Partito Comunista Internazionale

Disoccupazione e Lavoro femminile

Categorie: Women's Question

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Forse ancor più che gli uomini, risentono le donne proletarie, della crisi industriale e della reazione che, approfittando della crisi, i capitalisti hanno scatenata. Prima della guerra e prima che la disoccupazione avesse assunto le forme gravi attuali, la donna era quasi esclusivamente adibita a dei lavori femminili, che i lunghi orari rendevano pesanti ed estenuanti. Allora la famiglia proletaria traeva il suo sostentamento, in massima parte, dal salario percepito dall’uomo, capo-famiglia, e la donna portava il suo contributo al bilancio famigliare sia col cosiddetto lavoro di casa: lavatura, confezione abiti, biancheria, ecc. per i membri della famiglia, specialmente se questa era numerosa, sia col lavoro a domicilio per conto di terzi e solo in qualche caso col lavoro salariato ed industriale.


Questo stato di cose è ora invece totalmente cambiato ed il peso della famiglia viene in molte case proletarie a gravare totalmente sulla donna. Infatti per effetto della disoccupazione, migliaia e migliaia di operai si trovano nell’impossibilità, non solo di provvedere alla loro casa, ma anche di provvedere a loro stessi, ed ai loro più elementari bisogni. In conseguenza di questo stato di cose, tocca alla donna cercare colle sue deboli forze, al di fuori della cerchia famigliare, al modo di provvedere alla famiglia, almeno lo stretto necessario per non morir de fame. E cosi vediamo che la, donna, pur di guadagnare un tozzo di pane, si adatta ai lavori più faticosi e mal pagati, piegandosi maggiormente allo sfruttamento capitalista e non accorgendosi di fare in tal modo il gioco degli industriali, facendo concorrenza alla mano d’opera maschile.


L’industriale, sempre pronto quando, molto raramente, la donna cerca di riaffermare i suoi diritti, a gridare che il regno della donna deve essere esclusivamente la casa, che la donna è creata per la famiglia. ecc., si preoccupa invece assai poco del fatto che attualmente sia la donna anziché l’uomo a dovere in gran parte, col suo lavoro, provvedere ai bisogni della famiglia. Quando egli guadagna di più, il resto che conta?


Osservando le diverse industrie, possiamo vedere che le meno colpite e quelle che lavorano anche adesso in piena efficienza, sono proprio quelle che impiegano, in massima parte l’elemento femminile. L’industria tessile, per esempio, lavora al completo, ma quelle operaie hanno subito dei ribassi di salari addirittura disastrosi: molte operaie lavorano persino per 30 centesimi all’ora! E non vale a giustificare il ribasso dei salari, l’affermazione degli industriali, di voler cercare di ridurre il prezzo dei prodotti; lo sanno le operaie tessili che il prezzo delle stoffe da loro prodotte non è ribassato neanche di quel tanto di ribasso che hanno subito le materie prime. Altro che diminuzione di prezzi!

In altri stabilimenti i capitalisti, mentre gettano sul lastrico la mano d’opera maschile, cercano di sostituirla con mano d’opera femminile, appunto perché questa è più remissiva e più facile a piegare. Occorre perciò che le donne proletarie cessino di essere la maggioranza dell’esercito di riserva del capitalismo industriale. Esse che sanno compiere dei mirabili sacrifici nel ristretto cerchio della famiglia, che sanno trovare in sé stesse, nell’affetto per i loro cari, una forza sovrumana che le fa resistere alle maggiori fatiche devono trovare anche, ed a maggiore ragione, la forza di resistere all’offensiva industriale ed alla reazione. La forza morale che abbisogna per compiere questi sacrifici, questi sforzi per la propria famiglia, le donne proletarie devono saperla trovare a vantaggio. di una più grande famiglia, alla quale anche esse appartengono: la classe operaia. Solo unendo le loro forze alle forze degli uomini, dei proletari, incoraggiandoli a resistere ed a lottare, resistendo e lottando pur esse, potranno sperare di sottrarre un giorno loro ed i loro figli, allo sfruttamento ed alla fame.

TERESA NOCE