Per che cosa combatterà il proletariato greco?
Categorie: Democratism, Greece
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Nel numero 9 abbiamo ricordato come l’instabilità politica, e lo sforzo (o l’illusione) di superarla mediante periodici colpi di Stato militari, rappresentino una costante della democrazia greca. Ma questa instabilità è, a sua volta, il riflesso di una struttura economica e sociale, caratterizzata da profondi squilibri tradizionali nella sua storia, ma di recente acuitisi per un concorso di circostanze che brevemente illustriamo.
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In Grecia, il grande capitalismo non si è sviluppato come fenomeno autoctono: il grande capitale viene dall’estero, o sotto forma di investimenti diretti di grossi trust internazionali o sotto forma di capitali accumulati all’estero da Greci, – per esempio, armatori – e solo in piccola parte reinvestiti in patria. Facendo al paese il « favore » di sfruttarlo, cioè di estorcere plusvalore al proletariato indigeno, il capitale internazionale esige in cambio il migliore profitto: un’amministrazione fedele, un esercito e una polizia ai suoi ordini. La personificazione di questo Stato al servizio del capitale internazionale, è il re. Catapultato dall’estero, straniero egli stesso, forte solo degli appoggi esterni, il suo governo e il suo esercito sono mantenuti grazie alle magre risorse del paese. Come trovare un miglior cane di guardia?
Sulle briciole del lauto banchetto vegeta una media borghesia, il cui nocciolo è costituito dai piccoli capitalisti legati al debole mercato interno. Incapace di affrontare la concorrenza sui mercati esteri, essa è anche minacciata sul posto non appena il mercato prende una certa estensione. Per essa, ogni investimento che tenti di far fronte ai concorrenti stranieri assume, data la situazione interna, l’aspetto di un’avventura incerta e aleatoria in confronto alla sicurezza offerta dal collocamento del suo danaro in Svizzera o altrove.
Dietro questa « élite » nazionale, cova il fuoco: una piccola borghesia numerosa composta di artigiani, piccoli commercianti, funzionari e impiegati alla quale la parsimonia degli investimenti impedisce perfino di proletarizzarsi, e che trova spesso l’unico sfogo nell’emigrazione. C’è poi il contadinato, ancora numeroso malgrado il suo declino, e in grande maggioranza poverissimo, che ha fatto le spese della guerra d’indipendenza del 1821 e, più tardi, delle ricorrenti avventure guerresche del paese. Esso si ritrova ogni volta più misero, e alimenta pure i contingenti di emigranti. Fino a poco tempo fa, questi passavano alla piccola borghesia, ma dai primi degli anni 60 (fenomeno comune a molti paesi mediterranei fornitori di schiavi salariati all’Europa prospera) l’emigrazione, divenuta massiccia, ha cambiato carattere: trasforma il contadino emigrato in proletario.
L’importanza dell’emigrazione non risiede solo nel fatto che i movimenti di popolazione da essa provocati possono modificare i rapporti numerici fra le classi: essa funge da « valvola » per le tensioni interne, mentre le rimesse degli emigranti alimentano in parte la classe contadina e la piccola borghesia, senza tuttavia portare serio rimedio alla loro situazione.
V’è infine il proletariato, oggetto di supersfruttamento ad opera del capitale internazionale nel paese o di « esportazione » verso i paesi industriali. Il suo peso numerico, a lungo stagnante, è di recente aumentato, perché gli investimenti stranieri si sono in parte orientati verso l’industria pesante e la grande industria, provocando la formazione di un proletariato di struttura diversa da quello tradizionale, mentre l’emigrazione si accentuava prendendo il carattere di una vera e propria proletarizzazione.
Dicendo che l’emigrazione funge da « valvola » sociale, non si deve dimenticare fino a che punto i problemi sociali sono divenuti internazionali e quali contraccolpi l’arresto o il rallentamento della macchina produttiva dei paesi industrializzati eserciti sui paesi sottosviluppati. I proletari greci emigrati – come tutti gli emigranti in genere – risentono per primi dei capricci della congiuntura mondiale; eccoli quindi rifluire a migliaia in patria arrecando un fattore supplementare di tensione.
Infine, ad ingrossare le file proletarie è venuto il progressivo – e sia pur modesto – allargamento del mercato interno dovuto agli investimenti stranieri, alle rimesse degli emigranti, e al turismo; la media borghesia vi ha trovato un certo ossigeno, e si è lanciata nell’edilizia, mobilitando e sfruttando al massimo la forza-lavoro.
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Queste le forze sociali in presenza. Nella sua storia moderna, la Grecia è stata quasi sempre dominata dalla potenza regnante nel Mediterraneo. Fino alla II guerra mondiale, questa era la Gran Bretagna: gli investimenti prevalenti erano inglesi; il re, il governo, l’esercito erano al soldo di Londra. Il « fascismo » greco si alleava dunque alla democraticissima Albione… L’occupazione tedesca nel corso della guerra si scontrò in una vivace resistenza, a sfondo patriottico ma a composizione sociale popolare, che, organizzata dagli staliniani, riunì contro i governanti « collaborazionisti » la maggioranza della popolazione: operai, contadini, piccoli e medi borghesi. In realtà, attraverso il partito stalinista, chi dirigeva l’orchestra era la piccola borghesia, e la sola vittoria che essa cercava era l’allentamento della presa dello « straniero » (non i tedeschi soltanto, ma gli inglesi) sul paese, nella speranza di ottenere così uno sviluppo nazionale. Ad una prospettiva simile si oppose con rabbiosa decisione l’Inghilterra, che non cessò di esigere dagli Alleati gli sbarchi promessi e che, se non ebbe vittoria su questo punto (gli sbarchi avvennero in Italia), ottenne però, dopo ignobili trattative fra grandi potenze, che la Grecia le fosse ceduta (primavera del 1944) col beneplacito dell’URSS. Dopo scontri popolari sanguinosi, il partito staliniano tradiva così non solo il proletariato, cosa che avrebbe fatto comunque, ma anche la piccola borghesia – il che spiega lo scarso credito goduto da esso in seguito. Gli inglesi furono tuttavia impotenti a restabilire l’ordine, e nel 1946-47 dovettero « passare la mano » ai cugini USA. Infranta ogni resistenza, screditati ed esiliati gli staliniani, ristabilito nelle sue prerogative il re col suo ruolo di cane di guardia degli interessi stranieri (americani, questa volta), i rappresentanti del capitale internazionale poterono sguazzare in Grecia, istituendo una democrazia all’ombra e sotto lo « scudo » protettore degli Stati Uniti.
L’evoluzione economica recente ha reso precario questo stato di cose. Si è visto come un relativo allargamento del mercato interno avesse dato un certo ossigeno alla piccola e media borghesia; il proletariato, soprattutto edile, mostrava d’altra parte una combattività acuita dalle condizioni di miseria in cui cronicamente versava. Sotto questa pressione un rinculo provvisorio degli interessi stranieri si era manifestato nel 1964, sul piano politico, con l’accettazione dei risultati elettorali, per deludenti che fossero. La stessa ripresa in mano delle redini, solo un anno dopo, non bastava. Tutta l’opposizione si cristallizzava contro il re, e le tendenze neutraliste della piccola borghesia si rafforzavano. Sebbene legato al carro piccolo borghese, il proletariato manifestava la sua presenza con una fiammata di scioperi (non a caso, uno dei primi atti del governo « fascista » è stato la soppressione dei sindacati e l’abolizione del diritto di sciopero). Il suo appoggio era indispensabile alle classi medie: e queste non osavano, per il momento, scoraggiarlo. Di qui la demagogia dell’appello di Papandreu alla « rivoluzione ». D’altra parte, la recessione in Europa aveva accresciuto la pressione e la combattività delle classi operaie, aggravata dal ritorno degli emigrati. L’agitazione minacciava di uscire dal quadro elettorale: perfino il parlamento diventava « scomodo », mentre il « neutralismo » e le minacce, per quanto verbali ed impotenti, di nazionalizzazione dei grandi trust, mettendo in causa la fedeltà del bastione mediterraneo degli USA, erano intollerabili. La forza fondamentale dello Stato borghese, l’esercito, ebbe l’incarico di sbarazzare il campo di quell’« ammortizzatore » delle tensioni sociali che non riusciva più ad assolvere il suo compito di conservazione sociale: il parlamento. Una notte bastò.
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Il grave pericolo è che, in queste condizioni, il proletariato greco metta il suo eroismo al servizio della causa « patriottica » e « democratica » della piccola borghesia. I suoi interessi ne sarebbero ancora una volta traditi. Più che mai, nell’era della concentrazione imperialistica, come l’esito di ogni lotta « nazionale » dipende dai rapporti di forza internazionali, così la lotta per la democrazia ha perduto ogni contenuto storico; non le restano che la sua funzione di conservazione sociale, la sua facoltà di deviare in una strada senza sbocco la lotta sociale scatenata dalle sempre più profonde contraddizioni del regime capitalista. Il proletariato non ha da battersi per una forma dello Stato borghese a preferenza di un’altra, perché il contenuto dello Stato resta il medesimo.
Possano gli avvenimenti odierni dare al proletariato greco la forza di capire questo insegnamento fondamentale di tutta la storia sociale degli ultimi cinquant’anni, e di tirarne le conseguenze organizzandosi in modo autonomo contro lo Stato dittatoriale e contro gli obiettivi democratici che l’opposizione piccolo borghese e l’opportunismo operaio mondiale vorrebbero indurlo a perseguire!