Lotte sociali in Francia
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Gli ultimi due mesi di lotte sociali in Francia sono stati contrassegnati soprattutto da due episodi: la fine dei 63 giorni di sciopero dei metallurgici di Saint-Nazaire e lo sciopero generale proclamato il 17 maggio dai sindacati contro la richiesta governativa dei pieni poteri economici.
Il primo ha avuto un’importanza non comune sia perché, iniziato dalla categoria relativamente privilegiata dei «mensili» (che non scioperavano dal 1951), si è presto esteso alla totalità della manodopera sfociando nella richiesta di un aumento del 16% sui salari e stipendi per equipararli a quelli della regione parigina, e della sicurezza del lavoro, sia perché ha mostrato nelle maestranze un alto grado di combattività. Al solito, i bonzi hanno tuttavia silurato il movimento: mentre i proletari chiedevano «una vita migliore», i sindacati non avevano altro obiettivo che i «negoziati» con la controparte; i primi difendevano il proprio diritto all’esistenza; i secondi badavano all’« avvenire della regione che… dipende essenzialmente dal mantenimento di una manodopera qualificata » e ben remunerata. La conclusione è stata che i bonzi hanno accettato il 7,35% di aumento globale per il 1967 proposto dai padroni e la nomina di una… commissione paritetica tecnica per regolare le questioni in sospeso. Il commento della stampa – comunista – vale un Perù: «A prima vista si potrebbe credere che lo sciopero non abbia ottenuto granchè. In realtà la situazione non è così netta… Per i sindacati importava sapere se si sarebbero potute aprire e svolgere delle discussioni… La forma ora convenuta è che l’azione prosegua in seno all’azienda sotto forme diverse… Negli operai la combattività è intatta». Di questo non dubitiamo minimamente: ma a che serve la combattività proletaria, se l’importante è sempre e soltanto… discutere?
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Quanto allo sciopero del 17 maggio, esso dimostra che i sindacati non sono affatto come assurdamente pretendono, apolitici: solo che essi sono disposti a proclamare degli scioperi generali politici solo quando si tratta di difendere gli istituti borghesi, primo fra tutti il parlamento. Si è trattato infatti di uno sciopero «civico» per la salvaguardia dei diritti del cittadino e di quelli della camera dei suoi rappresentanti, minacciati dal sempre più accentrato «potere personale». I bonzi pretendono che la causa del malessere sociale ed economico del proletariato sia De Gaulle (che d’altra parte appoggiano in politica estera per il suo… indipendentismo patriottico), e che per rimediare basterebbe ristabilire le «garanzie costituzionali» del regime democratico. Ma come spiegare che la crisi economica si sia abbattuta con la stessa violenza su paesi perfettamente in regola con il parlamentarismo come l’Inghilterra e la Germania? E forse che la «politica dei redditi» di Wilson si differenzia in nulla da quella di De Gaulle? D’altra parte, chi è De Gaulle se non il grande Capo della resistenza, e dei suoi «valori», di ieri?Il nemico del proletariato è la classe dominante, quindi il suo Stato, democratico o fascista o «personale» che sia. Si sciopera per difendere gli interessi dei salariati, non per tenere in piedi uno dei tanti baracconi con cui il regime amministra e protegge se stesso contro i proletari!