Le grandi lezioni dell’Ottobre bolscevico Pt. 7
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Dalla sconfitta del ’26 alla vittoria di domani
La storia della lunga lotta di Lenin, fin sul letto di morte, per ammonire il Partito sulla necessità di passare attraverso le forche caudine della NEP ma, nello stesso tempo (e proprio per questo), di passarvi nella piena coscienza che ciò significava «costruire capitalismo», e quindi per mantenere al Partito il carattere rigorosamente classista ed internazionalista che un simile passaggio obbligato, e l’aspra battaglia in esso implicita, più che mai imponeva di conservare, meriterebbe un capitolo a parte, e sarà senza dubbio materia di uno studio collettivo di Partito. Un capitolo a parte meriterebbe anche la storia delle Opposizioni che, mentre il filo del rigore leninista cominciava a perdersi (o forse era già smarrito), insorsero in una battaglia tardiva e disperata, ma non per questo meno coraggiosa, contro il precipizio storico dello stalinismo e della sua micidiale teoria del «socialismo in un paese solo», – perché dal disastro uscisse almeno salva per le generazioni venture l’integrità di una dottrina di cui l’internazionalità della rivoluzione proletaria è la chiave di volta, la colonna portante senza la quale – come dimostra a contrario il tragico destino finale dell’Ottobre –, tutto l’edificio fragorosamente crolla.
Troppo buon marxista per non sapere che anche la sconfitta può essere feconda, se è il risultato di una lotta sostenuta fino all’ultimo senza cedere nulla, se il vinto cade «in piedi» non avendo sacrificato nulla di se stesso, Lenin disse un giorno: «Anche se domani il potere bolscevico fosse rovesciato, non ci pentiremmo per un solo secondo di averlo perso». Sarebbe potuto non avvenire ciò che invece avvenne, che cioè il potere bolscevico, assuntosi coraggiosamente l’onere gigantesco di costruire capitalismo controllandolo in attesa della rivoluzione mondiale, ne fosse invece controllato e infine travolto, rovesciato non «dagli imperialisti» come Lenin ipotizzava nella frase citata, ma dalle forze sociali interne, borghesi e piccolo-borghesi, – del resto non solo né per essenza «nazionali» – gradualmente salite al «volante della macchina»? Sarebbe potuto non avvenire, peggio ancora, che il nemico cinicamente trionfante si vestisse delle spoglie del vinto, spacciando per «edificazione del socialismo» il processo – reso mille volte più feroce che nelle origini della società borghese dal distacco fra la Russia e le «condizioni generali europee (mondiali) di civiltà più progredite» – dell’accumulazione primitiva capitalistica?
La questione è oziosa, perché la storia l’ha – nel caso russo – risolta per conto suo, piaccia o non piaccia, contro di noi. Ma la chiave della risposta alla domanda che è lecito porsi non per il passato, ma per l’avvenire, è ancora una volta da cercare fuori dai confini statali o nazionali: è una chiave squisitamente internazionale. Quando, nel 1926-1927 (anzi, dalla fine del 1925), in seno al Partito russo e nel VII e VIII esecutivo allargato dell’Internazionale, le «cose sociali di Russia» aspramente dialogarono, il dramma dell’Opposizione, attraverso la cui voce parlava una classe operaia viva e pugnace ma atrocemente dissanguata dalla guerra civile, dagli anni di fame e da quelli di ricostruzione dell’economia, non fu tanto che dietro le spalle della direzione ufficiale del Partito stessero le orgogliose e proterve forze sociali del capitalismo avanzante e infine prevalente, quanto che dietro alle spalle degli oppositori non stesse non diciamo una rivoluzione proletaria mondiale, all’epoca chiaramente in riflusso, ma un movimento comunista mondiale all’altezza delle sue origini. In esso l’Ottobre aveva attinto le sue linfe vitali; nel 1926-27, quel vivificatore canale era chiuso, e l’Opposizione era sola.
Al V Congresso dell’IC, nel 1924, la Sinistra aveva lanciato un coraggioso appello perché, al Partito e al potere russi giunti ad un bivio fatale, il movimento internazionale comunista restituisse, almeno in parte, il gigantesco apporto di dottrina e di prassi che i bolscevichi gli avevano dato negli anni della vigilia: l’appello era caduto nel vuoto. Al VI esecutivo allargato, sui primi del 1926, la stessa Sinistra sollevò la necessità urgente che la piramide dell’Intemazionale pericolosamente poggiante sul vertice non più omogeneo del Partito russo, fosse capovolta e fatta poggiare sulla più larga base di un movimento mondiale comunista conscio dei suoi doveri: questa base era ormai fradicia. Chiese ancora, la Sinistra, che la «questione russa», internazionale per essenza, fosse affrontata e discussa dal movimento mondiale come sua questione di vita o di morte: il movimento mondiale comunista non espresse dal suo seno le forze capaci di prenderla coraggiosamente in pugno, come era il suo compito, anzi la sua condizione di esistenza. Peggio: non troverà da inviare a Mosca – non giudici, ma giustizieri; non militanti, ma biechi caporalacci – che la schiuma, purtroppo annidatasi nei Partiti «nazionali» e infine venuta a galla, del socialdemocratismo, del menscevismo e del centrismo, i Cachin, i Semard, gli Smeral, i Thälmann, i Martynov, nomi dietro i quali (per questo e solo per questo li ricordiamo) si celavano forze sociali e tradizioni politiche ben precise. E fu vano che, proprio in quegli anni, lottassero da eroi i proletari cinesi da un lato, i minatori britannici dall’altro, perché la loro avanguardia, la loro guida, il loro partito, erano stati sommersi appunto da quella schiuma. In questo terribile «vuoto storico» è la spiegazione (a sua volta da spiegare, tuttavia) della sconfitta: in esso ha radice anche il dramma umano, a cui soltanto Trotzki sfuggì, di una «vecchia guardia» infine prostatasi ai piedi della legge del più forte cinicamente celebrante le sue orge d’infamia sui cadaveri, morti o viventi ancora, di coloro che alla causa del comunismo avevano dato il meglio di se stessi.
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Spiegare con un solo fattore la spaventosa disgregazione del movimento internazionale comunista in quello svolto cruciale sarebbe puerile e, soprattutto, antimarxista: ma sarebbe puerile e, peggio, disfattista metterla tutta sul conto dei cosiddetti «fattori oggettivi», versione moderna del «fato» e della rassegnata accettazione di esso, e non isolarne – come fonte di insegnamenti decisivi – quel fattore «soggettivo» che è il Partito e, in specie, il Partito mondiale, l’Internazionale comunista. (Abbiamo messo fra parentesi i due soggettivi perché si capisca che per noi, per il marxismo, non c’è fattore soggettivo che non agisca nella storia, – in quanto fattore non individuale, – come fattore oggettivo, come forza materiale). Ora, su questo piano noi della Sinistra comunista abbiamo il diritto di trarre dallo sfacelo del 1926, matrice della più spaventosa controrivoluzione di cui la classe proletaria sia mai stata vittima, non una lezione postuma, ma la conferma di una prognosi fatta sin dal 1920, e di consegnare questa conferma alla rivoluzione proletaria futura come un insegnamento valido per tutti i paesi e per tutte le contingenze. Il bolscevismo era cresciuto in tutta la sua statura, quella statura in forza della quale poté a buon diritto «tenere scuola» ai comunisti di Occidente, attraverso una costante lotta in difesa del rigore teorico del movimento e della capacità di trasfonderlo nell’intera continuità della sua azione, non esitando a rompere irrevocabilmente i ponti non solo col revisionismo di destra, ma col più pernicioso revisionismo di centro, individuati nelle loro origini sociali e politiche e nell’inevitabilità del loro schierarsi sull’altra barricata della lotta di classe proletaria. Era stato questo il senso della differenziazione della Sinistra di Zimmerwald della maggioranza, per generosa che fosse; era stato questo il senso delle Tesi di aprile e del colpo di barra del Partito; era stata questa la forza dell’Ottobre, della liquidazione dell’ultima «ipotesi» di alleanza con partiti e gruppi diversi, della dittatura e del terrore rosso nella guerra civile; era stato questo il suo insegnamento ai comunisti e ai proletari rivoluzionari del mondo intero: nella sua mancata osservazione era stata individuata la radice della débâcle ungherese, prima grande lezione «negativa» del dopoguerra; la sua rigida osservanza era stata posta alla base delle 21 condizioni di adesione all’Internazionale di Mosca.
Ma questa lezione andò smarrita quando i bolscevichi persero di vista il fatto che essa era ancora più valida nell’Occidente di capitalismo stramaturo e di democrazia incancrenita in un secolo di esperienza di governo, di quanto non fosse stata in Russia; in quell’Occidente in cui, come amò ripetere cento volte Lenin, la rivoluzione sarebbe stata tanto più difficile da cominciare, proprio in forza di quelle condizioni politiche, quanto più sarebbe stata facile da condurre a termine in forza della maturità delle condizioni economiche e sociali. Il rigore teorico e organizzativo, il coraggio «settario» della scissione organica dagli elementi spuri anche se mascherati di massimalismo, la consapevolezza dell’irrevocabilità dei confini tracciati dalla storia fra il comunismo e tutte le varianti dell’opportunismo, a cominciare dal centrismo, avrebbero dovuto essere trasferiti, portandoli alla massima potenza, nell’organizzazione politica mondiale del proletariato rivoluzionario. Così non fu. Al II Congresso Internazionale, la Sinistra «italiana» denunziò il pericolo che, attraverso le maglie non abbastanza strette delle condizioni di ammissione (là dove, per esempio, si ingiungeva ai vecchi partiti che, pur avendo aderito alla III Internazionale, avevano conservato il loro programma socialdemocratico, di modificarlo e di elaborarne «uno nuovo, corrispondente alle particolari condizioni del loro paese e nel senso dei deliberati dell’Internazionale comunista»), l’opportunismo «cacciato dalla porta rientrasse dalla finestra»; lamentò che non si fosse partiti da una chiara e univoca definizione delle basi teoriche e programmatiche del movimento internazionale per dedurne nel contempo le necessarie e obbligatorie norme tattiche; si richiamò a una lunga esperienza degli effetti dissolventi della prassi democratica e parlamentare nei partiti occidentali nell’invocare, contro la tesi del «parlamentarismo rivoluzionario»; quella dell’astensionismo (ben delimitandolo da qualunque interpretazione non-marxista, anarchica, sindacalista o altro); propugnò delle scissioni il più possibile a sinistra, non per lusso teorico o per «odio di parte», ma per motivi schiettamente pratici e, semmai, per odio di classe, e chiese per l’adesione al Partito comunista di ogni paese (ma avrebbe preferito che esistesse un Partito mondiale, unico, unico nel programma, nella dottrina, nella definizione delle eventualità tattiche, nell’organizzazione) fosse individuale, mai di gruppo. Non esitò a denunziare fin d’allora il pericolo di un’involuzione di destra.
Si preferì dai bolscevichi (ma anche in questo dove fu l’apporto mondiale in difesa della stessa tradizione bolscevica, – se occorre in polemica con Mosca?) un metodo «elastico», transigente, «facile», confidando (come Lenin e Trotzki) nella fiamma rigeneratrice della rivoluzione attesa a breve scadenza, nella fermezza (come Lenin e Trotzki) di una direzione internazionale ancorata in una lunga tradizione di rigore teorico e pratico, poi, sciaguratamente (Lenin morto, Trotzki ridotto al silenzio), nell’autoimmunizzazione del «Partito-guida» contro ogni veleno opportunista. Si credette – in piena onestà di intenzioni, ma questa è un’altra storia – di raggiungere più presto, per la via «più breve», un risultato più sostanzioso, sfumando quei confini che dovevano, per i militanti ma soprattutto per la grande massa dei proletari, essere netti e definitivi, varando – sempre contro la nostra solitaria opposizione al IV e V Congresso e ai vari Esecutivi Allargati – la tattica del «fronte unico politico», favorendo le fusioni organizzative e il noyautage con frammenti di partiti o con partiti quasi completi di centro addolcendo la formula distintiva della dittatura proletaria nell’equivoca insegna del «governo operaio», poi «operaio e contadino», prescrivendo l’obiettivo della «conquista della maggioranza della classe operaia» – che per Lenin significava «conquista della massima influenza possibile», ed era giusto, ma diventerà per gli epigoni l’ideale della maggioranza numerica e il criterio di giudizio sull’«efficienza» rivoluzionaria dei Partiti. Non si capì, o si smise di capire contro la miglior tradizione bolscevica, che il Partito è sì fattore di storia, ma anche prodotto della storia, e che la tattica usata non è un mezzo neutro, ma una forza reale che reagisce su chi la impiega, e mette in moto forze obiettive che, a seconda della direzione in cui essa punta, possono tagliare la strada alla vittoria, invece di spianarla. Si dimenticò che la parola d’ordine lanciata diviene, per il fatto solo di essere lanciata, un fatto obiettivo che condiziona lo stesso Partito contro ogni intenzione di chi se ne fa banditore, e che, per quanto abile, l’apprendista-stregone è condannato a non poter più dominare i demoni – giacché erano tali – da esso scatenati.
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La storia dell’Internazionale Comunista è la storia della reazione logorante e infine distruttiva dello «strumento-tattica» e dello «strumento-organizzazione» abbandonato a se stesso, non saldamente ancorato ai principi, sulla mano che lo usa. Attraverso le smagliature prima organizzative, poi tattiche, infine – PER NECESSITA’ INESORABILE, qui il punto – programmatiche e dottrinali, l’opportunismo «cacciato dalla porta» RITORNO’ «dalla finestra» – quella, magari, della «bolscevizzazione» … per decreto. Noi non abbiamo mai preteso di offrire all’Internazionale, battendoci contro questi successivi sdrucciolanti, una ricetta infallibile per vincere: proponevamo una terapia preventiva che difendesse, nel grado più alto concesso dalla storia, il Partito, piccolo o grande che fosse, dall’inquinamento socialdemocratico, che gli conservasse in tutte le vicissitudini necessariamente alterne della lotta fra le classi il suo volto – che significa la sua capacità di orientare in un certo senso e solo in quella le masse proletarie –, che sbarrasse automaticamente la porta ai transfughi del revisionismo, al loro bagaglio ideologico e alla loro conseguente azione pratica, che facesse dell’Internazionale non formalmente ma realmente il Partito mondiale unico della rivoluzione; che, infine, la predisponesse se occorreva, nella sconfitta contro la quale nulla e nessuno può garantirci a priori, a salvare le CONDIZIONI DELLA RIPRESA invece di PERDERE TUTTO.
Tutto invece si perse. Nel ’26-’27 l’Opposizione si trovò sola contro il nemico che essa aveva, certo inconsapevolmente, contribuito ad allevarsi in seno; fu prigioniera delle forze contro le quali non si era creduto di dover elevare un argine effettivo di protezione e di difesa; lottò, entro il Partito, contro i peggiori sgherri del conformismo riformista che mai avrebbero dovuto potervi entrare. Non ebbe alle spalle un movimento comunista mondiale capace di INSORGERE come un sol uomo contro il rinnegamento di tutti i suoi principi perché NON ERA PIU’ un uomo solo: peggio, non era più se stesso. Fu grande da parte di Trotzki rivendicare l’internazionalismo contro quella che egli chiamò la «dottrina di Monroe» divenuta la bandiera dell’Internazionale di Stalin e, ahimé, di Bucharin; fu grande da parte di Zinoviev al VII esecutivo allargato prepararsi la tomba con la dimostrazione che il «socialismo in un solo paese» è la NEGAZIONE di tutto il marxismo (quindi anche del cosiddetto «leninismo»). Ma non bastava; la piramide delle tattiche e dei metodi organizzativi «elastici» doveva essere CAPOVOLTA, ed ERA TROPPO TARDI PER FARLO. Né essi lo potevano.
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La questione, per noi che, nell’ombra di una controrivoluzione di cui non riusciamo ancora a vedere se non lo spiraglio della fine, guardiamo al passato per ritrovare la strada dell’avvenire, anche questo è uno degli insegnamenti di Ottobre. Le cose non sono potute andare diversamente: ma il passato contiene per noi – sotto forma di lezioni storiche – le armi che sole possono – nei limiti in cui è risolutivo il fattore «soggettivo» del Partito – evitare alla sola classe alla quale l’avvenire sia affidato di «ripetere i propri errori, le proprie oscillazioni, le proprie incertezze», seguendo una strada unica che può essere seminata di insuccessi e anche di sconfitte, ma su cui non sarà mai più permesso che il caduto – se deve cadere – non risorga e, risorto, non debba come oggi RICOMINCIARE DA CAPO.
La controrivoluzione ha potuto schiacciare Ottobre, ma non ha potuto né può impedire al capitalismo di accumulare il materiale esplosivo di una nuova e più potente rinascita, di cui ha gettato e getta continuamente le basi facendo dei «particolarismi nazionali», dei quali lo stalinismo si nutrì la fragile e illusoria sovrastruttura di un un mondo sempre più uno, e ponendo all’ordine del giorno nei gangli vitali di questo mondo – e di riflesso nelle sue ramificazioni periferiche e «sottosviluppate», – il problema dell’unica rivoluzione proletaria. È su questa base materiale, armato degli insegnamenti che Ottobre ha lasciato nella vittoria come nella sconfitta, della conferma che il ’26 ha fornito dell’intatta e invariabile integralità del marxismo, del bilancio che ha tragicamente avvalorato le nostre tesi tattiche e la nostra visione delle questioni di organizzazione, è su questa base granitica che il Partito rivoluzionario di classe rinascerà alla scala mondiale, unico nel programma, nella dottrina, nel bagaglio delle risorse tattiche, nella struttura organizzativa, e lancerà alla classe avversa e al seguito delle sue sottoclassi la sfida suprema: O il combattimento o la morte!