Le grandi lezioni dell’Ottobre bolscevico Pt. 6
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Le condizioni internazionali del passaggio al socialismo
L’internazionalismo costituiva per i bolscevichi una condizione di vita e di vittoria tanto più in quanto la rivoluzione era doppia, il che significa che il proletariato al potere doveva nello stesso tempo portare a termine, come avevano sempre proclamato i bolscevichi, i compili di una rivoluzione borghese spinti «fino in fondo».
Quando il Manifesto appunta gli occhi «con particolare attenzione» sulla Germania, paese a struttura economica e politica ancora prevalentemente feudale, e la vede «alla vigilia della rivoluzione borghese», aggiungendo che questa non potrà che «essere l’immediato preludio di una rivoluzione proletaria», scintilla a sua volta di una rivoluzione europea (dove la pedanteria socialdemocratica ha trovato che, per Marx ed Engels, la rivoluzione deve necessariamente scoppiare in paese avanzato?), ne spiega anche il perché; la Germania «compie tale rivoluzione IN CONDIZIONI DI CIVILTA’ GENERALE EUROPEA più progredita e con un proletariato molto più sviluppato che non avessero l’Inghilterra nel secolo XVII e la Francia nel XVIII». Solo il filisteismo opportunista può credere di misurare il grado di maturità della rivoluzione socialista al metro bottegaio del «livello economico e sociale» raggiunto da un paese considerato come un «vaso chiuso»: per il marxismo, quella maturità si giudica alla scala del mondo (nel ’48, l’Europa era il mondo!), ed alla stessa scala la rivoluzione proletaria nasce, si sviluppa – vive – o, viceversa, muore. Con un suggestivo parallelismo, che non è per nulla incrinato dal fatto che i nomi dei protagonisti siano diversi, le «condizioni di civiltà generale europea (e mondiale) più progredite», e l’esistenza di un proletariato non solo molto più sviluppato che ai tempi delle rivoluzioni borghesi d’Inghilterra e di Francia, ma estremamente concentrato (come d’altronde era estremamente concentrato il potere politico semifeudale zarista), avevano dettato alla rivoluzione russa un rapidissimo corso, dalla barbara arretratezza asiatica all’egemonia politica borghese e da questa all’egemonia politica proletaria: l’«immediato preludio» era divenuto «concrescenza» della rivoluzione borghese in rivoluzione proletaria e, affrettando le tappe, i compiti politici della prima erano stati bruciati dalla seconda. Ma questo non solo non aveva eliminato l’arretratezza economica russa, ma, come Lenin dice nel 1918 e ripete nel 1920, PROPRIO L’ARRETRATEZZA DELLA STRUTTURA ECONOMICA E SOCIALE in condizioni generali di civiltà mondiale «più progredite» aveva reso «leggera come una piuma» la presa del potere in Russia ad opera del proletariato e, per esso, del suo partito. Il «felice» incontro di quelle due condizioni, che possono sembrare contraddittorie solo a chi, diversamente dai marxisti, traccia al proprio occhio critico un orizzonte che è quello stesso dei «confini nazionali», aveva posto la classe operaia russa all’avanguardia della rivoluzione socialista mondiale: ma l’arretratezza restava e «quanto più è arretrato il paese nel quale, in virtù degli zigzag della storia, la rivoluzione socialista ha dovuto cominciare, tanto più difficile è per essa passare dai vecchi rapporti capitalistici ai rapporti socialisti» (Lenin, marzo 1918). In quella visione globale europea (cioè, ripetiamo, per allora mondiale) del corso della rivoluzione proletaria che era stata di Marx ed Engels, tuttavia, anche questo dilemma storico, tanto più complesso di quello della presa del potere, era risolto:il proletariato del paese europeo retrogrado nel ’48, portatore della dottrina, sarebbe assurto a protagonista della rivoluzione tedesca doppia perché le condizioni politiche di tale passaggio erano presenti in Francia e le sue condizioni economiche e sociali in Inghilterra; le prime avrebbero «affrettato» il processo di conquista proletaria del potere in Germania, le seconde avrebbero permesso di colmare il distacco secolare nell’economia fra l’Europa centrale e quella occidentale.
Cambiati i nomi dei protagonisti della scena storica, la prospettiva non è diversa per i bolscevichi: il socialismo suppone la grande industria e la grande agricoltura moderna; la prima è manifestamente insufficiente in Russia, la seconda manca quasi del tutto, ma com’è potente la visione mondiale di Lenin! – «per quel che concerne una grande industria fiorente, capace di soddisfare tutti i bisogni dei contadini. QUESTA CONDIZIONE ESISTE: SE SI ESAMINA LA QUESTIONE SU SCALA INTERNAZIONALE, si vede che questa grande industria fiorente, capace di fornire al mondo tutti i prodotti necessari, ESISTE sul nostro globo … Ci sono dei paesi la cui grande industria è così avanzata che può di primo acchito bastare ai bisogni delle centinaia di milioni di contadini arretrati. QUESTO E’ UNO DEGLI ELEMENTI CHE STANNO ALLA BASE DEI NOSTRI CALCOLI». (Rapporto al IX Congresso panrusso dei soviet). È dalla rivoluzione mondiale o almeno europea vittoriosa, che il potere dittatoriale proletario in Russia attingerà le condizioni materiali del «passaggio al socialismo»; di qui trarrà le basi di un gigantesco balzo in avanti, nell’industria prima, nell’agricoltura poi, così come, nelle tesi sulla questione coloniale del 1920, la possibilità di un balzo dei paesi coloniali assai più arretrati della Russia di allora al di sopra della fase capitalistica, sarà reso possibile dalla «creazione di un’economia mondiale formante un tutto unico, sulla base di un piano generale regolato dal proletariato di tutte le nazioni».
Perciò « la diffusione della rivoluzione socialista almeno in alcuni paesi più progrediti» è la CONDIZIONE PRIMA del socialismo economico in Russia: «In un paese dove l’enorme maggioranza della popolazione è composta di piccoli coltivatori, la rivoluzione socialista non è possibile che in seguito a misure transitorie particolari, che sarebbero completamente inutili nei paesi di capitalismo avanzato, dove i salariati dell’industria e dell’agricoltura costituiscono l’immensa maggioranza … In numerose opere, in ogni nostro intervento, in tutta la stampa, abbiamo sottolineato che in Russia non è così che gli operai industriali vi costituiscono la minoranza e i piccoli coltivatori la immensa maggioranza. La rivoluzione socialista in un paese simile può trionfare soltanto a due condizioni, di cui la prima è che essa sia sostenuta nello stesso tempo dalla rivoluzione socialista in uno o più paesi progrediti».
Per riprendere la visione gigantesca di Marx, il proletariato russo aveva già dato la fiamma politica della rivoluzione europea, unendola alla restaurazione integrale della dottrina (sarebbe stata, insomma, ad un tempo la Francia e la Germania del ’48 marxista); la Germania, L’Inghilterra, la Francia, o una sola di esse, avrebbero dato l’economia. Nel frattempo, poiché la rivoluzione internazionale non avviene a scadenza fissa, per una «progressione metodica», in un’assurda simultaneità, il potere proletario e comunista avrebbe gestito un’economia ancora arretrata sulla base di una serie di «misure transitorie … completamente inutili nei paesi di capitalismo avanzato», sostanzialmente analoghe – a parità di condizioni – agli «interventi dispotici» del Manifesto e interamente comprese nell’arco storico degli obiettivi possibili di una rivoluzione che, spinta fino in fondo, avrebbe per ciò stesso creato le basi materiali del socialismo.
Il programma economico
Ne avevano fatto mistero, i bolscevichi? L’avevano, al contrario, ripetuto con estrema franchezza. Tesi di aprile: «Come compito immediato, NON L’«INSTAURAZIONE DEL SOCIALISMO» ma, per ora, soltanto il passaggio al controllo della produzione sociale e della ripartizione dei prodotti da parte dei Soviet dei deputati operai». Cinque mesi dopo, in settembre («La catastrofe imminente e come lottare contro di essa»), nel dettare una piattaforma di misure di «controllo, sorveglianza, censimento, regolamentazione da parte dello Stato, istituzione di una razionale ripartizione della mano d’opera nella produzione e di una giusta distribuzione dei prodotti, risparmio delle forze del popolo, soppressione di ogni sperpero, economia di queste forze», – misure che nel campo della produzione industriale e dell’apparato finanziario ad essa collegato, significano «fusione di tutte le banche in una sola, nazionalizzazione dei sindacati capitalisti, abolizione del segreto commerciale, cartellizzazione forzata, raggruppamento obbligatorio della popolazione in società di consumo sotto il controllo dello Stato» – Lenin spiega che esse – rappresenterebbero (ma solo il potere dittatoriale dei lavoratori e dei contadini poveri può attuarle) – «un passo avanti VERSO il socialismo, poiché il socialismo non è altro che il passo avanti che segue immediatamente il monopolio capitalista di Stato … La guerra imperialista è la vigilia della rivoluzione socialista; e non solo perché la guerra con i suoi orrori genera l’insurrezione proletaria – NESSUNA INSURREZIONE CREERA’ IL SOCIALISMO SE ESSO NON E’ MATURO ECONOMICAMENTE – ma perché il capitalismo monopolistico di Stato è la PREPARAZIONE MATERIALE PIU’ COMPLETA del socialismo, è la sua anticamera. E’ QUEL GRADINO DELLA SCALA STORICA CHE NESSUN GRADINO INTERMEDIO SEPARA DAL GRADINO CHIAMATO SOCIALISTA». Strillino pure i menscevichi e i socialrivoluzionari, ansiosi di trovare una copertura di «sinistra» al loro collaborazionismo di classe, che il programma è troppo timido, che non e «socialista»: ma si tratta di «marciare verso il socialismo» muovendo «dei passi verso di esso (passi condizionati e determinati dal livello della tecnica e della cultura)», e «IL SOCIALISMO CI GUARDA DA TUTTE LE FINESTRE DEL CAPITALISMO MODERNO. IL SOCIALISMO SI DELINEA NETTAMENTE E PRATI IN OGNI PROVVEDIMENTO IMPORTANTE CHE COSTITUISCE UN PASSO AVANTI SULLA BASE DI QUESTO STESSO CAPITALISMO MODERNO». Poco, in rapporto all’obiettivo finale del socialismo? Certo: molto tuttavia. in rapporto al livello esistente di «tecnica e cultura». Lo scarto tra questo molto e quel poco, SENZA DI CHE NON E’ POSSIBILE SOCIALISMO, sarà colmato dalla rivoluzione proletaria e socialista mondiale. «Quante fasi transitorie verso il socialismo ci saranno ancora, non lo sappiamo e non lo possiamo sapere. TUTTO dipende dal momento in cui si scatenerà in tutta la sua ampiezza la rivoluzione socialista europea». (Lenin al VII Congresso del Partito). Non è un problema amministrativo: è un problema politico di classe; la sua soluzione non si trova nell’ambito di «un solo paese».
E nell’agricoltura? Forse che i provvedimenti mille volte ribaditi dai bolscevichi dal 1906 a tutto il 1917, più radicali e sconvolgenti in rapporto al grado estremamente basso di sviluppo delle forze produttive in campo rurale, esorbitano dai limiti di un orizzonte rivoluzionario democratico-borghese? Solo un potere rivoluzionario nelle mani del proletariato con l’appoggio armato dei contadini poveri, può attuare, è vero, la nazionalizzazione della terra; ma non per questo la nazionalizzazione della terra cessa di essere («risoluzione della conferenza del POSDR (b) sulla questione agraria», maggio 1917) «una misura borghese» che il partito del proletariato «deve concorrere in tutti i modi ad attuare» perché essa «equivale alla massima libertà della lotta di classe possibile e concepibile nella società capitalistica e alla liberazione del godimento della terra da tutti gli accessori non borghesi» e perché «sarebbe, in pratica, un colpo potente alla proprietà privata di tutti i mezzi di produzione», sapendo però anche – dal 1906, come abbiamo visto! – che «quanto più potente sarà l’abolizione e la soppressione della proprietà fondiaria, quanto più decisa sarà in generale la trasformazione agraria democratica borghese in Russia, con tanto maggior forza e rapidità si sviluppa LA LOTTA DI CLASSE DEL PROLETARIATO AGRICOLO CONTRO I CONTADINI BENESTANTI (borghesia contadina)». Ne segue che «o il proletariato urbano saprà trascinare dietro di sé il proletariato rurale e unire ad esso la massa dei semiproletari della campagna, o questa massa seguirà la borghesia rurale che mira all’alleanza … con i capitalisti e con i proprietari fondiari, e con la CONTRORIVOLUZIONE IN GENERALE: da questa alternativa dipenderanno le sorti e l’esito della rivoluzione russa. NELLA MISURA IN CUI LA RIVOLUZIONE PROLETARIA CHE INCOMINCIA IN EUROPA NON ESERCITERA’ SUL NOSTRO PAESE LA SUA POTENTE INFLUENZA IMMEDIATA».
Il nuovo turno della guerra di classe
Parole profetiche: la rivoluzione in Europa tarderà a venire, e i suoi sussulti tedeschi, bavaresi, ungheresi, i suoi conati italiani o bulgari, potranno bensì allentare la morsa della controrivoluzione armata intorno alla dittatura bolscevica, ma non strappare la Russia al suo isolamento «barbarico», e tutto il destino successivo dell’Ottobre, dal 1918 in cui Lenin traccia le linee di quella che poi sarà la NEP (ma non può tradurla in atto per l’insorgere della guerra civile), penderà dalla risposta dei fatti alla fondamentale domanda: «Saremo noi in grado di resistere con la nostra piccola e piccolissima produzione contadina, nelle nostre condizioni disastrose, fino a che i paesi capitalistici dell’Europa non avranno compiuto il loro sviluppo verso il socialismo?».
La nazionalizzazione integrale dell’industria imposta nel 1918 dalle esigenze della guerra civile, e il monopolio del commercio estero, daranno in mano alla dittatura proletaria una condizione non tanto economica quanto politica di vantaggio, un’arma di controllo sull’idra eternamente risorgente della microproduzione, uno strumento non solo per accelerare con mezzi di produzione moderni l’evoluzione verso la grande produzione associata nell’agricoltura. ma per dotare il potere dittatoriale comunista di armi contro il nemico esterno e, forse ancor più, interno; sarà COSI’ possibile («Discorso sull’imposta in natura») «utilizzare il capitalismo (incanalandolo specialmente nell’alveo del capitalismo di Stato) COME IN ANELLO DI TRASMISSIONE FRA LA PICCOLA PRODUZIONE E IL SOCIALISMO, COME UN MEZZO, UNA VIA, UN MODO, UN METODO PER ELEVARE LE FORZE PRODUTTIVE» e (Tesi per il rapporto sulla tattica del PC(b)R «effettuare una lunga serie di passaggi graduali verso una grande agricoltura socializzata (nel senso in cui è «socializzata» la grande azienda agricola capitalistica), meccanizzata»; sarà possibile («Per il IV anniversario della rivoluzione di Ottobre») «la POSA DELLE FONDAMENTA ECONOMICHE DEL NUOVO EDIFICIO SOCIALISTA IN LUOGO DELL’EDIFICIO FEUDALE DISTRUTTO E DI QUELLO CAPITALISTA SEMIDISTRUTTO». Ma non sarà il socialismo, e sarà lotta a fondo, non «armonia prestabilita», fra il potere proletario che tiene sotto controllo, come arma pacifica di trasformazione economica, il capitalismo dì Stato, e quei «milioni e milioni di piccoli produttori i quali, mediante la loro attività quotidiana, continua, non appariscente, impercettibile, dissolvente, pervengono a quei medesimi risultati che abbisognano alla borghesia e che portano alla restaurazione della borghesia»(Lenin «L’estremismo»); sarà il prolungamento della guerra civile con altri mezzi, e l’esito di questo nuovo turno di lotta di classe non dipende solo dal saldo possesso del potere politico interno e dalla disposizione per quest’ultimo della grande industria meccanizzata, ma, ancora una volta, dalle vicende internazionali dello scontro fra classe operaia e classe borghese. Dirà Trotzki nelle tesi sulla situazione economica e i compiti della rivoluzione socialista al IV Congresso dell’Internazionale Comunista: «Come nella guerra civile si combatteva in parte notevole per la conquista politica del contadiname così oggi la lotta ha per principale oggetto il dominio sul mercato contadino. In questa lotta il proletariato ha dalla sua dei vantaggi potenti: le forze produttive più altamente sviluppate del paese e il potere statale: da parte sua, la borghesia dispone di una maggiore abilità e, fino a un certo grado, del rapporti con il capitale straniero, specialmente con il capitale dell’emigrazione». Il dramma del 1920-26 è che, contro questa forza internazionale della borghesia, non si levò in armi la rivoluzione proletaria dei «paesi più evoluti». Nell’illustrare il significato della NEP, Lenin aveva detto: «La storia … ha preso un corso così particolare che ha generato, verso il 1918, due metà spaiate di socialismo, l’una accanto all’altra esattamente come due futuri pulcini sotto il guscio unico dell’imperialismo mondiale. La Germania e la Russia incarnarono nel 1918 in modo evidentissimo la realizzazione materiale delle condizioni economiche e produttive, economico-sociali del socialismo da una parte, e delle condizioni politiche dall’altra. La vittoria della rivoluzione proletaria in Germania spezzerebbe subito con enorme facilità ogni guscio dell’imperialismo … e realizzerebbe di sicuro la vittoria del socialismo mondiale (quindi anche del socialismo in Russia!) senza difficoltà o con difficoltà trascurabile, se si considera «la difficoltà» SU SCALA STORICA MONDIALE e non su quella piccolo-borghese». Le due metà spaiate di socialismo non si fusero, e il potere rivoluzionario in Russia poté, sì, «imparare il capitalismo di Stato dai tedeschi, assimilarlo con tutte le forze, non risparmiare i metodi dittatoriali per affrettare questa assimilazione dell’occidentalismo da parte della barbara Russia, non arrestandosi di fronte ai mezzi barbari di lotta contro la barbarie» (altro che «costruire il socialismo in un paese solo», «barbaro» e arretrato per giunta!), ma, alla lunga, non poté impedire che, senza l’intervento del «secondo pulcino sotto il guscio unico dell’imperialismo mondiale», la pressione delle classi piccolo borghesi e borghesi in Russia desse al «volante della macchina» una direzione diversa ed opposta a quella tenacemente voluta; la lotta («NOI, CON PIENA COSCIENZA CI MUOVIAMO IN AVANTI VERSO LA RIVOLUZIONE SOCIALISTA … sapendo che SOLAMENTE LA LOTTA DECIDERA’ DI QUANTO SI POTRA’ (IN DEFINITIVA) ANDARE AVANTI, QUALE PARTE DI QUESTO COMPITO ALTISSIMO ESEGUIRE … Chi vivrà vedrà»; così Lenin commemorando il IV anniversario della rivoluzione d’Ottobre) ridivampò, nella città e nelle campagne; le forze produttive del passato non solo presocialista ma precapitalista s’impennarono contro il pugno di ferro della direzione centrale dell’economia, e questa rinata guerra di classe fu così aspra e tenace, che aprì le labbra a quegli stessi che, alla direzione del Partito e dello Stato, avevano creduto di poter mascherare in un ottimismo parolaio che non era mai stato di Lenin la realtà cruda di un incipiente e poi grandeggiante rovesciarsi dei rapporti di forza.
Nel 1921, discutendosi della NEP, Lenin aveva detto: «Dieci, vent’anni di rapporti razionali con i contadini, e la vittoria è assicurata su scala mondiale (anche se le rivoluzioni proletarie vanno per le lunghe); ALTRIMENTI, PER VENTI, QUARANT’ANNI CI SARANNO LE TORTURE DEL TERRORE BIANCO». Il terrore bianco venne prima dei 10-20 anni di Lenin e dei 50 di Trotzki, perché alla creazione di «rapporti razionali» si opposero forze troppo potenti per poter essere frenate e debellate nel solo ambito russo: e fu la controrivoluzione staliniana – con le sue orge di un finto «socialismo in un paese solo», con la cruda realtà dell’accumulazione capitalistica forzata e del massacro della vecchia guardia.