La coda opportunista dell'”Estremismo” filocinese Pt.4
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La perla dell’« imponibile della manodopera »
Abbiamo già dimostrato, nei numeri 7-8-10, la funzione di tranquillante sociale svolta dalla tesi filocinese nel settore delle lotte economiche del proletariato e del loro rapporto con l’azione del partito politico di classe. Dobbiamo ora vedere che cosa si nasconde dietro la diplomatica formuletta secondo cui « la questione delle riforme può costituire una trappola per le masse lavoratrici » … e, per logica deduzione, anche non costituirla (si veda il n. 10 del Programma comunista). Ma, prima, è utile tornare molto brevemente sul primo punto per un’ulteriore conferma di quanto abbiamo sostenuto. Non ci stancheremo mai di ripetere che i filocinesi sono dei controrivoluzionari non meno dei Longo e degli Amendola.
Dopo aver detto praticamente che la « formazione della coscienza rivoluzionaria nelle masse » procede di pari passo con la diffusione dell’idea della possibilità di uno stabile miglioramento delle condizioni di vita dei lavoratori in regime capitalistico, il « Programma d’azione » di Nuova unità non precisa nulla sul processo di sviluppo di questa « coscienza rivoluzionaria », e invece fa ruotare la rosa di parole d’ordine immediate attorno a un pilastro veramente significativo: « l’imponibile di mano d’opera ». Che cosa sarà mai, questo imponibile di mano d’opera, se non la forza-lavoro necessaria in un certo processo produttivo, e quindi imposta nella sua quantità dalle leggi dell’economia borghese? In che cosa potrebbe concretarsi il concetto di imponibile se non in un disegno di legge di qualche governo borghese con pruriti sociali oppure in un accordo tra sindacati e aziende, naturalmente sotto il patrocinio dello Stato? In un caso e nell’altro si tratterebbe, da una parte, di un avallo ulteriore fornito al mito controrivoluzionario dello Stato come arbitro imparziale tra le classi in lotta, e, dall’altra, di uno stop all’azione economica del proletariato, che non troverebbe assolutamente in tale parola d’ordine e nella lotta per essa il trapasso, senza soluzione di continuità anche se non immediato, verso obbiettivi e battaglie che preparino l’investimento risolutivo della dittatura borghese.
Possiamo dire senza tema di esagerare che il meccanismo miracolistico dello imponibile di mano d’opera verso cui i filocinesi vorrebbero orientare le lotte operaie non è che l’altra faccia di una medaglia che porta il nome famigerato di « giusta causa » nei licenziamenti … giusta, si badi, per chi sta nella posizione del licenziatore.
Nella concezione marxista, le lotte proletarie per rivendicazioni limitate e contingenti sono l’occasione per il superamento, con l’intervento del partito attraverso la cinghia di trasmissione dell’organizzazione sindacale dei limiti entro i quali il movimento operaio stesso non fa che ribattere le catene della schiavitù salariale. Per i filocinesi, all’opposto, le lotte sindacali si concludono, nonostante tutte le frasi sulla coscienza, in un « istituto », cioè sono un movimento che si cristallizza e si ripiega su se stesso.
La storia delle sconfitte del proletariato insegna che l’opportunismo consiste nel teorizzare la stasi della lotta di classe convogliando il movimento su obiettivi che, sotto le spoglie di un falso intermedismo volto a supplire all’assenza di una crisi rivoluzionaria, aprono solo la strada alla reazione capitalistica. La variante filocinese del fenomeno opportunista consiste nel tentativo di contrabbandare la stasi del movimento operaio, cioè la controrivoluzione trionfante, per « formazione della coscienza rivoluzionaria nelle masse ».
E veniamo alla questione delle riforme. Per trattare questo punto, oscurato da un quarantennio e più di falsificazioni, non possiamo fare a meno di tornare indietro sul filo del tempo.
All’indomani della conquista del potere da parte della borghesia nei principali paesi dell’Europa centro-occidentale, il nuovo regime ha ancora da assolvere un compito storico fondamentale: distruggere i residui economici e politici della vecchia società espandere e generalizzare i nuovi rapporti di produzione, e quindi dare il via alla grande industria ed alla concentrazione del capitale su scala nazionale e internazionale; in una parola. il capitalismo deve gettare le basi materiali della società comunista. Il cammino che conduce la borghesia all’assolvimento di questa funzione non è però rettilineo, ma presenta sinuosità e ritardi notevoli.
Infatti, alla vittoria politica della borghesia, e prima ancora al suo stesso costituirsi in classe, si accompagna un’opera già profonda di distruzione del vecchio sistema di vita. Nel momento in cui le rivoluzioni borghesi vincono, il processo di rovina della produzione artigiana e di dissoluzione dei rapporti feudali nelle campagne è ormai iniziato: artigiani falliti, ex-garzoni, contadini nullatenenti, « liberati » dai propri mezzi di produzione e dalla terra, si assiepano nelle città a costituire un primo nucleo di quello che si appresta a divenire l’irriducibile antagonista del capitale: il proletariato urbano. Un filo rosso corre per tutta la storia delle rivoluzioni borghesi segnando la presenza minacciosa del futuro becchino del capitalismo prima ancora che esso sia definitivamente uscito dal grembo del feudalesimo. Per citare solo l’esempio della grande rivoluzione francese, il proletariato si manifesta da una parte imprimendo un ritmo proprio alla rivoluzione stessa (il terrore che si afferma sull’onda del movimento dei sanculotti e delle « braccia nude » non è altro che la maniera rossa di assicurare il trionfo sulle forze assolutiste) e dall’altro con una prima presa di coscienza sia pure nebulosa dell’opposizione tra il lavoro e il capitale, cui corrisponde il tentativo eroico ma necessariamente sfortunato di Babeuf e degli Eguali.
Di qui un atteggiamento della borghesia che oscilla continuamente tra due poli: quello dell’abbattimento di ogni possibile inciampo feudale al processo di stabilizzazione, espansione e generalizzazione del nuovo modo di produzione, e quello del rafforzamento, mediante alleanze spurie con le forze reazionarie, delle proprie posizioni nei confronti del giovane proletariato. Questa situazione fa della società europea del secolo XIX (con periodi più o meno lunghi a seconda dei paesi) un organismo simbiotico in cui vecchio e nuovo ora si sorreggono a vicenda, ora si divorano l’uno l’altro.
In tale periodo il proletariato, anche se non può ancora avvertire pienamente che la sua esistenza è la negazione più radicale del sistema sociale capitalistico, comincia però a rendersi conto che la salvaguardia delle proprie condizioni materiali di vita richiede una lotta accanita contro la borghesia. In altri termini, se è già evidente il contrasto fondamentale della società moderna tra il lavoro salariato e il capitale, tra i produttori nullatenenti e l’appropriazione di classe del prodotto, tale contraddizione non ha ancora raggiunto il punto critico in cui lo sviluppo delle forze produttive diviene materialmente inconciliabile con i rapporti di produzione capitalistici; anzi la sopravvivenza di questi ultimi ne postula una distruzione ciclica sempre maggiore.
Nell’arco storico che abbiamo precisato, e con date diverse nei vari paesi, il partito rivoluzionario non può dunque stabilire volontariamente per il proletariato il compito immediato dell’abbattimento dello Stato borghese ma nemmeno può chiudergli le porte in faccia con la scusa che il passaporto della borghesia non è ancora scaduto, e ritirarsi nella contemplazione metafisica della società futura. « Sarebbe del resto assai comodo – scrive Marx a Kugelmann il 17-4-1871 – fare la storia universale se si accettasse battaglia soltanto a condizione di un esito infallibilmente favorevole ».
Ma il partito non può neppure dividere il proprio programma in due tronconi « per tener conto della situazione e del livello del movimento di massa ». Avremmo in tal caso un programma minimo di miglioramenti economici per gli operai, e un programma massimo di sovvertimento dell’ordine costituito da tenere in soffitta in attesa di tempi migliori; questo dualismo ucciderebbe il partito stesso in quanto partito rivoluzionario, perché ogni minimalismo deve implicitamente negare il concetto fondamentale dell’instabilità permanente della condizione operaia in regime capitalista e con ciò la necessità della rivoluzione, riducendo il programma massimo a un artificio per mistificare le masse. Ciò non vuol dire che noi agitiamo un programma massimo contro quello minimo. Sarebbe una caricatura del marxismo ovvero la sua riduzione ad un arbitrario rivoluzionarismo che affiderebbe la chiave della lotta di classe alla convinzione e alla volontà di fare la rivoluzione.
I marxisti autentici non hanno programma minimo, ma non hanno neppure programma massimo: il nostro programma è quello unico e invariante dell’abbattimento violento dello Stato borghese e dell’instaurazione della dittatura comunista. Ancorati ferreamente a tale programma, i comunisti, di fronte ad una situazione oggettiva sfavorevole alla sua diretta e immediata applicazione, si foggiano un piano di intervento negli inevitabili scontri parziali tra il proletariato e la borghesia per portare nel corso della lotta strati sempre più vasti della classe alla consapevolezza della necessità di distruggere il capitalismo e per preparare le migliori condizioni soggettive all’urto supremo col nemico di classe.
Scrive Lenin nella Prefazione alle lettere di Marx a Kugelmann: « La dottrina di Marx ha amalgamato la teoria e la prassi della lotta di classe in un inscindibile tutto. E non è marxista colui il quale, per giustificare ciò che esiste, travisa quella dottrina che constata sobriamente la situazione oggettiva, e si abbassa sino a tendere ad adeguarsi al più presto ad ogni declino temporaneo della rivoluzione, a sbarazzarsi al più presto da ogni « illusione rivoluzionaria » e ad adeguarsi alla raccolta « realistica » delle briciole ». Ed ancora Marx ed Engels nel Manifesto: « I comunisti si distinguono dagli altri partiti proletari solo per il fatto che da una parte essi mettono in rilievo e fanno valere gli interessi comuni indipendenti dalla nazionalità, dell’intero proletariato. nelle varie lotte nazionali del proletariato; e dall’altra per il fatto che sostengono costantemente l’interesse del movimento complessivo attraverso i vari stadi di sviluppo percorsi dalla lotta tra il proletariato e la borghesia ».
Movimento operaio o riforme dopo la vittoria delle rivoluzioni
Così definite le linee essenziali dell’intervento del partito comunista in una situazione genericamente non rivoluzionaria, quali sono le particolarità di tale azione nella fase successiva alla vittoria delle rivoluzioni borghesi, in cui i rapporti tra le classi antagoniste sono oscurati per il fatto che il capitalismo non si è ancora sviluppato abbastanza, ossia in cui l’immaturità generale del tessuto sociale ostacola il libero dispiegarsi in tutta la sua estensione e profondità della battaglia tra il proletariato e la borghesia nei termini di una negazione radicale del capitalismo stesso e della divisione in classi?
In questa fase il partito può assolvere il compito corrispondente alle condizioni storicamente sfavorevoli per l’azione rivoluzionaria diretta, solo intervenendo nei conflitti che inevitabilmente oppongono la nuova società, vittoriosa ma non consolidata, alle forze feudali e semifeudali, in modo da accelerare la distruzione degli ostacoli ancora frapposti allo sviluppo delle forze produttive e, contemporaneamente, mostrare al proletariato che tale sviluppo potrà essere veramente vantaggioso per la società, e non per una classe, solo nella misura in cui esso non si arresterà ma procederà oltre a rompere gli stessi rapporti di produzione capitalistici. Più chiaramente: Sulla base degli inevitabili scontri economici del proletariato con la borghesia e delle altrettanto inevitabili battaglie contro i residui precapitalistici in cui gli operai spontaneamente si schierano a fianco della borghesia, che per parte sua cerca di impedir loro ogni autonomia di classe attraverso la suggestione dello sviluppo democratico di una società finalmente libera dai ceppi dell’ancien régime, il partito comunista interviene a convogliare il movimento operaio in una lotta generale e permanente per i fini storici autonomi della classe, il cui presupposto e primo risultato è l’organizzazione indipendente dei lavoratori. E non si tratta affatto di una presa di posizione in merito a un conflitto tra gruppi della borghesia con il preteso scopo di ottenere la vittoria di quella « migliore » dal punto di vista della classe oppressa, bensì di un’azione volta ad accelerare lo sviluppo dello scontro delle due classi antagoniste nelle precise circostanze in cui il capitalismo non significa ancora la via immediata compressione delle forze produttive in un limite sempre più intollerabile.
Ad illustrare quanto sopra bastino tre citazioni. Franz Mehring nella Storia della socialdemocrazia tedesca così parafrasa l’ultima pagina di un’opera di Engels del 1865: « Essa [« La questione militare prussiana e il partito operaio tedesco »] si concludeva con queste affermazioni: mantenere innanzitutto organizzato il partito operaio nella misura permessa dalle circostanze; costringere il partito progressista a muoversi effettivamente; spingerlo nella misura del possibile a rendere più radicale il proprio programma e ad attenervisi; bollare e ridicolizzare spietatamente ogni sua inconseguenza e debolezza; … rispondere… alla reazione e ai suoi allettamenti ipocriti con le fiere parole del vecchio canto di Hildebrand: « Bisogna accettare i doni con la spada, lama contro lama ».
La seconda citazione è dalla lettera di Marx a Bolte del 24-11-1871: « … Il movimento politico della classe operaia ha naturalmente come scopo ultimo la conquista del potere politico per la classe operaia stessa, e a questo fine è naturalmente necessaria una previa organizzazione della classe operaia sviluppata sino a un certo punto e sorta dalle sue stesse lotte economiche. Ma d’altra parte ogni movimento in cui la classe operaia si oppone come classe alle classi dominanti cerca di far forza su di esse con una pressione dall’esterno è un movimento politico. Per esempio, il tentativo di strappare una riduzione della giornata di lavoro dal capitalista singolo in una sola fabbrica, o anche in una sola industria, con degli scioperi. ecc., è un movimento puramente economico: invece il movimento per strappare una legge delle otto ore, ecc. è un movimento politico. E in questo modo dai singoli movimenti economici degli operai sorge e si sviluppa dappertutto il movimento politico, cioè un movimento della classe per realizzare i suoi interessi in forma generale, in una forma che abbia forza coercitiva generale socialmente. Se è vero che questi movimenti presuppongono una certa previa organizzazione, essi sono da parte loro altrettanti mezzi dello sviluppo di questa organizzazione. Dove la classe operaia non è ancora progredita nella sua organizzazione tanto da poter intraprendere una campagna decisiva contro il potere collettivo, id est contro il potere politico, della classi dominanti, esso deve ad ogni modo essere preparato a ciò da una agitazione permanente contro l’atteggiamento a noi ostile della politica delle classi dominanti. Altrimenti. rimane un giocattolo nelle loro mani … ».
Uno degli aspetti dell’azione dei comunisti nelle circostanze suddefinite è quello della lotta per le « riforme sociali » – ecco il punto! – cioè per un insieme di misure – dalle leggi sulla libertà di stampa e riunione alla legislazione operaia, dal suffragio universale alla repubblica democratica unitaria ecc., – che a quest’epoca sono effettivamente realizzabili perché precorrono la linea dello sviluppo capitalistico, preparano le basi materiali specifiche per l’urto diretto tra il proletariato e il potere del capitale, e svelano come dietro gli oscillamenti della borghesia sulla strada del suo stesso sviluppo si celi il terrore derivante dalla più o meno chiara consapevolezza che esso dialetticamente avvicina la sua fine.
Ed ecco la terza citazione, dal capitolo XIII del I Libro del Capitale: « Se la generalizzazione della Legislazione sulle fabbriche quale mezzo di difesa fisico e intellettuale della classe operaia è diventata inevitabile, essa, d’altra parte, generalizza e accelera, come già è stato detto, la trasformazione di processi lavorativi dispersi, compiuti su scala minima, in processi lavorativi combinati su scala larga, sociale, e con ciò la concentrazione del capitale e il dominio esclusivo del regime di fabbrica. Essa distrugge tutte le forme antiquate e transitorie, dietro le quali si nasconde ancora in parte il dominio del capitale, e le sostituisce con il suo dominio diretto, senza maschera. Essa rende così generale anche la lotta diretta contro questo dominio. Mentre nelle officine individuali la legislazione sulle fabbriche impone l’uniformità, la regolarità, l’ordine e l’economia, essa aumenta, con l’enorme assillo imposto alla tecnica dai limiti e della regola della giornata lavorativa, l’anarchia e le catastrofi della produzione capitalistica nel suo insieme, l’intensità del lavoro e la concorrenza fra macchine e operai. Insieme alle sfere della piccola industria e del lavoro a domicilio essa distrugge gli ultimi asili di coloro che sono in « soprannumero » e con ciò la valvola di sicurezza di cui finora è munito tutto il meccanismo sociale. Con le condizioni materiali e con la combinazione sociale del processo di produzione essa matura le contraddizioni e gli antagonismi della forma capitalistica del processo di produzione, e quindi contemporaneamente gli elementi di formazione di una società nuova e gli elementi di rivoluzionamento della società vecchia ».
Il lettore a questo punto comprenderà i motivi della lunga digressione compiuta. Non ci ha mossi infatti, il vezzo di una esibizione accademica, ma non siamo neppure abituati a partorire piani d’azione estemporanei alla maniera filocinese. Il nostro metodo consiste nel ritrovare sul filo rosso della dottrina marxista e della storia del movimento operaio i termini della nostra azione presente, e solo dopo aver puntualizzato la questione delle riforme nell’epoca immediatamente successiva alla vittoria politica borghese possiamo dire di possedere gli elementi necessari e sufficienti per rispondere al quesito se siano o meno possibili oggi riforme sociali vantaggiose, nel senso più ampio del termine, per il proletariato.
Marx ed Engels coglievano il carattere positivo delle riforme preconizzate nel fatto che esse portavano avanti l’espansione e universalizzazione del capitalismo, vale a dire la maturazione delle sue contraddizioni, spianando la strada allo sviluppo sulle sue proprie basi della lotta di classe proletaria. Era controrivoluzionaria allora e resta controrivoluzionaria oggi l’opinione che le riforme potessero migliorare stabilmente e progressivamente la condizione di vita degli operai.
Ma diamo pure carte in regola ai paravento di verbalismo « rivoluzionario » dei filocinesi e lasciamo stare per un po’ il contenuto di « socialismo del cucchiaio » del « Programma d’azione » di Nuova unità. Chiediamoci se sono possibili attualmente riforme sociali capaci di sbloccare la situazione controrivoluzionaria e di dare nuovo impulso alla lotta di classe, a parte il fatto che questa posizione è implicitamente negata dalla tesi secondo cui la crisi rivoluzionaria si aprirebbe solo quando l’« internazionale capitalistica » fosse stata sconfitta nelle giungle dei paesi arretrati.
Imperialismo e riforme
Abbiamo già ricordato che con primi del novecento si apre la fase imperialistica del capitalismo, in cui il contrasto tra i rapporti di produzione e le forze produttive è tale che l’incremento di queste ultime è condizionato da uno stato di guerra permanente che sfocia ciclicamente nella loro distruzione su scala sempre più vasta.
Scrive Lenin nell’Imperialismo: « E’ noto a tutti quanto il capitalismo monopolistico abbia acuito tutti gli antagonismi del capitalismo. Basta accennare al rincaro dei prezzi e alla pressione dei cartelli. Questo inasprimento degli antagonismi costituisce la più potente forza motrice del periodo storico di transizione, iniziatosi con la definitiva vittoria del capitale finanziario mondiale. Monopoli, oligarchia, tendenza al dominio anziché alla libertà, sfruttamento di un numero sempre maggiore di nazioni piccole e deboli per opera di un ristretto gruppo di nazioni più ricche e potenti: sono le caratteristiche dell’imperialismo, che ne fanno un capitalismo parassitario e putrescente … In complesso il capitalismo cresce assai più rapidamente di prima, senonché tale incremento non solo diviene in generale più sperequato, ma tale sperequazione si manifesta particolarmente nell’imputridimento dei paesi capitalisticamente più forti … Da tutto ciò che si è detto sopra intorno all’essenza economica dello imperialismo, risulta che esso deve essere caratterizzato come capitalismo di transizione o più esattamente come capitalismo morente ».
E l’agonia del capitalismo si prolunga solo in forza della sottomissione del movimento operaio all’ideologia borghese, operata dai partiti opportunisti. La base materiale dell’opportunismo e del suo predominio in seno alla classe si trova:
a) Nella corruzione di alcuni strati di lavoratori (aristocrazia operaia) mediante la distribuzione delle briciole del sovraprofitto imperialistico; scrive sempre l’Imperialismo che « i capitalisti di uno dei tanti rami industriali, di uno dei tanti paesi, ecc., raccogliendo gli altri monopolisti, hanno la possibilità di corrompere singoli strati di operai e, transitoriamente, persino considerevoli minoranze di essi, schierandole a fianco della borghesia del rispettivo ramo industriale o della rispettiva nazione contro tutte le altre. Questa tendenza è rafforzata dall’aspro antagonismo esistente tra i popoli imperialisti a motivo della spartizione del mondo. Così sorge un legame tra l’imperialismo e l’opportunismo ».
b) Nella formazione di un sottobosco piccolo borghese (funzionari, liberi professionisti intellettuali tanto cari al cuore dei traditori del marxismo, ecc.) che si sviluppa all’ombra dello Stato divenuto ormai in forma sempre più articolata il comitato d’affari della borghesia: « Lo Stato di rentiers – dice Lenin – è lo stato del capitalismo parassitario in putrefazione. Questo fatto necessariamente influisce, in generale, su tutta la situazione politico-sociale dei relativi paesi, e quindi, in particolare, anche sulle due correnti principali del movimento operaio »; e quindi, citando Hobson, ribatte: « coloro che fissano la direzione di questa esplicita politica parassitaria sono i capitalisti: ma gli stessi movimenti esercitano la loro efficacia anche su determinate categorie di operai … Lo stato dominante sfrutta le sue provincie, colonie e paesi sudditi, per arricchire la classe dominante e corrompere le proprie classi inferiori per tenerle così a freno».
Nella fase imperialistica, nessuna riforma sociale può rendere le condizioni generali della società più mature per il socialismo di quello che già sono. Se il capitalismo ha potuto prolungare la sua vita fisica oltre la sua morte come forma storica, lo si deve unicamente al fenomeno opportunista e alla sua egemonia sul proletariato. Lottare contro l’attuale sistema sociale significa dunque lottare spietatamente contro gli opportunisti e contro l’ideologia che li caratterizza: l’idolatria per le riforme come metodo per il parto indolore della nuova società. Scrive Lenin: « Alcuni scrittori … si compiacciono di trascurare il fatto del legame tra l’imperialismo e l’opportunismo nel movimento operaio – fatto che salta specialmente agli occhi in questo momento -, per mezzo di ragionamenti « ufficiali ottimistici » (nel senso di Kautsky e Huysmans) di questo genere: la causa degli avversari del capitalismo sarebbe disperata se appunto il capitalismo avanzato conducesse ad un rafforzamento dell’opportunismo o se appunto gli operai meglio pagati fossero propensi all’opportunismo, ecc., Non bisogna illudersi sul significato di un simile « ottimismo »; è un ottimismo verso l’opportunismo. È un ottimismo che serve l’opportunismo. Di fatto, la particolare rapidità e il carattere particolarmente ripugnante dello sviluppo dell’opportunismo non ne garantiscono la solida vittoria, come la rapidità dello sviluppo di un ascesso purulento su un organismo sano non può far altro che accelerarne la maturazione e liberarne più rapidamente l’organismo. Più pericolosi di tutti, da questo punto di vista, sono coloro i quali non vogliono capire che la lotta contro l’imperialismo, se non è indissolubilmente legata con la lotta contro l’opportunismo, è una frase vuota e falsa ».
E tra i nemici peggiori, dallo stesso punto di vista vanno annoverati proprio coloro che, come i filocinesi, fingono di cacciare il riformismo dalla porta e lo fanno rientrare a velocità supersonica dalla finestra, sotto le spoglie ora di un programma minimo per migliorare le condizioni di vita degli operai, ora di un programma di transizione per favorire volontaristicamente il ritorno offensivo del proletariato. Quest’ultima metamorfosi del revisionismo è poi la più sporca perché costituisce la parodia della tattica correttamente applicata dai marxisti subito dopo la vittoria della rivoluzione borghese. La lotta contro l’opportunismo inizia col ripristino organico della dottrina e del programma rivoluzionari come dell’organo che ne è depositario, il partito politico di classe. È una strada lunga, scomoda, ma obbligata: « senza teorie rivoluzionarie non c’è movimento rivoluzionario », afferma Lenin. E tanto valga per gli ingenui che la fretta di fare spinge a lottare contro l’opportunismo riproponendo il giogo opportunista sul movimento operaio.