“Rivoluzione culturale”: rivoluzione borghese Pt.3
Categorie: China, Cultural Revolution, Mao Zedong
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Il più rapido esame delle questioni ideologiche sollevate dalla rivoluzione culturale ci porta a ripetere quanto abbiamo già scritto a proposito del conflitto cino-sovietico: il segreto e la soluzione di queste « lotte di idee » non risiedono nella testa di alcuni dirigenti o nella volontà delle masse; al contrario, le lotte di idee e i movimenti di massa traducono degli antagonismi nei rapporti economici e sociali, dei problemi di « cultura materiale » rimasti insolubili nel quadro di un certo regime.
Un bilancio che il maoismo non può fare
Quando si manifestarono i primi dissensi fra Pechino e Mosca, i due protagonisti cercarono di mantenere il conflitto nei limiti di rispettabili discussioni teoriche sulla guerra, la pace e il socialismo. Le divergenze fra partiti essi dicevano, non devono incidere sui rapporti fra Stati. Noi abbiamo subito risposto che le pretese divergenze ideologiche erano soltanto il riflesso di conflitti materiali fra Stati nazionali borghesi. I fatti hanno confermato la nostra analisi. Cina e Russia non riescono più oggi a mantenere al di sopra dei loro rispettivi interessi nazionali gli interessi generali del « campo socialista ».
Sul piano politico, ne è la miglior prova la guerra del Vietnam. Nel campo economico, l’evoluzione di tutti gli Stati dell’Est (e non soltanto della Cina) mostra che essi non tendono affatto a creare un « sistema socialista mondiale », ma che tutte le forze della loro economia nazionale li spingono ineluttabilmente alla più completa integrazione nel mercato mondiale capitalista. È sotto la pressione di questi fatti che tutti i partiti affiliati a Mosca hanno rinnegato il monolitismo dell’epoca staliniana, e si pronunciano senza eccezioni a favore del « policentrismo » di cui Togliatti fu il primo campione. Gli interessi commerciali, la politica nazionale, la diplomazia borghese, hanno avuto definitivamente ragione del falso socialismo. E non è necessario andare in cerca di altri motivi « ideologici » quando si vede fino a che punto i dirigenti di questi paesi siano disposti a passare la mano davanti all’imperialismo dell’altro blocco, perfino a detrimento del loro « prestigio nazionale ».
Paese arretrato che quindi soffre più direttamente dell’ordine stabilito sotto l’egida della coesistenza pacifica, concorrente potenziale pericoloso che i due imperialismi dominanti hanno di volta in volta boicottato, la Cina ha dovuto dare alla difesa dei suoi interessi nazionali la forma di una lotta aperta contro la « cultura » putrefatta del capitalismo mondiale. Ma, su questo terreno, i dirigenti cinesi si sono rivelati impotenti tanto a demolire l’ideologia politica della controrivoluzione russa quanto ad allentare la morsa del dominio materiale esercitato dall’imperialismo americano sull’economia cinese. I dirigenti maoisti sono marxista, e pretendono di aver scatenato, in Cina come altrove, una lotta a morte contro quello che chiamano il « revisionismo moderno ». Ma che cosa intendono con questa parola? Per loro, la data di nascita di questo « revisionismo » risalirebbe al massimo al XX congresso del partito russo; prima, tutto filava liscio come l’olio nella santa famiglia del piccolo padre Stalin; dopo, tutto si sarebbe messo a degenerare. Sembrerebbe, quindi, che la controrivoluzione mondiale abbia le sue radici e la sua ragion d’essere in quel bonaccione di Krusciov, nei suoi viaggi, nelle sue riforme, nei suoi discorsi di congresso. È fargli troppo onore! È attribuire a Krusciov o a Kossighin in Russia, a Liu Shao-chi e a qualcun altro in Cina un ruolo nella storia che il marxismo non ha mai riconosciuto ai « grandi uomini », e a maggior ragione agli omuncoli che la controrivoluzione ha spinto sul proscenio! La « grande rivoluzione culturale » cinese è stata incapace di dire e ricordare ai proletari che cosa fu in realtà la controrivoluzione.
La controrivoluzione del XX secolo, di cui soffre non soltanto la Cina maoista, ma anche e soprattutto il proletariato internazionale, non è entrata d’improvviso in un congresso di partito o nella testa di alcuni dirigenti messisi d’un tratto a « seguire la via del capitalismo ». Essa si è imposta all’umanità con la forza delle armi e in lotte di classe di un’ampiezza internazionale. La controrivoluzione è lo schiacciamento dei proletariati tedesco, russo e cinese dal 1919 al 1927; è la liquidazione della teoria rivoluzionaria e dell’Internazionale Comunista; è la distruzione del partito russo e mondiale con gli enormi mezzi repressivi dello Stato « operaio », è la mobilitazione dei proletari di tutti i paesi nella seconda guerra imperialista. Tutto ciò ha una portata ben diversa dal « revisionismo » lindo e assestatello che un bel giorno sarebbe caduto dal cielo. In realtà, la vera storia della controrivoluzione non comincia, neppure per la Cina, con il conflitto degli anni ’60 fra lo Stato russo e lo Stato cinese. Ora, nelle sue polemiche con Mosca, Mao non ha mai affrontato quella « rivoluzione culturale » che noi soli abbiamo fatta, e di cui osserviamo, al di sopra delle generazioni, la tradizione politica: non ha mai denunciato né la tattica menscevica imposta da Stalin al partito cinese nelle gloriose battaglie proletarie del 1924-27, né la disastrosa influenza della politica dei fronti popolari sulla lotta per il potere fra partito comunista cinese e Kuomintang negli anni ’30, né infine l’aperta collusione dell’imperialismo russo-americano che tentò un’ultima volta alla fine della guerra di ostacolare il movimento nazionale rivoluzionario cinese, raccomandando a Mao di costituire un nuovo governo di coalizione con Ciang Kai-scek. La rivoluzione culturale non ha mai fatto e non farà mai un simile bilancio storico della controrivoluzione in Cina. E si capisce perché. Questo bilancio, quand’anche concernesse la cultura nazionale e la storia nazionale della Cina moderna, dovrebbe essere un bilancio di classe che rimetta in causa le illusioni e la politica della democrazia popolare. È il bilancio che solo potrà fare una classe battuta ma già in procinto di risollevare la testa: un bilancio rivoluzionario della controrivoluzione.
La rivoluzione culturale, momento dello sviluppo capitalistico cinese
Se il « pensiero di Mao » non ha mai saputo abbracciare i problemi della rivoluzione proletaria mondiale, è invece sempre stato più fecondo nella elaborazione dell’ideologia e della politica nazionale dello Stato cinese.
Abbiamo già mostrato che il conflitto cino-sovietico non fu il risultato di una semplice rottura unilaterale di contratti commerciali o di perfide macchinazioni politiche di Mosca contro Pechino. In realtà sono le tendenze profonde delle economie nazionali russa e cinese, come del mercato mondiale, che hanno condotto la Cina prima all’isolamento, poi alla necessità di « contare sulle sue sole forze », di « camminare sulle sue gambe », insomma di affrontare da sola le contraddizioni, i sacrifici e le calamità naturali e sociali dell’accumulazione capitalista.
A partire dal 1955-56 (come abbiamo mostrato nel Programma Comunista, nr. 19-22 del 1966), tutta la politica dello Stato cinese si è sforzata di risolvere all’interno dei confini nazionali le contraddizioni generate dall’economia di mercato nel « campo socialista ». A questa politica si devono la collettivizzazione accelerata e il movimento di « rieducazione del pensiero » dei capitalisti nazionali, poi il « balzo in avanti » e le « comuni popolari ». Di questa politica cinese del « socialismo in un paese solo », la stessa rivoluzione cinese non è che la continuazione e lo sviluppo.
Così, le formule della « rivoluzione culturale » appaiono già nel 1957, anno in cui i risultati del primo piano cinese e l’evoluzione dei rapporti tra paesi socialisti hanno ormai convinto Mao che la Cina potrà contare solo sul suo « capitale umano » per edificare la sua economia nazionale. A quest’epoca, infatti, egli dichiara: « Il nostro paese di 600 milioni di abitanti ha due caratteristiche: è povero ed è bianco, bianco come un foglio di carta. I poveri vogliono che le cose cambino, vogliono lavorare sodo, vogliono la rivoluzione. Il foglio di carta sul quale non è stato scritto nulla si presta mirabilmente agli ideogrammi più nuovi e più belli ». C’è in questo aforisma tutta la « rivoluzione culturale »; e non a caso esso ha trovato posto nell’ultimissima bibbia del maoismo. Vincere la povertà « lavorando sodo » e scrivere i « begli ideogrammi » del comunismo sul foglio bianco del contadino cinese: in ciò consiste la rivoluzione culturale, che associa comunismo e miseria dopo di aver assimilato interessi nazionali e interessi di classe del proletariato.
Mao non pretende soltanto di far entrare le idee del comunismo nel cervello del « povero », ma lo chiama a creare con il suo lavoro le condizioni inesistenti della società futura in un dato paese. Le tesi sulla rivoluzione culturale dichiarano che il suo scopo è di « riformare l’educazione, la letteratura, l’arte, e tutti gli altri rami della sovrastruttura che non corrispondono alla base economica socialista ». Senonché qualche riga dopo queste stesse tesi devono riconoscere che la « base economica socialista » resta da creare e che « la grande rivoluzione culturale proletaria ha per scopo il rivoluzionamento del pensiero dell’uomo, affinché in tutti i campi del lavoro si possano ottenere risultati migliori in quantità, rapidità, qualità ed economia ».
Commentando le tesi, il Quotidiano del popolo, sotto il titolo « Fare la rivoluzione e promuovere la rivoluzione », scrive: « Il movimento per la rivoluzione culturale proletaria e il movimento per la produzione socialista sono reciprocamente collegati. La grande rivoluzione culturale proletaria tende a trasformare in senso rivoluzionario l’ideologia dell’uomo perché si possano ottenere migliori risultati nella produzione. Noi dobbiamo prendere questa grande rivoluzione culturale come fattore chiave, concentrare la nostra attenzione da una parte sulla rivoluzione e dall’altra sulla produzione, per assicurare il buon andamento di entrambe. L’edificazione del socialismo sarà condotta nello stesso tempo sul fronte ideologico e sul fronte materiale. Sul primo, si tratta di riformare le vecchie idee e di elevare il livello di coscienza rivoluzionaria socialista; sul secondo, si tratta di trasformare la natura e di sviluppare la nostra economia nazionale socialista ». (Numero del 7-IX-1966).
L’ideologia del socialismo in un solo paese esce dal groviglio delle sue contraddizioni, dal suo idealismo e dal suo utopismo incurabili, solo quando si colloca sul suo vero terreno: quello dello sviluppo del capitalismo. « Promuovere la produzione », « trasformare la natura », « sviluppare la nostra economia nazionale »: che cos’altro è la «rivoluzione culturale » del Capitale? I risultati perseguiti nei campi della quantità, della rapidità della qualità e dell’economia, che cosa rappresentano di diverso dagli obiettivi universali dell’economia di mercato? Ci si dirà che i dirigenti di Pechino denunziano con vigore la privatizzazione dell’economia sovietica, e che le « guardie rosse » hanno chiesto la soppressione degli interessi che lo stato cinese versa annualmente agli ex capitalisti nazionali divenuti semplici direttori delle loro aziende; ci si opporrà il movimento delle Comuni popolari, presentato sempre come la via maestra che condurrà la Cina arretrata al socialismo. A tutto ciò noi risponderemo con la frase classica con cui, fin dal 1844, Marx respinse il comunismo grossolano, il comunismo della miseria, « questo movimento che tende ad opporre alla proprietà privata la proprietà privata resa comune »:
« Che questa soppressione della proprietà privata non sia affatto una vera appropriazione, lo prova l’astratta negazione dell’intero mondo della cultura e della civiltà, il ritorno all’innaturale semplicità dell’uomo povero e privo di bisogni, che non solo non ha superato la proprietà privata ma non l’ha ancora nemmeno raggiunta » ( Marx, Manoscritti economico-filosofici, 1844).
Se la rivoluzione culturale esprime la continuità della politica che dalle Comuni popolari ha portato la Cina a non contare che sulle proprie forze per edificare la cultura materiale di una nazione moderna, essa contiene nello stesso tempo una confessione, cioè che questo « comunismo » nazionale non ha neppure raggiunto lo stadio del capitalismo altamente sviluppato. Che dire allora della sua ideologia e della sua dottrina, già messe da Marx nel museo delle antichità in un’epoca in cui la cultura materiale e spirituale del capitale non aveva ancora creato alla scala mondiale quelle condizioni economiche e sociali che esigono in modo così imperioso il solo colpo di scopa salutare della rivoluzione proletaria?