Partito Comunista Internazionale

[RG-18] Il Congresso di Livorno

Categorie: Communist Abstensionist Fraction of the PSI, Party History, PCd'I

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Appunti per la storia della Sinistra Comunista
Riunione del 4-5 ottobre 1980 [RG18]

Nel numero precedente di questa rivista abbiamo riportato il rapporto-programma della Frazione Comunista al XVII Congresso del PSI (Livorno 1921). Esso dimostrava in modo inequivocabile la spaccatura che il primo conflitto imperialistico e la vittoria del bolscevismo in Russia avevano prodotto all’interno dei vecchi partiti socialdemocratici appartenenti alla Seconda Internazionale.

Non fu certamente colpa individuale di certi capi del movimento del proletariato se negli ultimi decenni che avevano preceduto il 1914 la quasi totalità dei partiti socialisti aveva assunto un carattere che travisava la dottrina marxista e la sua prassi rivoluzionaria: lo furono i caratteri stessi dello sviluppo del capitalismo. Quel lungo periodo di sviluppo “pacifico” del capitalismo aveva fatto sì che la teoria catastrofica marxista venisse via via abbandonata mentre si sostituiva ad essa l’illusione della possibilità di una evoluzione pacifica e graduale verso il socialismo, fino a negare sia la guerra di classe, sia la guerra fra Stati capitalistici. Anziché strumento del rovesciamento del regime borghese, i partiti della Seconda Internazionale erano divenuti coefficienti di stabilità, e conservarono questa loro funzione anche quando gli avvenimenti storici dimostrarono la fallacia della dottrina socialdemocratica.

Se così non fosse stato, se il riformismo fosse stato solo un errore di interpretazione del marxismo, al momento dello scoppio della guerra avrebbe dovuto essere pronto a ritornare sui propri passi, cioè all’antico metodo rivoluzionario, rifiutando di seguire la borghesia nella sua guerra, accettando le armi che essa porgeva al proletariato ma solo per usarle in senso rivoluzionario. Ma quel meccanismo che, per anni e anni, si era basato su continuo contatto, discussione, possibilismo, accordi nell’amministrazione, fino ad interventi dei rappresentanti del proletariato nel meccanismo di potere del governo borghese, non poté troncare la sua collaborazione, ed i partiti socialisti e le organizzazioni proletarie divennero i migliori strumenti del capitalismo per condurre la masse proletarie sui vari fronti di guerra.

Se la guerra aveva dimostrato la natura conservatrice e filo-borghese della socialdemocrazia, la rivoluzione russa ed i moti insurrezionali proletari svelarono nel modo più completo la sua funzione di boia ed affossatrice dell’emancipazione proletaria. Di fronte al pericolo dell’assalto proletario la socialdemocrazia non esitò a rinnegare la propria filosofia democratica e pacifista, divenendo essa stessa – sia in governi di coalizione con i borghesi, sia in governi solo “socialisti” – violenta, dittatoriale e terroristica nei confronti della classe operaia e dei comunisti.

Se fino allo scoppio della guerra imperialistica riformisti e rivoluzionari avevano potuto convivere all’interno dello stesso partito, con il passaggio palese della socialdemocrazia nei ranghi borghesi i rivoluzionari dovettero assolvere il compito storico di ricreare nuovi partiti e la nuova Internazionale su basi strettamente marxiste rivoluzionarie,  preservati dall’infezione opportunista.

In Italia il PSI, per la sua costituzione e funzione, non era assolutamente in grado di porsi alla testa della rivoluzione proletaria e, nella fase decisiva della lotta di classe, dalla conciliazione di un verbalismo programmatico marxista con una pratica opportunista nell’azione politica, sarebbe passato ad una aperta posizione controrivoluzionaria. Formidabili azioni proletarie di lotta di classe ponevano al partito il compito della preparazione alla presa del potere. Per raggiungere tale scopo era indispensabile una unità di dottrina e di disciplina dell’organismo proletario.

A livello mondiale il Secondo Congresso dell’Internazionale, 1920, si incaricò di stabilire precise condizioni di ammissione all’Internazionale Comunista. L’esito dei lavori furono le 21 Condizioni all’elaborazione delle quali la Frazione Astensionista Italiana contribuì fattivamente proponendo e facendo approvare il Punto 21°.

Il Primo Congresso mondiale, 1919, non aveva posto condizioni precise per l’ammissione all’Internazionale Comunista. A quella data, fatta eccezione della Russia, nella maggior parte dei paesi esistevano solo tendenze e gruppi comunisti. «Al tempo del nostro Primo Congresso – dirà Lenin nel 1920 – non eravamo che dei propagandisti, non facevamo che lanciare ai proletari del mondo intero le idee fondamentali, l’appello al combattimento e ci chiedevamo soltanto quali fossero gli uomini capaci di seguire la nostra strada». Con il Secondo Congresso l’Internazionale si propose di diventare una «organizzazione di lotta», un «unico partito comunista del mondo intero a tutti gli effetti. I partiti che operano nei vari paesi non devono essere altro che le sue diverse sezioni».

Problema fondamentale era quello di salvaguardare la nuova organizzazione internazionale dal pericolo opportunista sempre in agguato. Moltissimi erano i partiti e i gruppi che chiedevano di entrare a far parte del Comintern senza per questo avere definitivamente ed effettivamente abbandonato i programmi ed i metodi propri della Seconda Internazionale.

     «I partiti intermedi ed i gruppi di “centro”, i quali vedono come alla Seconda Internazionale manchi ormai qualsiasi possibilità di vita, tentano di appoggiarsi all’internazionale Comunista, che sta diventando sempre più forte. Sperano però di serbare anche per l’avvenire una tale autonomia che garantisca loro la possibilità di attuare quella vecchia politica opportunistica o centrista» (Zinoviev).

L’esempio ungherese, dove la fusione dei comunisti con i socialdemocratici di sinistra aveva dato alla borghesia la possibilità di annegare nel sangue la rivoluzione magiara era presente agli occhi dei comunisti del mondo intero.

Le 21 Condizioni furono poste per sbarrare la strada all’opportunismo. I partiti che avessero voluto aderire all’Internazionale Comunista dovevano definitivamente rompere con la socialdemocrazia ed il “massimalismo” centrista, «bollare a fuoco sistematicamente non solo la borghesia, ma anche i suoi complici, i riformisti di ogni sfumatura» (Punto 1° delle Condizioni di ammissione). L’ultimo dei 21 punti non lasciava dubbi in proposito: «Quei membri del partito che respingono per principio le condizioni e le tesi formulate dalla Internazionale Comunista, debbono essere espulsi dal partito». Di fronte al programma, infatti, non vi può essere disciplina: o lo si accetta o lo si respinge, e in questo caso si esce dal partito. Il programma deve essere un patrimonio comune a tutti e non qualche cosa di presentato dalla maggioranza dei componenti del partito.

I comunisti italiani non vollero, perché non poterono, a meno di rinnegare se stessi, continuare nella anacronistica “unità” del partito e volentieri ruppero con i cosiddetti “comunisti unitari” serratiani e C.

Nel 1919, al congresso di Bologna, era stato modificato il vecchio programma di Genova, 1892, che, anche interpretato in modo intransigente, non poteva più garantire una impostazione rivoluzionaria; ma si continuò a tollerare nel partito la presenza dei denigratori del programma rinnovato. Si aderì alla Terza Internazionale ma si fece in modo che il PSI rimanesse, nella sostanza, quello che era prima della guerra, seguitando la sua politica riformista ed elettoralistica. I cosiddetti massimalisti da noi definiti centristi, non avevano un briciolo di preparazione rivoluzionaria.

     «Che cosa ne sapeva la maggioranza di Bologna delle posizioni di principio e di tattica dell’Internazionale Comunista? Meno di niente. I più non distinguevano il concetto di conquista del potere da quello di espropriazione capitalistica, non avevano idee sul problema dell’azione sindacale né su alcuna altra questione. L’imminenza della lotta elettorale ottenebrò tutto il resto e soffocò uno sviluppo originale del dissidio maturantesi fatalmente sotto la superficie e che nella tattica da tenere in pratica durante la guerra si era delineato. Quindi fu possibile la formazione di quel blocco serratiano che non aveva omogeneità alcuna e che una migliore diffusione di coscienza comunista, insieme alle dolorose esperienze nel campo dell’azione, doveva spezzare» (Mosca e la questione italiana, in Rassegna Comunista, n. 5, 30 giugno 1921).

La completa mancanza di preparazione del partito di fatto permetteva il sabotaggio dei destri. La loro funzione sabotatrice si palesò apertamente quando la profonda crisi economica e finanziaria abbattutasi in Italia spinse il proletariato alla lotta rivoluzionaria, che raggiunse il suo scopo più alto nell’occupazione delle fabbriche e dei latifondi da parte dei lavoratori. In quel momento il partito avrebbe dovuto indirizzare e collegare le lotte verso la conquista del potere politico. Ma nel Consiglio Nazionale, composta di rappresentanti del partito e dei sindacati, convocato nel vivo della lotta, i riformisti riuscirono a far prevalere il concetto che la lotta stessa avesse un semplice scopo economico e non carattere politico, e che perciò ne spettava la direzione ai sindacati anziché al partito. Il governo non osò servirsi delle forze armate per stroncare il moto operaio, ma i riformisti gli vennero in aiuto con aprire trattative sulla base di pure rivendicazioni economiche, e, posto su questo piano, non si poteva che arrivare alla riconsegna delle fabbriche ed alla liquidazione del movimento.

Perché la lotta di classe potesse raggiungere i suoi obiettivi occorreva eliminare dal partito l’ideologia riformista, sia quella apertamente dichiarata sia quella camuffata. In questo senso si era sempre mossa la Frazione Astensionista, certa che la “purificazione” del partito tramite l’espulsione di alcuni individui non fosse possibile e che, al contrario, occorresse la scissione da cui doveva uscire l’organizzazione di un altro partito. Il partito socialista sostanzialmente rimaneva quello che era stato prima della guerra, ossia un partito un po’ migliore degli altri partiti della Seconda Internazionale, ma non un partito comunista capace di opera rivoluzionaria secondo le direttive dell’Internazionale di Mosca.

Nella sua sostanza non era per nulla dissimile dagli altri partiti socialdemocratici naufragati nel socialpatriottismo. Il congresso di Bologna, con il nuovo programma, tollerando all’interno del partito i riformisti, aveva solo dato una verniciatura rivoluzionaria ad un organismo antirivoluzionario.

     «Ogni meccanismo ha una sua legge funzionale che non ammette violazioni. Una tesi somigliante a quella che dimostra l’impossibilità di prendere l’apparato dello Stato borghese e volgerlo ai fini della classe proletaria e della costruzione socialista prova, fra le conferme molteplici della realtà, che la struttura dei partiti socialdemocratici dell’ante-guerra con le sue funzionalità parlamentaristiche e sindacali non può trasformarsi in struttura di partito rivoluzionario di classe, organo della conquista della dittatura. L’etichetta massimalistica è poca cosa e l’esperienza italiana questo insegna, col fatto che la naturale evoluzione del partito è stata paralizzata del “bisogno funzionale” di precipitarsi nel torneo elettorale e dai fatali legami con l’operaismo opportunista che ha recato trionfalmente suo prigioniero il “sinistro” Serrati, minaccioso intimatore, in altri tempi, di tutte le sanzioni contro i caporioni parlamentari e sindacali».

La Frazione Astensionista Italiana dalla tribuna del Secondo Congresso dell’Internazionale sostenne che la critica comunista non dovesse colpire soltanto il riformismo di Turati e D’Aragona, ma il falso massimalismo gerente di una politica disastrosa per le sorti della rivoluzione.

Il 1920 fu l’anno del travaglio interno del PSI che vide anche gruppi e singoli militanti, che a Bologna avevano seguito l’indefinito massimalismo, collocarsi sulle linee di principio e di tattica dell’Internazionale comunista, della quale unica portavoce in Italia era stata la Frazione Astensionista. Finalmente per la tenace opera della Frazione Astensionista, si costituì ad Imola nel novembre 1920 la Frazione Comunista.

Il cavallo di battaglia dei vecchi e nuovi denigratori del comunismo, il primo di essi fu Serrati, è sempre stato quello di presentare la Frazione Comunista Italiana come un gruppuscolo di settari che a Livorno, approfittando della buona fede degli inviati del C.E. del Comintern riuscì a giocare l’Internazionale di Lenin facendo trionfare il proprio schematismo antidialettico. Torniamo a precisare invece, e i documenti lo dimostrano, che fummo in perfetto accordo con l’Internazionale allora e sempre restammo ancorati a quei principi; e che, anche quando divergenze sorsero tra noi e l’Internazionale, fummo gli unici ad accettare con la massima disciplina gli ordini.

In una lettera del 23 ottobre 1920 Zinoviev riconosce alla Frazione Comunista Italiana il pieno consenso dell’Internazionale dichiarando che il suo programma è «l’unico serio appoggio all’Internazionale Comunista in Italia». Esaminando la posizione dei massimalisti (“comunisti unitari”) dichiarava che l’unico modo con il quale essi potevano dimostrare il loro comunismo doveva essere l’adesione alla frazione comunista: «O col comunismo, o col riformismo. Non esiste un terzo intermedio» (Avanti!, Ed. torinese, 23 novembre 1920).

In una lettera precedente Zinoviev aveva definito «una sfida» all’Internazionale l’organizzazione dei massimalisti in “Frazione Comunista Unitaria” ed aveva ammonito: «Non possiamo ammettere nessuna doppiezza, nessun equivoco, nessuna concessione» (Avanti!, Ed. milanese, 4 novembre 1920).

Il Comitato Esecutivo del Comintern, in un appello a tutti i membri del PSI, (novembre 1920) dichiarava:

     «In Italia, recentemente, sono saltati fuori fautori dell’unità d’ogni sorta, a spaventarvi e a convincervi che una rottura con i riformisti ci avrebbe indebolito. È una assurdità. La scissione dagli agenti del capitale per noi non è un danno ma un vantaggio (…) La nostra controversia con i riformisti ed i semiriformisti non verte sulla necessità o meno di accettare le 21 Condizioni, o di accettarne 18, o 2 e mezzo. Il nostro scontro con i riformisti verte sulla questione se il nostro partito debba essere l’avanguardia militante del proletariato nella sua lotta per il comunismo, o se invece debba rimanere, come pensano i riformisti, un balocco nelle mani dei rappezzatori piccolo–borghesi del regime capitalistico».

Né l’Internazionale né Lenin, e del resto nemmeno la Frazione Comunista Italiana, prospettavano l’espulsione dal partito dei massimalisti. I deliberati dell’I.C. ed i 21 Punti di Mosca parlavano di epurare i partiti dalle tendenze opportunistiche che rifiutavano per principio il programma comunista rivoluzionario. Ma ciò non toglie che lo stesso Lenin suggerisse che dalla Direzione del partito fossero momentaneamente rimossi i firmatari della mozione Baratono del 28 settembre 1920 (Serrati, Bacci, Giacomini, Zannerini) che dichiarava di accettare con riserva le 21 Condizioni. Tenendo presente l’esempio delle esitazioni di Zinoviev, Kamenev ed altri alla vigilia della rivoluzione bolscevica, ed il loro successivo rientro a posti di grande responsabilità nel partito, Lenin pensava che anche i membri oscillanti della Direzione del PSI avrebbero potuto, in seguito, tornare a ricoprire cariche di dirigenza. Quanto detto sopra dimostra che Lenin e l’Internazionale considerassero i cosiddetti “comunisti unitari” dei compagni recuperabili, ma sui quali al momento non si sarebbe potuto fare affidamento; unico punto di riferimento veniva considerata la Frazione Comunista.

Nel messaggio inviato dall’Internazionale al XVII Congresso del PSI, firmato da Lenin, Zinoviev, Bukarin, Trotski, ecc. si legge:

     «In nome dell’unità con i riformisti i capi degli unitari sono di fatto pronti a separarsi dai comunisti e quindi anche dall’Internazionale comunista (…) L’Italia attraversa attualmente un periodo rivoluzionario e da ciò dipende il fatto che i riformisti ed i centristi di questo paese sembrano più a sinistra di quelli degli altri paesi. A noi di giorno in giorno appare più chiaramente che la frazione costituita dal compagno Serrati è in realtà una frazione centrista a cui soltanto le circostanze rivoluzionarie generali danno l’apparenza esteriore di essere più a sinistra dei centristi degli altri paesi (…) Prima di sapere quale sarà la maggioranza che si costituirà nel vostro congresso, il C.E. dichiara ufficialmente, e in modo assolutamente categorico, al congresso stesso: le decisioni del Secondo Congresso mondiale dell’Internazionale Comunista obbligano ogni partito, aderente a questa Internazionale, a rompere con i riformisti; chi si rifiuta di effettuare questa scissione viola una deliberazione essenziale dell’Internazionale Comunista e con questo solo atto di pone fuori dalle file dell’Internazionale. Coloro che vogliono fare entrare i riformisti nell’Internazionale vogliono, in realtà, la morte della rivoluzione proletaria. Costoro non saranno mai dei nostri».

Nel suo primo intervento al congresso di Livorno Kabakčiev dichiarava:

     «Oggi i nemici più pericolosi della rivoluzione proletaria sono i centristi perché essi, mentre a parole si dichiarano nemici dei riformisti, di fatto ne continuano la politica (…) La rivoluzione proletaria ha diviso il mondo in due campi: non vi è posto per un centro nella rivoluzione».

A Mosca Serrati non aveva fatto altro che ripetere a Lenin che i riformisti italiani, i Turati, i Treves, di D’Aragona ecc. non erano in alcun modo paragonabili ai menscevichi russi, gli italiani si sarebbero disciplinati al partito e non sarebbero mai stati dei sabotatori della rivoluzione. A tale riguardo è particolarmente interessante un articolo apparso su La Giustizia, organo della “Frazione di concentrazione”, il 24 dicembre 1920: nel numero era pubblicata una relazione del C.C. del partito menscevico, adottata il 12 maggio 1920, in merito alla ricostruzione dell’Internazionale. La Giustizia dichiarava di sottoscrivere «la maggior parte delle affermazioni teoriche fatte dai menscevichi» con una sola riserva sulla proposta di costituzione della Quarta Internazionale:

     «Bisogna invece entrare nelle Terza – sosteneva La Giustizia – e lavorare concordi perché le decisioni prese nel Secondo Congresso di Mosca vengano modificate, permettendo all’Internazionale di raccogliere tutte le forze socialiste in un sol fatto».

L’opportunismo non avrebbe potuto essere più onesto nell’enunciare il proprio programma: penetrare all’interno della Terza Internazionale per toglierle il suo vero carattere e contenuto storico, cioè la severa selezione delle “forze socialiste”.

I riformisti, a Reggio Emilia (10-11 ottobre 1920), avevano costituito la Frazione concentrazionista, e nella loro mozione, presentata poi al congresso di Livorno, anche se con tutte le dovute riserve interpretative e secondo le ”condizioni di ogni paese” (le stesse riserve dei massimalisti), dichiaravano di accettare le 21 Condizioni di Mosca, la dittatura del proletariato, come ”necessità transitoria”, e perfino, in determinate situazioni, l’uso della violenza per la conquista del potere. Dichiaravano inoltre di sottomettersi ad una «rigida disciplina nell’azione deliberata dalla maggioranza del partito o dai suoi organi competenti». Lo scopo di queste dichiarazioni era evidente: riuscire a penetrare all’interno dell’I.C. e svolgervi quell’opera di sabotaggio annunciata da La Giustizia. Al contrario, queste affermazioni venivano usate da Serrati per dimostrare che in Italia non esisteva riformismo, che le ultime tendenze opportunistiche erano state espulse dal partito nel lontano 1912; ora, al più si sarebbe trattato di espellere qualche individuo, e in momenti più idonei. Serrati volutamente ignorava che i destri costituivano una frazione omogenea, con un loro giornale, un loro Comitato Direttivo, che si presentavano al Congresso con una loro mozione, che dal congresso di Bologna in poi avevano sempre sabotato ogni azione della stessa Direzione massimalista del PSI.

A Serrati, in difesa della “unità del partito” non rimaneva quindi che usare le armi della polemica spicciola dichiarando che i veri opportunisti si trovavano all’interno dell’I.C., che il PC francese e tedesco erano pieni di ex fautori della guerra, massoni, ecc., non disdegnando nemmeno di attingere argomenti dal repertorio usato dalla borghesia per denigrare la Russia sovietica. Noi per primi avremmo preferito che l’Internazionale adottasse delle condizioni di adesione più rigide e ci stupì l’eccessiva elasticità con cui si permise l’ingresso nei PC ad elementi con passato notoriamente controrivoluzionario e centrista. Ma, da parte nostra, non si trattava certo di combattere il pericolo opportunista aprendo le porte all’opportunismo, alla maniera di Serrati, bensì di condurre all’interno dell’I.C. quella tenace battaglia in difesa dei principi del marxismo rivoluzionario, che solo la Sinistra comunista italiana portò avanti.

L’unità del partito non era infatti che una maschera dietro la quale tentava di nascondersi l’ala sinistra dell’opportunismo. I massimalisti infatti in nome dell’unità preferirono accodarsi ai 14.000 socialdemocratici e staccarsi dai 58.000 comunisti e dall’Internazionale. Il vero problema era un altro, i massimalisti non potevano aderire all’Internazionale perché il loro programma era in netto contrasto con quello dell’Internazionale.

Al congresso di Livorno Turati, nel suo intervento, fece un discorso di principi difendendo in modo coerente ed onesto il riformismo, provando che il riformismo in Italia non era una invenzione – come pretendevano gli unitari – ma una teoria ed una pratica che era nel partito. L’intervento di Serrati, al contrario, non fu programmatico, non venne enunciata nessuna “dottrina massimalista”, ma fu un astioso pettegolezzo contro l’Internazionale. Serrati non fece nessun discorso-programma perché non aveva bisogno di farlo, per lui aveva già parlato Turati. Infatti, benché gli “unitari” ripetessero di divergere dai comunisti solo per valutazioni secondarie, ma di essere sullo stesso “tronco programmatico”, la verità era che la destra faceva la sua politica attraverso di loro. Non vi era un taglio netto tra i riformisti ed unitari. Tutta la loro argomentazione nel dibattito che precedette Livorno fu quasi comune. Gli unitari difesero ovunque la politica della frazione di destra e sopratutto quella della CGdL, e non è strano che fosse così.

     «Come la borghesia delega la sua difesa nei momenti critici al riformismo, così il riformismo, quando perde terreno tra le masse, si sforza di delegare la sua funzione controrivoluzionaria a quel centrismo etichettato da comunismo di destra che vediamo all’opera in tutti i paesi. La sensazione che si ha oggi assistendo alle assemblee ed ai congressi di partito è che sono proprio i comunisti e gli unitari che si separeranno per sempre, quelli la cui convivenza è diventata impossibile» (“Verso il Partito Comunista”, Avanti!, 23 dicembre 1920).

 La frazione degli unitari non si poneva affatto come una tendenza di destra all’interno del campo comunista, ma come l’ala sinistra della socialdemocrazia. Ciò fu quanto il congresso di Livorno dimostrò e l’Internazionale Comunista ebbe a ratificare immediatamente sottoscrivendo la mozione proposta dalla frazione comunista, «che risponde ai principi ed alla tattica della Terza Internazionale e rappresenta l’unica soluzione con la quale questo congresso possa accettare ed applicare le condizioni e le tesi del Secondo Congresso mondiale comunista» (Dichiarazione della Terza Internazionale letta a conclusione del congresso di Livorno).