Partito Comunista Internazionale

Spezzettati nella lotta, divisi per contratto!

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Sebbene (dalla data in cui andiamo in macchina), l’accordo sul contratto dei metallurgici nel settore privato non sia stato ancora raggiunto, quelle stipulato per le aziende tri-Eni permette di diagnosticare le tendenze che, in una misura o nell’altra, prevarranno ed esige co.munque un nostro rapido commento.

E’ un accordo che rispecchia i metodi di lotta usati: quindi è, come abbiamo mille volte predetto nel denunziare l’impostazione controrivoluzionaria di questi ultimi, in antitesi completa con gli interessi generali e finali della classe operaia. Lo é, anzitutto, per il fatto stesso di riguardare un solo settore dell’industria metalmeccanica (il settore “pubblico”); lo è per il contenuto delle sue clausole. Se infatti è vero, come è indiscutibile, che l’obiettivo delle lotte del lavoro contro il capitale è quello di accrescere e rafforzare la solidarietà degli sfruttati contro gli sfruttatori, e questo obiettivo deve animare e vivificare sia il metodo col quale esse sono condotte, sia le parole d’ordine e le rivendicazioni intorno alle quali sono sostenute; se tutto ciò è vero, come è indiscutibile, che non v’è una sola delle clausole fondamentali del contratto che non vada in senso opposto all’esigenza di cementare nei lavoratori il senso della comunanza e inseparabilità dei loro interessi, a qualunque categoria essi appartengano individualmente. Tutte le clausole fondamentali dell’accordo sanziona la divisione della classe lavoratrice e una divisione crescente!

Può sfuggire agli operai questa constatazione netta e categorica, quando vedono sanciti dal contratto una riduzione dell’orario di lavoro differenziata per categorie, un aumento dei minimi tabellari anch’esso differenziato (il settore cantieristico, il meno favorito anche nel campo della durata settimanale del
lavoro 46 ore, è pure quello che godrà di minori aumenti tabellari; 1’11% contro il 12 degli altri), un aumento e una rivalutazione delle qualifiche in base a nuovi parametri per cui le distanze fra manovali, da un lato, e operai specializzati e qualificati dall’altro, oltre che fra le sottocategorie di operai comuni, aumenteranno (il manovale comune guadagnerà all’ora 65,40 lire meno dello specializzato e 36,20 meno del qualificato, mentre prima il distacco era rispettivamente di 45,65 e 25,20) invece di diminuire? Sia detto per inciso: si era anche parlato di equiparazione delle donne agli uomini, e il principio è riaffermato nell’accordo, ma la sua attuazione pratica resta indefinita, giacchè il “mansionario” a base dell’inquadramento nelle nuove categorie attende d’essere precisato e l’esperienza dell’« equiparazione » del lavoro giovanile con quello adulto insegna che, in materia, le peggiori beffe son possibili. Quanto alla riduzione del tempo di lavoro, non può sfuggire a nessuno che si è lasciata tacitamente cadere la rivendicazione delle 40 ore (il massimo ottenuto, per il solo settore siderurgico, è di 43 settimanali), e che le riduzioni concordate andranno in vigore, «con scaglionamenti, nel termine di due anni». La capitolazione è dunque completa, e a indorare la pillola mon servono certo le “conquiste” minori in tema di scatti di anzianità e di trattamento malattia, o quella (da noi ripresa in esame, e respinta come « conquista », in altro articolo) del “sindacato nell’azienda”.

La nostra denunzia dell’operato delle centrali sindacali (agenti come un’anima e un corpo solo, malgrado le differenze di origine e di tradizione) non verte sul più o il meno che sono riuscite a ottenere al
termine di un’agitazione durata mesi e mesi: una battaglia può non concludersi con la vittoria, o con una vittoria completa. La nostra condanna riguarda i criteri, i metodi di impostazione, delle lotte e delle trattative ad esse conseguenti il cui risultato finale non a caso è sempre deludente per l’operaio soddisfacente per il padrone. Possiamo ammettere che un sindacato non riesca, pur avendo condotto una agitazione coerentemente classista, a strappare un aumento salariale, una riduzione del tempo di lavoro conformi agli obiettivi fissati in origine: ma non possiamo ammettere che negozi deliberatamente sulla base di una crescente differenziazione fra categoria e categoria dopo di aver lottato deliberatamente sulla base di un frazionamento aziendale e settoriale della lotta operata. Sotto quest’aspetto, il contratto stipulato aggrava la situazione anche perché (ed era logico, dato che si era partiti dall’impresa come l’alfa e l’omega) aggiungerà alle differenziazione per categoria le differenziazioni per azienda sancendo che i premi vengano negoziati a livello aziendale in tutti i loro aspetti e quindi approfondendo l’abisso fra le maestranze delle diverse aziende: quell’abisso di cui si sono sentite le penose ripercussioni nelle lotte pur cosi energiche del settore privato.

La trinità sindacale ha, inutile dirlo, giudicato positivo l’accordo: gli operai man mano che gli effetti reali delle sue clausole balzeranno lore agli occhi, non potranno non giudicarlo negativo. Anche un contratto strozzzinesco come l’attuale tanto più strozzinesco se sarà riprodotto nella stessa forma nel settore privato, dove la lotta è stata aspra e, da parte operaia, unitaria può essere vantaggioso se contribuisce ad aprire gli occhi ai proletari, e a mostrar loro che l’abbandono dei principii della lotta di classe si riflette necessariamente nella disunione e nello spezzettamento della loro classe a tutto vantaggio del capitale e dei suoi sgherri.