Le condizioni per l’unità sindacale fra il diktat borghese della CISL e le cautele opportuniste della CGIL
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Dopo un anno di approcci tra le delegazioni delle tre centrali sindacali, CGIL, CISL, UIL, per lo « studio » delle possibilità dell’unificazione « organica » – come viene pomposamente chiamata – la CISL ha detto chiaro e tondo che si è molto lontani dall’obiettivo e che per il momento converrà soprassedervi in attesa di fatti « nuovi ».
A sua volta Novella ha dedicato una riunione del C.D. confederale alla questione ed ha analizzato punto per punto i problemi sul tappeto. Ha premesso che, intanto, è maturato un clima diverso tra le Confederazioni, per cui si può parlare di « divergenze » e « non più di guerra fredda »; ha quindi posto in rilievo i dissensi sulla questione delle incompatibilità tra cariche di partito e cariche sindacali, e su quella della funzione del sindacato nella società, verso cui Novella ha fatto nuove « aperture » per ribadire il carattere conciliativo della CGIL. Gli altri dissensi hanno solo valore formale, mentre è sostanziale la convergenza per cui, quali che siano le concessioni su questa o quella questione, da oltre un anno l’azione pratica delle tre Confederazioni ha coinciso nei punti essenziali, come noi abbiamo sempre denunciato e come Novella ne dà ora solenne conferma: e, se si dovranno esaminare più da vicino il complesso delle divergenze e delle convergenze, non sarà tanto per stabilire l’entità degli interessi dei partiti che si scontrano nel campo dell’organizzazione sindacale, quanto per dedurne diversità di principio. La CISL vorrebbe imporre la sua linea di condotta alla CGIL, e lo fa di tanto in tanto con solenni ultimatum. La CGIL sarebbe ben lieta di accettare le condizioni della CISL, ma si trova a dover fare i conti con la propria situazione interna, giacché i lavoratori che, secondo i propagandisti CGIL, sarebbero sempre disponibili per « l’unità », dimostrano, invece, di nutrire seri dubbi sull’operazione d’unificazione, e in alcuni strati non si peritano persino di manifestare l’opposizione più ferma.
I dirigenti sindacali nazionali e locali non hanno in cuor loro alcun dubbio sulla necessità di arrivare e « presto » al pateracchio, anche se Novella ripete che non si sono mai fatti illusioni di concludere l’operazione « a breve scadenza ». Ma gli operai ed anche gli attivisti sindacali di fabbrica, che vivono i risultati concreti della tattica pre-unitaria, che constatano ogni giorno come l’« unità » consista soprattutto nell’indebolimento della lotta contro le direzioni aziendali, nella rinuncia a porre obiettivi di fondo quali la riduzione dell’orario di lavoro, l’allentamento del dispotismo aziendale, l’aumento reale del salario, e così via; in breve, la base operaia che tocca con mano la confluenza dei capi in testa delle tre organizzazioni sindacali su posizioni sempre più rinunciatarie, e assiste alla gara infame dei tre per arrivare primi a strozzare ogni lotta; questi proletari sono diffidenti e a giusta ragione. La vita sindacale – è cosa nota – si svolge ormai soltanto fra bonzi; il legame fra organi direttivi e posti di lavoro, che, almeno prima che fossero varate le note disposizioni di delega, era rappresentato dai collettori, va allentandosi; e moltissime fabbriche non vedono da anni i loro rappresentanti « democraticamente eletti », se non in occasione di elezioni locali o parlamentari.
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Questa nuda e cruda realtà, inesistente nella CISL e nell’UIL, dominante nella massima organizzazione sindacale italiana, è la condizione di maggior preoccupazione per i dirigenti della CGIL, perché impedisce loro, almeno per adesso, di portare a compimento la nefasta unificazione con le altre centrali.
Come sia viva questa preoccupazione traspare con chiarezza dai due documenti « Sull’autonomia sindacale » e « Sui rapporti fra sindacato e società », approvati dal C.D. confederale del 7 giugno scorso, che costituiscono il « contributo » della CGIL alla chiarificazione dei dissensi con le altre confederazioni. In essi, il C.D. è costretto a dire e non dire, a barcamenarsi tra il rifiutare « ogni interferenza politica e organizzativa di forze esterne al movimento sindacale » e l’accettare (e meglio si direbbe subire) le correnti sindacali, « che in determinate situazioni possono costituire un particolare momento della vita democratica interna del sindacato », « momento – ammonisce però il testo – che il sindacato deve tendere decisamente a superare », e, dopo di aver precisato che « ciò non significa che la diversità di posizioni debba necessariamente portare alla costituzione di correnti cristallizzate », tartufeggia con frasi « storiche » di tipo costituzionale, come quelle mille volte sentite e risentite dalla bocca del capo della polizia e del ministro della difesa, ad esempio: « La CGIL condanna e combatte la limitazione dei diritti di libertà che non derivi dalla necessità di impedire arbitri di singoli o di gruppi ai danni della collettività ». Vale a dire, la democrazia e la libertà vanno bene fin quando il partito di classe e gli operai rivoluzionari non costituiscono un pericolo per la « collettività »; in caso diverso, libertà e democrazia saranno messe da parte, ogni garanzia costituzionale sarà abolita e la CGIL approverà e voterà le periodiche « leggi d’eccezione » per frenar la « canaglia ».
La CISL dovrebbe essere soddisfatta di dichiarazioni così liberali da far invidia ai Crispi e ai Giolitti, e che lasciano la porta letteralmente aperta a qualunque transazione e compromesso! La morale, infatti, del discorso Novella e dei due « documenti » è proprio questa: la direzione forcaiola della CGIL si appella al « buon senso », alle « sane tradizioni democratiche » del popolo italiano, perché giudichi se le sue concezioni non sono della più bell’acqua democratica; e se, in oltre vent’anni, non è stata capace di buttare a mare quel po’ di rosso che le era rimasto appiccicato da anni lontani. Occhio di triglia alla borghese CISL perché non sciupi con le sue impazienze il delicato lavoro sul corpo della classe operaia per piegarla definitivamente al pateracchio: ammiccò alla parte più radicale degli operai perché non disperino delle intenzioni dei loro massimi dirigenti, che « giammai » si piegheranno: e il gioco è fatto.
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Il rinvio dell’operazione confederale a « tempi migliori » va considerato come un risultato positivo della lotta sorda ed istintiva dei proletari per tentar di salvare dal crollo le loro organizzazioni. Ma questo rinvio non significa che i dirigenti confederali abbiano capito l’« errore » nel quale stavano per trascinare la CGIL e che, di conseguenza, abbandoneranno l’impresa. Non significa nemmeno che alla mancata unità formale faranno seguire lo scioglimento dei patti di « unità d’azione » periferici sul terreno pratico ed immediato, sul quale CGIL, CISL e UIL hanno sempre avuto modo di fornicare ai danni e sulle spalle della classe operaia, imponendole una condotta di lotta apertamente controrivoluzionaria. Non significa, infine, che i gruppi e gli strati organizzati nella CGIL che hanno lottato contro la falsa unità avranno una vita meno difficile. Da questa battuta d’arresto i bonzi della CGIL, pressati maggiormente dall’azione politica delle altre centrali, daranno l’avvio ad una campagna controrivoluzionaria ancora più intensa e diffusa, dosando espulsioni e reprimende, inganni e circonvenzioni verso i riottosi, cioè verso i proletari che non vorranno piegarsi al tradimento; svirilizzando le lotte che non riusciranno a prevenire, impedendo che le rivendicazioni e le agitazioni si concretizzino in scontri col padronato capitalista; manovrando l’inconcludente mormorio di sottocapi radicaleggianti o la costituzionale interessata opposizione di correnti demagogiche come quella del PSIUP, affamata di scranne ben remunerate, per barattarli sull’altare del compromesso formale definitivo con CISL e UIL in una scena-madre da tragicommedia.
Dinanzi a questa perdurante situazione storica di schiacciamento controrivoluzionario, è più che mai valida ed urgente la posizione del nostro partito, mirante a costituire nella CGIL un’ala rivoluzionaria la quale, nell’organizzare i militanti di partito in organi di lotta in seno al sindacato, sia di guida e di attrazione ai proletari decisi a non disperdere i loro istinti di battaglia operaia in gruppi e gruppetti disarticolati, privi dell’indispensabile collegamento col partito comunista rivoluzionario.
L’opportunismo, che vive nell’agonia storica del capitalismo, non è invincibile. La sua estrema debolezza sostanziale sta nella sua dipendenza dalle sorti del regime imperialistico. Perciò la classe operaia non deve farsi prendere dalla disperazione né dall’affanno, ma deve stringere le sue forze intorno al programma del riscatto comunista e così contrastare passo per passo, in una lotta senza quartiere, la tracotanza dei bonzi, vincendo le loro resistenze alla trasformazione del sindacato in organo della rivoluzione comunista.