Le pillole antifecondative del riformismo filocinese Pt.5
Categorie: Maoism, Opportunism
Questo articolo è stato pubblicato in:
Nel numero precedente ci siamo levati lo sfizio di prendere sul serio il « riformismo rivoluzionario » dei filocinesi e abbiamo visto come ne risulti una falsificazione aberrante del marxismo e del leninismo.
Ma, come sottolineammo, il radicalismo verbale dei maoisti è solo la cortina fumogena dietro la quale sogghigna il « socialismo del cucchiaio ».
Eccone la prova indiscutibile. Il « programma d’azione » di Nuova Unità, concretizza il discorso sulle riforme che non sarebbero una fregatura per il proletariato, con queste parole:
« Nelle campagne, dove la crisi è cronica a causa della rendita fondiaria, delle tasse esose, degli alti prezzi dei prodotti industriali (macchine, concimi, attrezzature varie. ecc.) e della speculazione commerciale, proponiamo l’abolizione definitiva delle rendite parassitarie e l’espropriazione senza indennizzi delle terre, per passarle ai contadini ed alle loro cooperative.
« Nel corso della lotta, fra gli obiettivi intermedi, si richieda il collocamento dei prodotti agricoli senza interferenze speculative riformando radicalmente i mercati generali, gli enti di riforma ed i consorzi agrari ».
C’è qui tutto il condensato del riformismo classico (socialdemocrazia) e moderno (stalinismo e post-stalinismo) che « lotta » solo contro gli aspetti speculativi e parassitari del regime borghese, e mediante ricette progressiste. Ma leggete (e qui si passa dalle campagne alle città) come rivendicazioni di battaglia proletaria (aumento del salario, riduzione della giornata lavorativa) sieno mescolate alla rinfusa con programmi riformistici e caritativi pienamente accettabili dalle ACLI e peggio:
« La lotta per la prospettiva politica rivoluzionaria contro il sistema capitalista è accompagnata da lotte particolari e soprattutto generali per rivendicazioni salariali che intacchino il tasso medio di profitto, per la riduzione dell’orario di lavoro, contro il carovita, per l’edilizia popolare, per la scuola e l’educazione dei figli, per la protezione contro gli infortuni, per l’assistenza sanitaria completa che deve diventare un diritto di ogni lavoratore in quanto tale e non perchè paga certi contributi ».
A questo punto possiamo sottoscrivere sereni un bello abbonamento alla vecchia Unità: non è forse questo il programma piccolo borghese di moralizzazione del capitalismo che da anni il PCI propina alle masse operaie? Consigliamo ai caporali di Nuova Unità di applicare questa manchette al loro giornale: Giorgio Amendola è il vero dio, e i filocinesi i suoi profeti.
Passiamo ora alle idee dei filocinesi sulla rivoluzione. Scrive sempre il « programma d’azione »:
« Se nell’ambito della lotta contro lo Stato borghese, il proletariato riesce a portare avanti l’azione per strappare conquiste parziali e riforme incompatibili con il funzionamento normale dell’economia capitalista, ciò significa che stanno maturando le condizioni per una crisi rivoluzionaria; condizioni che possono configurarsi in un dualismo di poteri: cioè, da una parte, potere padronale con il suo Stato borghese; dall’altra, potere dei lavoratori nelle fabbriche, nelle campagne e negli altri posti di lavoro con la costituzione di gruppi di potere ».
Il « dualismo di potere »
A parte la ridicolaggine di ritenere che il programma così minuziosamente tracciato nella prima delle citazioni riportate sia incompatibile col normale funzionamento dell’economia capitalista, è qui necessario rimettere in piedi due fondamentali tesi marxiste:
1) I comunisti hanno si un programma di riforme incompatibili con il normale funzionamento del capitalismo, ma esso sarà attuabile solo dopo la rivoluzione. Cioè la transizione dell’economia borghese al comunismo sarà un processo graduale, ma potrà iniziare solo dopo il salto storico costituito dalla distruzione del potere capitalista e dall’instaurazione della dittatura proletaria.
Scrivono Marx ed Engels nel Manifesto: « … il primo passo sulla strada della rivoluzione operaia consiste nel fatto che il proletariato si eleva a classe dominante. .. ». Ed ecco il secondo: « il proletariato adopererà il suo dominio politico per strappare a poco a poco alla borghesia tutto il capitale, per accentrare tutti gli strumenti di produzione nelle mani dello stato, cioè del proletariato organizzato come classe dominante, e per moltiplicare al più presto possibile la massa delle forze produttive. Naturalmente, ciò può avvenire, in un primo momento, solo mediante interventi dispotici nel diritto di proprietà o nei rapporti borghesi di produzione, cioè per mezzo di misure che appaiono insufficienti e poco consistenti dal punto di vista dell’economia; ma che nel corso del movimento si spingono al di là dei propri limiti e sono inevitabili come mezzi per il rivolgimento dell’intero sistema di produzione ».
I filocinesi, invece, dopo aver cominciato timidamente lasciando capire che sono possibili riforme che tornino a svantaggio del nemico di classe prima ancora della conquista del potere, finiscono col dire apertamente che il riformismo è una necessaria tappa propedeutica per la rivoluzione.
2) Secondo i maoisti il dualismo di poteri che, giusta la teoria mar- xista, è una condizione peculiare della crisi sociale rivoluzionaria, consisterebbe in un’assurdità di questo tipo: potere politico in mano alla borghesia, potere economico in mano alla classe lavoratrice, ossia lo stato borghese continuerebbe a funzionare sebbene privato delle sue basi materiali, mentre il proletariato controllerebbe il processo produttivo, per quanto privo del potere politico. Non era possibile concentrare più bestialità in così poche righe.
Per i marxisti, all’opposto, il dualismo di poteri si produce a quel punto dello sviluppo della crisi capitalista in cui le intime contraddizioni del sistema portano all’arresto della macchina produttiva nel suo insieme, L’anarchia della produzione ha tolto alla borghesia il controllo delle forze produttive sociali e il movimento delle masse cerca la via per spezzarne il giogo. Questa l’alternativa: o il capitale riesce a riassestare il proprio apparato di dominio e a sottomettere con la forza e l’inganno il proletariato, rimettendo in moto grazie al sudore e al sangue delle masse la macchina produttiva inceppata, oppure il proletariato, guidato dal suo partito politico, riesce a distruggere lo stato borghese, a instaurare la propria dittatura e a incanalare l’economia verso la trasformazione socialista,
Il dualismo di poteri è una situazione, dunque, in cui, da un lato, lo stato capitalista, persa la facciata di arbitro tra le classi della società, mostra il suo vero volto di organo della repressione antioperaia, ma non ha la capacità di condurre tale repressione fino in fondo e a tanto deve riorganizzare le proprie forze; dall’altro Iato, il proletariato, sotto il pungolo di un’angustia e di una miseria crescenti come pure sotto quello delle frustate della classe dominante, si appresta ad investire la dittatura borghese, non già occupando i posti di lavoro – come volevano gli ordinovisti, illusi di creare dei centri di economia non più borghese, fermo restando il potere politico borghese – bensì forgiando gli organi della repressione anticapitalista e del terrore rosso.
E qui citiamo Trotzky, bestia nera di ogni stalinista, dalla Storia della rivoluzione russa:
« Il meccanismo politico della rivoluzione consiste nel passaggio del potere da una classe a un’altra. La insurrezione violenta in quanto tale si svolge, di solito, in un breve lasso di tempo, Ma nessuna classe storicamente ben definita si eleva da una condizione subalterna all’egemonia, improvvisamente, in una notte, sia pure una notte di rivolu- zione. Già alla vigilia deve occupare una posizione estremamente indipendente rispetto alla classe ufficialmente dominante – di più, deve concentrare in se stessa le spe- ranze delle classi e degli strati intermedi, scontenti dello stato di cose esistente, ma incapaci di una funzione indipendente. La preparazione storica di una insurrezione, in periodo prerivoluzionario, porta ad una situazione in cui la classe destinata a realizzare un nuovo sistema sociale concentra effettivamente nelle proprie mani una parte importante di potere statale, mentre l’apparato ufficiale resta ancora nelle mani degli antichi detentori. Questo è il punto di partenza del dualismo di poteri in ogni rivoluzione. «. . . La vittoria sull’« anarchia » del dualismo di poteri costituisce, ad ogni nuova fase, il compito della rivoluzione oppure. .. della contro- rivoluzione,
« Il dualismo di poteri non solo non presuppone, ma in genere ESCLUDE la suddivisione dell’autorità in parti eguali e, insomma, un qualsiasi equilibrio formale dell’autorità. E’ un fatto rivoluzionario e non costituzionale. Prova che la rottura dell’equilibrio sociale ha già demolito la sovrastruttura dello Stato, Il dualismo di poteri si manifesta laddove classi avverse si appoggiano già su organizzazioni statali fondamentalmente incompatibili l’una superata, l’altra in formazione – che a ogni momento si respingono a vicenda, sul piano della direzione del paese. La parte di potere ottenuta in una situazione del genere da ciascuna delle classi in lotta è determinata dai rapporti di forza e dalle vicende della battaglia.
« Per sua natura, questa situazione non può essere stabile. La società ha bisogno di una concentrazione di poteri e tende irresistibilmente a questa concentrazione tramite la classe dominante oppure, nel nostro caso, tramite le due classi che si dividono il potere. Il frazionamento del potere non è che un preannuncio di guerra civile. Prima però che le classi e i partiti rivali si decidano a questa guerra, soprattutto se temono l’intervento di una terza forza, possono vedersi costretti a pazientare abbastanza a lungo e persino a sanzionare in qualche modo il sistema di dualismo di poteri. Tuttavia, questo sistema esplode inevitabilmente. La guerra civile conferisce al dualismo di poteri la sua espressione più visibile, cioè un’espressione territoriale – ciascuno dei poteri, creata la sua roccaforte, lotta per conquistare il resto del paese, che, assai spesso, subisce il dualismo di poteri sotto forma di invasioni alternate delle due forze belligeranti, sinchè una delle due non prevalga definitivamente ».
L’ultima parola a Lenin
Perché i filocinesi travisano la realtà del dualismo di poteri, che è una vigilia d’armi delle classi in cui due organizzazioni statali si fronteggiano e si misurano minacciose? Perché riducono tutto alla contrapposizione tra una struttura economica « occupata » dagli operai e una sovrastruttura politica-statale in cui si arrocca il capitale? Per poter lasciare aperta la porta alla teoria della rivoluzione indolore e a tutte le altre porcherie dell’opportunismo.
Vediamo infatti, dulcis in fundo della nostra scorpacciata delle setole del maiale ideologico neo-stalinista, come conclude il « programma d’azione » di Nuova Unità: « A questo punto, secondo l’atteggiamento della borghesia, si determinerà il modo con cui sarà rovesciato il potere capitalista. Il proletariato, le masse lavoratrici devono essere preparate ad ogni eventualità ».
Non è possibile equivocare: la classe operaia deve attendersi, secondo i maoisti, che il dualismo di poteri della futura situazione di crisi rivoluzionaria – concepito come un tiro alla fune tra il posto di lavoro e il potere statale – condurrà ad una svolta dei rapporti tra le classi tale che sarà possibile il trapasso graduale, pacifico e diverso da un paese all’altro (vie nazionali …!! ) dalla dittatura borghese a quella comunista. Ohibò!, non erano i filocinesi quelli che volevano sotterrare la teoria della via pacifica e democratica al socialismo ?!
Ci si dirà che mettiamo in bocca ai nostri avversari parole che essi non pronunciano. Ebbene, parli Lenin!
In Stato e Rivoluzione egli riporta un brano della pretesa polemica antiopportunista di Kautsky: « Possiamo con tutta tranquillità – scriveva Kautsky contro Bernstein – lasciare al futuro la soluzione del problema della dittatura proletaria », E così commenta: « Questa non è una polemica contro Bernstein ma, in sostanza, una concessione a Bernstein, una capitolazione di fronte all’opportunismo, poiché l’opportunismo per il momento non ha bisogno di altro se non « lasciare al futuro con tutta tranquillità » tutti i problemi fondamentali riguardanti i compiti della rivoluzione proletaria.
« Marx ed Engels dal 1852 al 1881, nel corso di quaranta anni, insegnano al proletariato che esso deve spezzare la macchina dello stato. Kautsky invece, nel 1899, di fronte al tradimento completo del marxismo da parte degli opportunisti, su questo punto sostituisce in modo furbesco la questione se è necessario spezzare questa macchina, con la questione delle forme concrete che assumerà questa azione e si salva all’ombra dell’« incontestabile » (e sterile) verità filistea che non possiamo conoscere in precedenza queste forme concrete !!
« Fra Marx e Kautsky vi è un abisso nell’atteggiamento verso quello che è il compito del partito proletario: preparare la classe operaia alla rivoluzione ».
E con ciò crediamo di aver sufficientemente dimostrato quanto ci eravamo proposti, e cioè che le pillole del filocinesismo sono le pillole antifecondative del potenziale rivoluzionario di classe.