Partito Comunista Internazionale

Le grandi lezioni dell’Ottobre bolscevico Pt. 4

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Il senso della nostra rievocazione, per la quale siamo coscienti che occorrerebbe ben altra penna che la nostra, è che l’Ottobre si legge tutto nelle pagine – nei discorsi, negli scritti, nelle tesi, nelle battaglie, anelli di una sola ed unica catena – che ne furono l’annuncio prima che l’insurrezione travolgesse in una sola ventata l’intero apparato di dominio della classe dominante. L’Ottobre, il che significa anche la guerra civile, l’Internazionale e i suoi primi congressi, la NEP – la rivoluzione vittoriosa, ma anche la controrivoluzione che poi lo sommerse. L’Ottobre che significa non solo la rivoluzione in Russia, ma la rivoluzione e la controrivoluzione contro di essa scatenata – nel mondo.

L’Ottobre non è l’ignoto verso il quale il partito si butta attendendo che la storia sciolga i suoi enigmi e gli detti il cammino: è il punto di arrivo previsto, atteso, preparato, martellalo di giorno in giorno nelle parole e negli atti – fra le masse; un punto di arrivo che è insieme, allo stesso titolo e nello stesso modo, un punto di partenza.

La rivoluzione di febbraio ha trasmesso il potere dalle mani insanguinate dello zarismo alle mani, ansiose di tuffarsi nello stesso sangue, della borghesia capitalistica: ha creato nel medesimo tempo, nel soviet dei deputati operai e soldati di Pietrogrado, un «potere che poggia non sulla legge, ma sulla forza immediata delle masse armate della popolazione». Che cosa impedisce a questo «intreccio» di due poteri, che non possono coesistere a lungo in uno Stato, di sciogliersi? Che cosa, in altri termini induce il Soviet di Pietrogrado, malgrado la forza reale su cui poggia, a «rimettere volontariamente il potere statale alla borghesia e al suo governo provvisorio?». La «gigantesca ondata piccolo-borghese» che «ha sommerso ogni cosa, ha schiacciato non solo col suo numero, ma anche con le sue idee, il proletariato cosciente: ha cioè contaminato, pervaso con concezioni politiche piccolo-borghesi, vastissimi strati operai», e – aggiungiamo dopo che Lenin ha già vibrato il suo colpo di staffile – una parte dello stesso partito bolscevico. L’Ottobre, quella «seconda tappa» – secondo le tesi di aprile – «che deve dare il potere al proletariato e agli strati poveri dei contadini», non sarà possibile se non «si versa aceto e fiele nell’acqua inzuccherata delle frasi democratiche rivoluzionarie», se non «si libera il proletariato dalla «generale» ebbrezza piccolo-borghese. È quello il nemico, è quello il diaframma che vieta alle grandi masse in minacciosa effervescenza di imboccare il loro cammino: un diaframma più tenace della violenza che la borghesia potrebbe esercitare – e non esercita proprio perché esso glie ne risparmia le spese – contro la marea montante «dei proletari e degli strati poveri dei contadini». Esperienza puramente russa? Fenomeno «nazionale»? Giammai. Avendo alle spalle tre quarti di secolo di lotte proletarie, il cui bilancio Marx ed Engels consegnarono alle generazioni future nelle «Lotte di classe in Germania e in Francia», il partito può dire, prima di Ottobre e per qualunque Ottobre avvenire: «In tutto il mondo, l’esperienza dei governi della borghesia e dei proprietari fondiari ha elaborato due metodi per mantenere il popolo nell’oppressione. Il primo è la violenza. Nicola I e Nicola II hanno mostrato al popolo russo, applicando questo metodo da carnefici, il massimo del possibile e dell’impossibile. Ma vi è un altro metodo elaborato nel migliore dei modi dalla borghesia inglese e francese (i campioni e i «modelli» della democrazia!), istruita da una serie di grandi rivoluzioni e di movimenti rivoluzionari delle masse. È il metodo dell’inganno, della lusinga, della frase, delle promesse senza numero, dell’elemosina di un soldo, delle concessioni più insignificanti per conservare il più importante». L’insegnamento è perenne e universale: la rivoluzione proletaria non può vincere senza sgominare quel nemico sottile, capillare, insinuante che è la piovra dell’ideologia piccolo-borghese radicata nella microproduzione agraria ed urbana. «I capi della piccola borghesia devono (il fatto è dunque oggettivo, ineliminabile, determinato da rapporti di classe reali) insegnare al popolo la fiducia nella borghesia. I proletari devono insegnargli la sfiducia»! È la prima lezione che entrerà nelle tavole immutabili dell’Internazionale Comunista. È una lezione diretta contro di voi, commemoratori-becchini dell’Ottobre Rosso a cinquantanni di distanza!

Guerra e pace

Il solco traccialo da Ottobre non è quindi soltanto fra proletariato e borghesia: è, inseparabilmente, fra proletariato e mezze classi. Perciò esso è proletario e comunista: perciò, di là dal suo programma economico immediato, e patrimonio nostro e irrevocabile condanna vostra, partiti, gruppi ed uomini che cavalcate il ronzino, fin troppo noto dal ’48 francese e tedesco, dell’«acqua zuccherata delle frasi democratiche», oggi neppur più «rivoluzionarie»! Perciò ebbero diritto i bolscevichi, e l’abbiamo noi cinquantanni dopo, di proclamare – con Lenin, nell’agosto 1918: «La nostra rivoluzione è iniziata come rivoluzione mondiale».

Le tesi d’aprile hanno posto al vertice del grande «colpo di timone» – non rispetto al programma bolscevico, ma al suo abbandono da parte dei «conciliatori» – il riconoscimento che la guerra, sotto il nuovo regime di democrazia borghese, «rimane incondizionatamente una guerra imperialistica di rapina» e che non si può uscirne «senza abbattere il capitale», propugnando il disfattismo nelle file dell’esercito, la fraternizzazione al disopra delle frontiere, la trasformazione in guerra civile: giacché «obiettivamente, il problema della guerra si pone soltanto in modo rivoluzionario». Ancora una volta, che cosa impedisce alle masse di capirlo? Risponde Lenin: «Bisogna riconoscere il difesismo rivoluzionario come la più considerevole e più chiara manifestazione dell’ondata piccolo-borghese che ha sommerso «quasi tutto». È proprio questo il nemico peggiore del progresso e del successo della rivoluzione russa». Difesismo col pretesto che la democrazia è in pericolo, sogni piccolo-borghesi di accordi fra governi belligeranti, appelli alla buona volontà, «internazionalismo a parole, opportunismo pusillanime di fronte ai socialsciovinisti nei fatti», invocazioni al disarmo: lo staffile di aprile si abbassa su tutto «il regno, della benevola fraseologia piccolo-borghese», accomuna nella stessa condanna i socialsciovinisti dichiarati e i loro reggicoda del «centro», riconosce in essi due fenomeni entrambi oggettivi, un disporsi naturale e irrimediabile di forze di classe su una linea costante di appoggio diretto o indiretto al dominio dittatoriale borghese; pone alla rivoluzione russa, parte inscindibile della rivoluzione mondiale, l’obiettivo di andar oltre «il primo passo», a quel secondo passo, «cioè il passaggio del potere statale al proletariato, che solo può garantirci la cessazione della guerra». Aggiunge: «Questo sarà il principio della «rottura mondiale del fronte», del fronte degli interessi del capitale; e solo rompendo questo fronte il proletariato può sottrarre l’umanità agli orrori della guerra e procurarle i beni di una pace duratura». Il pacifismo non ha posto nel programma del pre-Ottobre, questo programma è di guerra alla guerra con tutti i mezzi del disfattismo rivoluzionario fino alla conquista rivoluzionaria e violenta del potere statale; solo allora potrà essere pace se il «fronte mondiale» si spezza!

I mesi di preparazione all’Ottobre sono tutto un incalzare, un crescendo continuo, della lotta contro i «pretesti» accampati dalla sempre risorgente ideologia piccolo-borghese in seno al proletariato per coonestare l’adesione al massacro imperialistico; sono un titanico, incessante sforzo per conquistare il proletariato alla necessità di prendere il potere non foss’altro che per mettere fine al mostro che insanguina i campi di battaglia di tutto il mondo. È con gli occhi rivolti a questa soluzione mondiale che il potere proletario stretto nel pugno del partito comunista firmerà l’«arcigravosa pace» di Brest Litovsk, il suo «trattato di Tilsit», nel marzo 1918. Lo firmerà non in nome dell’astratta rivendicazione della pace, ma in nome della rivoluzione proletaria internazionale. Esso che non avrebbe avuto bisogno di firmare nessuna pace se la rivoluzione fosse scoppiata in Europa sulla scia di Ottobre, lo sottoscrive nella certezza che la rinunzia a combattere nel quadro della guerra imperialistica, e a costo dei maggiori sacrifici, non solo rafforzerà il legame fra la dittatura proletaria e le masse in Russia, ma agirà come potente lievito disfattista nelle file degli eserciti imperialisti di una Europa ancora impegnata alla reciproca carneficina; lo sottoscrive «appunto nell’interesse di una seria preparazione» della guerra rivoluzionaria che non da oggi esso sa e proclama necessaria, sia essa imposta come difesa del prevedibile, anzi inevitabile attacco esterno di borghesie non ancora spodestate dall’assalto rivoluzionario al potere, come offesa che il primo Stato proletario e socialista scaglia contro l’accerchiamento borghese, in appoggio ai proletari insorti, o pronti ad insorgere, contro lo stesso nemico (i due casi di «L’opportunismo e il fallimento della II Internazionale» e di «La parola d’ordine degli Stati Uniti d’Europa», 1915 e 1926); la guerra rivoluzionaria che le tesi di aprile avevano giustificato in anticipo alla condizione del «passaggio del potere nelle mani del proletariato e della parte povera della popolazione contadina che si schiera dalla sua parte, della rinuncia effettiva e non a parole a qualsiasi annessione, e della rottura completa, effettiva con tutti gli interessi del capitale». Il pacifismo non ha mai posto nel programma d’Ottobre né prima né dopo la conquista del potere! Il Lenin che, nel suo rapporto «Sulla guerra e sulla pace» nel marzo 1918, proclama: «La nostra parola d’ordine non può che essere una: imparare sul serio l’arte della guerra» e, ai compagni impazienti di battersi sui fronte della guerra rivoluzionaria, grida: «Afferrate la tregua, sia pur di un’ora, poiché vi è offerta, per mantenere il contatto con le lontane retrovie, per creare colà nuovi eserciti», chiuderà in uno splendido cerchio dialettico le due fasi inseparabili della conquista rivoluzionaria del potere e del suo esercito in La rivoluzione proletaria e il rinnegato Kautsky: «Nessuna grande rivoluzione è mai avvenuta e non può avvenire senza disorganizzazione dell’esercito … Il primo comandamento di ogni rivoluzione vittoriosa – Marx ed Engels lo sottolinearono a più riprese – è: distruggere il vecchio esercito, scioglierlo sostituirlo con uno nuovo». Né si dica: Ma questo è proclamato in vista della guerra civile interna! La guerra civile è, per Lenin, come la rivoluzione, un «fatto internazionale» che non conosce frontiere, come non ammette abbandoni neanche quando deve subire una «tregua»!

L’Ottobre Rosso scolpisce la sua gigantesca epopea solo scolpendo nello stesso tempo, in testi memorabili come in pagine sfolgoranti di lotta, le tavole della rivoluzione proletaria e comunista mondiale.

I commemoratori-becchini di oggi non hanno dimenticato, e proprio per non averlo dimenticato si sforzano di farlo dimenticare ai proletari, che la rivoluzione bolscevica commemorò se stessa, prima ancora d’avvenire, sollevando dalla polvere dell’oblio riformista la dottrina marxista dello Stato, e tracciando al proletariato di tutti i paesi, quindi anche a quello russo, e ai partiti comunisti che ne sono la coscienza e la volontà organizzata, la via che i comunardi avevano già percorso, che Marx ed Engels avevano teorizzato prima, durante e dopo la Comune, e che dev’essere per i comunisti di qualunque luogo e di qualunque generazione la strada unica e maestra. Non a caso le tesi di aprile, sollecitando il Partito a ritrovare se stesso togliendosi la pelle sudicia, gli avevano dettato il compito di ridefinire il programma con particolare riferimento «all’atteggiamento verso lo Stato» e alla «nostra rivendicazione dello Stato-Comune». Era questa la condizione sine qua non perché l’assurdo storico della «dualità di potere» si sciogliesse e, liberandosi dalla camicia di Nesso delle «fraseologie piccolo-borghesi», il Soviet, conquistato all’influenza decisiva del Partito, avesse la forza di gettare in faccia alla classe dominante il grido non solo di «Nessun appoggio al governo provvisorio», ma di «Niente repubblica parlamentare!» e accettasse di essere «il potere unico nello Stato», il potere non poggiante sulla legge ma sulla «forza armata» delle masse. Sarebbe allora stato chiaro, che, dalla «prima tappa» alla seconda, non si passa, non è lecito pensare di potei passare, per gradi, ma per un saliti qualitativo: il salto della demolizione della macchina statale borghese e della costruzione di un’altra macchina, proletaria questa e dittatoriale non meno della prima; dichiaratamene di classe come quella lo era nei fatti e pretendeva di non esserlo a parole; diretta a reprimere la classe avversa come i borghesi fecero ai tempi e non amano proclamare, come i proletari faranno e proclamano.

Necessità della dittatura

Questo salto – l’insurrezione armata, la presa violenta del potere, il suo esercizio dittatoriale (cioè la soppressione della «democrazia pura» dei borghesi) è forse additato alla Russia perché, in forza di particolarità storiche, geografiche o magari (come cianciano gli imbrattacarte della «cultura» dominante) razziali, la Russia – segno della croce! – è Russia; perché, altrove, la strada possa non essere quella? No. Nello stesso mese di ansiosa vigilia in cui la voce della rivoluzione mette con insistenza il Comitato Centrale bolscevico di fronte alla consapevolezza che «il successo della rivoluzione russa e della rivoluzione mondiale» (quando mai troveremo divisi questi due termini nella letteratura rivoluzionaria di Ottobre?) «dipende da due o tre giorni di lotta», in quello stesso mese Stato e rivoluzione risponde in modo definitivo a quella domanda: 1) «Lo Stato borghese non può essere sostituito dallo Stato proletario (dittatura del proletariato)per via di «estinzione»; può esserlo unicamente, come REGOLA GENERALE, per mezzo della rivoluzione violenta». 2) «La dottrina della lotta di classe, applicata da Marx allo Stato e alla rivoluzione socialista, porta INEVITABILMENTE a riconoscere il dominio politico del proletariato, la sua dittatura, il potere cioè che esso non divide con nessuno e che si appoggia direttamente sulla forza armata delle masse … Lo Stato, vale a dire il proletariato organizzato come classe dominante – questa teoria di Marx è indissolubilmente legata a tutta la sua dottrina sulla funzione rivoluzionaria del proletariato nella storia. QUESTA FUNZIONE CULMINA NELLA DITTATURA PROLETARIA, NEL DOMINIO POLITICO DEL PROLETARIATO. Ma, se il proletariato ha bisogno dello Stato in quanto organizzazione mondiale della violenza contro la borghesia, ne scaturisce spontaneamente la conclusione: la creazione di una tale organizzazione è possibile senza che sia prima ANNIENTATA, DISTRUTTA LA MACCHINA DELLO STATO CHE LA BORGHESIA HA CREATO PER SE?». 3) «L’ESSENZA della dottrina di Marx sullo Stato viene assimilata soltanto da colui che comprende che la dittatura di una sola classe è necessaria non solo per ogni società di classe in generale, non solo per il proletariato dopo aver abbattuta la borghesia, ma per un intero periodo storico che separa il capitalismo dalla «società senza classi», dal comunismo. LE FORME DI TUTTI GLI STATI BORGHESI SONO STRAORDINARIAMENTE VARIE, MA LA LORO SOSTANZA E’ UNICA: TUTTI QUESTI STATI SONO, IN UN MODO O NELL’ALTRO, MA IN DEFINITIVA OBBLIGATORIAMENTE, UNA DITTATURA DELLA BORGHESIA. IL PASSAGGIO DAL CAPITALISMO AL SOCIALISMO, NATURALMENTE, NON PUO’ NON PRODURRE UNA ENORME ABBONDANZA E VARIETA’ DI FORME POLITICHE, MA LA SOSTANZA SARA’ INEVITABILMENTE UNA SOLA: LA DITTATURA DEL PROLETARIATO!».

Non è, quella del proletariato di erigere la propria dittatura sulle macerie dello Stato dittatoriale-democratico borghese «per un intero periodo storico», una pretesa soggettiva: è una condizione oggettiva, quella stessa che fa della borghesia e del proletariato le sole classi protagoniste del doloroso travaglio della storia contemporanea: «L’abbattimento del potere borghese è possibile soltanto per opera del proletariato, come classe particolare preparata a questo rovesciamento dalle condizioni economiche di esistenza che gli danno la possibilità e la forza di compierlo. Mentre la borghesia fraziona, disperde la classe contadina e tutti gli strati piccolo-borghesi, essa concentra, raggruppa e organizza il proletariato. In virtù della sua funzione economica nella grande produzione, il proletariato è il solo capace di essere la guida di tutti i lavoratori e di tutte le masse sfruttate che la borghesia spesso sfrutta, opprime, schiaccia non meno E ANCHE PIU’ dei proletari, MA CHE SONO INCAPACI DI LOTTARE INDIPENDENTEMENTE PER LA LORO EMANCIPAZIONE … Il potere politico, la organizzazione centralizzata della forza, l’organizzazione della violenza, sono necessari al proletariato sia per reprimere la resistenza degli sfruttatori, sia per dirigere l’immensa massa della popolazione – contadini, piccola borghesia, semi-proletariato – nell’opera di «avviamento» dell’economia socialista».

Il brano è cruciale. Tutta l’esperienza dei mesi che precedono Ottobre si condensa nell’azione oggettiva di freno della piccola borghesia nel moto ascendente della rivoluzione: ad essa, alla sua influenza sottile e penetrante, era stata dovuta l’abdicazione perfino del Soviet – «sola forma possibile di governo rivoluzionario» – al compito postogli dalla Storia di prendere ed esercitare il potere da solo, senza spartirlo con nessuno. Ma questa esperienza è generale, è un fatto di «meccanica sociale» destinato a riprodursi dovunque; è lì il grande scoglio della rivoluzione proletaria e comunista. «Il proletariato rivoluzionario, dopo l’esperienza del luglio 1917, deve prendere da solo il potere statale nelle proprie mani: altrimenti la vittoria della rivoluzione è impossibile», aveva scritto Lenin pochi mesi prima, togliendo agli stessi organismi nati dalla spinta rivoluzionaria di febbraio, ma inquinati dall’ideologia piccolo-borghese, il diritto di chiedere al partito del proletariato rivoluzionario di levare il grido: «Tutto il potere ai Soviet!». In nome di questo riconoscimento, di questa necessità di «guidare» dittatorialmente le masse, l’Ottobre proletario, in vista del quale la penna di Stato e Rivoluzione cesserà di vergare le pagine di un libro essendo «più piacevole e utile fare l’«esperienza di una rivoluzione che non scrivere su di essa», sarà la presa del potere, totalitaria e violenta ad opera del partito poggiante sulla forza armata della classe operaia: sarà la liquidazione di ogni finzione democratica e parlamentare, col boicottaggio del Preparlamento prima, con la dissoluzione dell’Assemblea Costituente poi: sarà l’intervento dispotico nell’economia e la costruzione dal nulla di un esercito dopo la demolizione di quello zarista-democratico. Esemplare anche in questo, la mano che solo i filistei considerano «di un uomo», «di una persona» e che per noi è l’arma di una classe e di un partito lascerà incompiute le pagine di un libro per afferrare il timone dell’insurrezione armata e della dittatura sapendo che la via unica o si traccia nel vivo delle lotte fra le classi o è stato vano segnarla nei lesti dottrinari e programmatici; sapendo che, vincitori o vinti, è a faccia a faccia col nemico che si spalancano le porte all’avvenire. Gennaio 1918: «La vittoria definitiva del socialismo in un paese è, naturalmente (becchini al seguito dello stalinismo, fremete!), impossibile. Ma in compenso è possibile un’altra cosa: un esempio vivente, un inizio del lavoro in qualsiasi paese: ecco quello che accende le masse lavoratrici in tutti i paesi». Luglio 1918. mentre la guerra civile getta davanti a sé i suoi primi bagliori: «Per il momento, nostro compito è mantenere la fiaccola del socialismo, in modo che proietti il maggior numero di scintille per l’incendio crescente della rivoluzione mondiale».

La guida del partito

Questa «fiaccola» è Ottobre: vorreste, oh commemoratori-becchini, che essa fosse stata levata per proiettare il maggior numero di scintille per l’incendio crescente del «commercio equo» della «coesistenza pacifica», della «via indolore» a quello che chiamate socialismo! Vorreste che l’«esempio vivente» avesse esaurito la sua funzione nella remota terra dei Sarmati, nel lontano anno 1917-18!

«Dirigere le masse» all’insurrezione e alla presa del potere, in nome bensì dei Soviet ma «temprati e purificali nella lotta»: dirigerle nel titanico sforzo di sopravvivere dopo la conquista rivoluzionaria del potere statale contro «gli sfruttatori che non possono essere privati di colpo delle loro ricchezze, dei vantaggi della loro organizzazione e del loro sapere, e che quindi, per un periodo relativamente lungo, tenteranno inevitabilmente di rovesciare l’aborrito potere dei poveri», come contro il peso delle tradizioni, delle «abitudini», dell’influenza tenace delle ideologie piccolo-borghesi serpeggianti nei pori di una società che cambia faticosamente pelle: «dirigerle» non solo «educandole», ma neutralizzando e «reprimendo» lo spettro del passato che risorge nel presente e minaccia il futuro, nella coscienza che «ogni grande rivoluzione, e specialmente una rivoluzione socialista, anche se non ci fosse la guerra esterna, è inconcepibile senza una guerra interna, cioè una guerra civile che porta con sé uno sfacelo ancor maggiore che non una guerra esterna; che comporta migliaia e milioni di esempi di ESITAZIONE E DI PASSAGGIO DALL’UNO ALL’ALTRO CAMPO, uno stato di massima incertezza, di squilibrio di caos»; dirigerle dittatorialmente perché «è NATURALE che in una rivoluzione così profonda tutti gli elementi di decomposizione della vecchia società, FATALMENTE ASSAI NUMEROSI E LEGATI SOPRATTUTTO ALLA PICCOLA BORGHESIA … non possono non venire a galla» e, «per venire a capo di tutto ciò occorre del tempo e OCCORRE UN PUGNO DI FERRO» (citazioni da I compiti immediati del potere sovietico, aprile 1918): eccola, la grande lezione dell’Ottobre Rosso, non solo battaglia senza tregua su tutti i fronti della guerra scatenata dalla controrivoluzione interna ed esterna, dalla borghesia nazionale e internazionale, ma controllo egemonico da parte di una sola classe sugli «elementi di decomposizione» che nascono e rinascono senza posa dal grembo duro a morire delle mezze classi, questi relitti della «storia morta», che si aggrappano disperatamente al collo della «storia viva».

Per tutte queste ragioni – tutte, non una di meno – dirà Lenin in polemica con Kautsky, «la dittatura proletaria è un potere non vincolato da nessuna legge»; perciò «l’indice necessario, la condizione obbligatoria nella dittatura è la violazione della democrazia pura» come Ottobre farà non solo privando di qualunque diritto politico i borghesi, ma imponendo una «minorazione di diritti» alla piccola borghesia contadina rispetto al proletariato. Per tutte queste ragioni, «anche senza guerra esterna», la dittatura proletaria implica il Terrore Rosso come suo modo d’essere politico, arma del suo intervento nei rapporti sociali ed economici, strumento della sua azione militare. Per tutte queste ragioni, comuni a tutti i paesi, essa implica il Partito.