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Dietro la crisi parziale del Medio Oriente la crisi mondiale generale dell’imperialismo

Indici: Medio Oriente e Nordafrica

Categorie: Egypt, Imperialism, Israel, Jordan, Middle East and North Africa, Palestine, Six day war, Syria

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Detronizzando per qualche settimana il Vietnam sulle colonne dei giornali, il conflitto del Medio Oriente ha fornito ai democratici di ogni pelo, da Washington a Pechino, una nuova occasione per mettere in luce la loro ottusità totale, la loro impotenza completa e le loro illusioni mistificatrici.

Non citeremo qui, se non per memoria, coloro che cercano « l’aggressore », e che vorrebbero trovare « la causa » di questa guerra nel « bellicismo » degli uni o degli altri. Se questo gioco dei bussolotti è sempre utilizzato dalla propaganda a tanto il braccio, gli ideologhi « seri » della borghesia hanno da tempo ripiegato sulla « seconda linea di difesa »: sono cioè disposti ad ammettere che bisogna cercare nella situazione del Medio Oriente le cause del conflitto. Ma quello che non vogliono né possono cercare, pena la morte, sono le cause di questa stessa situazione.

Non possiamo, in un breve articolo, svolgere un’analisi particolareggiata dei paesi del Medio Oriente: accontentiamoci di indicazioni sommarie. Non è un guaio, dopo tutto; perché ci interessa, prima di ogni altra cosa, mettere in evidenza non questo o quell’aspetto locale, ma i caratteri generali di una situazione che è il prodotto diretto dello stadio supremo del capitalismo: l’imperialismo.

La situazione nel Medio Oriente, prodotto diretto dell’imperialismo

La nascita stessa dello Stato di Israele è un prodotto dell’imperialismo, prodotto involontario derivante direttamente dalle contraddizioni della società capitalista. In un articolo su « Auschwitz o il grande alibi », pubblicato nel nr. 11 della nostra rivista internazionale « Programme Communiste », mostrammo come queste contraddizioni riproducano necessariamente il razzismo e impediscano alla borghesia, malgrado le sue belle dichiarazioni di principio, di « risolvere il problema ebraico ». Il marxismo ha sempre denunziato il carattere illusorio di una soluzione « nazionale » di questo problema sociale. Ma, date la sconfitta e l’impotenza del proletariato, e la situazione disperata degli Ebrei di cui nessuno sapeva che fare, se non massacrarli o lasciarli crepare, si capisce che essi abbiano cercato la salvezza nella creazione di uno Stato nazionale. Tuttavia, la creazione con la forza armata dello Stato israeliano non ha fatto che sviluppare nuove cause di conflitto: da una parte, perché essa poteva avvenire solo a detrimento di altre popolazioni, trasferendo così altrove la sovrappopolazione relativa creata dal capitalismo; dall’altra, perché questo Stato non può vivere da sé, per quanto formato sulla base di una economia pienamente capitalista. (Nessuno crede più al « socialismo in un solo villaggio » dei kibbutz; queste illusioni populiste, importate dalla Russia dai primi pionieri sono svanite, una volta compiuto il primo dissodamento, con lo sviluppo della produzione per il mercato). Israele non può vivere da sola perché costituisce un’unità di produzione troppo piccola e quasi totalmente priva di materie prime; non ha potuto vivere, in realtà, che grazie alle riparazioni tedesche e alle sovvenzioni degli Ebrei del mondo intero, degli USA in particolare. Essendo in certo modo un’« appendice » dei grandi paesi capitalisti, Israele è particolarmente soggetta alle crisi di … appendicite capitalistiche a causa della debolezza e della dipendenza della sua economia. Ora, questa crisi, erano già alcuni mesi che si profilava: il marasma nell’edilizia e il numero crescente di disoccupati ne erano un chiaro indizio.

In tale situazione, l’ostilità dei paesi arabi rappresentava per Israele molto meno un « ostacolo » che una « valvola » di sicurezza: non c’è niente come una tensione, meglio ancora un conflitto armato, per riassorbire nello stesso tempo la crisi e la disoccupazione, rilanciare l’aiuto esterno, e, soprattutto (soprattutto!) tagliar corto allo sviluppo di conflitti sociali, ricostituire l’unità nazionale, impedire al proletariato di porsi come classe autonoma.

Se i problemi dello Stato di Israele sono i problemi di ogni Stato capitalista, ma aggravati dalla ristrettezza del territorio, le cose vanno ben diversamente per i paesi del « blocco arabo », che, in realtà, è ben lungi dal formare un blocco omogeneo: tanto lungi che, ancora alla vigilia di questa « guerra santa », l’Egitto e l’Arabia Saudita si combattevano, e forse non hanno ancora finito di combattersi, nello Yemen. Giacché il petrolio è ben altrimenti importante, per il capitalismo, che la sorte dei profughi. Il petrolio, nel quadro dell’imperialismo, ha determinato per i paesi arabi due tipi diversi di struttura, che possiamo schematicamente caratterizzare come segue.

Nei paesi in possesso di petrolio, e con un’agricoltura essenzialmente costituita dall’allevamento nomade o seminomade, le strutture precapitalistiche sono state relativamente poco intaccate: la trasformazione delle steppe in terreni di coltura non sarebbe « redditizia », l’estrazione del petrolio richiede una manodopera infima, e il capitalismo internazionale ha tutto l’interesse a salvaguardare, finché possibile, la stabilità sociale intorno ai pozzi petroliferi. In questi paesi, in cui una vera e propria produzione capitalistica non esiste, e quindi non esiste proletariato, la miseria delle classi urbane è « temperata » dalle briciole delle royalties, e non vi sono movimenti sociali. D’altronde, essi hanno partecipato alla guerra contro Israele solo da molto lontano, il che non impedirà loro di sfruttarla a fondo nei mercanteggiamenti ai quali dà luogo la rendita fondiaria derivante dal petrolio, e che ne assicura la stabilità relativa. È il caso ad esempio dell’Arabia Saudita e degli emirati del Golfo Persico.

Diversa la situazione dei paesi privi o quasi di petrolio. In questi paesi, ex o semi-colonie, l’imperialismo ha distrutto le forme sociali precedenti senza sviluppare forme di produzione pienamente capitalistiche. Essi condividono la situazione generale dei paesi detti del Terzo Mondo, che, per aver fatto una rivoluzione borghese « dall’alto » e conquistato l’indipendenza politica, non sono tuttavia meno schiacciati economicamente dall’imperialismo, al punto di essere incapaci di sviluppare un capitalismo nazionale. Mentre le borghesie d’Europa si erano trovate davanti un mondo aperto, le nuove borghesie (o le classi che tendono a divenire borghesi) si trovano in un mondo completamente dominato dall’imperialismo per il quale esse sono sorgenti di materie prime e luoghi di investimento. Abbiamo spesso dimostrato, e gli economisti borghesi cominciano a constatarlo con una perplessità e un orrore crescenti, che, nel quadro del capitalismo, gli « aiuti ai paesi sottosviluppati » (in dollari o in rubli poco importa) servono solo a scavare ancora più l’abisso che divide questi miserabili dalle ricche metropoli capitaliste; che se, distruggendo le forme sociali in vigore in questi paesi, l’imperialismo ne ha reso in certo modo necessario lo sviluppo capitalistico, lo rende però nello stesso tempo impossibile.

Le crisi che l’imperialismo non può né impedire né tollerare

È questa contraddizione fondamentale in cui i paesi del Terzo Mondo si dibattono, che ne fa dei focolai di crisi permanente; ieri l’Estremo Oriente, oggi il Medio Oriente, domani l’America del Sud e l’Africa. E l’imperialismo non può né impedire queste crisi, né tollerarle. Non può impedirle, perché è la sua stessa esistenza a provocarle; non può tollerarle perché esse mettono in pericolo il suo equilibrio mondiale. Ecco la contraddizione che permette di capire l’atteggiamento delle grandi potenze e il modo in cui sono intervenute nel conflitto. Certo, ogni imperialismo cerca di sfruttare queste crisi per il meglio dei suoi interessi nazionali; ma, finché un conflitto generale non è all’ordine del giorno (e oggi l’economia mondiale non è matura per un tale conflitto), gli interessi particolari devono cedere di fronte all’interesse generale dell’imperialismo. E tanto peggio per chi si è fatto menare per il naso; non gli resta che rompere spettacolarmente i rapporti diplomatici con Israele, e vendere ancora degli aerei all’Egitto in cambio di qualche raccolto.

Perché tale è la situazione di questi paesi (Egitto, Siria, ecc.), che, anche per « lottare contro l’imperialismo », essi devono comprare le loro armi … dall’imperialismo, il che serve solo ad aumentare la loro soggezione e mostra la vanità di ogni lotta « nazionale » (o di blocco alla cinese) contro l’imperialismo. In realtà, le classi dirigenti di questi paesi, borghesie o piccole borghesie gerenti della tendenza verso lo sviluppo capitalistico, non lottano contro l’imperialismo, ma cercano piuttosto di sfruttare a proprio vantaggio le rivalità interimperialiste, e le loro urla antimperialiste, se riflettono una soggezione più che reale, sono prima di tutto ad uso interno, mirano cioè ad ottenere l’adesione e la sottomissione agli obiettivi nazionali-borghesi delle classi sfruttate, proletari, semiproletari, contadini miserabili e senza lavoro, classi sulle spalle delle quali esse cercano bene o male di realizzare l’accumulazione capitalista.

La grande disfatta del proletariato ha loro effettivamente permesso di realizzare il blocco di tutte le classi, l’unione nazionale per la costruzione del capitalismo nazionale. Ma, sotto il tallone di ferro dell’imperialismo, questa costruzione è impossibile. Il proletariato non è soltanto l’unica classe capace di superare il sistema capitalista ma è anche la sola che possa realizzare ancora una rivoluzione borghese radicale come sottoprodotto transitorio della sua lotta. Ciò è così vero che, schiacciato il proletariato, la rivoluzione contadina non è stata in grado, neppure in un paese come la Cina, di condurre in porto la riforma agraria patrocinata da Sun Yat-sen all’inizio del secolo. Non parliamo poi dell’Egitto, dove, portato al potere dai fellah, il nasserismo si è rivolto contro di essi!

Ma l’impossibilità di uno sviluppo capitalista serio, e la crisi sociale permanente che ne risulta, spingono le masse sfruttate alla lotta sociale, spingono il proletariato ad una presa di coscienza rivoluzionaria di classe. Per le borghesie o quasi-borghesie di questi paesi, la guerra è un tentativo insieme di ottenere un alleggerimento del giogo imperialistico e di canalizzare la spinta delle masse. L’esempio tipico (al punto di essere caricaturale) è dato dall’Algeria che « si rifiuta di cessare il fuoco » quando non ha tirato un solo colpo di fucile! È evidente che la « mobilitazione nazionale » lanciata da Boumedienne non è diretta contro Israele, ma contro i proletari e i contadini senza terra di Algeria.

Gli aspetti generali che abbiamo ricordati non indicano solo le cause immediate della guerra nel Medio Oriente. Ma, e questo è infinitamente più importante, ne svelano le cause profonde, spiegano perché simili esplosioni dovevano, devono e dovranno prodursi; mostrano il vuoto di tutta la bava umanitaria, pacifista, riformista e nazionalsocialista che questa guerra ha fatto colare; permettono di prevederne gli sviluppi ulteriori.

Vanità della ricerca di una soluzione

Essi mostrano che si tratta di conflitti ai quali nessun « negoziato » può dar soluzione, ma che devono scoppiare per forza in eruzioni violente. È la posizione che noi comunisti abbiamo sempre contrapposta ai Kautsky ed altri teorici del superimperialismo, a quanti sognano un capitalismo « armonioso », cioè uno sfruttamento pacifico e senza storia del mondo da parte del capitale. Il capitalismo è tutto una contraddizione, e sviluppa contraddizioni che nessuna astuzia, nessun tentativo di salvare capra e cavoli può risolvere: esse sono insolubili. Ma non sono statiche: sono contraddizioni in movimento, e, quando raggiungono un certo grado di acutezza, diventano così insostenibili che scoppiano in lotte violente, trovando così di forza una soluzione temporanea.

Scoppiata la guerra, gli « uomini di buona volontà » si sono messi a difendere questi o quelli: a difendere gli Ebrei che hanno già tanto sofferto, o i profughi arabi che vegetano nella miseria; a difendere soprattutto la Pace e, prima di ogni cosa, la loro! E, per difendere tutto questo, non hanno trovato di meglio che l’ONU e le grandi potenze imperialistiche!

L’ONU, che aveva appena dimostrato la sua completa impotenza; l’ONU i cui « guardiani della pace » (ancor più ridicoli dei carabinieri della canzone, che, per caso disgraziato, arrivano sempre troppo tardi) si erano appena ritirati affinché egiziani e israeliani potessero sbudellarsi in santa pace; l’ONU, che non è neppure più una tana dei briganti, ma una specie di parlamento, buono, come ha scritto un corrispondente, solo per « archiviare il fatto compiuto » o le decisioni dei Grandi …

Le grandi potenze? E già, i montoni si battono; che i lupi mettano ordine! Poveri pacifisti!

Certo, i Grandi ci hanno messo ordine. Non troppo in fretta (bisognava pure che qualche cosa avvenisse) ma insomma abbastanza in fretta (non bisogna che avvengano troppe cose); è necessario evitare sconvolgimenti troppo profondi che rischierebbero di radicalizzare le masse. È chiaro che, su questo punto, fra i Grandi e i Piccoli l’accordo è pieno e totale. Ed è questa unità nell’interesse di classe – più forte delle divergenze di interessi nazionali – che spiega le complicazioni del balletto diplomatico.

Finite le operazioni militari, le operazioni diplomatiche possono compiersi in tutto il loro splendore. Si risolverà « il problema di fondo », si cercherà una « soluzione definitiva » che « garantisca la pace in questa parte della Terra » pur rispettando gli « imperscrittibili diritti » degli uni e degli altri. E parla, e parla, e parla ancora!

Quello che nessuno dice, è che si tratta prima di tutto di salvare i « diritti imperscrittibili » del capitalismo mondiale, e che, quando essi sono in gioco, nessun altro « diritto » ha diritto alla parola! Non si può accontentare tutti e il capitale: è evidente che la loro « soluzione » non risolverà nulla.

La prima fase del conflitto ha illustrato un vecchio teorema marxista: anche una soluzione immediata e provvisoria può essere ottenuta solo con la violenza. La seconda ne illustrerà un altro: finché la violenza resta borghese e nazionale, non può produrre che false soluzioni, sorgenti di conflitti ancora più aspri: solo la violenza di classe del proletariato, trascinante con sé tutti gli strati sociali sfruttati, potrà risolvere il « problema di fondo ».

Certi immediatisti, forse, diranno: D’accordo, solo la rivoluzione regolerà tutti questi problemi, ma la rivoluzione è ancora lontana; in attesa, bisogna pur fare qualcosa, non si può lasciare che …

Non si può Di chi parlate? Chi agisce nella società borghese? Non sono certo le « buone intenzioni » dell’immediatista che determinano la politica capitalista. Inoperanti per il capitale, questi discorsi hanno il solo risultato di spingere i proletari a lottare per obiettivi borghesi; di distoglierli dalle lotte per i loro obiettivi di classe, lotte che conducono verso la rivoluzione; il loro unico effetto reale è di mantener viva nel proletariato l’illusione che si potrebbero riassorbire le contraddizioni, gli antagonismi e la violenza della società capitalista senza incidere sulle sue fondamenta; il solo loro effetto reale è di ritardare e frenare la presa di coscienza rivoluzionaria.

Che cosa avrà preparato, malgrado tutto, il conflitto arabo palestinese

Non si deve, infatti, credere, perché questa guerra e la sua « soluzione » diplomatica non risolveranno nulla, che essa sarà stata assurda, « inutile »; che non sarà servita a nulla. Di là dagli aspetti contingenti e folcloristici, essa è in verità un’esplosione annunziatrice del grande terremoto che si prepara; della crisi che non sarà né russa né cinese né tedesca né boliviana, né egiziana né statunitense, ma crisi del capitalismo mondiale. A questo titolo, essa è importante e come conferma delle nostre previsioni, e per le sue conseguenze dirette: scuotere alle fondamenta il sistema mondiale, aprirvi delle fratture, ridurne la solidità.

È probabile che, nei paesi direttamente interessati, il suo effetto immediato sarà di ricomporre provvisoriamente il blocco delle classi, l’unione nazionale, tanto nei vinti quanto nel vincitore; in Egitto come in Siria, si sono liberati i prigionieri politici (molto spesso, comunisti!) perché possano morire per « la patria in pericolo ». Ma la stessa violenza della crisi mostra fino a che punto questa unione sacra sia fragile e difficile da mantenere. L’impossibilità di una soluzione borghese, il fatto che le condizioni delle masse peggioreranno, provocheranno delle crisi destinate ad infrangere il blocco delle classi e a creare le premesse necessarie ad uno sviluppo del partito del proletariato.

Per le metropoli capitaliste, le distruzioni di materiale causate da questa « guerra di sei giorni » significheranno forse un piccolo rilancio della produzione (i « sindacati » difensori dell’industria aeronautica francese possono fregarsi le mani: commesse all’orizzonte!). Ma, se l’imperialismo riesce ancora a contenere le crisi e ad impedir loro di raggiungere ed investire le cittadelle del capitale, i borghesi più lungimiranti cominciano a preoccuparsi. Di fronte all’estensione flagrante delle crisi del Terzo Mondo il superman del capitale, il gigante USA, s’interroga con angoscia: potrà « tenere » il Sud-est asiatico, il Medio Oriente, l’America del Sud e l’Africa? potrà far regnare ancora a lungo sul mondo l’ordine capitalista, senza provocare una crisi negli stessi Stati Uniti?

Non lo potrà. Né lui né nessuno. La crisi scoppierà nelle metropoli capitalistiche con una violenza mille volte più selvaggia, perché è una crisi del capitalismo imperialista.

Se oggi le convulsioni del Terzo Mondo hanno solo degli effetti limitati sull’economia delle cittadelle imperialiste questi effetti si amplieranno. Già oggi essi hanno mandato in frantumi le illusioni di pace e di stabilità, di benessere e di esistenza pacifica. Già oggi, essi hanno ridotto in nulla la pretesa borghese di aver strozzato le crisi. Già oggi mostrano la vanità degli sforzi dell’imperialismo, dei riformisti, e dei rivoluzionari nazionalisti borghesi. Già oggi ricordano ai proletari, nel frastuono delle armi, la frase di Lenin: l’era dell’imperialismo è l’era delle guerre e delle rivoluzioni! Già oggi contribuiscono a strappare i proletari all’oppio dell’ideologia borghese e concorrono alla ricostituzione del partito rivoluzionario internazionale.