Partito Comunista Internazionale

La grande lezione del ’17 rosso è la liquidazione definitiva di ogni pacifismo come di ogni democratismo

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In una delle innumerevoli pubblicazioni commemorative francesi del cinquantenario della rivoluzione bolscevica, G. Cogniot scrive: «Se la rivoluzione di Ottobre ha trionfato, una delle ragioni ne è che il partito bolscevico seppe unire in una stessa corrente rivoluzionaria la lotta del proletariato per il socialismo, forza decisiva della società, e una serie di altri movimenti, primo fra tutti il movimento del popolo intero per la pace». Un po’ più avanti, Cogniot riconduce la vittoria del proletariato russo e il suo significato internazionale ad «un invito a lottare per la pace con metodi nuovi, senza rimettersi ai governi capitalisti e alla loro diplomazia, ma suscitando l’intervento diretto delle masse più vaste», e presenta tutta l’opera di Lenin come essenzialmente votata alla «causa sacra della pace». Per il democratico borghese, la denunzia dei patti segreti dell’imperialismo zarista, il decreto sulla pace, la dichiarazione dei diritti dei popoli di Russia, il trattato di Brest-Litovsk, i contratti commerciali conclusi dalla giovane repubblica dei Soviet con i paesi capitalistici, sono altrettante talpe sulla via che ha condotto la Russia di Lenin all’odierna politica di “coesistenza pacifica” con l’imperialismo mondiale! E Cogniot non esita un istante a travestire in pacifismo borghese il disfattismo rivoluzionario dei bolscevichi, così come attribuisce ad una rivoluzione che tanto fece per demolire il sistema costituito, il programma di un nuovo ordine internazionale conforme ai “principii” di umanità e democrazia e… ai voti delle encicliche papali: «un programma di rapporti veramente nuovi fra le nazioni, dosati sull’eguaglianza»!

Fra il bolscevismo del 1917 e la politica dei suoi presunti eredi, fra il mondo che una rivoluzione troncata per non aver potuto vincere in tutta l’Europa portava in germe e il mondo della “coesistenza pacifica” v’è un tale abisso, che non è più possibile l’uso di un linguaggio comune. Là dove Lenin intendeva “trasformare la guerra imperialistica in guerra di classe”, lo stalinismo non paria che di “lotta per la pace”; là dove Lenin riconosceva la necessità di una battuta d’arresto momentanea nello scontro armato fra proletariato e capitale, Mosca vede il principio di una coesistenza eterna e le fondamenta sacre di un “nuovo” ordine mondiale. Ma il “comunismo” dei Cogniot e C. non ha solo rinnegato Lenin nelle parole; l’ha rinnegato nei fatti. Ogni volta che la guerra è apparsa con tutto il suo significato di classe, come ultima risorsa della società borghese per assicurare la propria conservazione, essi si sono dimenticati tutti i giuramenti pacifisti e le loro stesse “analisi marxiste”, che presentavano il futuro massacro come una guerra imperialista, e, con maggior zelo che i socialtraditori del 1914, sono corsi alle armi per la difesa della Civiltà, della Democrazia, della Patria, e perfino dei vecchi imperi coloniali più irrimediabilmente condannati dalla storia. Dopo Marx e Lenin, dopo le conferme date da tante guerre e rivoluzioni, non v’è più nulla da dire sull’ideologia, la natura e l’incoerenza del pacifismo. La guerra del Vietnam lo prova una volta di più; il pacifismo deve tutta la sua esistenza di eunuco alla violenza dispotica del suo padrone, il Capitale. Ai comunisti non resta perciò che mostrare, oggi in teoria e domani in pratica, il carattere di classe del disfattismo rivoluzionario, così come l’Ottobre russo ne ha dato l’esempio, e come s’imporrà di nuovo alla coscienza e all’azione politica del proletariato.

Pacifismo interclassista o disfattismo rivoluzionario?

È una vecchia menzogna diffusa dallo stalinismo e dalla mitologia dei fronti popolari quella che attribuisce la vittoria di Ottobre a una pretesa “unione” realizzata dai bolscevichi fra gli obiettivi di classe del proletariato russo e «una serie di altri movimenti». Ma Ottobre fu la vittoria di un partito e di una classe su tutti gli altri movimenti scatenati dalla rivoluzione! Ecco che cosa scriveva Lenin dell’unanimità con cui borghesi, mugik e proletari accolsero le rivoluzione di febbraio: «Se la rivoluzione russa ha vinto così facilmente, è solo perché, grazie ad una situazione storica estremamente originale, vi è stata fusione e perfino fusione straordinariamente “unanime” di correnti assolutamente diverse, di interessi di classe assolutamente eterogenei, di aspirazioni politiche e sociali assolutamente opposte» (Lettera da lontano del 7-10 marzo 1917). L'”unità” repubblicana del febbraio 1917 esprimeva dunque quello che i marxisti avevano sempre definito come il carattere duplice della rivoluzione russa: la guerra mondiale aveva “unito” contro lo zarismo il proletariato socialista, il contadiname in lotta per la terra, e perfino la grande borghesia spinta dall’Intesa a prendere le proprie responsabilità politiche di fronte alle sconfitte militari dello zar e alle voci di trattative con la Germania. Ma ciò che la guerra aveva fuso in «una stessa corrente rivoluzionaria» toccherà ai bolscevichi d’infrangerlo e disperderlo, battere di volta in volta i cadetti, i menscevichi, i socialrivoluzionari, e dissociare la lotta del proletariato dal vasto movimento repubblicano del febbraio 1917. Ecco perché Ottobre ha vinto!

Il guaio, per Cogniot e C., è che proprio la questione della guerra e della pace, su cui i pacifisti di tutte le confessioni blaterano oggi con una tale unanimità, rappresentò alla prova della rivoluzione la pietra di paragone degli interessi di classe, la linea di demarcazione fra il comunismo internazionalista e tutte le altre correnti. Dov’era nel 1917 il “movimento dell’intero popolo per la pace”? Miliukov assicurava la Francia e l’Inghilterra sulla «decisione di tutto il popolo di condurre la guerra mondiale fino alla vittoria finale»; il “socialista” ministro della guerra Kerensky si incaricava di preparare l’offensiva di primavera sul fronte russo: i partiti di “sinistra” erano divenuti bellicisti per la pelle sotto pretesto di “difendere le conquiste della rivoluzione”. Solo contro tutti, il partito bolscevico chiamava le masse alla sconfitta della patria, alla trasformazione della guerra imperialista in guerra civile. Questa lotta era agli antipodi del pacifismo. Era una lotta politica di classe, come mostra Lenin in una “Lettera da lontano” in polemica con le illusioni pacifiste di Gorki:

«L’operaio tedesco vede ora la monarchia bellicista sostituita in Russia da una repubblica bellicista, una repubblica di capitalisti ansiosi di proseguire la guerra imperialista, che approvano i trattati briganteschi conclusi dalla monarchia zarista. Giudicatene voi stesso; l’operaio tedesco può aver fiducia in una simile repubblica? Giudicatene voi stesso; la guerra potrà continuare, la dominazione dei capitalisti potrà mantenersi sulla terra, se il popolo russo, aiutato oggi come ieri dai ricordi ancora vivi della grande rivoluzione del 1905, conquista la sua libertà completa e consegna tutto il potere di Stato ai Soviet dei deputati operai e contadini?» (Lettera del 12-25 marzo).

Bisogna essere dei filistei, per vedere nella propaganda e nella battaglia dei bolscevichi nel 1917 una “lotta per la pace”. Il disfattismo dei comunisti fu una lotta per la rivoluzione, per la solidarietà di classe del proletariato mondiale contro la borghesia. E, quando il soldato russo, cioè il contadino in armi così come l’operaio socialista, «votò per la pace con le suole delle scarpe», non fu questa la vittoria di un pacifismo interclassista; fu l’adesione del più oscuro mugik al programma rivoluzionario del proletariato.

Nella Storia della rivoluzione russa, Trotzky mostra le circostanze e il carattere di questa adesione: «Quando i deputati della Duma percorsero il fronte sui primi di marzo, i soldati, specialmente i più anziani, domandavano invariabilmente: “E che cosa si dice della terra?”. I deputati rispondevano evasivamente che la questione agraria sarebbe stata risolta dall’Assemblea costituente. Ma ecco levarsi una voce che tradisce il pensiero segreto di tutti: “A che pro la terra? Se non esisto più, non ne avrò più bisogno”. Questo è il punto di partenza dei programma rivoluzionario dei soldati: prima la pace, poi la terra». Svolta decisiva, in cui la guerra spinge il contadino-soldato verso il disfattismo del proletariato e fa passare in testa alle sue preoccupazioni non i propri interessi di classe (la terra), ma le parole d’ordine più avanzate del socialismo internazionale, fino a qualche anno prima utopia vana e follia settaria. Siamo ben lontani dal pacifismo di oggi, per nulla “settario” ma mille volte più utopistico!

Lo stalinismo nel 1917…

Secondo Cogniot, Ottobre avrebbe inaugurato dei “nuovi metodi” nella “lotta per la pace”. È vero, se si vuol dire che il bolscevismo ha brillantemente seppellito le “lotte per la pace”, campagne, leghe, congressi, appelli all’opinione pubblica e altri procedimenti abituali del pacifismo sopravvissuto nelle file della II Internazionale. È vero, se si pensa che il bolscevismo ha combattuto tutte le speranze bugiarde di evitare la guerra in regime capitalista, pur se impiegando per ciò l’arma proletaria dello sciopero generale simultaneo in tutti i paesi belligeranti, – illusione dei sindacalisti e degli anarchici, naufragata nell’agosto 1914 con tutte le altre. Ottobre ha ucciso ogni pacifismo, dai sogni “di pace perpetua tra le nazioni” nati nel Settecento nella fantasia di un abate di Saint-Pierre, fino ai tentativi di realizzare questi “ideali” con “metodi proletari” sotto la dominazione capitalistica. Ottobre ha mostrato che il solo metodo coerente con cui il proletariato possa conquistare la “pace” è quello che corrisponde alla sua lotta per gli obiettivi supremi del comunismo. E il disfattismo di Lenin, mettendo fine a tutte le esitazioni del passato, ha opposto per sempre all’alternativa borghese “guerra o pace” l’invariabile parola d’ordine della rivoluzione proletaria.

Ma per Cogniot la “novità” non è lì. Egli fa a Lenin l’ipocrita elogio di aver rinnovato il pacifismo borghese con “metodi nuovi”, riducendo il disfattismo rivoluzionario al trucco di «non rimettersi ai governi capitalisti e alla loro diplomazia» suscitando invece «l’intervento diretto delle masse più vaste». Noi non chiederemo a Cogniot se le conferenze al vertice, le chiacchiere dell’ONU o le basi economiche e sociali della “coesistenza pacifica” fra Stati siano compatibili con l'”intervento diretto delle masse”. Mao Tse-tung l’ha fatto già abbastanza da qualche anno, tirando un bilancio fallimentare da questo pacifismo “rinnovato”; e noi non andremo a cercare a Pechino una qualsiasi ortodossia marxista in materia. Il succo delle polemiche a questo proposito non è neppure l’oziosa discussione sull’inevitabilità delle guerre in regime capitalista, che nessun socialista della II Internazionale avrebbe neppure osato sollevare. Russi e cinesi sono abbastanza pacifisti per credere che, nell’anno di grazia 1967, le guerra sono evitabili. Ma a Mosca ci si rimette alla “buona volontà” dei governi e alla diplomazia internazionale, mentre a Pechino ci si sforza di far sopravvivere il pacifismo. Qui si continua a voler mobilitare “le masse più vaste” intorno ai suoi sermoni; là, ci si limita a mobilitare i vagoni di merci e i biglietti di banca!

Lasciamo questi moderni arnesi proseguire la loro “pacifica” marcia, e soffermiamoci sugli ultimi “marciatori della pace”, animali veramente preistorici in un mondo così “civilizzato”. Sarebbero questi, dunque, i mostri partoriti dalla rivoluzione d’Ottobre? Non si affannano essi a “suscitare l’intervento diretto delle masse” per convincere o addirittura “costringere” i governi a esaudire i loro voti? Questo “metodo nuovo”, sperimentato dallo stalinismo per vari decenni senza alcun successo, è del tutto coerente con le posizioni assunte da Baffone nel marzo 1917.

Che il lettore ci perdoni se, in questa rubrica riservata alle grandi pagine del 1917, la polemica contro 40 anni di tradimento ci costringe a citare testi, posizioni, uomini, che la Storia, aveva lasciato da parte sulla via magistrale di Lenin, ma che la controrivoluzione ha rispolverato dando loro una statura e una “genialità” che non ebbero mai. Tutto ciò mostra come sia lungo e difficile il cammino che riporterà i proletari alle tradizioni storiche del 1917…

Qual era la posizione di Stalin prima delle “Tesi di aprile”? Il disfattismo rivoluzionario era così poco una faccenda di “tutto il popolo”, che nel seno stesso del partito bolscevico questa parola d’ordine, lanciata fin dal 1914, nel febbraio 1917 non raccoglieva affatto l’unanimità. Certi militanti dichiaravano che, con la caduta dello zarismo e l’instaurazione della repubblica, si dovevano chiamare le masse non più al disfattismo, ma alla “difesa della rivoluzione” di fronte al nemico. Come sempre, Stalin prese una posizione intermedia, essenzialmente “pratica”. Nell’articolo “Sulla guerra” nella Pravda del 16 marzo, Stalin, ricordato che l’abbattimento dello zarismo non ha affatto mutato il carattere della guerra e che sarebbe vergognoso per i socialisti russi seguire l’esempio dei francesi e dei tedeschi, scriveva: «Quali sono le misure pratiche che possono condurre ad una pronta cessazione delle ostilità? Prima di tutto, non v’è dubbio che la semplice parola d’ordine “Abbasso la guerra” è assolutamente impraticabile, perché, non uscendo dai limiti di una propaganda delle idee di pace in generale, non può darci alcuna influenza pratica sulle forze belligeranti. D’altra parte, non si può non salutare l’appello lanciato ieri dal Soviet dei deputati operai e soldati di Pietrogrado ai popoli del mondo intero perché costringano i loro governi a far cessare il massacro. Questo appello, se arriva fino alle grandi masse, ricondurrà senza dubbio centinaia e migliaia di operai alla parola d’ordine dimenticata: “Proletari di tutti i paesi, unitevi!”. Bisogna tuttavia osservare che non ci condurrà direttamente allo scopo. […]

«Dov’è, dunque, la via di uscita? La via di uscita sta nel far pressione sul governo provvisorio, esigendo che si proclami d’accordo per aprire immediatamente delle trattative di pace».

Presa d’assalto o “pressioni riformiste”?

Eccolo, il “nuovo metodo”! Stalin intendeva il disfattismo e la fraternizzazione, al modo dei socialpatrioti, come un’utopia che non esce “dai limiti di una propaganda delle idee di pace generale”. Come poteva essere diverso? Nella guerra imperialista, il disfattismo di Lenin era strettamente legato alla prospettiva di rovesciare il governo provvisorio, di proseguire la rivoluzione e di fondare una nuova Internazionale. Stalin si atteneva per la Russia alla concezione menscevica della “tappa democratica” destinata a concludersi nella convocazione dell’Assemblea costituente. Il suo giudizio sull’appello del Soviet di Pietrogrado è dello stesso ordine. Egli non ne denunzia, come Lenin, le illusioni pacifiste, ma lo saluta come una bella iniziativa che tuttavia resterà senza “efficacia”. E invero, chi poteva assicurare a Stalin, e a Miliukov, o a Kerensky, che il soldato tedesco avrebbe immediatamente rivolto le armi contro il suo governo, risparmiando così alla Russia repubblicana gli inconvenienti di una sconfitta clamorosa? Per Stalin, la “via di uscita”, il nec plus ultra della “lotta per la pace” (la lotta per il socialismo non è neppure all’ordine del giorno!), è quindi la “pressione” esercitata sui governi perché proclamino le loro buone intenzioni. Su una via simile, la rivoluzione di Ottobre non ci sarebbe mai stata!

Ecco che cosa Lenin scrive di questi “metodi nuovi”, nella citata lettera in polemica con Gorki: «Invitare il governo Guckov-Miliukov a concludere al più presto una pace onesta, democratica e di buon vicinato, significa imitare il “buon parroco” di villaggio che, nel suo sermone, invita i proprietari terrieri e i mercanti a vivere “secondo la legge divina”, ad amare il prossimo e ad offrire la guancia destra quando si schiaffeggia la sinistra. I proprietari terrieri e i mercanti ascoltano il sermone e continuano a opprimere e spogliare il popolo, ammirando l’abilità del “buon padre” che sa consolare e rabbonire i “bravi piccoli mugik”» (lettera del 12-25 marzo 1917).

Nel 1924, paventando che il metodo delle “pressioni” governative compromettesse definitivamente l’azione rivoluzionaria dell’Internazionale, Trotzky trarrà questa lezione dall’anno 1917: «Non si può conquistare il potere seguendo la via delle riforme. Con una “pressione” non si può costringere la borghesia a cambiar politica sulla questione da cui tutta la sua sorte dipende. La guerra ha creato una situazione rivoluzionaria proprio perché non ha lasciato posto ad alcuna “pressione” riformista. O si doveva far blocco con la borghesia, o si dovevano mobilitare le masse contro la borghesia allo scopo di strapparle il potere. Nel primo caso, si poteva ottenere dalla borghesia questa o quella concessione in politica interna, ma a patto di un appoggio illimitato alla sua politica estera imperialista. È appunto perciò che, dall’inizio della guerra, il socialismo riformista si trasformò apertamente in imperialismo socialista. È appunto perciò che i veri rivoluzionari furono costretti a fondare una nuova Internazionale» (Le lezioni di Ottobre).

Dal 1914 Lenin tracciò quella linea retta del disfattismo rivoluzionario che i socialpatrioti giudicavano “chimerica” e “insensata”. Ma, di fronte a coloro che cercavano l'”efficacia” nei governi borghesi di “difesa nazionale” o nei metodi di “pressione” di pacifisti alla Stalin, i bolscevichi non mancarono di sottolineare che il loro programma era, finché durava il sistema capitalista, “impraticabile”. Lenin l’aveva detto nel 1914 e lo ripeté nel 1917: «Che cosa farebbe il nostro partito se la rivoluzione lo portasse subito al potere? Noi abbiamo risposto: 1) proporremmo immediatamente la pace a tutti i popoli belligeranti; 2) pubblicheremmo le nostre condizioni di pace, che consistono nell’immediata liberazione di tutte le colonie e di tutti i popoli oppressi, o lesi nei loro diritti; 3) cominceremmo senza indugio e porteremmo a termine l’emancipazione dei popoli oppressi dai Grandi-Russi; 4) non ci dissimuliamo affatto che queste condizioni sarebbero inaccettabili non solo per la borghesia monarchica di Germania, ma anche per la sua borghesia repubblicana, e non solo per la Germania, ma anche per i governi capitalisti di Francia e Inghilterra» (Lettera di commiato ai lavoratori svizzeri, 26 marzo-8 aprile 1917).

Pacifismo, questo? programma di “democrazia universale”? Perfino la liberazione dei popoli russi vittime dell’oppressione politica e religiosa dello zarismo fu l’opera esclusiva del proletariato e il frutto della sua vittoria sul Capitale! Pacifismo, la pace di Brest-Litovsk firmata dalla giovane repubblica dei Soviet con la Germania? 40 anni di stalinismo hanno presentato questa episodio come una testimonianza inconfutabile del “desiderio di pace” della Russia, e si è sacrificato ad una pretesa politica di buon vicinato e di rapporti pacifici con tutti gli Stati la memoria di Trotzky che, a Brest, ebbe l’unico “torto” di tirare in lungo le trattative nella speranza che la rivoluzione tedesca non tardasse a piantare le baionette nella schiena dei plenipotenziari del Kaiser! Che cosa non si è scritto, poi, contro le guerre rivoluzionarie e la possibilità per il proletariato di “esportare” con le armi la sua rivoluzione, che è internazionale e potrà trionfare solo alla scala del mondo? Lenin l’ha detto e ripetuto: nessun principio sacro aveva indotto la Russia proletaria a firmare la pace di Brest; solo il rapporto della forza ve l’aveva costretta. Nella sua lettera del 1917 ai lavoratori svizzeri, egli considerava come segue l’avvenire in caso di vittoria in Russia: «Noi dovremmo sostenere una guerra rivoluzionaria contro la borghesia tedesca, e non soltanto tedesca. Questa guerra noi la faremmo. Noi non siamo dei pacifisti. Siamo nemici delle guerre imperialiste per la divisione del bottino fra capitalisti, ma abbiamo sempre dichiarato che sarebbe assurdo per il proletariato rivoluzionario ripudiare le guerre rivoluzionarie che possono rivelarsi indispensabili nell’interesse del socialismo».

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Qual è, dunque, sulla questione della guerra, il grande insegnamento della rivoluzione di Ottobre? È di aver liquidato ogni pacifismo e di aver forgiato per sempre l’arma di classe del proletariato: il suo disfattismo rivoluzionario. La vecchia socialdemocrazia o il pseudo-comunismo mille volte più “democratico” e patriottardo hanno costantemente sfruttato la menzogna secondo cui la Comune sarebbe insorta al solo appello alla difesa nazionale e contro il tradimento dei versagliesi. Ma, dopo questa prima esperienza storica e il senso che Marx ne diede, non era già più lecito opporre le ultime illusioni patriottiche dei Comunardi, né le stesse affermazioni di Blanqui nei suoi articoli su “La patria in pericolo”, allo spirito di quella rivoluzione e alle sue tendenze profonde. Ciò è tanto più vero dopo la rivoluzione di Ottobre, in cui un partito di classe ci ha lasciato l’esempio luminoso, nella teoria e nella pratica, di un disfattismo rivoluzionario senza sbavature. La chiarezza delle idee e la decisione degli uomini non hanno certo impedito l’opera della controrivoluzione che identifica le parole d’ordine di Lenin con il più sfrontato pacifismo. Si è perfino trovato a questo fine nell’opera di Lenin l’infelice espressione di “pacifismo socialista” usato per far contrasto al pacifismo borghese. Ma dov’è dunque il “dogmatismo”, se non nella spudorata esegesi che oppone la lettera morta alla storia vivente delle rivoluzioni, e si sforza di far camminare quel cadavere che è il pacifismo democratico? Sono decenni e decenni che i rinnegati di Mosca, di Pechino e di altrove pretendono di tenere in vita un “pacifismo socialista”. Non c’è da cambiare una virgola nella dottrina, di Marx e di Lenin, per proclamare che ogni pacifismo è estraneo ed ostile all’ideologia di classe del proletariato.