due blocchi. I giri di valzer di re Hussein non si limitavano a quelli intrapresi con Arabia Saudita ed Egitto, ma si allargavano fino a Washington e Mosca. È questo il destino di tutti i paesi a strutture deboli: vivere, o meglio vegetare, all’ombra di una potenza o dell’altra, di questo o quell’imperialismo. Il monarca giordano, sempre alle prese con lotte intestine e rivoluzioni di palazzo, si riforniva di armi ora dagli USA e dalla Gran Bretagna ora dall’URSS, e, come vedremo in seguito, ora era costretto ad accettare sui propri territori i palestinesi, ora era in grado di cacciarli e sterminarli, a seconda verso chi pendeva l’ago della bilancia dello scontro tra i blocchi. Dello stesso tipo erano i problemi della Siria, anche se il pencolamento appariva meno evidente. Certo che l’entrata e poi l’uscita dalla RAU (1961), gli scontri all’interno del partito Baath durante tutti gli anni ’60 tra l’ala “moderata” (filo-occidentale) e l’ala “estremista” (filorussa), che si risolse col prevalere di quest’ultima, sono un evidente termometro di instabilità nella scelta del blocco politico a cui si voleva far capo. Instabilità che rifletteva la gracilità dell’economia e la difficoltà del suo decollo, anche se, una volta risolti i suoi problemi di conduzione politica lo Stato siriano, si dimostrerà uno degli Stati mediorientali in cui la borghesia indigena aveva raggiunto una certa coesione e consistenza.
Anche Iraq e Libano non sfuggivano alla regola dell’instabilità dell’area, pur se ciò avveniva per motivi differenti. La situazione irachena non differiva di molto da quella siriana e giordana: retta da una gerarchia militare, unica forza centralizzatrice del paese ove le tribù beduine scorrazzavano ancora impunemente, in continua oscillazione tra Est e Ovest, con una borghesia nazionale incapace di affrancarsi dai retaggi dei proprietari fondiari e dell’imperialismo franco-inglese, se non nel caso di gettarsi fra le braccia di quello USA o URSS, continuamente scombussolata da colpi di Stato militari. Da parte sua il Libano, punto di incontro di traffici internazionali specialmente finanziari e speculativi, con la sua borghesia succhiona voleva rappresentare un fattore di moderazione e di equidistanza: si parlava della “Svizzera mediorientale”. Appariva evidente la sua sudditanza ai voleri dell’imperialismo, specialmente occidentale, a cui doveva la possibilità di sopravvivere, ma nello stesso tempo subiva l’incapacità di agire in modo indipendente e combattivo; e sarà proprio questa sua fragilità interna, riflesso anche della sua instabilità organica, la causa dello sbandamento dello Stato libanese; sarà l’unico ad uscire veramente con le ossa rotte dalle guerre tra arabi e israeliani.
Le tre guerre tra Egitto, i suoi alleati e Israele, così come la pace che verrà poi firmata a Camp David (1979), sono anche il riflesso dello scontro tra i due maggiori imperialismi per il controllo delle vie del petrolio. È la cosiddetta “Guerra dei 6 giorni” (5-10 giugno 1967) che evidenzia l’impossibilità di coesistenza tra due Stati così diversi nelle loro scelte di blocco imperialistico: l’Egitto è nell’orbita russa, Israele dipende dagli USA e ambedue mirano all’egemonia del settore.
In un’avanzata «trionfale» Israele, dopo aver dichiarato guerra ad Egitto, Siria e Giordania, occupa prima la parte vecchia di Gerusalemme e tutta la Cisgiordania, in seguito la striscia di Gaza a Sud e le alture del Golan a Nord ed infine sfonda il fronte dell’esercito egiziano occupando tutta la penisola del Sinai, fino al canale di Suez. Al di là dello scontro tra i due schieramenti, peraltro molto importante, si ha proprio in questa occasione il decisivo aggravarsi della situazione dei palestinesi: cacciati dalla Cisgiordania, occupata dall’esercito ebraico, i palestinesi si rifugiano in Giordania, dove vengono accolti come cittadini a tutti gli effetti, anche se in pratica sono raccolti in campi profughi nell’Ovest del paese. Ma rifugiandosi in Giordania i palestinesi si portavano appresso tutti i problemi per i quali erano stati cacciati dall’avanzata israeliana. In effetti i palestinesi rappresentavano la parte più moderna del popolo arabo, fossero essi contadini, artigiani o operai specializzati; una volta cacciati dalla loro terra e concentrati in campi profughi, precipitati cioè nello stato di proletari senza riserve, riuscirono a darsi una coesione sorretta da notevole combattività, e, quel che alla lunga risultò insopportabile per la borghesia giordana, erano armati, si organizzavano cioé in unità di combattimento. Non poteva certo la Giordania, in nome di un mai precisato “aiuto fraterno” ad un popolo arabo, permettersi il lusso di allevarsi una tale serpe in seno, anche perché, man mano che si territorializzavano in Giordania, i palestinesi tendevano sempre più ad accomunare come loro nemici sia la monarchia ascemita che lo Stato di Israele. La situazione precipitò nel settembre “nero” del 1970. I combattimenti tra palestinesi ed esercito giordano in pochi giorni si allargarono da Amman a tutto il Paese: la Giordania impose la legge marziale, esigendo al contempo il disarmo delle formazioni di guerriglieri palestinesi. Gli scontri continuarono con la sistematica repressione o disarmo dei palestinesi, i quali vennero letteralmente cacciati nel Sud del Libano, ove entro breve tempo avrebbero ricreato le condizioni per cui Israele e Giordania erano così sanguinosamente intervenuti.
È nel 1972 che avviene un episodio rivelatosi in seguito decisivo per l’assetto attuale del Medio Oriente: l’Egitto chiede a Mosca il ritiro di 20.000 consiglieri militari e inizia un progressivo spostamento verso Washington. In questo senso la successiva guerra vedrà lo scontro tra due paesi orbitanti nello stesso blocco. Nell’ottobre del 1973 Egitto e Siria attaccarono Israele, parteciparono alla guerra anche unità palestinesi, irachene e marocchine, ma lo scontro principale avvenne intorno al Canale di Suez fra gli eserciti egiziano ed israeliano. Fu la “Guerra del Kippur” nella quale l’iniziale successo egiziano, la riconquista di una parte del Sinai, fu bilanciata dallo sbarco israeliano in Egitto. L’11 novembre al centunesimo chilometro della statale Cairo-Suez iniziarono i colloqui per il disimpegno, che porterà i due eserciti ad attestarsi sulle posizioni antecedenti alla guerra del 1973, in seguito verrà firmato anche con la Siria un accordo per il disimpegno delle truppe dal Golan, peraltro mai attuato. Iniziarono così tra Egitto e Israele quei rapporti bilaterali che sotto l’egida dell’imperialismo americano portarono all’attuale pace separata di Camp David, la quale, benché avversata dagli altri paesi arabi, sancirà un ulteriore duro colpo alle mire russe nell’area. Ma il Medio Oriente ha sempre almeno un problema insoluto: fra il 1975 e il 1976 il Libano è squassato dalla guerra civile. La borghesia libanese è incapace di fare fronte al “problema palestinese”, si formarono fazioni ed eserciti, che videro palestinesi e musulmano-libanesi da una parte e cristiano-maroniti dall’altra. Anche Siria ed Israele intervennero, ma solo per picchiare in testa ai palestinesi, i quali stavano prendendo il sopravvento. Il primo giugno 1976, la Siria intervenne mistificandosi come “forza araba di dissuasione”, appoggiando la destra maronita e reprimendo in prima persona i palestinesi, che verranno ulteriormente rinchiusi nei campi profughi del Sud del Libano fra l’incudine dei maroniti, riorganizzati dai siriani e foraggiati dagli israeliani, e il martello di Israele, che si incaricherà di bombardare sistematicamente le posizioni palestinesi da allora in poi.
Cina – India
Fino al 1956/58 la Cina è alleata della Russia. Sarà il fallimento, alla fine degli anni ’50, del cosiddetto “Grande balzo in avanti”, nonostante gli aiuti russi, a mettere in discussione tale alleanza. La produzione agricola in Cina dal 1958 al 1960 passò da 250 milioni di tonnellate a 160, tanto che fu necessario razionare il riso ed acquistarlo all’estero. Si dovette tornare indietro precipitosamente: negli anni 1961-62 dalle comuni agricole si tornò alle cooperative fondate su gruppi di produzione di una cinquantina di famiglie. Si dovette dare nuovamente la priorità allo sviluppo agricolo, liquidando anche i piccoli altiforni per la produzione di acciaio installati nelle campagne. Già dal luglio 1960 i russi avevano ritirato i consiglieri accusando i cinesi di avventurismo economico ed annullarono ben 364 contratti per lo sviluppo industriale della Cina stessa. Le critiche al gruppo dirigente di Mao non mancarono in tutta la Cina e nemmeno all’interno del PCC. Di qui il contraccolpo della “Rivoluzione culturale”, che rifletteva lo scontro tra la linea dello sviluppo industriale e quella del prioritario sviluppo agricolo, e che permise al gruppo maoista di riaffermare la propria egemonia.
La polemica russo-cinese era esplosa sul terreno “ideologico” negli stessi anni e Kruscev era giunto perfino ad accusare di “trotskismo” Mao, poiché aveva criticato la sua politica del dialogo con gli USA, affermando pallidamente che incontri con l’imperialismo non possono evitare le guerre.
Nel 1959, di fronte al primo scontro Cina-India per la frontiera tibetana, l’URSS non esitò a dichiararsi neutrale.
Chou-En-Lai fu l’ultimo delegato cinese che partecipò ad un congresso del PCUS nell’ottobre del 1961 (XXII Congresso) ed ebbe modo di schierarsi a favore dell’Albania accusata da Kruscev di stalinismo, che in fondo è sempre stata la più coerente giungendo anche a rompere le relazioni diplomatiche con l’URSS dal 10/12/1961. Il dissidio e la polemica russo-cinese da allora in poi sono stati più aspri; si giunse persino a veri e propri scontri militari nel 1963 e soprattutto nel ’69 sul fiume Ussuri per questioni di frontiera, mai risolte. Però, prima di poter esprimere una sua linea politica in campo internazionale, la Cina doveva ricostituire l’autorità interna: “la Rivoluzione culturale” e “l’anti-rivoluzione” contro la “Banda dei quattro” otterranno questo scopo. Ma questa linea di tendenza si può già notare nello scontro ricorrente con l’India e negli effetti prodotti sull’atteggiamento russo.
Fin dal 1959 l’India è considerata dalla Cina un pericoloso strumento della politica russa, perciò ha tentato da allora di favorire la formazione di un partito comunista indiano filo-cinese, ha appoggiato il Pakistan nel suo conflitto con l’India a proposito del controllo del Kashmir nel 1965; si è nuovamente scontrata militarmente con l’India nel 1969; ma l’effetto di questa politica è stato il continuo rafforzamento dell’alleanza russo-indiana fino alla firma proprio in quell’anno di un vero e proprio patto di amicizia. E non poteva non essere che così per l’impossibilità di avere la forza per opporsi come Stato autonomo alla politica cinese. La mancanza di radicalismo rivoluzionario e dell’uso della violenza durante la lotta di liberazione erano stati la causa sia della divisione di un territorio che avrebbe dovuto formare una sola nazione, sia della necessità di appoggiarsi al blocco russo. La guerra contro il Pakistan, al di là del paravento ideologico del conflitto religioso fra indù e musulmani, rifletteva lo scontro tra i due blocchi imperialisti. Questo scontro avrà i suoi culmini nella guerra del 1965 e in quella del dicembre ’71 per il controllo del Bangladesh, il quale, fino ad allora facente parte dello Stato pakistano, acquistava un’indipendenza fittizia sotto il controllo indo-russo. Era la inevitabile conclusione di una rivoluzione nazionale avvenuta sotto la cappa di piombo della controrivoluzione mondiale.
Da parte sua la Cina nella misura in cui si allontanava dal blocco russo, non poteva non avvicinarsi a quello americano. I primi contatti tra Cina e USA si datano alla fine del 1968 con colloqui diplomatici a Varsavia. Nell’aprile del 1971 la tanto strombazzata politica kissingeriana del ping-pong porta ad una prima concreta distensione fra i due paesi; la “normalizzazione” tra Cina e USA si risolve nell’entrata della Cina nell’ONU il 25/10/71 addirittura con potere di veto dovutole dalla sua appartenenza al Consiglio di Sicurezza. La successiva visita di Nixon in Cina nel febbraio 1972 completerà il processo di “distensione” tra Washington e Pechino.
Indocina
La trentacinquennale guerra fra partigiani vietnamiti e gli imperialisti di turno, siano essi giapponesi, francesi o americani, è uno degli episodi fondamentali di questi ultimi anni. In particolare la vittoria di Dien Bien Phu (1954) fu una diretta conseguenza del decreto agrario emanato dai Vietminh nel 1953. Esso per il tipo di provvedimenti adottati non differiva molto da quelli del 1945 e del ’49, che prevedevano la riduzione degli affitti, dell’interesse sull’anticipo dei capitali, e la spartizione delle terre dei coloni francesi da cacciare. Tuttavia, in questo caso, l’esecuzione veniva affidata, a differenza che nelle precedenti, non all’apparato amministrativo locale, dominato dai proprietari terrieri, ma alle Unioni Contadine locali e ai Comitati agricoli di villaggio, cioè agli stessi contadini che si organizzavano nella lotta anticoloniale.
Gli accordi di Ginevra (1954) rappresentarono una vera e propria svendita degli interessi dell’esercito contadino. Sancirono la ritirata dei Vietminh a Nord del 17° parallelo e contenevano le promesse di libere elezioni nella parte Sud del paese prima del 1956, che se fossero state indette forse avrebbero visto la vittoria del partito contadino, ma che non si tennero mai. Gli accordi di Ginevra, alla cui violazione tutti fanno risalire le cause della successiva guerra, contenevano già in sé le premesse della nuova guerra. Con essi si interruppe il conflitto in una fase di schiacciante superiorità vietnamita, così che i francesi poterono recuperare le loro divisioni accerchiate nel delta del fiume Rosso e assicurarsi il ritiro dal Sud di 100.000 uomini dell’esercito vietnamita, lasciando i contadini del Sud, che avevano appena iniziato a spartirsi le terre, praticamente indifesi ed in balia di feroci repressori. Fu così perduta un’occasione storica per riunificare tutto il Vietnam. La nascente borghesia indigena si dimostrò incapace di trattare ad armi pari con l’imperialismo. Si dovettero così attendere altri 20 anni di guerre per ottenere quello che già era nei fatti. Subito dopo la firma (che non avvenne mai!) degli accordi di Ginevra i contadini cominciarono a riorganizzarsi per cacciare l’imperialismo americano, che nel frattempo aveva sostituito quello francese, ma solo nel 1960 verrà fondato il Fronte di Liberazione Nazionale, che aveva un programma agrario analogo a quello del 1953.
Lo stesso cinismo con il quale fu creato dagli americani, subito dopo Ginevra, un governo fantoccio presieduto da Diem, si usò da parte della CIA per la sua liquidazione (1963), quando ormai tale governo appariva troppo compromesso. Per tutto il 1964 si succedettero colpi e contraccolpi di Stato tra le varie bande di funzionari statali, indice che la guerriglia stava sempre più assumendo forme difficilmente controllabili. Fu in questo periodo che gli USA, autentici gendarmi dell’imperialismo mondiale, optarono per l’intervento diretto. In un primo tempo Johnson propose ad Hanoi «trattative senza condizioni» e condiva la propria proposta con un’offerta di 1 miliardo di dollari al Nord del Vietnam, il quale, se fino ad allora si era ben guardato dall’organizzare la guerriglia nel Sud, non poteva garantire la cessazione di un movimento che non controllava. Per estrema ironia della storia la scusa che gli americani addussero per iniziare la loro “escalation” in Indocina fu che i nordvietnamiti stavano attaccando in qualità di Stato sovrano il Sud. Nel 1965 iniziarono i bombardamenti americani. Non avevano solo obiettivi militari: ad esempio venivano usate bombe speciali (esplodenti a mitraglia e napalm) studiate appositamente non tanto per distruggere fabbricati, ponti, ecc., quanto per fare il maggior numero di vittime e terrorizzare la popolazione. Mentre la furia distruttrice dei gangsters americani cresceva ogni giorno di più Russia e Cina – queste superpotenze sedicenti socialiste – non trovavano di meglio che svergognarsi, accusandosi a vicenda di aver promesso aiuti ai guerriglieri e di non aver dato che chiacchiere, continuando ad offrire con scrupoli ultrapiccolo-borghesi «volontari… nel caso che fossero richiesti da Hanoi».
Nel 1968, il FLN ottenne una brillante vittoria nella cosiddetta “offensiva del Tet”. Il contraccolpo fu l’inizio dei negoziati di pace a Parigi (1969) fra USA e Vietnam del Nord. Sempre nello stesso anno venne costituito nel Sud il Governo Rivoluzionario Provvisorio, espressione dei guerriglieri contadini. Nel 1970 in Cambogia il regime di Sihanuk, neutrale, fu abbattuto da un colpo di Stato filoamericano. Sihanuk si rifugiò a Pechino costituendo un governo in esilio. Nello stesso periodo la guerra si estese a tutta la regione: nel 1970 gli USA lanciarono un’offensiva in Thailandia e in Cambogia, ma essa ben presto si rivelò un fallimento; nel 1971 gli USA lanciarono una medesima offensiva nel Laos, che subì la stessa sorte. Si costituirono formazioni militari di guerriglieri per respingere l’escalation americana: formazioni filovietnamite agivano in Laos; in Cambogia Khmer rossi e partigiani di Sihanuk distrussero l’intera aviazione governativa appoggiata dagli USA.
Nel dicembre 1972 gli USA incominciarono a prendere atto della loro sconfitta: Nixon ordinò la cessazione dei bombardamenti aerei su tutta l’area indocinese. Nel gennaio 1973, a Parigi, viene firmato fra Kissinger, segretario di Stato USA, e Le-Duc-Tho, ministro degli esteri nordvietnamita, un armistizio che entrò in vigore alla fine di febbraio. Nel marzo 1973 gli eserciti USA abbandonarono tutta l’area, lasciando i loro protettorati in balia dell’avanzata dei guerriglieri. È in questa fase che viene messa in evidenza la natura “bismarckiana” del Vietnam del Nord. Forte della vittoria sul campo di battaglia contro il principale degli imperialismi e dell’alleanza con i contadini, in particolare quelli medi, che maggiormente si avvantaggiarono dalla riforma agraria, il Nord Vietnam si pose come potenza egemone di tutta la penisola indocinese. È certo che gli USA furono disposti ad andarsene solo a condizione di lasciare al loro posto uno Stato forte in grado di controllare le contraddizioni che la rivoluzione contadina avrebbe potuto far esplodere nelle campagne. Ed ecco che, come il “cancelliere di ferro” seppe costringere con la forza del crescente peso militare i proprietari fondiari e i contadini tedeschi ad agganciarsi al carro della nascente borghesia prussiana, così il governo vietnamita con lo stesso potere delle armi si riproponeva, e si ripropone tuttora, di iniziare dall’alto una fase di controllo e di sviluppo capitalistico, tramite il quale meritarsi con pieno diritto il titolo di “neogendarme indocinese”.Ma sarebbe un errore non rilevare l’impossibilità per le nascenti borghesie nazionali di emanciparsi totalmente dall’imperialismo. Nonostante le vittorie militari il Nord Vietnam non sfuggiva alla regola della divisione del mondo in due blocchi. Il “patto di amicizia” russo-vietnamita, che sarà firmato nel 1978 a Mosca, sarà la logica conclusione di questo processo.
Esso equiparerà il Vietnam a tutti i paesi del Patto di Varsavia sotto il profilo economico, politico e militare. Nel frattempo, subito dopo la sconfitta americana, forte dell’amicizia russa, Hanoi allargava la propria egemonia nell’area indocinese, conformandosi ai piani generali dell’imperialismo di Mosca. Ecco così che, nel 1973, tra governo laotiano e guerriglieri del Pathet Lao (controllati dai Nord vietnamiti) viene firmato un accordo e si ha un governo di coalizione. Nel 1974, l’esercito cambogiano è costretto a cedere sotto la pressione dei Khmer rossi, espressione di una rivoluzione di contadini poveri e senza terra e pertanto alla lunga pericolosi in quanto destabilizzatori dell’area: non a caso una volta sistemati i loro problemi interni (unificazione nazionale) i vietnamiti penseranno bene di reprimere violentemente un movimento tanto radicale.
Il 16/4/1975, di fronte all’avanzata delle truppe vietnamite e dei vari FLN verso Saigon e in tutta l’Indocina, Ford, succeduto al defenestrato Nixon, ordina l’evacuazione totale di tutto il personale americano. Alla fine dello stesso mese Saigon, capitale del Sud Vietnam, è conquistata. Due giorni prima era stata occupata anche la capitale della Cambogia, Phom Pen. Nell’agosto 1975 nel Laos viene rotta l’alleanza e il potere viene assunto dal Pathet Lao, che decreta l’abolizione della monarchia. In seguito verrà sistemata anche la questione cambogiana (1979) con una massiccia repressione dei Khmer rossi, che torneranno a rifugiarsi nelle foreste e sulle montagne, e con la creazione di un governo filo vietnamita.
Africa
In seguito allo sgretolarsi dell’Impero portoghese (1974-1975), l’URSS, fino ad allora, ed a maggior ragione dopo la cacciata dall’Egitto, esclusa quasi totalmente dalla suddivisione del bottino africano, mostra una maggiore aggressività che nel passato per sostituirsi ai vecchi imperialismi europei, approfittando anche delle citate difficoltà interne degli USA. Il suo intervento, attraverso le truppe mercenarie cubane e i consiglieri militari della Germania dell’Est e della stessa Russia, è particolarmente efficace in Angola, paese non casualmente prescelto in quanto importante da un punto di vista strategico nonché ricco di materie prime fra cui perfino petrolio. Nel gennaio 1975 i tre movimenti di liberazione dell’Angola, l’MPLA, l’FLNA e l’UNITA firmano un accordo in base al quale è formato un governo di coalizione, con l’esercito portoghese che continua ancora a controllare il territorio per “mantenere l’ordine” con 24.000 soldati . Dei tre movimenti di liberazione nazionale quello che gode maggior prestigio e che ha effettivamente un’adesione spontanea popolare è l’MPLA guidato da A. Neto, mentre gli altri due hanno l’appoggio degli occidentali ed in particolare degli USA e del Sud Africa. Nel gennaio del 1976 le truppe portoghesi sono costrette al completo ritiro, anche per le vicende interne al Portogallo; inevitabile la guerra civile tra gli opposti movimenti di liberazione e, mentre il Sud Africa cerca di intervenire direttamente con proprie truppe, si ha la mossa vincente dell’URSS che decide il sostegno diretto dell’MPLA, nel momento stesso in cui gli USA decidono di limitare il loro aiuto agli altri due movimenti. La vittoria dell’MPLA è assicurata già nel marzo del 1976. Lo smarrimento degli USA in questa circostanza è evidente: perfino durante una seduta delle Nazioni Unite del 9 luglio 1978 l’allora ambasciatore degli USA A. Young, poi silurato dallo stesso Carter, dirà addirittura che i cubani avevano svolto una preziosa opera stabilizzatrice in Angola. Recentemente la nuova amministrazione Reagan ha dichiarato che è intenzionata a riprendere gli aiuti militari ai movimenti di opposizione al regime instaurato in Angola che non hanno mai cessato di combattere.
Altro intervento vincente dell’URSS in Africa si ha in Etiopia, dove un colpo di Stato militare tra il 1974 e il 1975 dichiara decaduta la monarchia, impone una nuova costituzione varando anche una vasta riforma agraria, peraltro limitata alla distribuzione della terra, ma non dei mezzi di produzione e delle pertinenze. Pur attuando l’esproprio senza indennizzo dei vecchi proprietari fondiari e annullando i debiti dei contadini ai quali la terra è distribuita in lotti non superiori a 10 ha e dichiarata non più oggetto di compravendita, nella sua attuazione pratica, non prevede anche la distribuzione dei necessari mezzi di lavoro, materie prime e concimi, si limita ad illudere i contadini poveri per coinvolgerli nella difesa nazionalista della “patria” che l’ala più radicale di Menghistu intraprenderà contro i movimenti indipendentisti dell’Eritrea e dell’Ogaden. Eritrea ed Etiopia erano state unite in Federazione da una decisione dell’ONU del 1950. In Eritrea fin dal 1958 si era costituito un movimento di liberazione nazionale contro il regime oppressivo del Negus, che nel 1962 ne aveva deciso l’annessione dichiarandola la 14a provincia dell’Etiopia stessa. Il nuovo regime etiopico mostra di non comportarsi diversamente dal Negus e nega l’autonomia dell’Eritrea e alla popolazione dell’Ogaden, in maggioranza di nazionalità somala. È a questo punto, dimostrando spregiudicatezza e lungimiranza, che l’URSS abbandona la Somalia, nonostante fosse uno Stato “socialista” suo alleato fin dal colpo di Stato del 1969, per offrire il proprio aiuto all’Etiopia sicuramente più congeniale ai suoi programmi di controllo di quella zona importantissima in quanto collegata da una parte all’Africa centrale e quindi all’Oceano Atlantico e dall’altra al Medio Oriente e al vicino Golfo Persico. Dopo alterne vicende la vittoria è assicurata all’Etiopia, anche in seguito ad una brillante operazione militare, sembra diretta proprio da un generale russo, tra la fine del 1977 e l’inizio del ’78. La penetrazione africana dell’URSS era destinata sicuramente a continuare soprattutto di fronte ad una certa impotenza ed incertezza degli USA, peraltro impegnati a conseguire notevoli vantaggi in Medio Oriente, dalla voluta a tutti costi pace di Camp David. Ma una sollevazione di ex kantanghesi nello Shaba, con il sicuro appoggio dei cubani, è bloccata dai paracadutisti belgi e francesi a Kolwesi nel maggio del 1978. L’intervento militare della Francia impone all’URSS la necessità di rivedere la sua strategia sul terreno diplomatico e non è un caso se da questo momento in poi la Francia viene sempre più attirata nell’orbita russa.
Se in Africa l’imperialismo russo consegue innegabilmente notevoli e solidi successi, non è da meno l’americano in Medio Oriente con il “gioiello” della pace di Camp David tra Egitto e Israele, che, pur incontrando grosse difficoltà di integrale attuazione per il problema palestinese, ha rappresentato e tuttora rappresenta lo strumento principale della politica estera americana in Medio Oriente e nel Golfo Persico. Viceversa, dopo la cacciata dall’Egitto, la pace di Camp David rappresenta la peggior sconfitta degli interessi russi, in parte compensata con il ventennale “Patto di amicizia” con la Siria del 10/10/1980. Dopo vari contatti bilaterali nel corso del 1978, nel marzo del 1979 Begin e Sadat, ospiti di Carter a Camp David, firmano l’accordo di pace sembra addirittura sotto la minaccia di un pesante ricatto del presidente americano. Sia Egitto sia Israele ottengono vantaggi e svantaggi dal trattato e più di una volta hanno dovuto fare i conti con opposizioni interne molto agguerrite. Sono gli USA che, sotto la falsa abnegazione di Carter, in cerca di popolarità per il “bene dell’umanità e della pace”, ottengono il maggior vantaggio imperialistico, in quanto, garanti della pace, hanno il riconoscimento internazionale per un eventuale intervento militare contro chiunque attenti alla pace stessa. Nel memorandum d’accordo tra USA e Israele firmato a Washington il 28/3/1979 si dice testualmente: «Nel caso che gli USA siano venuti a constatare una infrazione o che una minaccia di infrazione al trattato di pace sia stata commessa, gli USA prenderanno le misure che riterranno appropriate, che potranno essere d’ordine diplomatico, economico e militare». Dopo la prima applicazione del trattato, una larga fascia del deserto del Sinai è tornata sotto la giurisdizione civile dell’Egitto. Qui, come è noto, nel corso del 1979 e del 1980 sono state fatte ripetutamente esercitazioni comuni USA/Egitto per l’approntamento di una speciale forza di intervento nelle cosiddette zone di emergenza giudicate vitali agli interessi dell’Occidente e degli USA in particolare. Tuttavia che i paesi europei abbiano gli stessi interessi degli USA è molto dubbio, soprattutto in questa zona: infatti Francia e Germania Federale hanno più volte manifestato la loro contrarietà a partecipare all’allestimento della speciale forza di intervento, differenziandosi anche dalla logica complessiva di Camp David.
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La grave crisi economica che nel 1975 colpisce simultaneamente tutti i principali paesi imperialisti occidentali dimostra ai russi che può essere alla loro portata, per la prima volta, il tanto sperato superamento dell’Occidente anche sul piano economico, nella falsa convinzione che il sistema russo sia inattaccabile dal morbo della crisi e soprattutto che sia immune dal contraccolpo della stessa crisi occidentale. Sicuramente il 1975 dimostra che uno degli elementi più importanti della crisi occidentale è dato dal problema energetico. La dipendenza, a volte totale, in ogni caso di estrema importanza per il funzionamento dell’economia di tutti i paesi occidentali, dal rifornimento petrolifero dei paesi mediorientali e del Golfo persico, convinse i russi della possibilità di poter controllare essi stessi l’economia occidentale attraverso il predominio politico e militare della zona. È da questo momento che l’interesse dell’URSS al suo controllo, prima di tutto con l’accerchiamento africano, si fa sempre più insistente. Del resto si tratta anche di un interesse diretto, in quanto l’URSS stessa comincia a non essere più autosufficiente e ad avere bisogno del petrolio arabo. Anche sul piano militare il blocco occidentale e specialmente gli USA attraversano nello stesso periodo una notevole crisi determinata non solo dalla sconfitta del Vietnam, ma anche dalle vicende interne agli USA ed in primo luogo dalla crisi politica dovuta allo scandalo del Watergate.
Si afferma in questi anni la tesi della cosiddetta “finestra di vulnerabilità” del blocco occidentale almeno fino al 1968. Questa tesi riposa su una doppia considerazione: i Minuteman americani sono vulnerabili almeno fino alla loro sostituzione con gli Mx, che avverrà però a partire dal 1986; gli SS20 e i Backfire russi, dispiegati in 50 unità i primi e 30 i secondi, non saranno contrastati che dal 1984 dai nuovi missili americani a media portata da installarsi in Europa; infine la modernizzazione delle forze convenzionali della NATO in Europa è in ritardo rispetto allo stesso sforzo del Patto di Varsavia che dura almeno dal 1968. È possibile, come sostengono almeno ufficialmente i russi, che si tratti solo di propaganda americana per pretendere maggiori finanziamenti all’industria militare. Ma se almeno una parte di verità è cotnenuta in tali tesi, non vorranno i russi approfittarne almeno per ottenere notevoli vantaggi prima che il potenziamento voluto dagli USA diventi effettivo? C’è da considerare infine che sono le stesse fonti occidentali ad affermare che, una volta installati, gli Mx renderanno vulnerabili i missili russi basati a terra, che compongono i tre quarti dell’arsenale nucleare russo e quindi una proporzione ben più grande di quella che rappresentano i Minuteman per gli USA.
Non vogliamo certo sostenere che, date queste premesse, sicuramente entro il 1986 il blocco russo scatenerà la terza guerra mondiale. Il marxismo non è mai stato profezia. La giudichiamo solo una eventualità molto probabile, senza per questo accodarci alla canea di tutti coloro che già da oggi sono in prima fila a denunciare nell’URSS l’aggressore di turno, al quale attribuire la responsabilità unica della guerra. Abbiamo da sempre affermato che la denuncia dell’aggressore serve solo ad ingannare il proletariato e a convincerlo ad aderire ai vari fronti di guerra: la campagna della lotta contro l’aggressore è stata caratteristica della prima e della seconda guerra mondiale. Non mancherà di appestare il proletariato anche in preparazione della terza e contro di essa i comunisti non si stancheranno di ripetere che l’unico vero aggressore è il capitalismo e l’imperialismo, sia esso di marca Est o Ovest, contro il quale è necessario opporre la Rivoluzione Comunista. Anche se lo giudichiamo improbabile, vista la situazione delle attuali relazioni politiche tra gli Stati imperialisti, e soprattutto alla luce della perdurante crisi economica e sociale del mondo intero, non possiamo tuttavia escludere un nuovo lurido accordo tra i due blocchi che sia in grado di rinviare ancora per un certo periodo la crisi generale del mondo capitalista. Nel giudicare improbabile una tale eventualità la riteniamo anche la peggiore dal punto di vista della ripresa del movimento classe, in quanto si dovrà basarsi sulla possibilità di inchiodare il proletariato mondiale alle esigenze capitalistiche attraverso un totale controllo poliziesco alla scala mondiale delle inevitabili lotte di classe.
Solo così sarà possibile rinviare l’esplosione mondiale degli opposti interessi che inevitabilmente dovrà prendere la forma di una nuova e più micidiale guerra generalizzata, altrimenti non ci sarà certo da aspettare un altro decennio!
In Asia gli ultimi anni sono stati caratterizzati da sostanziali cambiamenti della politica estera di molti Stati e da un conseguente scontro diplomatico-militare, che per il momento si è manifestato nella tendenza espansionistica del Vietnam, adeguatamente sostenuto dall’URSS, e dalla “lezione” inflittagli dalla Cina nel febbraio del 1979. La Cina ha ormai percorso completamente la parabola che l’ha vista passare dal blocco russo a quello americano. Proprio nel 1978/79, con la liquidazione dell’ala radicale del Partito Comunista Cinese, la collaborazione internazionale della Cina può dirsi giunta ad una vera e propria alleanza con gli USA anche sul piano militare. Tale approdo è avvenuto attraverso i seguenti principali atti diplomatici: nell’agosto del 1978 la Cina, con il suo leader Deng Xiaoping, firmò clamorosamente il trattato di pace con il Giappone, giudicato a Mosca dalla “Tass” come un “complotto militare antisovietico”. Contemporaneamente il presidente cinese Hua Kuofeng visitò tutte le capitali europee, compreso anche Bucarest e Belgrado, in funzione esplicitamente antirussa. Infine il riuscito viaggio di Deng negli USA nel gennaio 1979 suggellò la scelta di campo in questa fase storica, a meno di eventi imprevedibili. Sicuramente in quel viaggio Deng preparò anche la “lezione” al Vietnam che aveva osato invadere la Cambogia, il cui governo era alleato della Cina stessa.
Il passaggio della Cina nel blocco USA ha sicuramente più che compensato la grave sconfitta subita dall’imperialismo USA in questa zona di primaria importanza strategica. Per l’URSS l’alleanza USA-Cina rappresenta una vera e propria diminuzione della sicurezza delle frontiere. Infatti, il dissidio con la Cina stessa, fino a che quest’ultima era politicamente e militarmente isolata, non creava per l’URSS gravi problemi di sicurezza. E’ anche questo uno dei motivi che spiega la decisione russa di invadere l’Afghanistan sul quale già pesava la sua ipoteva almeno dal 1976. Il controllo dell’Afghanistan era infatti ritenuto indispensabile proprio per opportsi alle tendenze accerchiatrici dell’altro blocco: la Cina stava già chiaramente orientandosi verso l’alleanza con gli USA e nel 1975/76 tentò perfino di stipulare un trattato di amicizia con l’India, tradizionalmente alleata dell’URSS. Il tentativo cinese però non è andato in porto se l’India ha trovato parole di comprensione per la Russia proprio dopo l’invasione dell’Afghanistan: l’amicizia russo-indiana è stata confermata. Non è ancora possibile accertare interamente i motivi che sono stati alla base della invasione dell’Afghanistan. Le dichiarazioni ufficiali russe sono alquanto sconcertanti in quanto il motivo addotto è palesemente inconsistente. Breznev stesso il 13/1/80 ha fatto la seguente dichiarazione alla Pravda:
«Non ci è stato facile prendere la decisione. Il C.C. del PCUS l’ha fatto cosciente delle proprie responsabilità. I contingenti sovietici hanno da svolgere un unico compito: quello di aiutare gli afghani a respingere l’aggressione straniera»
È difficile interpretare l’azione russa in Afghanistan in maniera diversa dalla semplice volontà di avere una base militare sicura per ulteriori avanzamenti. Le reazioni più importanti all’invasione militare dell’Afghanistan sono state le seguenti. Il 4/2/80 Carter dichiarava: «Questa invasione rappresenta un pericolo estremamente grave per la pace, poiché è anche una minaccia di una nuova espansione sovietica nei paesi vicini del Sud-Est asiatico».
Una dichiarazione congiunta Francia-Germania diceva il 5 febbraio 1980: «Prendiamo atto del fatto che in conseguenza degli avvenimenti afghani la distensione è diventata più difficile e che di conseguenza è necessario il ritiro delle truppe straniere dall’Afghanistan».
La Romania si è parzialmente dissociata dal coro unanime del blocco russo. Nella dichiarazione del suo ambasciatore all’ONU nella seduta del 18/12/80 ha dichiarato che «la situazione dell’Afghanistan è molto pericolosa per la pace del mondo e la distensione».
La Jugoslavia, in una dichiarazione del suo ministro degli esteri il 20/2/1980, ha espresso «la profonda inquietudine» per gli avvenimenti afghani.
In Asia, dall’Iran ai Paesi dell’ASEAN, compresi tutti i paesi islamici, alla conferenza islamica di Islamabad del 29/1/1980, tutti hanno condannato l’URSS. Si è dissociata l’India, il cui ministro degli esteri il 23/2/80 ha indicato nelle grandi potenze la responsabilità degli avvenimenti afghani dicendo che «L’India ha relazioni strette ed amichevoli con il popolo afghano ed auspica la sicurezza, l’indipendenza, la sovranità e l’integrità territoriale del vicino paese amico; pensa che il governo e il popolo afghano hanno tutti i diritti di assicurarsi la loro salvaguardia».
In particolare molto violenta è stata la dichiarazione del governo cinese: «Il governo cinese condanna con veemenza le aggressioni egemoniche dell’URSS ed esige energicamente da quest’ultima che metta fine al suo intervento in Afghanistan e che ritiri da questo paese tutte le sue forze militari». Si tratta di dichiarazioni particolarmente significative, in quanto fatte di fronte a una chiara azione di uno dei due blocchi, e quindi sono indicative anche per mostrarci almeno le tendenze della formazione dei nuovi fronti di guerra. Mentre nella dichiarazione comune franco-tedesca si può notare sia la riluttanza a prendere posizioni visceralmente antirusse (a Berlino, subito dopo l’invasione, si sostiene apertamente che «Berlino è più importante di Kabul») sia l’inevitabilità della condanna, il Giappone non prende posizioni degne di rilievo. In pieno sviluppo commerciale, il creditore della stessa CEE nel 1979 per ben 7 militardi di dollari che, secondo stime di Le Monde del 28/10/80, nell’80 avrebbero raggiungo la cifra di 9 miliardi, sembra non avere per il momento problemi di schieramento. La necessità anche per il Giappone di riarmarsi, soprattutto per quanto riguarda la marina ridotta fino a pochi anni fa a semplice guardia costiera, deriva dalla sua assoluta necessità di proteggere i propri rifornimenti petroliferi e quindi la sicurezza dei trasporti marittimi. La sua attuale politica internazionale è quindi rivolta alla ricerca della più assoluta neutralità che gli permette di continuare ad avere i rifornimenti petroliferi di cui ha assolutamente bisogno anche nel caso di guerra aperta che tuttavia non lo veda diretta parte in causa.
Le vicende internazionali successive al 1975 hanno confermato le precedenti tendenze di crisi interna ai due blocchi messe in luce con la descrizione degli avvenimenti precedenti. Non è possibile esporre qui tutti i fatti in cui tali tendenze si sono manifestate, anche perché la situazione degli attuali rapporti internazionali è in continua evoluzione ed è dunque difficile operare delle sintesi. Ci sembra tuttavia emblematica la vicenda degli euromissili perché mette ben in evidenza l’attuale instabile equilibrio all’interno dell’Alleanza Atlantica, con la Francia e la Germania sempre più orientate a costituire in Europa un polo comune con posizioni differenziate rispetto agli altri partners e specialmente rispetto all’Inghilterra e agli USA, che, viceversa, marciano strettamente legati. Durante il 1979 un’accurata campagna propagandistica americana permette agli USA di chiedere ai loro alleati europei di aumentare le spese militari e di accettare l’installazione sul territorio europeo di nuovi e più moderni missili americani, che dovrebbero neutralizzare i già installati SS20 russi.
Nonostante il discorso di Breznev a Berlino nell’ottobre 1979 che, dosando abilmente minacce e proposte di buoni affari, invitava soprattutto la Germania a non accettare i nuovi missili americani, solo Belgio e Olanda li hanno rifiutati, mentre gli altri paesi della NATO hanno preso nel dicembre del 1979 una decisione favorevole alla loro installazione, che comunque dovrebbe iniziare non prima del 1983. Tuttavia nella stessa riunione fu presa una doppia decisione: sì agli euromissili, ma contemporanea apertura delle trattative con Mosca. Le trattative non sono mai iniziate: l’invasione dell’Afghanistan prima e la questione polacca poi sono stati pretesti per rinviarle sine die. È interessante notare che, avvicinandosi i tempi per l’installazione dei missili, all’interno della Germania ed anche all’interno della SPD e perfino in dichiarazioni di Schmidt nei suoi recenti viaggi a Mosca, si fa sempre più pressante la richiesta tedesca di attuazione di entrambe le decisioni del dicembre ’79 e di iniziare subito le trattative, il che coincide con le posizioni russe. È una richiesta che la nuova amministrazione USA finora non ha inteso prendere in considerazione, in quanto è orientata ad affermare il cosiddetto principio del “linkage”, il principio cioè che non è ammissibile isolare una questione, ma eventuali trattative devono prevedere tutte le questioni internazionali aperte, cosa che evidentemente i russi sono ben lontani da accettare. Anche la Francia, dopo l’intervento militare a Kolwezi nel maggio del ’78, ha sempre più orientato la sua politica estera verso il mantenimento del dialogo con l’URSS. Dopo l’invasione dell’Afghanistan il ministro degli esteri francese, di cui la Pravda lodò il “realismo”, fu il primo a visitare Mosca il 21/1/1980. E alla metà di maggio dello stesso anno – proprio durante il primo incontro tra il nuovo segretario di Stato USA Muskie e il ministro degli esteri russo Gromiko – ci fu a sorpresa a Varsavia un incontro al vertice tra Breznev e Giscard, che rafforzò molto la posizione diplomatica della Russia dopo l’Afghanistan. Anche nella questione del Medio Oriente, Francia e Germania non sembrano allineate con gli USA, trincerati dietro la pace di Camp David; in particolare si è distinta la Francia con le dichiarazioni di Giscard, in visita negli emirati arabi nel marzo ’80, favorevoli al riconoscimento internazionale dell’OLP e all’autodeterminazione del popolo palestinese. All’interno del blocco russo il paese tradizionalmente meno allineato e che tenta ripetutamente una politica di sganciamento dagli obblighi del Patto di Varsavia è la Romania, che potrà avere un ruolo nella eventuale esplosione di una crisi in Iugoslavia. Attualmente la questione più grave interna al Patto di Varsavia è quella polacca. La Polonia è immersa in una profonda crisi economica e sociale, di cui sicuramente il blocco USA tenta e tenterà di approfittare. L’URSS è sempre più costretta tra due fuochi: lasciare libera espressione al rinnovamento polacco, di cui teme sia il contagio sia l’eventuale approdo della Polonia a posizioni neutrali o addirittura filo-occidentali, oppure decidere “l’aiuto fraterno” dei propri carri armati, sfida che ben difficilmente gli americani potrebbero non raccogliere. Ma soprattutto quasi sicuramente vedrebbe ricomporsi l’unità della NATO, che in una riunione dell’11 dicembre 1980 ha deciso pesanti ritorsioni nell’eventualità dell’invasione, ma le ha decise in «uno show di unità e risolutezza», almeno secondo le dichiarazioni di Muskie. Come risulta dunque evidente la crisi polacca si dimostra sempre più insolubile nel quadro del mantenimento degli attuali equilibri imperialistici.
Un ulteriore ed importante elemento di perturbazione, tuttora in evoluzione, è stato ed è l’Iran con la sua “rivoluzione islamica”. L’evoluzione degli avvenimenti interni, dopo la cacciata dello Scià e le sue azioni in politica internazionale, a volte clamorose come la cattura degli ostaggi USA, non ci permettono ancora di collocare l’Iran in uno dei due blocchi imperiali. Le trattative relative agli ostaggi USA, che hanno visto Khomeini e i suoi preti rimanere con un pugno di mosche in mano, e il successivo smacco dovuto all’invasione del suo territorio da parte dell’Iraq, con tutta probabilità su commissione dell’imperialismo USA, hanno molto ridimensionato le pretese autonomistiche dell’Iran, tuttavia indubbiamente esso si trova al centro di un’area sicuramente tra le più contese dai due blocchi imperialistici.
In definitiva l’equilibrio mondiale mai come in questi anni è stato in condizioni di così estrema precarietà in tutto il mondo. Il 9 gennaio ’81 il nuovo segretario di Stato USA, il generale Haig ex comandante della NATO, ha fatto al Senato americano, prima di essere ufficialmente investito della carica, le seguenti dichiarazioni che non hanno bisogno di commento:
«I prossimi anni saranno insolitamente pericolosi. Le prove di tali pericoli sono dappertutto: in Europa, in Medio Oriente, nel Golfo Persico, in Asia, in Africa, nel Sud-Est asiatico, nell’America Latina, nei Caraibi (…) La crescita delle capacità militari dell’URSS ha prodotto il più completo rovesciamento dei rapporti di potenza globale mai visto in tempi di relativa pace (…) Ci sono cose per le quali bisogna essere pronti a batterci».
Concludiamo qui il quadro degli attuali rapporti di forza interimperialistici, ribadendo che non abbiamo pretese di “reinventare” la storia degli ultimi cinquanta anni sotto l’angolo visuale della diplomazia internazionale, ma, più modestamente, senza dimenticare che la stessa diplomazia degli Stati imperialisti è un’importante forza materiale che concorre alla determinazione degli avvenimenti storici, che tuttavia riconducibili in ultima analisi all’evoluzione dei rapporti economici, abbiamo voluto ripercorrere le vicende mondiali più importanti per rintracciarvi le linee di tendenza generali della politica imperialista, il che ci permette di leggere con una chiave interpretativa più sicura l’attuale intricato gioco degli interessi e la sua presumibile evoluzione futura.
Compito irrinunciabile del Partito è quello di prepararsi e di preparare il proletariato mondiale ad opporre all’inevitabile scontro generale tra gli imperialismi la sua guerra di classe in modo da risultare finalmente vincitore, inaugurando così i più intensi ed entusiasmanti anni della realizzazione umana.