Partito Comunista Internazionale

Siluri dei bonzi alle lotte operaie

Categorie: CGIL, CISL, Italy, UIL

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I tessili

I lavoratori di questa categoria possono già vantare una lunga serie di scioperi iniziati e sospesi ad ogni rottura di trattative che la Confindustria può permettersi di intraprendere e troncare a suo piacimento, in quanto la politica che i sindacati conducono le danno il coltello dalla parte del manico. Vi sono stati infatti incontri senza alcun frutto il 9 marzo, il 28 aprile, il 5 maggio; il 12 maggio le trattative non si sono svolte perché la Confindustria ha accusato i sindacati di non aver provveduto a sospendere le agitazioni a Frosinone, Como e Lucca; il 18 maggio si sono di nuovo interrotte perché gli industriali non intendevano applicare subito la riduzione settimanale di 1 ora di lavoro (questa la magra richiesta sindacale!) bensì introdurla con decorrenza dal 3° anno del contratto (di durata triennale).

La CISL dichiara spudoratamente, su Conquiste del Lavoro del 3 giugno, che «l’atteggiamento degli industriali dimostra ancora una volta che solo lo sciopero è un argomento che può convincerli a firmare il contratto di lavoro».

Ma a che cosa hanno ridotto quello che loro chiamano «argomento», e che è invece l’unica potente arma dei lavoratori?

A che cosa l’hanno ridotto se, avendo il ministro della previdenza sociale convocato le parti per il 20-6, ordinano agli operai di non sospendere più il lavoro, pur sapendo che gli industriali menano il can per l’aia e sono disposti a «cedere» solo quello che hanno già deciso di mollare? Le tre centrali si legano alla Confindustria col patto di sospendere ogni sciopero alla sola previsione di trattative, mentre questo è un «argomento» valido solo se protratto fino alla conclusione positiva di esse. Dichiarano scioperi provinciali, tutti limitati nello spazio e nel tempo. Si vantano di riuscire a firmare contratti senza la più estesa mobilitazione dei lavoratori (grafici, cartai, chimici, ecc.).

Firmano, indebolendo ancor più la lotta già inefficace degli operai, accordi aziendali, come quello sottoscritto per il Gruppo Bassetti il 27 maggio, che le tre Federazioni dichiarano di aver dovuto accettare perché «supera addirittura di gran lunga le richieste sindacali dello stesso contratto nazionale del settore»; di conseguenza i sindacati hanno sospeso ogni lotta, «anzi – puntualizza l’articolo – le tre organizzazioni sindacali hanno preso atto, in una nota a verbale riportata nell’accordo, delle attuali necessità produttive aziendali, che prevedono l’utilizzo delle giornate di sabato per l’attività lavorativa»!

Così questi operai vengono fregati insieme dal padrone e dalle centrali sindacali. Infatti le grandi conquiste che dovrebbero aver realizzato consistono, nelle loro parti essenziali, nella riduzione dell’orario di lavoro a 42 ore settimanali (i sindacati ne richiedevano sul contratto nazionale 45) e in compenso si mette a «verbale» che dovranno lavorare il sabato. Ottengono inoltre l’aumento salariale del 6% (quando tutti i contratti si stanno firmando su questa base). In tal modo i 1800 lavoratori di questo complesso non potranno più nemmeno protestare, né solidarizzare con la lotta dei loro compagni di settore, perché i sindacati hanno provveduto ad esentarli da ogni sciopero avvenire!

Nel constatare che l’«unificazione organica» non è ancora matura, la CGIL ha però constatato con soddisfazione l’impegno della santissima trinità bonzesca a «dar luogo a modi di consultazione più frequenti per una ricerca di intese comuni». In questo caso, l’«intesa comune» si è subito fatta in nome delle «necessità produttive».

I metallurgici

Sono passati sei mesi da quando, nel dicembre scorso, i sindacati sbandierarono l’avvenuta firma del contratto dei metallurgici, provvedendo così a spegnere anche l’ultimo residuo di una lotta che già nel suo lunghissimo corso aveva subito il sabotaggio più sistematico che questi maestri dell’opportunismo abbiano saputo perpetrare.

Occorreva infatti ridurre a completo silenzio questa categoria e riportare la tranquillità nelle fabbriche dove, col superamento della crisi, la produzione doveva riprendere il suo ritmo incessante. Quale migliore espediente potevano adottare i sindacati, se non l’ennesimo inganno della firma di un contratto che poi ha avuto bisogno di altri sei mesi per la «stesura definitiva»; dopo di che, al modico prezzo di mille lire da ritirarsi sulla busta paga, i lavoratori potranno averne una copia? Le mille lire sono in verità irrisorie; ben altro prezzo i lavoratori hanno dovuto pagare e pagheranno per il tradimento dei loro «capi», questi ineffabili servi dell’economia nazionale che li ha sempre trovati pronti alla collaborazione.

In piena crisi, quando le fabbriche smantellavano e licenziavano, e non si poteva evitare del tutto la lotta, i sindacati adottarono il sistema, non nuovo del resto, di «condurla responsabilmente», ed iniziò così lo stillicidio degli scioperi al contagocce: dipendenti di aziende private e statali lottano separati, gli scioperi si proclamano per province, e quindi ancora per città, per quartieri cittadini, per fabbriche, per settori. A mezza strada si «inventa» la firma di un contratto con una Confapi (creata per l’occasione) e si raggiunge lo scopo di eliminare dalla lotta tutti i dipendenti delle piccole e medie aziende, di cui il 90% non ha ancora applicato le norme contrattuali.

Adesso, a sei mesi dalla pretesa firma del contratto, si dà il via all’inizio dell’oscura lotta aziendale per la sua applicazione. Quanto dovrà costare ancora agli operai questo misero 5% che la borghesia, come già aveva stabilito, ha poi concesso? I metallurgici hanno già fatto questa esperienza col contratto precedente. Anche allora, i sindacati dimostrarono alla borghesia il loro «alto senso di responsabilità».

In pieno boom capitalistico, essi si guardarono bene dal rivendicare gli altri aumenti salariali che il padronato avrebbe dovuto concedere di fronte ad una lotta serrata dei lavoratori, proprio per la necessità che aveva in quel momento della piena efficienza produttiva, ma che d’altra parte avrebbero creato immense difficoltà nel periodo di crisi o «congiuntura» che segue sempre un boom economico.

I sindacati provvidero ad appianare ogni difficoltà futura incentrando il contratto con le incentivazioni, i cottimi e premi, tutti legati alla produzione, magri vantaggi che al declino di questa, furono riassorbiti. Ma non basta: essi adottarono anche allora la formula della contrattazione aziendale che portò gli operai alle estenuanti lotte successive, dove, azienda per azienda, per tre anni si è scioperato per l’applicazione del contratto e nella maggior parte dei casi non la si è ancora ottenuta; tutto questo i lavoratori stanno per affrontare di nuovo. Ma non importa ai nostri dirigenti sindacali se gli operai pagano ogni giorno più caro il frutto della loro sporca politica opportunista; l’essenziale è che la borghesia al potere li giudichi i migliori intermediari dei propri interessi.

Infatti, nell’ottobre del ’62, quando i sindacati firmarono l’accordo con la FIAT e l’Olivetti, troncando così lo sciopero in atto per tutta la categoria che vide ritirarsi dalla lotta ben 137 mila operai, l’allora ministro del lavoro Bertinelli tributò «un riconoscimento al sindacato come elemento che concorre alla migliore efficienza produttiva del lavoro».

Così ancor oggi la borghesia, per bocca del Governatore Carli, si congratula con essi e riconosce (La Nazione 1-6) che «la raggiunta stabilità dei prezzi non sarebbe stata possibile senza la moderazione dei sindacati…»; riconosce, in effetti, che il blocco salariale si è realizzato contribuendo alla ripresa produttiva. Rallegramenti dunque, ai leccapiedi dello Stato capitalista e della classe che esso rappresenta, finché tutto questo potrà ancora durare, finché la classe operaia non supererà la sfiducia e il disinteresse, ritrovando la giusta collera rivoluzionaria per la riconquista del suo sindacato di classe.