Partito Comunista Internazionale

La vera unità sindacale uscirà da una lotta potente degli operai per ridare al sindacato la sua fisionomia di classe, non da decisioni prese a tavolino da funzionari stipendiati

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Sugli ultimi numeri di « Spartaco » e di « Programma Comunista » si è passo a passo commentato l’affermarsi della tendenza, nelle tre centrali sindacali, a fondersi in un sindacato unico « autonomo dai partiti ». Si è chiarito agli operai quale peso e quale significato abbia nella situazione attuale il maturare di una simile soluzione. In particolare, si è ribadito che mentre i comunisti internazionali sono favorevoli all’unione delle forze di tutti gli operai, e lo dimostrano con la loro azione e coi loro gruppi sindacali che invitano sempre i lavoratori a fondere le loro agitazioni e ad affrontare la classe padronale nel modo più compatto e più unito possibile, le centrali sindacali danno un ben altro senso alla loro azione « unitaria ». Per esse, con l’« unità » il sindacato dovrebbe assumere un ruolo nuovo, più degno e « moderno ». Esse continuano e continueranno quindi nella obiettiva e reale divisione dell’unità operaia proseguendo con le lotte parziali, limitate, « responsabili », ecc., ecc., ed esprimeranno la loro volontà « unitaria » al vertice, nella cosiddetta stanza dei bottoni. Là infatti esse potranno contrattare ai massimi livelli, partecipare alla programmazione, essere, secondo quella che è la loro volontà, gerenti cointeressati del sistema capitalista, contribuire alle decisioni strategiche per l’economia nazionale; da pretesi rappresentanti dei lavoratori, divengono insomma chiari funzionari del capitale.

Il loro sindacalismo è infatti eminentemente costruttivo e collaborazionista; la tendenza all’accordo purchessia è in loro congenita: ad una visione classista che interpreta e difende gli interessi economici degli operai sostituiscono una rosea visione pacifica e progressista, che vede nella collaborazione la regola, e nella lotta, sempre limitata e parziale, la rara eccezione. Per loro quindi l’idea dell’unità sindacale è il sindacato sicuramente inserito nello Stato, divenuto anzi un organo di esso. Che su tale strada ci si stia incamminando a grandi passi, lo dimostrano la tendenza ad imporre l’iscrizione al sindacato attraverso la delega alle direzioni aziendali (frattura del cordone che lega l’operaio all’organismo proletario) e la minaccia di non difendere gli interessi degli operai non aderenti al sindacato (tendenza ad un sindacalismo « integrale » di fascistica memoria). Non c’è da stupirsi quindi che, con simili chiari di luna, Novella dichiari sentenziosamente alla televisione: « Se non è un fatto immediato, l’unità organica è nella forza delle cose e andrà avanti ». (Unità, 1-7-67).

Questa è, confermata dal vertice massimo, la tendenza delle gerarchie ma vi è chi, sia pure ingenuamente, confusamente, ma generosamente, vi si oppone. E vi si oppone perché sente istintivamente che il sindacato di lor signori non è più un organo di classe, unificato, sarebbe una sconfitta per tutta la classe proletaria; la costringerebbe a ripartire da zero. Vi è chi sente che la unità fra gli operai non è la stessa cosa dell’unità tra i vertici; vi è chi apre gli occhi dinanzi alle deleghe; vi è nelle fabbriche un’opposizione potenziale e serpeggiante a tale stato di cose, a una simile tendenza. Che ciò sia vero risulta dalle ammissioni parziali delle stesse gerarchie, dall’insistenza con cui si batte sul chiodo dell’unità « organica », come la definisce Novella; dalle testimonianze di solidarietà che a volte suscita la nostra azione apertamente avversa a simile tendenza.

Abbiamo altre volte scritto come una certa percentuale di operai sia contraria alle parole d’ordine delle burocrazie sindacali; prove ulteriori le abbiamo da una cor- rispondenza pubblicata sull’Unità dell’1-7 dal titolo rivelatore: « Alfa di Arese: ma lo vogliono tutti, questo sindacato unico? ».

Vogliamo da tale interessante, se pur parziale documento, stralciare alcuni passi significativi che chiariscono quanto detto sopra e dimostrano nettamente la spaccatura fra funzionari e operai che tende a crearsi nel sindacato su tale questione. Diamo la parola prima ai « quadri » dei vari sindacati: « Basta con le cinghie di trasmissione rosse, bianche e rosa ». « Ora i partiti fanno la loro politica. E il sindacato si è finalmente caratterizzato sulla linea di una adeguata politica sindacale. Il terreno è stato sgombrato. E la questione delle cinghie di trasmissione è veramente finita ». « Il sindacato sia chiamato a discutere la programmazione per tempo ».

E’ un trionfo della linea ufficiale del dialogo, della disponibilità; è il risultato che esce dai quadri preparati nelle varie scuole dei sindacati, un osanna alla linea della burocrazia. Vediamo ora il retro della medaglia: non potendo fornire testimonianze dirette, ci limitiamo alle ammissioni dei bonzi (e sono già sufficienti): chi avversa la linea della burocrazia non può sperare in interviste dell’Unità. Sentiamo dunque le preoccupazioni dei quadri. « Pensa alle punte di settarismo che riaffiorano in questa fabbrica nuova, ove ogni giorno saltano fuori problemi che vanno affrontati con decisioni immediate. Non sempre queste decisioni nascono da una discussione a fondo con migliaia e migliaia di lavoratori. Per questo ci sono dei nostri attivisti, dei compagni meno orientati [che perla questa definizione] degli altri, che tengono un contegno e usano un linguaggio che non favorisce l’unità. Noi della Sezione sindacale aziendale della Fiom li critichiamo. Sappiamo che l’unità richiede anche una lotta interna nelle nostre file, e che ci vuole buona volontà da parte di tutti. Bisogna quindi prendere certi comportamenti per quel che valgono »,

« Qualche elemento fazioso della Fiom ha spinto dei lavoratori a stracciare le deleghe » [orrore, dagli all’untore!]. « Da noi solo il 40% della maestranza è organizzato nei tre sindacati e l’opinione dei non iscritti conta. In questa situazione il bastone fra le ruote dell’unità ce lo mettono ancora certi che fanno la critica estremisticamente ai comunisti. Questo calderone ostacola l’unità e deve cessare ». « Anche il ritardo nell’informazione intralcia l’unità sindacale, poiché gli elementi meno responsabili possono creare una gran confusione fra i lavoratori. In questo caso si sono create le circostanze in cui gli elementi più settari hanno giocato sull’equivoco. Questa è la realtà ».

Ecco alcune preoccupazioni che smentiscono il panorama roseo dei bonzi e la fiducia di Novella. Dunque per fare l’unità nel senso dei bonzi, occorre anche oggi dopo anni di sistematico addormentamento « fare una lotta nella fila del sindacato ». Dunque, vi è chi, senza imbeccate, ha compreso il tranello delle deleghe, e le ha stracciate. Dunque, vi è chi critica e lotta contro la politica capitolarda del PCI. Rivolgeteci pure l’accusa di settari. Il povero progressista, di fronte alle ferme prese di posizione suggerite dall’istinto di classe, ripete la sua giaculatoria: settari! Quanto di vecchio e di falso in questa parola: dai tempi di Marx ad oggi, essa è sempre stata usata dagli opportunisti contro i rivoluzionari. Settari perché rivendichiamo un sindacato che difenda realmente gli interessi del proletariato e che non accetti che le fabbriche diventino le peggiori galere? Oggi, nella civile Torino, nella ricca Milano, vi sono operai che lavorano 60 ore la settimana; lo sanno i nostri progressisti? La situazione della classe operaia diventa sempre più pesante; dopo i licenziamenti di due anni fa si è passati alla firma dei nuovi contratti di durata triennale con aumenti medi del salario irrisori e con l’accettazione di una tensione sempre più acuta del ritmo produttivo. I sindacati su tali fatti han taciuto; han taciuto perché occorre che tengano conto degli « interessi dell’economia nazionale ». I migliori operai, invece han capito che il sindacato deve tener conto solo degli interessi della classe operaia e per far ciò il suo collegamento col partito comunista vero (e non, come scrive l’Unità nell’articolo citato: « il partito comunista, che si richiama ai problemi operai e alla loro soluzione nella società nazionale»: la definizione di un partito che tutto è meno che comunista!) gli è vitale e necessario per dare prospettive e finalità alla lotta economica che, generalizzata, tende a divenire lotta politica rivoluzionaria.

Ebbene, una minoranza, ma una minoranza esigua degli operai ci ha capito e in modo ancora parziale e disunito si oppone all’andazzo di oggi. E’ compito nostro, è compito dei comunisti internazionali di appoggiare, fiancheggiare, organizzare generalizzare tale opposizione. Sappiano gli operai che i comunisti saranno sempre al loro fianco nella lotta che essi intraprenderanno per restituire al sindacato la sua qenuina funzione di classe.

E sappiano i bonzi tramanti per l’unità sindacale « organica » che se essa si farà, e forse avranno tempo di farla, verrà fatta contro la parte migliore, la parte più viva, vigile e cosciente della classe operaia, e che nelle loro mani tale unità potrebbe divenire una arma a doppio taglio.