Riunioni di Partito
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Il 25 maggio a Pisa ha avuto luogo, ben organizzata dai compagni locali e viareggini, la prevista riunione regionale delle sezioni toscane del partito. Al mattino è stato svolto l’importante rapporto sulla « Legge della caduta tendenziale del saggio di profitto », nel programma, ormai abituale, di dedicare ai temi delle riunioni generali la massima attenzione. Infatti, il rapporto aveva costituito alla riunione generale di Firenze della fine di aprile scorso la piattaforma sulla cui base si erano appunto svolte le altre relazioni. Con l’ausilio degli appositi quadri illustrativi, e con una adeguata premessa introduttiva, è stato possibile spiegare il dinamismo nella legge del tasso di profitto e i conseguenti, immancabili fenomeni che caratterizzano l’anarchico comportarsi dell’economia capitalistica. Da un punto di vista storico la legge ha avuto ampia dimostrazione nella lettura delle statistiche degli incrementi produttivi dei principali paesi industriali, Russia compresa, con dati di partenza molto lontani del XIX ed anche del XVIII secolo, oggetto di specifica trattazione da parte del partito in riunioni generali fin dal 1956-57.
Nel pomeriggio, in armonia con l’esigenza di un miglior coordinamento del lavoro locale per l’attività centrale e generale del partito, è stato letto e commentato uno schema di lavoro comprendente una serie di temi, alcuni già sommariamente trattati ed altri no, sui quali compagni e sezioni potranno indirizzare i loro contributi. La riunione si è conclusa fra l’entusiasmo di tutti i presenti con una rassegna del lavoro delle sezioni, con lo scambio di notizie utili al potenziamento e all’allargamento dell’attività di partito, e infine con una sostanziosa sottoscrizione.
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Venerdì 16 giugno si è tenuta a Firenze una conferenza pubblica organizzata dalla sezione locale del nostro partito sul tema: «Contro l’imperialismo capitalista, la lotta rivoluzionaria del proletariato».
Allo scopo di una maggiore propaganda della teoria rivoluzionaria sono stati utilizzati i locali di una Casa del Popolo dove sono affluiti numerosi proletari, fra i quali molti giovani, che si sono dimostrati interessati all’esposizione della nostra stampa ed al giornale, che alcuni già conoscevano attraverso la normale diffusione.
La relazione del nostro compagno è stata seguita attentamente da tutti i presenti fino alla sua conclusione. Il relatore ha tenuto a precisare che il nostro metodo nell’analizzare gli scontri politici ed i conflitti in corso fra gli stati, per esempio nel Vietnam o nel Medio Oriente, differisce completamente da quello usato demagogicamente dai partiti opportunisti che tacciono sul ruolo rivoluzionario che il proletariato internazionale potrebbe giocare in questi cataclismi, e invece si appellano al «popolo», termine generico in cui sono comprese le stesse classi dirigenti, facendo ricadere la responsabilità dei sommovimenti sociali che si verificano nelle varie parti del mondo non già sul sistema di produzione capitalistico, che può sopravvivere solo in virtù del lavoro non pagato agli operai – siano essi bianchi o di colore – ma sugli uomini politici che di questo meccanismo di sfruttamento sono solo i rappresentanti. E ciò allo scopo di far credere al proletariato che la loro sorte dipenda non dalla distruzione di questi rapporti di produzione, ma dalla volontà di un pugno di politicanti a cui si può dare o togliere il potere attraverso il meccanismo della democrazia parlamentare.
La parte centrale della relazione ha dimostrato, cifre alla mano, che il susseguirsi nel corso storico delle guerre fra gli Stati – come anche gli attuali conflitti, che secondo l’opportunismo dovrebbero risolversi entro i perimetri nazionali degli Stati interessati – affondano le loro radici nello sviluppo dell’imperialismo mondiale teso alla conquista o al mantenimento delle zone di sfruttamento delle materie prime, o di mercati in cui fare affluire i prodotti finiti; quei prodotti e quelle materie prime che sono il risultato del lavoro collettivo dell’unica classe, il proletariato, che ne gode solo il minimo indispensabile per la sua sopravvivenza, e che l’opportunismo mondiale tiene inchiodata agli interessi degli Stati borghesi sotto il ricatto della falsa alternativa della pace o della guerra.
Sotto il capitalismo, la «pace» non è altro che la condizione ottimale in cui i vari rappresentanti nazionali del capitale mondiale accumulano masse enormi di profitto, che gli stati più forti monopolizzano attraverso sanguinose guerre di cui il Medio Oriente non è che un episodio e, nello stesso tempo, un esempio del fatto che in regime capitalista la pace è un’utopia che serve solo ad impedire che il proletariato ingaggi l’unica guerra capace di spezzare il dominio dell’imperialismo sul mondo: la guerra rivoluzionaria di classe, che veda uniti i proletari delle colonie con i proletari delle metropoli bianche, nell’unico obiettivo del rovesciamento violento del capitalismo internazionale, sotto la guida del partito rivoluzionario.
A questo proposito, sono state esaltate le Tesi coloniali di Lenin, rinnegate da tutti i partiti ufficiali del proletariato attraverso una propaganda disfattista che tuttavia non impedirà il loro realizzarsi allorquando lo sviluppo inesorabile della crisi generale del capitalismo riporterà il proletariato sul terreno della lotta rivoluzionaria di classe.