Partito Comunista Internazionale

La squallida fine della vertenza alla Bartoletti di Forlì

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La vertenza che ha tenuto in sciopero articolato per 85 ore gli operai della Bartoletti di Forlì, e che era stata promossa dalle bonzerie sindacali perché gli operai mostravano il loro disgusto per l’esito balordo dell’ultimo contratto di lavoro dei metalmeccanici non rinnovando più la tessera, si è conclusa come sempre si concluderanno le vertenze artificiosamente rinchiuse nell’ambito di una azienda e fondate sull’articolazione delle lotte.

La cronaca dell’agitazione è rapidamente fatta. Si trattava di ottenere un aumento del minimo mensile garantito del premio di produzione da 13.500 ad almeno 17.000 lire: i sindacati chiedevano poi « una nuova strutturazione del premio di produzione stesso, basata sull’inserimento di strumenti atti al rilevamento dei tempi da mettere a disposizione della commissione paritetica » (quest’ultima divenuta la grande scoperta della « politica sindacale » ultimo grido e mezzo di « ampliamento delle possibilità di intervento del sindacato », come scrive « Il Metallurgico » periodico della FIOM forlivese, numero del 6 giugno).

Il 5 maggio, all’assemblea delle maestranze, le alte gerarchie sindacali propongono di fare 2 ore di sciopero al giorno. Invano un nostro compagno ribadisce l’inefficacia degli scioperi aziendali e, per giunta, articolati e la necessità di collegare quello della Bartoletti agli altri scioperi in atto nella provincia (Becchi, Sacim, Rossi, ecc.): in base ai deliberati bonzeschi, dal 5 al 21 si sciopera 2 ore al giorno, una alla mattina e una al pomeriggio, il vertice assoluto dell’articolazione. Il 22, una nuova assemblea generale constata che la direzione respinge l’aumento del minimo mensile a 17.000; imperterriti, i mandarini sindacali tessono le lodi delle agitazioni articolate e solo per graziosa concessione portano le ore di sciopero da 2 a… 3, mentre con apposito manifesto murale la direzione offre agli invalidi e agli operai che « desiderano » licenziarsi volontariamente entro il 16 giugno 100.000 e 150.000 lire, il tutto in vista di un ridimensionamento dell’azienda. 

In reazione a ciò, il 23 un reparto intero chiede il licenziamento, ma la direzione lo rifiuta. Il giorno dopo non si sciopera; i sindacati hanno tirato fuori la richiesta della ristrutturazione del premio, ottenuta la quale si partirebbe da un premio mensile di L. 17.000.

Dal 26 maggio al 5 giugno gli scioperi, articolati fra il mattino e il pomeriggio, continuano sempre limitati alla Bartoletti, finché, il 6-6, la direzione precisa in un manifesto le offerte seguenti: per il 1967 il premio di produzione sarebbe portato a L. 197.000 all’anno (nel 1966 era di L. 175.000): per il 1968 a L. 205.000; per il 1969, infine, a L. 212.000. Nel 1968 si discuterebbe la parte pratica (tipo di lavorazione): nel 1969 la parte finanziaria. Il nuovo premio entrerebbe in vigore nel 1970.

Alle 16,30 si riunisce una assemblea generale. L’esponente della CISL fa la cronaca delle trattative dei giorni scorsi e conclude di continuare lo sciopero. Anche i bonzi della CGIL e UIL sono d’accordo. Gli scioperi infatti riprendono articolati e limitati all’azienda, fino al 15-6. Il giorno dopo, niente sciopero al mattino: i sindacati trattano. Nel pomeriggio, ennesima assemblea generale: malgrado la delusione degli operai per le richieste fatte dai sindacati, la decisione finale è di scioperare, come infatti avviene dal 17 al 19.

Alla fine l’assemblea vota sciopero.

Il 20 riprendono le trattative e lo sciopero è sospeso. L’indomani, la direzione padronale offre L. 205.000 per il 1967, 209.000 per il 1968 e 216 mila per il 1969. Oltre alle cifre suddette la C. I. aveva però chiesto Lire 12.000, in quanto la direzione dava L. 30.000 circa di arretrati per i primi 6 mesi del 1967, fuori busta, non pagando così i contributi alla Previdenza Sociale, e quei milioni gli operai volevano dividerli fra loro, nella misura appunto di Lire 12.000 circa a testa; inoltre si rivendicavano L. 6.000 per tutte le giornate di sciopero fatte, perché nelle giornate lavorative di poche ore la Direzione non pagava quel tanto che spettava alle maestranze di premio giornaliero. Nelle trattative, un membro della direzione aveva infine portato le L. 6.000 ad 8.000, purché si firmasse subito e alla sera si uscisse alle 18. Il 22 giugno la C. I. va in direzione, e al pomeriggio si viene a sapere che la controparte si è rimangiata tutte le promesse tanto sulle 8000 lire quanto su altri punti. All’entrata delle 14 gli operai indignati non riprendono il lavoro al suono della sirena, ma si portano sotto le finestre degli uffici urlando; qualche alterco scoppia con alcuni membri della Direzione. Alle ore 17, assemblea generale con la presenza degli operai della ex-Forlanini. I sindacalisti dopo aver parlato sulla posizione padronale, chiedono il parere degli operai circa l’ulteriore azione sindacale. Prende la parola un nostro compagno osservando: « Da soli non faremo nulla; non si può tenere 800 operai chiusi per oltre 40 giorni in fabbrica, mentre in altre officine locali, come ad es. il Poltronificio Spazzoli e la Nuova Becchi, si sciopera per miglioramenti economici e riduzioni d’orario; bisogna perciò collegare i loro scioperi col nostro e sostenere così una lotta unica ». Parole al vento …

Il 23 giugno, al mattino, nessuno riprende il lavoro. Al pomeriggio, si lavora solo dalle 14 alle 15.

Sabato 24-6 i sindacati sono convocati all’Associazione Industriali, dove si conclude un accordo nei seguenti termini: concessione di Lire 205.000 per tutto il 1967: di Lire 209.000 per il 1968 e di L. 216.000 per il 1969. In più, L. 10.000 come « mancato guadagno ». Il 26, all’assemblea generale, un esponente della CGIL illustra l’esito delle trattative come sopra spiegato, e rileva che gli operai avevano chiesto Lire 12.000 di contributi previdenziali non versati dal padrone all’INPS per i primi 5 mesi del 1967 più Lire 6.500 di ore di sciopero da conteggiarsi nel premio (totale Lire 18.000). la direzione padronale invece concede L. 10.000 come « una tantum »; così gli impiegati che non hanno scioperato si beccano le 10 mila lire più la paga intera, perché non hanno scioperato, mentre per gli operai l’« una tantum » di Lire 10.000 è come un prestito, perché alla fine d’anno ne saranno detratte L. 7.000 di premio dalle ore di lavoro non effettuate causa lo sciopero.

Infine, il bonzo della C. d. L., d’accordo con gli altri sindacati, chiede per i sindacati il versamento dell’1% sulla busta paga a titolo di quote mensili. I salmi, per loro, finiscono sempre in gloria.

La morale della favola è questa: considerando il danno economico di 85 ore non retribuite di sciopero articolato, gli operai, nonostante la loro combattività, non hanno ottenuto nulla. Infatti la cifra annua di L. 30.000 in più acquistata sul premio di produzione 1967 (cioè L. 205.000 nel 1967 contro L. 175.000 nello scorso 1966) sono state annullate dall’importo delle 85 ore di sciopero non pagate. Se invece queste 85 ore fossero state di lotta ad oltranza, risolvendosi in 15 giorni di sciopero continuato ed esteso alle maestranze della « Nuova Becchi » (600 operai) e di altre aziende metalmeccaniche della zona, dove si lamentano le stesse magagne padronali, è chiaro che si sarebbero strappati miglioramenti economici ben più consistenti.

Vogliono capire una buona volta i bonzi (o fanno finta di non capirlo?) che sul terreno aziendale si fa il giuoco dei padroni invece dell’interesse degli operai? Gli unici ad aver guadagno nella vertenza sono coloro che non hanno scioperato, cioè gli impiegati ed equiparati che percepiranno i miglioramenti economici dell’accordo aziendale senza aver combattuto.

Sono le lotte nazionali per l’aumento del salario base che valgono, non quelle aziendali per l’aumento della parte mobile del salario (premi di produzione, cottimi, superminimi, ecc.); quindi gli operai scontano amaramente la firma di contratti nazionali di categoria balordi sia nella piattaforma rivendicativa, sia nell’irrisorietà degli aumenti salariali, tanto più irrisori se si considera il continuo aumento del costo della vita.

Gli operai della Bartoletti ex Forlanini hanno lottato da soli per ben due mesi e alla fine hanno stretto solo un pugno di mosche. Fra non molto verrà il turno della sconfitta (o della vittoria di Pirro) anche per gli operai delle « Nuova Becchi », e di altre aziende minori locali. Divide et impera è anche il motto dei padroni e delle bonzerie sindacali. La parola degli operai dev’essere l’opposta: Fondere in una tutte le vertenze! Lottare tutti uniti!