Partito Comunista Internazionale

Stato Proletario e organismi di classe

Categorie: Lenin, Party Doctrine, Russian Revolution

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Se è estranea alla concezione comunista la conquista del potere per via democratica parlamentare e ogni forma di ministerialismo opportunista e socialdemocratico, tanto più aberrante e controrivoluzionaria si configura ogni illusione anarcosindacalista o autogestionaria che fa capo alla “democrazia proletaria”, al “governo dei produttori”, di cui l’ordinovismo fu l’elaborazione teorica più tipica ed emblematica.

Citiamo dal nostro testo fondamentale Partito e classe a proposito di Dittatura proletaria e partito di classe:

     «La nozione marxista di sostituzione dei corpi parlamentari con organi di lavoro non ci riconduce neppure ad una “democrazia economica” che adatti gli organi dello Stato ai luoghi di lavoro, alle unità produttive o commerciali ecc., eliminando da ogni funzione rappresentativa i padroni sopravvissuti e gli individui economici che ancora dispongono di una proprietà.
     «La soppressione del padrone e del proprietario non definisce che la metà del socialismo; l’altra metà, e la più espressiva, consiste nell’eliminazione dell’anarchia economica capitalistica (Marx).
     «Quando la nuova organizzazione socialista sorgerà e ingrandirà, il partito e lo Stato rivoluzionario essendo in primo piano, non si limiterà a colpire soltanto i padroni ed i loro contromastri di un tempo, ma soprattutto si ridistribuiranno in modo affatto originale e nuovo i compiti e gli oneri sociali degli individui.
     «La rete di imprese e di servizi, così come sarà ereditata dall’ambiente capitalista, non potrà quindi essere posta a base di un apparato di cosiddetta “sovranità” di delegazione di poteri nello Stato e fino ai suoi organi centrali.
     «È appunto la presenza di uno Stato uniclassista, e del partito solidamente e qualitativamente unitario e omogeneo, ad offrire il massimo di condizioni favorevoli al riordinamento della macchina sociale, guidato il meno possibile dalla pressione degli interessi limitati dei piccoli gruppi ed il più possibile dai dati generali e dal loro studio scientifico applicato al benessere collettivo.
     «I cambiamenti dell’ingranaggio produttivo saranno enormi, basti pensare al programma di reversione dei rapporti tra città e campagna sul quale Marx ed Engels hanno tanto insistito e che è in perfetta antitesi con la tendenza attuale in tutti i paesi conosciuti.
     «La rete aderente ai luoghi di lavoro è dunque una espressione insufficiente che ricalca le antiche posizioni proudhoniane e lassalliane che il marxismo si è gettato da molto tempo alle spalle».

Se questo è il programma comunista riferito alla fase di dittatura proletaria, a maggiore ragione false e assolutamente nemiche sono le prefigurazioni di economicismo e di “democrazia operaia” che pullulano in piena fase di potere borghese, democratico o autoritario non importa.

Eppure, partendo dalla lettura riduttiva e fuorviante della teoria marxista che, prendendo le mosse dalla struttura economica, interpreta gli antagonismi sociali e politici come il prodotto delle contraddizioni economiche di fondo tra nullatenenti e proprietari degli strumenti di produzione, queste deviazioni piccolo-borghesi attecchiscono nella fase di crisi generale del modo di produzione capitalistico: dopo le illusioni di prendere la scorciatoia per la conquista del potere politico a base di “potere operaio”, di “immaginazione al potere” e simili slogan, oggi è lo Stato borghesé stesso a chiamare i proletari alla “partecipazione”, a condividere oneri e sacrifici, “necessari” per il superamento delle difficoltà.

Per questo i comunisti si trovano a ribadire i punti cardinali della dottrina marxista, che esclude tassativamente facili vie traverse che eludono la questione dello Stato, del suo abbattimento con la violenza di classe, la sua sostituzione con la dittatura proletaria sotto la guida del Partito Comunista.

Mai come nelle fasi di marasma economico e politico, quando la borghesia pretende di “pianificare” e di “programmare”, emerge la natura anarchica dell’economia capitalista; allora congeniali appaiono le formule anarcoidi e democratoidi di apportare “correttivi”, attraverso la collaborazione dei raggruppamenti politici, pseudo-partiti e partiti opportunisti, all’interno della logica del capitale.

I marxisti rivoluzionari hanno sempre respinto l’idea di attribuire alla “tirannide intrinseca del macchinismo e dell’industrialismo” le nequizie della società borghese, ne hanno anzi preso risolutamente atto per cogliere in esse la violenza dei reali rapporti sociali; per questo mai si sono confusi con formazioni politiche, anche richiamantesi al movimento operaio, che hanno creduto di apportare miglioramenti a questa tirannide sia con la semplice istintiva opposizione all’introduzione delle macchine (luddismo), sia proponendo “umanizzazioni” più o meno ambigue del lavoro di fabbrica:

     «L’autòmato meccanico d’una grande fabbrica è molto più tiranno di quanto lo siano i piccoli capitalisti che impiegano operai. Se l’uomo con la scienza e il genio inventivo sottomise le forze della natura, queste si vendicano su di lui sottomettendolo, nel mentre ch’egli le impiega, ad un vero dispotismo indipendente da ogni organizzazione sociale. Volere abolire l’autorità della grande industria – concludeva Engels – è voler abolire l’industria stessa, distruggere la filatura a vapore per ritornare alla conocchia».

Per questo, di fronte all’orgia di promesse anche recenti che hanno inneggiato ad “un nuovo modello di sviluppo”, ad un “nuovo modo di produrre in fabbrica”, a “isole produttive” più o meno felici, abbiamo sempre opposto la necessità e la durezza del nostro programma politico.

Stabilito quindi che è destinata al fallimento ogni pretesa di vincere ad un tempo anarchia e tirannide della produzione capitalistica attraverso l’aderenza piatta alle condizioni reali della vita economica, ai luoghi di lavoro ed ai problemi che contingentemente emergono, il partito comunista si è storicamente preoccupato di legare in un unico e organico piano politico la necessità di resistere e di opporsi alla pressione del capitale nella vita di tutti i giorni con compiti storici che travalicano le generazioni e le situazioni e si identificano nella lotta politica per il comunismo, attraverso l’individuazione di passaggi obbligati e ineludibili che vi portano, cioè la presa del potere politico, l’affermazione dello Stato proletario, l’esercizio della dittatura di classe fino al socialismo superiore.

Questi passaggi obbligati non sono il prodotto inventato dell’autoritarismo dei marxisti, come si sono sempre lamentati gli anarchici ed i democratici, ma necessità scritte in caratteri inequivocabili dalla esperienza del movimento operaio.

Come sarebbe illusorio vincere la tirannide del regime produttivo della grande industria attraverso il ritorno alla conocchia, così è tanto più illusorio teorizzare la transizione al socialismo attraverso la conocchia della democrazia proletaria, dell’adesione “democratica” al socialismo, attraverso la conta delle teste o la presa di coscienza individuale o di gruppo.

Ma come legare, nell’organizzazione della classe operaia, il doppio problema di resistere e contrattaccare di fronte alla pressione del regime di fabbrica e del regime politico borghese? Questo è il problema che si la Associazione Internazionale degli operai si pose fin dal Primo Congresso a Ginevra, nel 1866. Lenin scrisse:

     «Quando si costituì l’Associazione Internazionale dei Lavoratori venne sollevata la questione della importanza dei sindacati operai e della lotta economica. La risoluzione di quel congresso indicava esattamente l’importanza della lotta economica, mettendo in guardia i socialisti e gli operai, da una parte contro l’esagerazione (che si notava allora tra gli operai inglesi) e dall’altra contro la sottovalutazione (che si riscontrava tra i francesi e i tedeschi, specialmente tra i lassalliani) dell’importanza di questa lotta. La risoluzione riconosceva che i sindacati operai sono un fenomeno non solo normale, ma necessario in regime capitalistico; si sottolineava la loro grandissima importanza per l’organizzazione della classe operaia nella sua lotta quotidiana contro il capitale e per l’abolizione del lavoro salariato. Essa riconosceva che i sindacati operai non devono occuparsi esclusivamente della “lotta immediata contro il capitale” e tenersi lontani dal movimento politico e sociale generale della classe operaia; i loro scopi non devono essere ristretti, ma tendere all’emancipazione generale di milioni e milioni di lavoratori oppressi (…) Una lotta di classe unica deve necessariamente unire la lotta politica e la lotta economica, la socialdemocrazia internazionale ce l’ha ormai nel sangue».

Contro l’atteggiamento degli “economicisti”, niente affatto chiaro ed uniforme, Lenin sosteneva che: 1) il partito doveva certamente basare la sua attività, tra l’altro, sugli interessi economici immediati degli operai; 2) che quegli interessi costituivano la base assolutamente insufficiente per la politica del partito nel suo complesso:

     «Per il socialista la lotta economica serve come base per organizzare gli operai in un partito rivoluzionario, per unificare e sviluppare la loro lotta di classe contro tutto l’ordinamento capitalistico.
     «Se si concepisce invece la lotta economica come fine a se stessa, in essa non c’è nulla di socialista e l’esperienza di tutti i paesi europei ci mostra numerosi esempi di sindacati non solo socialisti, ma anche antisocialisti.
     «È compito del politico borghese quello di “contribuire” alla lotta economica del proletariato (questo era ciò che volevano gli “economicisti”); compito del socialista è di contribuire a fondere indissolubilmente la lotta economica e la lotta politica, sì da ottenere una lotta di classe unitaria delle masse operaie socialiste».

I rapporti reciproci tra organizzazioni economiche di classe e partito sono dunque nettamente chiari alla tradizione di sinistra del marxismo da sempre.

È compito specifico del partito di classe unificare il proletariato in vista della realizzazione del suo interesse collettivo e permanente: rovesciare il capitalismo e instaurare il socialismo. A questo obiettivo il partito deve subordinare gli interessi settoriali e transitori della classe operaia. È connaturale invece alle organizzazioni economiche la funzione di dedicare le proprie energie alla realizzazione di vantaggi settoriali e transitori.

L’altra nozione che il marxismo rivoluzionario non ha mai dimenticato di chiarire a sé stesso e di ribadire in ogni occasione è quella di riconoscere che il rapporto tra partito e classe assume caratteristiche di discontinuità secondo il tenore e la tensione delle contraddizioni di fondo del regime borghese. In periodo di reazione o di lento sviluppo sociale il partito si può trovare in condizione di isolamento rispetto alla classe operaia. Ma nel processo della rivoluzione esso dovrà assumere la direzione effettiva delle più larghe masse del popolo lavoratore. Per questo il partito di classe si costituisce in una organizzazione distinta dalle organizzazioni economiche di vario genere, essendo suo compito primordiale quello di non cedere allo sconforto nelle condizioni sfavorevoli e di saper preservare nella sua funzione in vista dell’immancabile ripresa favorevole al movimento di classe.

Nel corso storico che va dalla Prima alla Seconda alla Terza Internazionale le correnti di sinistra del marxismo, certamente non in modo astratto ma nella lotta politica contro il regime borghese, sono culminate nella costituzione del partito unico e mondiale ed hanno concluso in modo inequivocabile e definitivo che il partito comunista governerà da solo e non abbandonerà il potere senza combattere materialmente. Questa dichiarazione coraggiosa di non credere all’inganno delle cifre (democrazia operaia e formule similari) e di non farne uso, aiuterà a lottare contro la degenerazione controrivoluzionaria.

Nello stesso tempo veniva acquistata la nozione secondo la quale:

     «I sindacati si svuoteranno della loro ragione d’essere nello stadio superiore del comunismo, non mercantile, non monetario, non uni-nazionale, stadio che vedrà d’altronde la morte dello Stato. Il partito come organizzazione di combattimento sarà necessario finché esisteranno nel mondo resti di capitalismo. Potrà, inoltre, aver sempre il compito di depositario e propulsore della dottrina sociale, visione generale dello sviluppo dei rapporti tra la società umana e la natura materiale».

Queste definizioni non sono il risultato di alcun tipo di apriorismo, ma il condensato teorico di esperienze brucianti ed appassionate che il partito ha fatto nel vivo della sua lotta per il socialismo.

Esempio emblematico ne è la grande opera del partito bolscevico prima e dopo la presa del potere in Russia. Il grande dibattito che si sviluppò nello Stato dei Soviet su tutti i temi che la presa del potere aveva posto ci offre un punto di riferimento che non si esaurisce nella contingenza di quella concorrenza di eventi, ma è valido dialetticamente per tutta un’epoca storica, fino all’affermazione del comunismo mondiale.

La pratica difficile della dittatura proletaria comportava non una semplice enunciazione dottrinaria delle nozioni fondamentali sui rapporti tra partito, Stato sovietico e classe nella lotta politica contro le forze nemiche della controrivoluzione russa e internazionale, ma l’applicazione corretta e tempestiva di tutte le misure, gli accorgimenti e le capacità per volgere gli eventi nella direzione favorevole al socialismo.

I bolscevichi, restauratori con Lenin di tutta la tradizione marxista, non erano certo nuovi alle tesi fondamentali sul rapporto tra il partito, lo Stato e la classe, eppure essi stessi, e con quale livello di intelligenza e stile interno di vita partitica, dovettero cimentarsi a viso aperto con la pratica, come sempre spinosa.

Il grande dibattito sui sindacati dimostrò come la teoria rivoluzionaria, potente e necessaria guidaper l’azione, può essere in ogni circostanza dispersa se non sono saldamente e vitalmente presenti alcune condizioni basilari: 1) un partito forte e disciplinato; 2) una direzione organica ferma sulle basi di principio e di tattica; 3) un tenore di regole interne fondate sull’adesione senza riserve alla causa comunista, che nessun rispetto formalistico di statuti può salvaguardare né provocare.

Anche nel grande dibattito sulla funzione dei sindacati in rapporto ai compiti dello Stato dei Soviet, alla produzione, alla grande impresa del gettare le basi del socialismo non mancarono attriti e franche lavate di capo, ma mai furono l’occasione per interventi di esclusione o manifestazioni di terrorismo ideologico.

A dimostrazione che, nella pratica della lotta di classe, i problemi che il partito ha affrontato nella sua storia non si ripetono mai in modo piatto e meccanico, sta tutta la grande opera di chiarificazione e di restaurazione svolta da Lenin e compagni fin dai primi del Novecento. Non è sufficiente sapere – e già non è poca cosa, in un’epoca storica come la nostra, dopo il buio di oltre 50 anni di controrivoluzione – che non è da confondere l’organizzazione politica del proletariato con altre organizzazioni sue proprie, di diverso tenore e contenuto: il problema è sapere riconoscere nella lotta concreta, nelle condizioni reali di questa lotta stessa, le forze in campo, la loro natura, la loro dinamica.

Le discontinuità proprie del modo di produzione capitalistico comportano un diverso modo di presentarsi delle forze sociali, dei loro rapporti reciproci, del loro antagonismo e portata delle loro contraddizioni. Ma la diversità delle opposizioni storiche e delle aree geopolitiche non può mettere in discussione la gerarchia e l’autorità delle distinte organizzazioni della classe:

     «La socialdemocrazia rivoluzionaria ha sempre compreso e continua a comprendere nella propria azione la lotta per le riforme, ma approfitta della agitazione “economica” non soltanto per presentare al governo rivendicazioni di ogni genere, ma anche (e innanzi tutto) per rivendicare la soppressione del regime autocratico (…) Insomma essa subordina la lotta per le riforme alla lotta rivoluzionaria per la libertà e il socialismo, come la parte è subordinata al tutto» (Lenin).

Questa “subordinazione”, traduzione nella pratica dei corretti princìpi, pur non essendo mai agevole, ed avendo anzi comportato diversità di interpretazione e obiettive difficoltà di applicazione, non ha mai impedito ai comunisti di ribadire l’ordine tra le diverse organizzazioni operaie. Una risoluzione del comitato centrale bolscevico, approvata poco prima della Rivoluzione d’Ottobre, fissava il seguente schema per il “controllo operaio”, da non assimilarsi mai ai “comitati misti di produzione” inglesi:

     «Per realizzare questo controllo è necessario:
     «1) che in tutte le maggiori aziende sia garantita agli operai una maggioranza non inferiore ai ¾ di tutti i voti. È tuttavia obbligatorio far partecipare al controllo gli industriali che non hanno abbandonato l’attività e i quadri tecnici e scientifici;
     «2) che i comitati di fabbrica, i consigli centrali e locali dei delegati degli operai, contadini e soldati, e i sindacati ottengano il diritto di partecipare al controllo di tutti i registri contabili, siano loro accessibili i conti bancari e sia loro obbligatoriamente fornita tutta la documentazione;
     «3) che i rappresentanti di tutti i principali partiti democratici e socialisti abbiano gli stessi diritti».

Nel campo economico dunque la piramide, partendo dal basso, è questa: comitato di fabbrica, nel quale si costituisce la frazione comunista, sindacati, soviet, partito.

Alcune settimane dopo l’insurrezione i Comitati di fabbrica fecero il tentativo di dar vita ad una propria organizzazione nazionale che assicurasse loro virtualmente la dittatura sull’economia. I bolscevichi fecero appello ai Sindacati perché rendessero un servizio al nascente Stato sovietico e sottomettessero alla loro disciplina i Comitati di fabbrica. I Sindacati intervennero con fermezza contro i tentativi dei Comitati di fabbrica chiedendo la loro totale subordinazione. Il problema era impedire azioni locali o non coordinate a scala nazionale.

Evidenti erano tra i bolscevichi e le correnti anarchiche i diversi modi di intendere la funzione dei comitati di fabbrica e dei sindacati. I primi si preoccupavano costantemente di legare le azioni locali in una organizzazione generale, i secondi, come sempre nella loro storia, temevano lo snaturamento delle esperienze di lotta locali quando sottomesse ad organizzazioni “burocratiche” o generali. Un oratore anarchico intervenendo alla Prima Conferenza pan-russa dei Comitati di Fabbrica nel gennaio 1918 sostenne:

     «I sindacati vogliono divorare i comitati di fabbrica. Non esiste malcontento popolare verso i comitati di fabbrica, esiste malcontento verso i sindacati. Il comitato di fabbrica è più vicino a loro. Gli anarchici pensano che essi debbono svilupparsi e costituire le cellule della futura società. Saranno essi, e non lo Stato, ad amministrare».

Ma il problema che doveva essere impostato e dibattuto al Primo Congresso dei Sindacati consisteva in questo: se i sindacati si dovessero sottomettere al governo sovietico oppure restare organi indipendenti della lotta economica di classe.

La risposta del comunista Tomskj fu questa:

     «Già prima della rivoluzione d’Ottobre la situazione generale dell’industria aveva costretto i sindacati a rinunciare all’azione di sciopero (…) Ora che il proletariato ha assunto la guida politica ed economica del paese e allontanato la borghesia dalla gestione dell’industria, la lotta dei lavoratori per il miglioramento delle loro condizioni deve naturalmente assumere nuove forme, le forme di un’azione organizzata attraverso i sindacati e attraverso altri strumenti d’intervento nella politica economica della classe operaia nel suo insieme. Gli interessi settoriali di gruppi di lavoro devono essere subordinati agli interessi dell’intera classe».

I menscevichi sostennero l’indipendenza dei sindacati; così la espose Mojskj:

     «Sebbene altre opinioni siano oggi diffuse tra molti lavoratori, noi pensiamo ancora che la nostra rivoluzione rimane, come usavamo dire, una rivoluzione borghese, ed i sindacati debbono di conseguenza continuare ad adempiere i loro normali compiti (…) Io credo che il capitalismo sfortunatamente si riaffermerà molto presto in tutta la sua potenza. Penso perciò che se il capitalismo resta integro, i compiti che spettano ai sindacati sotto il capitalismo restano parimenti in vigore».

È evidente che la diversità di giudizio tra i bolscevichi e i menscevichi sulla questione dei sindacati partiva da un presupposto politico: che tipo di rivoluzione era stata compiuta, di fronte a quale potere siamo, che tipo di Stato era quello sovietico? Da ciò emerge ancora una volta la giusta posizione comunista, secondo la quale in mancanza dalla capacità dell’organo partito di interpretare le questioni generali è senza senso ogni giudizio sulle questioni particolari.

Sappiamo come il pessimismo dei menscevichi sul potere sovietico e il loro meccanicismo nel valutare gli eventi sono stati presi in prestito dall’opportunismo odierno per considerare l’azione dei bolscevichi forzature velleitarie e destinate al fallimento. Le conclusioni più o meno ambigue sulla natura dell’attuale realtà russa, la negazione dell’esistenza del socialismo, non ha niente a che fare con l’analisi del nostro partito di quella complessa dialettica storica.

Ma indirettamente mette in rilievo la nostra tesi di sempre: anche gli avversari del socialismo non possono pretendere di dare giudizi politici particolari senza affermare la superiorità della teoria. Gli stessi anarchici che, oggi come sempre, si ergono a difensori della base operaia, della gestione diretta delle lotte e della democrazia proletaria contro i vertici sindacali o partitici, non possono giustificare i loro giudizi se non partendo dalla loro angusta teoria politica, individualistica ed incapace di riconoscere né la natura dell’autoritarismo di fabbrica, né dell’autoritarismo sociale.

Dunque i bolscevichi, partendo dalla necessità generale dell’affermazione della dittatura proletaria, non avevano dubbi: i sindacati dovevano essere subordinati al governo sovietico in quanto erano essi stessi parte attiva dell’amministrazione. Zinoviev, a nome del partito, pose al Congresso questa precisa domanda:

     «Vi chiedo, perché e da chi volete la indipendenza? Dal nostro governo? I sindacati hanno già emanato decreti di requisizione e su una quantità di altre materie di primaria importanza, decreti che sono emanati soltanto da una amministrazione statale».

È interesse precipuo del partito attenersi alla esperienza storica concreta di sviluppo del capitalismo nelle diverse aree geografiche e politiche: in particolare la lezione del potere bolscevico in Russia, dall’unica nostra esperienza concreta di misure prese da un potere statale proletario dopo la vittoria. Questo non significa che siano patrimonio significativo del partito mondiale della rivoluzione solo le positive vittorie, si tratta di riconoscere che finalmente siamo di fronte ad azioni ed interventi non soltanto teoricamente previsti, ma alla prova sperimentale, in cui il programma comunista si misura con le forze esterne alla classe, con il grado di sviluppo e con la maturità delle forze proprie della classe.

In linea molto generale noi sosteniamo che il partito rivoluzionario nell’azione economica riconosce che si possono avere, storicamente,

     «le congiunture più svariate nel modificarsi, dissolversi, ricostituirsi di associazioni a tipo sindacale, di tutte quelle associazioni che ci si presentano nei vari paesi, sia collegate alle organizzazioni tradizionali che dichiaravano fondarsi sul metodo della lotta di classe, sia più o meno collegate ai più diversi metodi e indirizzi sociali anche conservatori» (Partito rivoluzionario e azione economica).

Questo significa che nel corso dello sviluppo della lotta di classe le vicende delle organizzazioni di classe a contenuto economico sono state alterne e complesse: l’unico organo che il comunismo rivoluzionario e la Sinistra Comunista hanno rivendicato come non autorizzato ad adottare princìpi e dottrina a seconda delle circostanze e delle contingenze più disparate è il partito.

Le organizzazioni di classe a contenuto economico hanno storicamente rappresentato le diverse forme attraverso le quali il lavoro salariato è stato in grado di opporsi alla pressione del capitale. Nell’analisi di queste concrete forme organizzate è necessario riconoscere i materiali rapporti di forza che si sono determinati nelle diverse congiunture storiche. Le forme di resistenza economica che il proletariato industriale moderno ha opposto al potere politico ed economico borghese risentono soltanto in un secondo tempo dell’impulso del partito di classe: all’inizio sono il prodotto della tendenza istintiva del lavoro salariato ad organizzarsi contro il nemico di classe, che all’inizio impediva in nome delle libertà individuali ogni forma di associazione operaia (legge Dallarde e Le Chapelier durante la rivoluzione francese ad esempio).

Questo dimostra, come noi sosteniamo da sempre, che il partito di classe non nasce dalle organizzazioni economiche del proletariato, ma parallelamente ed all’esterno di esse; ciò comporta la immodificabile nozione secondo la quale, non identificandosi mai il partito con le organizzazioni economiche di classe, non sottostà mai alle iniziative e al movimento di esse, ma si sforza di intervenire attivamente in esse per orientarle, influenzarle e dirigerle, mai per seguirle, nemmeno quando si può avere l’impressione che la classe “per sé” stia realizzando direttamente i suoi compiti.

La difficile esperienza della dittatura proletaria in Russia è stato il primo esempio storico durante il quale i reciproci rapporti tra partito e classe, oltre che naturalmente tra partito e nemici del potere sovietico, si misurarono concretamente sotto l’azione e la guida dispotica del partito rivoluzionario.

Le forme concrete che si confrontavano e che si realizzarono per tradurre in pratica il potere sovietico e i rapporti tra sindacati, soviet e partito non furono di facile e semplice individuazione. Il modulo di questi rapporti non poté essere sciolto che dal partito che, senza la pretesa, specialmente in Lenin, di considerare agevole ciò che è difficile, pote venire a capo dei problemi solo nella riaffermazione delle prospettive del partito e della sua funzione primaria di guidare, definire e risolvere le questioni. Non fu nelle schematiche contrapposizioni o nelle tesi preconcette su sindacati-soviet-partito che il partito riuscì ad affrontare i suoi compiti storici, ma nel riconoscere che, di fronte alla durezza della pratica, solo il provare e riprovare, se necessario mille volte, poteva comportare l’individuazione del giusto modo di affrontare i conflitti e le difficoltà obiettive.

Non era un generico sperimentalismo, sotto la vigorosa guida del partito. Per guida del partito intendiamo l’adesione totale e incondizionata al principio secondo il quale i rivoluzionari di professione non si confondono con interessi di diverse classi, nemmeno con interessi di particolari strati della classe, e per questo non sono portatori di punti di vista politicamente divergenti; il dibattito che si sviluppa sui effettivi problemi non può poggiare sulla lotta politica all’interno delpartito, e la tribuna per esprimere il proprio contributo di scienza e di azione non si conquista con colpi di mano o con forzature degli statuti, ma con l’autorità dell’impegno e della dottrina comune.

Abbiamo dovuto soffermarci su questi problemi generali, abbandonando per un poco la presentazione degli eventi e delle scelte fondamentali dopo la presa del potere in Russia, poiché generalmente la teorica opportunistico-socialdemocratica e poi staliniana ancora oggi si richiamano ai difficili problemi e rapporti che si determinarono tra sindacati, soviet e partito per sostenere la relatività e il soggettivismo, per inneggiare magari al “genio” di Lenin, ma in tutt’altra direzione da quella che noi abbiamo sempre sostenuto, per prostrarsi in adorazione nei confronti della capacità manovriera e machiavellica del primo dei bolscevichi, piuttosto che per riconoscere la sua indefettibile adesione ai princìpi fondamentali del comunismo.

Ci riferiamo ai grandi temi della “statizzazione” o meno dei sindacati, alla militarizzazione o meno del lavoro operaio, alle funzioni da assegnare alle organizzazioni sindacali nell’ambito dello Stato sovietico, grandi temi che comportarono anche asprezze e coraggio di grandi scelte, che dimostrarono tutto l’opposto dello spirito di “democrazia” e di generica libertà d’opinione, come pretendono i democratici dei nostri tempi, così pure tutto l’opposto dello spirito di sopraffazione e di dispotismo a buon mercato, come sostengono i negatori dell’autorità del partito e del programma storico della rivoluzione.
     1. In questa prima fase del potere sovietico, la tesi ufficiale bolscevica era quella che i sindacati dovevano essere subordinati al governo in quanto erano essi stessi parte attiva dell’amministrazione.
     2. Ma questo doveva significare che i sindacati dovevano essere assorbiti dall’amministrazione, che dovevano essere “statizzati”?
     3. I soviet pretendevano che i sindacati si sottoponessero ai loro ordini.
     4. Il consiglio centrale pan-russo dei sindacati contestava questa pretesa e imponeva alle sue sezioni di non sottomettersi ai soviet e di non permettere loro di interferire nella direzione della lotta economica.
     5. Lozovskj replicava alle tesi di Zinoviev sui sindacati “come organi del partito governativo”:

     «I sindacati ci rimetterebbero molto (…) che senso può avere per essi divenire “organi del potere statale”? Ciò avrebbe significherebbe che le decisioni dei sindacati sarebbero realizzate su un piano coercitivo (…) essi perderebbero i loro legami con l’attività delle masse operaie».

La coercizione – continuava Lozovskj – avrebbe preso il posto della solidarietà spontanea di classe. Nel socialismo compiuto la statizzazione sarebbe giustificata, ma la Russia – economicamente ancora del tutto capitalistica – sarebbe diventata socialista soltanto dopo che la rivoluzione si fosse affermata in occidente, e fino ad allora i sindacati non potevano permettersi di essere assorbiti dallo Stato.

La risoluzione del Congresso rifletteva questo contrasto di valutazione, ma respingeva la neutralità politica dei sindacati come “concetto borghese”, perché:

«non c’è e non può esserci neutralità tra il socialismo rivoluzionario ed i suoi nemici».

I sindacati si impegnavano a sostenere il governo su tutti i problemi fondamentali:

«Il centro di gravità del lavoro sindacale deve ora spostarsi alla sfera della organizzazione economica (…) I sindacati dovrebbero assumersi il compito principale nella organizzazione della produzione e nella riattivazione delle sconvolte forze produttive del paese. I loro compiti più urgenti consistono nella partecipazione dinamica a tutti gli organismi centrali che hanno il compito di regolare la produzione, nella organizzazione del controllo operaio, nel reperimento e ridistribuzione della forza lavoro, nella organizzazione dello scambio tra città e campagna, nella più attiva partecipazione alla conversione dell’industria, nella lotta contro il sabotaggio e nell’imporre gli obblighi generali in tema di lavoro e così via».

I bolscevichi ed i comunisti rivoluzionari degli altri paesi, in particolare la Sinistra Comunista, non si nascondevano le difficoltà nella ricerca della pratica attuazione della dittatura proletaria, che allora si esprimeva anche nell’asprezza del dibattito per la definizione della giusta collaborazione dei sindacati alla vita dello Stato proletario.

Per il momento emerse una netta linea di demarcazione nei confronti di ogni forza politica estranea al partito: “non può esserci neutralità tra il socialismo rivoluzionario ed i suoi nemici”. Anche quando il dibattito sulla funzione dei sindacati si farà più caldo e decisivo, in particolare a proposito delle reazioni suscitate dall’opuscolo di Trotski dal titolo Funzioni e compiti dei sindacati, all’interno del partito non fu più messo in discussione quel principio, ma i modi pratici della sua attuazione.

Chi allora, menscevichi in particolare, ma anche anarchici e socialisti rivoluzionari, volle speculare sui contrasti interni al partito bolscevico, e chi oggi si rifà a quelle appassionate contrapposizioni per sostenere il principio della neutralità o autonomia dei sindacati da qualsiasi Stato, sia esso borghese o proletario, sa di attaccarsi ad espedienti, poiché nell’imperialismo, epoca storica di scontro di organizzazioni sempre più complesse, è illusorio, oltre che elusivo, non rispondere sinceramente e spietatamente al quesito: con chi stanno le organizzazioni dei lavoratori, con o contro lo Stato borghese, con o contro lo Stato proletario?

È indispensabile ricordare questo aspetto fondamentale del problema, poiché la pratica attuazione del principio secondo il quale le organizzazioni operaie nell’epoca imperialistica non possono illudersi di chiudersi in una presunta neutralità professionale o corporativa, è diversa e comporta diverse soluzioni a seconda del grado di sviluppo delle forze produttive, del grado di separazione tra i detentori degli strumenti di produzione e i proletari nullatenenti.

Abbiamo scritto nel nostro testo fondamentale Partito rivoluzionario e Azione economica:

«[Nell’epoca più recente] queste radicali modificazioni del rapporto sindacale ovviamente non risalgono solo alla strategia politica delle classi in contrasto e dei loro partiti e governi, ma sono anche in rapporto profondo al mutato carattere della relazione economica che passa fra datore di lavoro e operaio salariato. Nelle prime lotte sindacali, con cui i lavoratori cercavano di opporre al monopolio dei mezzi di produzione quello della forza di lavoro, l’asprezza del contrasto derivava dal fatto che il proletariato, spogliato da tempo di ogni riserva di consumo, non aveva assolutamente altra risorsa che il quotidiano salario, ed ogni lotta contingente lo conduceva ad un conflitto per la vita e per la morte. È indubitabile che mentre la teoria marxista della crescente miseria si conferma per il continuo aumento numerico dei puri proletari e per l’incalzante espropriazione delle ultime riserve di strati sociali proletari e medi, centuplicata da guerre, distruzioni, inflazione monetaria, ecc., e mentre in molti paesi raggiunge cifre enormi la disoccupazione e lo stesso massacro dei proletari, laddove la produzione industriale fiorisce, per gli operai occupati tutta la gamma delle misure riformiste di assistenza e previdenza per il salariato crea un nuovo tipo di riserva economica che rappresenta una piccola garanzia patrimoniale da perdere, in certo senso analoga a quella dell’artigiano e del piccolo contadino; il salariato ha dunque qualche cosa da rischiare, e questo (fenomeno d’altra parte già visto da Marx, Engels e Lenin per le cosiddette aristocrazie operaie) lo rende esitante ed anche opportunista al momento della lotta sindacale e peggio dello sciopero e della rivolta».

Soltanto il partito, che vede i rapporti tra le classi alla scala mondiale, e individua nella lotta tra gli Stati e le nazioni il sottostante antagonismo sociale tra proprietari e salariati, è in grado di proclamare che il teorema della miseria crescente in senso relativo è confermato, contro tutti i partiti opportunisti che a parole professano “l’internazionalismo proletario” ma che in sostanza sono ormai complessivamente chiusi nella logica degli interessi nazionali e affermano il fallimento della teoria marxista in nome delle insospettabili e praticamente “infinite” risorse del capitale.

Ormai è chiaro anche ad essi che le riserve, attraverso le quali nei paesi metropolitani è stata castrata la lotta di classe e sono state conquistate alla fedeltà alla patria le aristocrazie operaie, stanno miseramente scemando: di qui la spietata politica antioperaia che mira a mettere frange della classe in contrasto con altre, la pratica del corporativismo e della concorrenza che impedisce l’effettiva unità sindacale.

Tornando all’esperienza della dittatura sovietica, esclusa la possibilità della neutralità delle organizzazioni sindacali, si trattava di ribadire, come faceva Lozovskj, che la statizzazione sarebbe giustificata nel socialismo compiuto, quando la Russia fosse diventata socialista, solo dopo l’affermazione della rivoluzione in occidente. Ma era tuttavia necessario che la classe operaia, sotto la guida del partito, non si considerasse neutrale in questa fase di transizione, che non si estraniasse dalla lotta per gettare le fondamenta del socialismo in Russia.

La grande dialettica di Lenin avrà ragione della passione e del rigore schematico di Trotski, ricordando come lo Stato sovietico non è completamente operaio, ma operaio e contadino, comportando questo giudizio squisitamente politico una grande determinazione, ma anche una grande cautela nello stabilire le forme di integrazione dei sindacati nella nuova amministrazione.

Per questo al Primo Congresso dei sindacati la loro statizzazione fu presentata in termini generici e condizionali: i sindacati avrebbero dovuto diventare, nel processo della rivoluzione socialista in corso, organi di potere socialista e perciò lavorare in modo coordinato e subordinato agli altri organismi, allo scopo di realizzare nei fatti i nuovi princìpi.

Il Congresso era convinto che per effetto del processo previsto i sindacati si sarebbero trasformati inevitabilmente in organi dello Stato socialista e che per coloro che lavoravano nell’industria la partecipazione ai sindacati fosse un dovere verso lo Stato.

Questo in relazione alle questioni generali. Per quanto riguardava la pratica delle organizzazioni sindacali, cioè il ricorso alla lotta e allo sciopero, una mozione presentata da Tsyperovic, autorevole sindacalista bolscevico, che dava al quesito una risposta affermativa, fu respinta.

In realtà c’è da dire che le funzioni di Stato, come le definì Lenin, attribuite ai sindacati con un decreto del dicembre 1917, consistevano nella gestione di tutti i programmi di assicurazione sociale, e spesso si assisteva alla sovrapposizione tra il Commissariato al Lavoro e i sindacati.

Sebbene la natura dello Stato operaio-contadino non potesse escludere conflitti di interessi tra gli associati alle organizzazioni operaie e le altre forze sociali, nemmeno, pur nella cautela e nella grande capacità dialettica di affrontare la questione, era possibile teorizzare che la funzione primaria del sindacato continuasse ad essere quella tradizionale.

Lo sforzo del partito comunista per influenzare la classe con la giusta politica è un problema costante, ma diventa insolubile quando si sono perdute le nozioni essenziali. L’opera dello Stato sovietico è emblematica a questo riguardo e rimane l’unica esperienza reale di dittatura proletaria che non si limita a esatte impostazioni teoriche, ma si misura nella pratica lotta contro le classi nemiche, avendo nelle proprie mani le leve del potere in forma dispotica.

La borghesia, durante il lungo periodo che intercorre dalla Comune di Parigi del 1871 al 1917, aveva compreso che era inevitabile il porsi della “questione sociale” e appunto per scongiurare la situazione rivoluzionaria in quasi tutti i paesi europei tollerò e legalizzò i sindacati operai, riconoscendo la loro azione e le loro rivendicazioni. Durante questo periodo il lavoro nei sindacati fu elemento principalissimo per la formazione di forti partiti socialisti operai e fu palese che questi potevano determinare grandi movimenti soprattutto col maneggio delle leve sindacali. Il crollo della Seconda Internazionale dimostrò che la borghesia si era procurata influenze decisive su una gran parte della classe operaia attraverso i suoi rapporti e compromessi con i capi sindacali e parlamentari, i quali quasi dappertutto dominavano l’apparato dei partiti.

La peculiare realtà russa, che non conosceva alla stessa maniera occidentale la fitta rete di organizzazioni economiche e sindacali, non per questo può essere considerata estranea alle contraddizioni che angustiano lo sviluppo dell’imperialismo. Nella particolare esperienza che vedeva i bolscevichi battersi nella doppia rivoluzione contro lo zarismo e contro la borghesia nazionale, sicuramente rifulse e si affermò il primato del partito e della lotta cospirativa e insurrezionale con una evidenza ed una necessità ignota ai partiti occidentali. Ma questo non significa affatto, come si tende a sostenere nel campo opportunista, che i comunisti rivoluzionari non si occupassero e non ottenessero il consenso delle masse, degli operai organizzati delle grandi città, da Pietroburgo a Mosca, alla sterminata massa di salariati e contadini senza partito e senza organizzazione economica.

Le aspre difficoltà cui andarono incontro i comunisti russi nel trovare il giusto atteggiamento dopo la presa del potere nei confronti della classe operaia, delle sue organizzazioni e delle grandi masse di sfruttati, provocò discussioni sul modo di intendere la funzione dei sindacati e dei soviet nella struttura del potere sovietico, e non furono certo mere esercitazioni accademiche.

Mai fu messa in discussione la funzione di organo dirigente del partito, per la sua specifica funzione e natura, e questo costituì allora e costituisce per noi oggi un patrimonio di dottrina sul quale non si torna sopra.

Riconosciuto che non era possibile che i sindacati in regime sovietico potessero pretendere totale indipendenza dallo Stato e dal governo, restava da approfondire in quali forme concrete la classe operaia ed il lavoro umano in generale dovessero svolgere l’enorme opera che comporta il gettar le basi del socialismo.

Come abbiamo detto, in questa fase immediatamente successiva alla presa del potere politico la tesi ufficiale bolscevica era che i sindacati dovevano essere subordinati al governo in quanto parte attiva dell’amministrazione. Questo doveva significare statizzazione? In che modo un organismo che contava tre milioni di iscritti poteva essere integrato nella macchina statale? I soviet pretendevano che i sindacati si sottoponessero ai loro ordini. Il Consiglio Centrale pan-russo dei sindacati lo contestava e non permetteva che le sezioni dei soviet interferissero nella direzione della lotta economica.

Erano problemi scottanti da risolvere, in una situazione politica generale delicatissima, quale è quella delle prime prove del potere sovietico, nel fuoco della guerra contro le armate controrivoluzionarie, quando i rapporti tra le classi sono ancora roventi, dal momento che l’instaurazione dello Stato proletario non comporta ipso facto l’eliminazione dei duri contrasti il cui tenore deve essere misurato alla scala generale internazionale.

I soviet erano, realizzavano, il potere sovietico territoriale, che faceva capo al potere centrale e centralizzato. La stessa questione aritmetica della assegnazione dei seggi nel Comitato Centrale dei Soviet, massimo organo legislativo ed esecutivo, provocò discussioni. I comunisti non fanno della democrazia un feticcio, ma la rappresentatività o meno nei soviet delle forze sindacali non è una semplice questione di numeri, è un problema di forze, appunto.

Lozovskj lamentò che per mancanza di quadri il Consiglio Centrale dei Sindacati si trovava spesso nella condizione di non potere accettare l’invito a coprire quei seggi.

Ma sostenne che i sindacati ci avrebbero rimesso molto a divenire “organi del potere governativo”. In ogni caso tutt’altra cosa delle attuali preoccupazioni e vergogne a proposito di “autonomia del sindacato”, in versione opportunistica-socialdemocratica, da tutti invocata a sostanziale difesa dell’economia nazionale, o di “sindacato libero”, tipo situazione polacca, ambigue formule che mascherano l’incapacità e il rifiuto di definire la natura di classe dello Stato e che candidano il movimento operaio ad assumersi il peso dell’economia in crisi.

L’opera del governo dei soviet escludeva ogni passività di fronte al quadro economico determinatosi dopo la presa del potere e nel vivo della lotta politica e militare contro i nemici di classe: la riattivazione del processo produttivo doveva tenere presente il quadro generale della rivoluzione a livello mondiale. Il compito veramente internazionalista consiste da parte di ogni movimento operaio nazionale nel combattere senza esclusione di colpi il proprio nemico interno: non saranno i proletari dell’Europa occidentale a combattere i nemici interni dei bolscevichi, sarà l’unità dei proletari di tutti i paesi a facilitare in ogni congiuntura nazionale la pratica solidarietà con gli operai di tutto il mondo. La favola opportunistica della impossibilità di “esportare la rivoluzione” è un escamotage di chi nega la lotta senza quartiere della classe operaia anche contro il proprio Stato. In realtà l’obbiettivo unico della lotta e il suo sbocco naturale è la rivoluzione mondiale.

La risoluzione del Primo Congresso pan-russo dei Sindacati respingeva quindi la neutralità politica dei sindacati e li impegnava a sostenere il governo su tutti i problemi fondamentali.

A proposito della questione della statizzazione si sosteneva:

«Quando siano sviluppati i sindacati dovrebbero, nel processo della rivoluzione socialista in corso, diventare organi di potere socialista e perciò lavorare in modo coordinato e subordinato agli altri organismi allo scopo di realizzare nei fatti i nuovi princìpi».

Una chiara lezione ai sostenitori attuali della politica al primo posto, non solo dell’area opportunistica classica ma della presunta “area internazionalista” e “rivoluzionaria”, che considera la lotta e la necessità dell’organizzazione della lotta economica come una questione di bassa cucina, indegna dei grandi destini che incombono sui rivoluzionari formato 1980. I bolscevichi, addirittura dopo la presa del potere, non si illusero di affrontare le questioni politiche essenziali fuori dei reali rapporti fra le classi, né di estinguere le grandi e pesanti eredità del dominio autocratico e borghese-capitalistico con semplici decreti. Con la presa del potere politico, secondo la nostra concezione, inizia il vero periodo delle grandi riforme che portano al socialismo e al comunismo.

Per questo, contro le speculazioni degli avversari, le incertezze e le difficoltà obbiettive nella giusta effettuazione dei rapporti tra partito, Stato sovietico e organizzazioni dei lavoratori, senza pretendere di averli risolti a priori, richiesero un alto lavoro di ricerca teorico-pratica in applicazione dei nostri schemi e principi fondamentali.

L’opportunismo socialdemocratico rinfaccia al comunismo rivoluzionario la cosiddetta “sindrome di Kronstadt”, cioè la paura della “democrazia operaia”, che avrebbe portato alla deviazione del burocratismo e dello stalinismo. Tutt’altro: la documentazione storica di quella ampia ricerca della giusta politica nei rapporti tra partito e classe dopo la presa del potere stanno a dimostrare la saldezza dei princìpi e la grande intelligenza dello Stato proletario nel mantenere ferma la rotta verso il comunismo.

La distruzione delle forze produttive determinata dalla guerra imperialistica e dalla guerra di classe imponeva le misure prese dallo Stato proletario per risollevare l’economia in qualche modo, e la coscienza del partito di dover gettare le basi del socialismo si traduceva in piani di ripresa economica che non potranno essere la chiave immediata per il passaggio al socialismo.

Questa la valutazione realistica delle forze sociali presenti allora in Russia, nel magistrale schema di Lenin suddivise in ben cinque scalini: 1. l’economia patriarcale, cioè in parte considerevole economia naturale; 2. la piccola produzione mercantile; 3. il capitalismo privato; 4. il capitalismo di Stato; 5 il socialismo. Le condizioni dell’economia e della società russa presentavano quindi una eccezionale varietà di contraddizioni, tanto che, se “facile” fu la presa del potere, estremamente difficile era nel preventivo della teoria marxista il mantenimento e l’opera dello Stato per il socialismo.

I bolscevichi, dopo la lezione della Comune di Parigi, avevano ben presente la necessità della distruzione completa della macchina statale autocratico-borghese del vecchio Stato russo e dovevano mettere mano all’approntamento, per la prima volta nella storia, di una nuova macchina statale, proletaria, impresa con molti rischi e molte incognite. Di qui i problemi politici e tecnici delle competenze e del migliore modo di dare vita ad organi statali efficienti, capaci di evitare le sovrapposizioni e i conflitti, gli sprechi di energie ed i punti morti.

Col decreto del dicembre 1917, ad esempio, che investì i sindacati della gestione di tutti i programmi di assicurazione sociale, si pose il problema di evitare sovrapposizioni col Commissariato al Lavoro: infatti in un secondo tempo queste questioni passarono al Commissariato stesso. Smidt, capo del Commissariato, nominato su proposta dei sindacati, era egli stesso sindacalista.

La giusta misura del rapporto fra gli intersecantisi piani verticali ed orizzontali poteva essere suggerita solo dalla prova pratica. I sindacati formarono delle “commissioni generali di controllo” per esercitare la supervisione diretta e indiretta sull’industria, attraverso delle commissioni locali elette dai lavoratori nei luoghi di lavoro. Il criterio del governo centralizzato dell’economia non escludeva affatto il controllo locale da parte degli organismi che agivano sulle singole industrie: nello Stato sovietico, se la democrazia non è un feticcio, non lo è neppure la gerarchia, che svolge la funzione della riconduzione all’unità e all’armonia i varie provvedimenti presi nei diversi campi della vita sociale.

Nella guerra civile le “funzioni di Stato” dei sindacati si allargarono. C’è da tener presente che la schematizzazione per tappe dell’azione dello Stato proletario del tipo 1. insurrezione, 2. guerra civile, 3. NEP e simili, ha un valore solo interpretativo ed esclude che le singole fasi siano da considerare astratte dal processo complessivo della rivoluzione comunista. La guerra civile non è una fase estranea ai compiti dello Stato sovietico e alle previsioni della teoria marxista: al contrario le funzioni dei vari organi dello Stato proletario fanno la loro prova cardinale proprio in questo sforzo enorme che è militare e politico, organizzativo e amministrativo, economico e sociale. Come ogni Stato in guerra anche quello sovietico doveva far ricorso a tutte le energie mobilitabili, chiedere il coraggio e l’eroismo dei lavoratori per il cui appoggio e per i cui interessi aveva avuto successo l’insurrezione contro il precedente regime.

Il Secondo Congresso approvò le misure attraverso cui i sindacati erano diventati uffici di reclutamento militare, servizi di rifornimento, organi disciplinari ecc. Tomskj non ebbe esitazione nell’affermare:

«In questo momento, in cui i sindacati determinano i salari e le condizioni di lavoro, in cui dal nostro congresso dipende anche la nomina del Commissario al Lavoro, non possono aversi scioperi nella Russia sovietica».

Lo stesso Lenin parlò di inevitabile statizzazione dei sindacati annunciando la costituzione di un Consiglio Superiore dell’economia nazionale, soprattutto sotto l’impulso dei sindacati, per dirigere l’intera economia della Repubblica dei Soviet:

     «Non basta limitarci a proclamare la dittatura del proletariato (…) La fusione [dei sindacati] con gli organi dello Stato è inevitabile, il trasferimento dell’intera edificazione della grande produzione nelle loro mani è inevitabile».

Bisognava evitare però di effettuarla «in un sol colpo». Non gli sfuggiva sia che lo Stato proletario doveva ancora essere organizzato, ed in questo momento eravamo nella fase dell’approntamento della macchina statale sovietica, sia che lo Stato proletario è destinato ad estinguersi. Dunque la natura dello Stato proletario è quello di essere aperto, non chiuso, come lo Stato di classe della borghesia. Per questo i sindacati non possono essere solo gli organi che disciplinano il lavoro, con gli ordini e la gerarchia, ma che conducono le masse lavoratrici all’arte dell’amministrazione, fino a che qualsiasi operaio, “qualsiasi cuoca”, sappia governare in modo da eliminare la necessità di un apparato speciale di burocrati.

Nel frattempo le necessità della riorganizzazione dell’economia ponevano inevitabili questioni di efficacia e di competenze, specie nel rapporto tra sindacati, Consiglio Superiore dell’economia nazionale e Commissariato al Lavoro. Mentre il Consiglio Superiore riteneva giustamente che i sindacati dovessero essere i coadiutori e collaboratori, molti sindacalisti pensavano che l’effettiva direzione dell’industria fosse una prerogativa del sindacato.

In realtà anche lo Stato sovietico, essendo una macchina, non può rinunciare al principio secondo il quale al centro delle decisioni deve esserci una visione generale dell’economia (di qui il Consiglio Superiore nazionale), capace di curare l’integrazione più completa e organica possibile del lavoro sociale.

Ma, mentre il Consiglio era un organo di recente costituzione, i sindacati avevano una loro tradizione, prima di lotta ed ora di organizzazione costruttiva. Specie quando il Consiglio Superiore si assicurò la collaborazione di un certo numero di specialisti tecnici e amministratori economici del precedente regime, molti sindacalisti, ed è comprensibile, espressero diffidenza e sospetto.

La lucida dialettica di Lenin, e del partito nel suo insieme, aveva previsto ed ora applicava la necessaria distinzione tra Stato proletario, partito e sindacati. Come sostenne Trotski, i rapporti nel partito sono “tra eguali” (noi della Sinistra, che sappiamo cosa “voleva dire” Trotski, diciamo più esattamente “organici”), mentre nell’ambito dello Stato i rapporti sono gerarchici. Nulla vietava dunque, era anzi necessaria l’opera del personale tecnico anche proveniente dal vecchio regime, sotto il controllo politico del governo sovietico.

Il potere proletario può e deve finalmente mettere ordine nei rapporti tra lavoro sociale e ambiente naturale. Nella realtà russa il processo in questa direzione era agli inizi, estremamente arduo tenuto conto dei disastri provocati dalla guerra, dalla rivoluzione armata e considerata la contraddittorietà e il basso tenore dell’economia nel periodo zarista.

Il programma del 1919 del Partito Comunista al suo VIII Congresso nella parte economica stabiliva che:

     «L’apparato organizzativo dell’industria socialista dovrebbe fondarsi in prima istanza sui sindacati. Questi dovrebbero gradualmente superare ogni ristrettezza corporativa e trasformarsi in varie associazioni basate sulla produzione e comprendenti la maggioranza dei lavoratori in ogni branca d’industria».

Partecipando già, secondo le leggi della Repubblica Sovietica e la pratica corrente, a tutti gli organi centrali e locali dell’amministrazione industriale i sindacati avrebbero dovuto proporsi di effettivamente concentrare su di sé tutta l’amministrazione dell’intera economia nazionale. La partecipazione dei sindacati alla gestione economica costituirebbe anche il principale mezzo contro la burocratizzazione dell’apparato economico.

L’indicazione della gradualità e della partecipazione è perfettamente intonata al principio già ricordato secondo il quale solo dopo la presa del potere politico possono veramente aver inizio, nelle condizioni date dei singoli paesi, in raccordo con i processi di socialismo avviati in altre parti del mondo, le riforme capaci di affermare il governo degli uomini sulla natura, secondo un piano generale favorevole alla specie.

Tutt’altra cosa dal richiamo alla gradualità e alla partecipazione che pretende di seguire l’opportunismo nell’ambito ristretto e contraddittorio della anarchia capitalistica e dei tentativi borghesi di porre ordine e freno agli antagonismi di classe.

Si è parlato, a proposito di questo documento, di sdrucciolone “sindacalista” dei capi bolscevichi, cedimento ai sindacati in compenso del lavoro da essi compiuto durante la guerra civile. Invece l’organizzazione della produzione da parte dei lavoratori, fatta salva la guida generale degli organi statali, si inserisce nella tendenza alla estinzione dello Stato sostituito dell’organizzazione sociale.

Poiché però nella concezione marxista e nella tradizione della Sinistra rivoluzionaria non si è mai concesso che le organizzazioni sindacali possano andare oltre una “coscienza tradunionista”, è per noi naturale che nelle decisioni dello Stato proletario all’opera negli anni successivi alla presa del potere, gli organismi economici abbiano dei limiti in rapporto al potere del governo centrale e dei Soviet:

     «Il governo sovietico ha stabilito nel Codice delle Leggi sul Lavoro (…) la partecipazione delle organizzazioni del lavoro alla soluzione dei problemi dell’impiego e delle cessazione del lavoro (…) Ha stabilito salari regolati dallo Stato sulla base di tariffe elaborate dai sindacati e organismi per l’accertamento e la distribuzione della forza lavoro, organi che sono ammessi ai soviet e ai sindacati e che sono tenuti a dare lavoro ai disoccupati».

Nessuna meraviglia dunque, come mostrano gli opportunisti di ieri e di oggi, della superiorità degli organi politici territoriali e centrali dello Stato proletario nelle decisioni fondamentali, comprese quelle riguardanti il campo economico e la politica rivolta alla massima utilizzazione della forza lavoro disponibile. Tanto più in una realtà di doppia rivoluzione: non si insisterà mai abbastanza su questa dialettica necessità della Russia.

Nel punto 8 del programma del partito del 1919 si spingevano i sindacati a convincere i lavoratori della necessità di lavorare con tecnici e specialisti borghesi e imparare da questi, superando lo spirito “ultra-radicale” di sfiducia nei loro confronti. Si aggiungeva che i lavoratori non avrebbero potuto costruire il socialismo senza un periodo di apprendimento presso l’intelligenza borghese. Altro che “estremismo” inconsulto, proprio della tradizione anarco-sindacalista.

L’opera del partito, che ha la nozione storica del suo compito, ha da educare le masse e nulla concedere alla facile demagogia, senza deflettere dal programma. Sarà senza dubbio più facile impostare questi problemi nei paesi a capitalismo strafradicio, dopo la presa del potere, come nell’occidente europeo, poiché lì sarà immediata l’integrazione delle organizzazioni dei puri salariati nella organizzazione dello Stato di classe. Ciò non toglie che le lezioni delle difficoltà primo Stato proletario, risolte nella loro lucidità storica, saranno ancora utili in futuro.

La specifica situazione russa comportò disposizioni nel campo delle retribuzioni salariali che, fuori dalla dialettica materialistica, appaiono un assurdo, una pura e semplice applicazione della logica borghese:

     «Pur proponendo l’uguaglianza di retribuzione per ogni tipo di lavoro e pur avendo come fine il comunismo completo, il governo sovietico non può proporsi di realizzare questa uguaglianza ora, immediatamente, essendo stati fatti solo i primi passi nella transizione al comunismo».

Lenin spiega che il pagamento di alti salari e la corresponsione di premi agli specialisti borghesi erano il prezzo che il giovane Stato proletario doveva pagare per servizi di cui non poteva fare a meno.

Non venivano trascurate, insieme a queste linee generali di grande respiro storico, le più minuziose misure organizzative:
     A) Ovunque tre o più membri del partito appartenessero ad un sindacato, avrebbero dovuto formare una cellula (frazione) che avrebbe ricevuto gli ordini dal corrispondente comitato regionale o locale di partito, esterno al sindacato.
     B) Se all’interno di un sindacato i membri del partito formavano un gruppo convenientemente largo, la loro frazione eleggeva un ufficio di direzione su cui gravava l’intero lavoro di partito all’interno del sindacato.
     C) La frazione era autonoma nei confronti della gerarchia di partito per quel che riguardava i suoi problemi interni, ma in caso di conflitto col comitato di partito esterno al sindacato, l’ultima parola spettava a questo (altro che teorie situazioniste e autogestionarie, per le quali conoscerebbe meglio la situazione chi la vive dall’interno!). Il comitato di partito aveva anche il diritto illimitato di nomina e di destituzione; poteva mandare un qualsiasi comunista, anche se non era membro del sindacato, a lavorare nella frazione comunista all’interno del sindacato e poteva imporre a qualsiasi comunista di dimettersi dalla carica sindacale alla quale era stato eletto (altro che feticcio della democrazia operaia!).
     D) La frazione proponeva i suoi candidati alle cariche sindacali in accordo col comitato locale regionale o centrale del partito.
     E) La frazione o il suo ufficio di direzione discuteva o prendeva decisioni anticipate su qualsiasi problema che si supponeva fosse posto all’ordine del giorno dell’organismo sindacale. I sindacalisti comunisti erano obbligati a votare all’unanimità nelle riunioni generali dei sindacati in conformità con le decisioni prese all’interno della frazione, ma essi erano liberi di opporsi a quelle decisioni durante le discussioni preliminari all’interno della frazione.