“Rivoluzione culturale”: rivoluzione borghese Pt.2
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L’unità della politica culturale cinese, dall’epoca dei « Cento fiori » alla « rivoluzione » attuale, poggia su un obiettivo comune costantemente ribadito: l’edificazione di una cultura nazionale e popolare epurata dalle cattive influenze « feudali » e da una servile imitazione dell’estero. Questa rivoluzione prolunga in un certo senso il movimento di riforme promosso dai letterati dall’inizio del secolo e progressivamente estesosi dall’unificazione linguistica a tutti i problemi di una cultura cinese moderna. Ma nessuno ci proverà che essa abbia alcunché di proletario. Il trionfo di una lingua comune sui dialetti locali, di una letteratura nazionale su una letteratura di casta, di una « cultura popolare » sull’analfabetismo delle masse, è, al contrario, l’opera specifica di un capitalismo giovane impegnato nella creazione di un mercato nazionale, di un sentimento nazionale e di un embrione di conoscenze necessarie allo sfruttamento del lavoro salariato. Dal punto di vista degli obiettivi di classe del proletariato mondiale nell’epoca imperialistica, le parole d’ordine di una tale rivoluzione sono tanto anacronistiche quanto la celebre frase con cui l’alunno francese saluta da generazioni la nascita della sua lingua letteraria: « Finalmente, venne Malherbe! ».
La cultura nazionale cinese rifà oggi le stesse « scoperte ». « Se il vecchio Shakespeare tornasse quaggiù, si vergognerebbe di quello che ha scritto », nota un giornale di Shanghai, « Ora è l’epoca della lotta di classe … Se il vecchio Shakespeare se ne rendesse conto, penserebbe: Sebbene la mia opera contenga un pizzico di realtà tuttavia, paragonata al lavoro del popolo cinese, ne è distante come la terra dal cielo » (Liberazione, 5-1-1964). La rivoluzione culturale ci ha dato molti esempi di burlesca revisione della cultura mondiale. Ma uno dei tratti fondamentali di questa nuova disputa degli Antichi e dei Moderni è sempre stato di mettere avanti i problemi di una cultura nazionale. Così, per es., in un articolo su Debussy: « Uno dei principali ostacoli, fra i nostri musicisti e studenti, alla soluzione del problema della musica nazionale e popolare, è l’idea che tutto ciò che è europeo sia superiore, e tutto ciò che è nazionale inferiore … La ricerca e l’analisi critica sui musicisti dei secoli XVIII e XIX possono aiutarci a distruggere e liquidare il culto dell’estero e la cieca adorazione sussistenti nell’animo di certe persone. La musica di Debussy non può essere considerata come una musica nazionale e popolare corretta ». (Liberazione, 19-8-1963).
Potremmo moltiplicare le citazioni pittoresche riprodotte con compiacimento dalla stampa occidentale (e russa) sui « diavoli stranieri »: Tolstoj, « questo ipocrita nobile di campagna »; Beethoven, « questo biascicatore di preghiere per la pace » ecc. È tuttavia molto più importante riportare le questioni « culturali » sul loro vero terreno politico e sociale. Nel 1956, Lu Ting-yi spiegava così gli scopi perseguiti dalla politica dei « Cento fiori »: « Se vogliamo che il nostro Paese sia prospero e forte, dobbiamo lavorare anche perché la letteratura, l’arte e la scienza siano fiorenti ». (Fioriscano fiori di molte specie! Gareggino scuole diverse di pensiero!) Dieci anni dopo, tutto il segreto della politica culturale è di mettere al servizio della grandezza nazionale la letteratura, l’arte la scienza, ma anche e in modo più esplicito, il lavoro del proletariato cinese. Rimaniamo tuttavia ancora sul terreno ideologico del maoismo.
Di là dalla politica dei « Cento fiori », le tesi del C.C. cinese adottate il 6 agosto 1966 sulla « grande rivoluzione culturale proletaria », rinviano a testi precedenti di Mao come « La nuova democrazia », « Interventi alla conferenza sulle questioni della letteratura e dell’arte a Yenan », « Della giusta soluzione delle contraddizioni in seno al popolo ». Quanto dire che, ispirandosi a questi testi di cui abbiamo fatto mille volte la critica, la rivoluzione culturale non rappresenta affatto, come certuni hanno creduto, una svolta politica nel corso della quale il proletariato sia stato chiamato ad un’azione indipendente di classe e abbia assunto un ruolo direttivo nella società: malgrado la frase « socialista » e gli appelli alla « dittatura proletaria », essa resta nei quadri della « nuova democrazia », e nella tradizione politica che, dal 1927, ha incatenato i proletari vinti al carro della borghesia « nazionale » e dello Stato « popolare ».
Nei suoi interventi a Yenan (1952), Mao esprimeva già con grande chiarezza il contenuto della rivoluzione culturale: « Dal « Movimento del 4 maggio » in poi un esercito di questo tipo [l’esercito della cultura] si è formato in Cina ed ha orientato la rivoluzione cinese, riducendo gradatamente la sfera d’influenza della cultura feudale cinese e della cultura dei compradores, al servizio degli aggressori imperialisti, e intaccando le loro forze ». (Opere scelte, Edit. Riuniti, IV, pp. 89-90). Il programma culturale 1942 è dunque senza equivoci: si tratta di riunire intorno all’esercito popolare gli intellettuali borghesi e piccolo-borghesi delusi dal regime di Ciang Kai-shek, e rinverdire la bandiera della rivoluzione nazionale, antimperialista e borghese.
Se oggi ancora Mao richiama i proletari cinesi a questi scritti, non è soltanto per rianimare in loro la fiamma antimperialista e lo spirito di sacrificio agli interessi della Patria. Una simile mobilitazione è possibile, ormai, solo aumentando la confusione fra gli interessi di classi sempre più antagoniste. Ora, le formule « culturali » di Yenan, forgiate in piena guerra patriottica, presentavano questo amalgama di interessi di classe e di interessi nazionali allo stato più puro e in modo tale che il proletario di oggi stenterebbe a ritrovarvi i duri insegnamenti inflitti da venti anni di « democrazia popolare ». Infatti, che cosa diceva Mao nel 1942? Che non v’è letteratura né arte al disopra delle classi. Che cosa cominciavano a capire i proletari cinesi del 1966? Che non v’è Stato al disopra delle classi e che gli interessi della « democrazia nuova » si identificano sempre meno con i loro interessi. V’erano dunque, nella testa degli oppressi, i primi inizi di una « rivoluzione culturale » di cui cercheremo di seguire il percorso e di rintracciare le cause. Che cosa hanno opposto a ciò lo Stato, il partito e tutte le forze che, in Cina, sono gli agenti anonimi dell’accumulazione capitalistica?… I vecchi orpelli culturali della « rivoluzione nazionale » che non sono riusciti a mascherare per molto tempo i rapporti materiali e gli antagonismi fra le classi.
A Yenan, dopo di aver denunciato la letteratura al servizio della borghesia e dell’imperialismo, Mao dichiarava: « La nostra letteratura e la nostra arte devono essere al servizio non già di una categoria privilegiata di persone, bensì del popolo » (p. 101). Mao non si pone, oggi più di ieri, la questione di sapere come la letteratura che deve servire il « popolo » – cioè borghesi « nazionali », operai e contadini — possa nello stesso tempo servire la causa del proletariato. Non si chiede come una simile rivoluzione culturale possa richiamarsi agli obiettivi della rivoluzione proletaria: « La nuova cultura cinese – scrive – è, nella fase presente, la cultura antimperialista e antifeudale delle larghe masse popolari dirette dal proletariato » (ivi). Non dice come una direzione proletaria sia compatibile con una rivoluzione antimperialista e antifeudale e con tutta la sua « cultura » democratica e borghese. Come può, il proletariato, prendere il potere in un paese arretrato come la Cina? Come può mantenervi la sua dittatura malgrado la pressione delle forze sociali ostili, interne ed esterne? Come può una rivoluzione nazionale borghese, sotto la sua direzione di classe, saldarsi alla lotta del proletariato mondiale per il socialismo? Ecco gli elementi di « cultura », di dottrina marxista e di programma rivoluzionario, che soli contano per il proletariato cinese e mondiale. Lungi dall’affrontarli, la nuova « rivoluzione culturale » li elude nel modo più sfrontato. Si pone il problema del potere politico in Cina; e si presenta come soluzione non la lotta aperta fra le classi ma una vasta campagna ideologica destinata a « convincere » tutti — e che, infine, deve ricorrere all’esercito per ristabilire l’ordine. Ci si inquieta dello sprigionarsi del capitalismo da tutti i pori della società cinese, e si promette di scongiurarne le tendenze inevitabili limitandosi a tagliare le teste di alcuni dirigenti « corrotti ». Si chiamano i « popoli » del mondo intero a levarsi contro l’imperialismo, e si dichiara con Mao che non si intende esportare dalle frontiere nazionali la nuova « rivoluzione » cinese. Come dire che una simile rivoluzione resta del tutto estranea alle concezioni di classe e all’internazionalismo del proletariato. Essa rimane nel 1967 quella che Mao aveva annunciata nel 1942: una rivoluzione nazionale borghese che non supererà mai la « tappa democratica » in cui la direzione maoista l’ha, fin dapprincipio, confinata.
Risalendo da Mao a Stalin
Ma risaliamo ancor più in alto. L’identificazione della causa del proletariato e dell’interesse nazionale, della « cultura » proletaria e della cultura di « tutto il popolo », non data né da oggi né dal 1942. Se Mao l’ha sempre presa come una cosa che andava da sé, vi fu un tempo in cui la controrivoluzione dovette imporla alla coscienza dei proletari battuti. E questo compito fu assunto da Stalin, promotore della falsa « cultura proletaria » che doveva nascere dalle prospettive di un « socialismo » costruito alla scala nazionale dei paesi dell’Oriente arretrato. Già nel 1923, in un discorso pronunciato all’Università dei popoli d’Oriente, Stalin si indaffarava a conciliare ciò che restava inconciliabile nella teoria rivoluzionaria come nella pratica sociale, elaborando le formule politiche e « culturali » della controrivoluzione:
« Dicevo di elevare la cultura nazionale nelle repubbliche sovietiche d’Oriente », egli proclamava. « Ma che cos’è la cultura nazionale? Come conciliarla con la cultura proletaria? Non ha forse detto Lenin, già prima della guerra, che da noi c’erano due culture, la cultura borghese e quella socialista, che la parola d’ordine della cultura nazionale era una parola d’ordine reazionaria della borghesia, che cerca di avvelenare la coscienza dei lavoratori col nazionalismo? Come conciliare l’edificazione d’una cultura nazionale, lo sviluppo di scuole e corsi nella lingua nazionale e la preparazione di quadri scelti fra gli elementi locali con l’edificazione del socialismo, con l’edificazione della cultura proletaria? Non c’è qui una contraddizione irriducibile? »
Come si vede, Stalin è ancora assalito da dubbi che oggi non turbano la coscienza politica del maoismo. Alla scuola dei bolscevichi, egli ha appreso che l’internazionalismo proletario è inconciliabile con la difesa e la promozione della cultura nazionale e degli interessi nazionali. Ha appreso e capisce ancora che il socialismo e la costruzione di un’economia nazionale sono due prospettive contraddittorie. Ma, quando chiede se questa contraddizione sia davvero insormontabile, ecco la sua risposta:
« Certamente no! Noi edifichiamo la cultura proletaria. È assolutamente vero. Ma è anche vero che la cultura proletaria, socialista per il suo contenuto, assume forme diverse e diversi mezzi di espressione presso i vari popoli che partecipano all’edificazione del socialismo, a seconda della lingua, dei costumi, ecc. Proletaria nel contenuto, nazionale nella forma: questa è la cultura universale dell’umanità verso la quale muove il socialismo. La cultura proletaria non elimina la cultura nazionale, ma le dà il contenuto. E dal canto suo la cultura nazionale non elimina la cultura proletaria, ma le dà la forma. La parola d’ordine della cultura nazionale era una parola d’ordine borghese finché al potere c’era la borghesia, e il consolidamento delle nazioni avveniva sotto l’egida degli ordinamenti borghesi. La parola d’ordine della cultura nazionale è diventata una parola d’ordine proletaria da quando al potere è andato il proletariato, e il consolidamento delle nazioni ha incominciato a svolgersi sotto l’egida del potere sovietico », (Opere, ed. Rinascita, V, p. 159-60).
Una volta di più, Mao riprende le formule di Stalin, e la rivoluzione culturale cinese si ispira agli stessi fondamenti teorici della controrivoluzione. Ci si dice da decenni che nelle metropoli putrefatte del capitale, tocca ai proletari salvare l’onore e fare la grandezza della Patria. Nei paesi arretrati che l’imperialismo ha lasciato nella miseria o che mantiene nella oppressione, borghesi e « comunisti » chiamano i proletari a edificare con le proprie mani una cultura nazionale che fa tutt’uno con la dominazione ideologica, politica e materiale del Capitale. E si battezza tutto ciò « rivoluzione proletaria nel contenuto, e nazionale nella forma ». Noi diciamo che simili rivoluzioni culturali sono prima di tutto nazionali e borghesi nel contenuto, e che devono una fraseologia « proletaria » e « socialista » unicamente alla necessità di mobilitare sotto le loro bandiere l’energia della sola classe che produce. La rivoluzione culturale cinese conserva tutte le caratteristiche ideologiche delle rivoluzioni borghesi del passato: la loro ristrettezza nazionale, il preconcetto idealista che l’educazione dei cervelli e la trasformazione dei costumi siano condizione preliminare di ogni cambiamento nei rapporti sociali. Anche solo per questo, essa volge le terga alla « cultura » e alla dottrina di classe del proletariato.
Ci resta da vedere come, nella realtà economica e sociale della Cina moderna, questa « rivoluzione » sia avvenuta (e continuerà ad avvenire) contro il proletariato.