Partito Comunista Internazionale

Lotta implacabile alla dittatura controrivoluzionaria dei bonzi

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Nel n. 5, del 30 marzo scorso, di « Programma Comunista > annunciammo che i gerarchi della CGIL CISL UIL avevano ripreso la « caccia al comunista rivoluzionario ». Allora i bonzi si limitarono a « sospendere » le iscrizioni dei comunisti al sindacato, in attesa che fosse « vagliata » la loro « posizione ». Nulla di ufficiale fu deciso dalle segreterie. Tutto si svolse in « privato » tra i capoccioni, per evitare che un certo rumore influenzasse gli organizzati e i lavoratori.

Ma, com’era facilmente prevedibile, la congiura del silenzio può andar bene sinché si tratta di elementi isolati, non quando il malessere investe gruppi di proletari, passa dalle piccole fabbriche ai grandi complessi industriali. Allora, volente o nolente, la banda opportunista deve affrontare il toro rivoluzionario per le corna e misurarsi sul piano di classe.

E’ questo l’aspetto più importante dello scontro aperto e diretto tra comunisti e opportunisti. Non è da credere che i bonzi sindacali, pressati da agitazioni di classe all’interno del sindacato, si ravvedano e si spostino, come si dice, a « sinistra », Al contrario, più si fa pressante, estesa e profonda la lotta contro la loro politica di tradimento, e più questi slittano, come si dice, a « destra », su posizioni tipicamente anticomuniste, controrivoluzionarie, da far invidia ai fascisti di un tempo, su posizioni di aperto fiancheggiamento dello Stato capitalista.

In altra parte del giornale si legge la lettera, in stile commerciale, del bonzi della segreteria provinciale di Vicenza della FIL TEA/GGIL, con la quale viene respinta l’iscrizione al sindacato di provati operai rivoluzionari del nostro gruppo di fabbrica della Lanerossi di Piovene Rocchette; e si legge la pronta e circostanziata risposta dei nostri operai. Questo è solo un esempio della « battaglia democratica » degli sbirri confederali, che si aggiunge a tanti altri, tenuti nascosti, o mal celati, come per esempio all’Alfa Romeo di Arese, e in tante altre fabbriche e località anonime, su cui i giornali opportunisti parlano genericamente di  « resistenze » di strati operai alla firma delle « deleghe ».

L’allarme lanciato dal nostro partito sulla funzione disfattista delle deleghe al padrone non è rimasta né poteva rimanere senza [parola illeggibile] tra le masse, anche se alle scarse possibilità di informazione ha sopperito largamente il sano istinto di classe dei lavoratori. Non mancano, peraltro, esempi opposti, tenuti, questi, ben nascosti, come quello alla Olivetti di Ivrea, dove i bonzi dinnanzi alla ferma decisione dei proletari e dei comunisti rivoluzionari di non cedere alla sopraffazione del gerarchi come pure a quella dei padroni, sono stati costretti a ritirare le proposte di espulsione. Nell’un caso e nell’altro non si tratta tanto di incidenti, quanto di inevitabili situazioni che con il persistere del tradimento opportunista e delle reazioni operaie si moltiplicheranno ed estenderanno a tutta la classe.

La risposta strafottente e vigliacca dei gerarchi, secondo cui gli operai in disaccordo con essi debbono andarsene dal sindacato fa ritenere che l’organizzazione di difesa economica proletaria sia una concessione benevola del capoccia sindacali, che il sindacato sia un creazione dei funzionari. I proletari si organizzano indipendentemente dai capi. I capi vengono DOPO la necessità di sindacarsi e unirsi dei lavoratori e sono strumenti di lotta operaia finchè, appunto come strumenti, rispondono al fine di classe; sono così sostituibili. Ma per poterli sostituire occorre che la lotta di classe divampi anche nel sindacato e contribuisca a far maturare condizioni tali per cui l’alternativa rivoluzionaria alla guida del sindacato si impone per forza di cose. Ma finchè i bonzi restano nella CGIL – e vi restano col chiaro proposito di guidare gli operai non verso l’emancipazione dallo sfruttamento capitalistico, che è lotta diretta, guerra civile contro padroni e Stato, servi del capitalismo e aziende, ma verso la collaborazione e la pace tra le classi, allora dovranno assumersi tutta intera la responsabilità della lotta anche contro di essi e la loro politica, anche se la lotta è condotta, in momenti di stanca, da una piccola schiera di combattenti irriducibili.

E’ miopia politica ritenere sufficiente che un semplice disposto contrattuale, una decisione burocratica dei vertici sindacali, possono ingabbiare la lotta di classe e convogliarla nell’alveo della collaborazione con classi non proletarie. E’ impotenza politica la pretesa che gli operai rivoluzionari soggiacciano supinamente alla dittatura dei bonzi e si pretenda da loro oggi, dalle masse domani, di sottostare a una disciplina formale in stridente contrasto con gli scopi di classe del sindacato, e che rappresenta solo se stessa.

E’ imbecillità integrale pensare di ridurre al silenzio gli operai comunisti con una semplice letterina d’ufficio, come se si trattasse di allontanare scocciatori senza principi e senza ideali.

I proletari, nella stragrande maggioranza, aderiscono alla CGIL perché ritengono che sia il sindacato di classe, e non aderiscono alla CISL né alla UIL, o ad altre piccole sette, perché con infallibile istinto le ritengono al servizio diretto e specifico del capitalismo. In tal modo il solo fatto di tentare di espellere dalla CGIL gli operai più combattivi, i comunisti, i rivoluzionari, dà corpo, consistenza politica immediata, al programma comunista. Da un lato i vertici delle gerarchie sindacali della CGIL, CISL, UIL, che conducono una politica di mutuo avvicinamento e in occasioni importanti di accordo perfetto, dall’altro le masse organizzate nella CGIL, che di questa politica sono le vittime, in una certa misura al pari dei lavoratori organizzati da bianchi e gialli. La linea di classe passa tra questi vertici e gli operai della CGIL, tra la politica disfattista comune alle tre centrali e la classe operaia, organizzata o non. A maggior ragione ciò è vero quando si consideri che CISL e UIL sono mandatarie dirette del capitalismo in seno alle masse lavoratrici, per cui la lotta irriducibile dei rivoluzionari contro lo opportunismo, i bonzi sindacali e la loro politica in seno alla CGIL, è al tempo stesso battaglia contro il capitalismo, lo Stato e il regime economico e sociale attuale. Poiché la politica sindacale è condivisa e difesa dai cosiddetti partiti operai, dal PCI e dal PSU, la lotta contro l’opportunismo nei sindacati coincide con la lotta contro questi partiti, la loro politica infame; in breve contro tutti i partiti, contro lo Stato e i governi. E’ una lotta totale, nella quale i proletari devono di nuovo convincersi che sono soli, che nessun aiuto verrà loro da altre classi e da altri strati sociali che traggono la loro esistenza proprio dallo sfruttamento diretto o indiretto della forza-lavoro degli operai. L’unico aiuto, e sarà decisivo, che farà trionfare la causa proletaria è l’organizzazione internazionale rossa dei sindacati e del partito comunista di classe.

Non solo i nostri operai nella CGIL hanno respinto ogni espulsione, ma nulla lasceranno d’intentato per allargare la lotta contro la politica sindacale dei gerarchi, contro l’opportunismo, in nome della rivoluzione proletaria comunista. A questa lotta il nostro partito chiama tutti i lavoratori, per ridare alla CGIL una direzione rossa.