Con l’aiuto di Mosca, via libera all’imperialismo americano
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Quando ebbe inizio la tensione fra Egitto e Israele (le ostilità non erano ancora cominciate), i minchioni si stupirono – il superminchione Pietro Nenni se ne stupisce e se ne rammarica tuttora – che l’ONU, baluardo e scudo delia « pace » universale, desse una così schiacciante prova d’impotenza. Dimenticavano, se mai l’avevano saputo, che l’ONU è il mulino delle chiacchiere, la valvola di sfogo della retorica pacifista e democratica; che agisce non per virtù propria ma solo in quanto decidano di agire per essa i dittatoriali monopolizzatori del potere economico, politico e militare; e che questi – USA e URSS – faranno pesare tale potere, o vi rinunzieranno, a seconda dei rapporti di forza reciproci e della maturità o meno di quello scontro diretto di cui gli episodi locali di guerra guerreggiata non sono per ora che il lontano preludio. Il gergo d’uso li chiama « superpotenze »: tale è, per la classe dominante mondiale la capacità d’imbottire i crani, che questa designazione può avere tranquillamente corso, come se l’usarla non equivalesse a riconoscere la menzogna della democrazia, dell’eguaglianza degli individui e degli Stati, della libertà di espressione di questa eguaglianza nel voto.
L’ONU lasciò fare perché così conveniva, in perfetto accordo, ai due big che dittatorialmente e fascisticamente controllano il mondo; essi si dichiararono neutrali, ed essa fu neutrale. Poi ordinò la cessazione del fuoco perché così aveva convenuto i big, e il fuoco si spense quando ormai Israele aveva non vinto, ma stravinto. Lasciar fare era stata una prima vittoria americana; la VI flotta aveva provveduto a scoraggiare le velleità di … « aiuto fraterno ai popoli arabi » dell’URSS. Il cessate il fuoco ne fu una seconda: per Israele, frammento di capitalismo pieno in un mondo vanamente aspirante ad emularlo, gioiello della finanza internazionale, polo di attrazione di capitali in cerca d’investimento, il gioco era fatto. Irretita nelle stesse menzogne piccolo-borghesi che formano la trama della sua propaganda ideologica, l’URSS volle l’assemblea, il torneo oratorio, la corte di giustizia: fu una terza vittoria americana, e di Israele. Andato a New York nella veste presunta della pubblica accusa, Kossighin lesse il suo discorso e, sbrigato il fastidioso, propagandistico impegno di onore, si precipitò a trattare d’affari – business is business – con il « superimputato » Johnson, Washington potè registrare la sua quarta vittoria, premessa a quelle che dovevano seguire – lo sgretolamento del « fronte unico » non tanto arabo, quanto mussulmano, la paralisi dell’assemblea, il fiasco delle mozioni di censura.
Da anni si predica la soluzione democratica degli aggrovigliati problemi dei rapporti fra Stati, da anni si addita nell’ONU l’arena della coesistenza pacifica, il superparlamento. Il bilancio lo abbiamo fatto con oltre vent’anni di anticipo; per quella via, su quel binario, il gendarme mondiale dell’imperialismo, l’USA, ha partita vinta – sempre e comunque. La vera tigre di carta, abbiamo detto rivolti a Pechino, è l’antimperialismo piccolo-borghese degli opportunisti; è il pacifismo. Oggi, Washington può giocarsi ai dadi e il Vietnam e il Medio Oriente: il semaforo, per Wall Street come per il Pentagono, per i banchieri come per i generali, segna verde.
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Crolla il mito della democrazia. Crolla il mito dell’« appoggio fraterno ai popoli in lotta contro l’imperialismo » da parte del Cremlino. Non vi è stato e non vi sarà nessun appoggio; quel poco, verbale e taccagno, non era e non è diretto ai « popoli »; era e rimane diretto a un mosaico di Stati. Si è costruito il gigantesco castello di un’unità araba che non esiste per la buona ragione che esistono unità statali divise da reciproci contrasti di interessi, premute dalle inesorabili leggi del mercato mondiale delle materie prime e soprattutto del petrolio, rette da borghesie gelose del loro sacro egoismo: Allah è grande, ma le royalties lo sono mille volte di più; se la stella di Nasser è in declino, può forse salire al cielo quella di Bumedien, quando fra Algeria, Tunisia e Marocco, per tacer della Libia, non si è mai potuto realizzare nemmeno sulla carta la più modesta « unità » del Maghreb? I « popoli » di cui parla Mosca come di punte avanzate nella lotta antimperialista sono delle macchine statali policrome sono classi dominanti borghesi e preborghesi unicamente interessate a difendere il proprio dominio su proletari, semiproletari straccioni e contadini senza terra o poveri di terra, sfruttando le combinazioni e gli intrallazzi del commercio mondiale.
I « popoli » non hanno nessuna parte in questo gioco: se non come carne da cannone. Quelli che Mosca chiama « popoli » e che sono « Stati » possono giurare sul Corano; ma resta il fatto che neppure il boicottaggio delle forniture di petrolio è uscito dalla « comunanza di fede » e dall’apparente convergenza fra classi dominanti insofferenti del giogo imperialista e tuttavia legate da mille fili a questo stesso giogo, croce e delizia insieme per ciascuna di esse. L’« appello ai popoli » non era, non è e non sarà, che un’arma nel gioco delle competizioni mercantili fra grandi potenze: fra gli USA, con l’Inghilterra al seguito, manovranti la leva non solo di Israele, ma dell’Arabia Saudita, del Libano, del Kuwait, della Giordania, magari della Tunisia e del Marocco, e L’URSS in affannosa ricerca di alleati in Siria e in Egitto: fra Parigi, forse agognante a restituire a Londra i mille sgambetti ricevuti durante e dopo le due guerre mondiali, e i suoi ex compagni d’armi nella guerra contro … il fascismo; fra tutti e, magari, lo spettro di un concorrente potenziale, la Cina. E poiché la vittoria nell’ultima partita è toccata al gendarme mondiale yankee, « ignoti mercenari » possono scendere impunemente come novelli marziani nel Congo; oh, regno della pacifica coesistenza: oh, trionfo dell’anticolonialismo piccolo-borghese patrocinato dal Cremlino!
L’indegna commedia che si sta recitando da due mesi mette in aspro rilievo la realtà del dramma sociale di classe. Non si esce dal pantano degli interessi nazionali, dietro cui si nascondono (fin troppo palesi, del resto) interessi mondiali, né con l’arma della diplomazia né con quella degli scontri statali armati. Di là dai confini che l’imperialismo ha tracciato nel Medio Oriente, in Africa, nel resto dell’Asia, c’è una sola forza che possa distruggere il nido di vipere che il regno del Capitale ha creato lungo il suo cammino: la sola forza alla quale il comune giogo sfruttatore conferisce una reale unità, non di razza, non di fede, non di linguaggio, ma di classe, quindi di lotta per la vita o per la morte: il proletariato, la classe sul cui sudore poggia l’orgogliosa potenza di Israele, dal cui sudore sono fecondati i campi di cotone dell’Egitto, il cui sudore mette in moto le pompe che immettono nelle arterie del capitalismo mondiale la linfa nera del petrolio; il proletariato israeliano arabo, berbero, ma soprattutto il proletariato delle metropoli imperialistiche, che le classi dominanti cullano in una prosperità menzognera addormentandole con le briciole del plusvalore estorto ai salariati d’Asia, d’Africa, di America Latina. Da essi, dalla loro fraternità di lotta rivoluzionaria, l’imperialismo sarà ucciso: da essi, o da nessuno.
I big lo sanno: e ne tremano.