Partito Comunista Internazionale

Non vi sarà pace né nel Medio Oriente, né altrove, finché regna sovrano dovunque il capitale

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Ancora una volta, sangue è corso nel Medio Oriente. Ancora una volta, agli operai, ai contadini e ai poveri per decreto imperscrutabile di Jahvè e Allah, che le borghesie locali avide di terre altrui e abbacinate da sogni di potenza, e i grandi interessi imperialistici alle loro spalle, mandavano a scannarsi o a morir di fame e sete nel deserto, non è venuta dai partiti che vantano di rappresentare gli interessi storici e le aspirazioni di classe del proletariato la parola della fraternizzazione al disopra delle trincee e della lotta comune contro il nemico comune: il mostro nazionale e internazionale del capitalismo. Ancora una volta i proletari d’Europa, d’Asia, d’Africa e di America sono stati chiamati da «socialisti» e «comunisti» venduti alla democrazia e al riformismo non già a battersi perché i loro fratelli in casacca militare nella «Mezzaluna Fertile» si scrollassero insieme di dosso il giogo dell’imperialismo, ma a «fare il tifo» per questo o quello STATO, per questi o quei dominanti menzogneramente presentati come incarnazioni del «progresso» o nel bugiardo «socialismo egiziano» di Nasser (e degli… sceicchi e feudatari d’Arabia»!) o nel «socialismo… mercantile» dei kibbutz. Oggi che, dopo alcuni giorni di tragedia, le armi sembrano decise a tacere di nuovo, la «soluzione di pace» che le indegne consorterie «socialiste» e «comuniste» invocano è quella stessa di Johnson e Kossighin, di Wilson e Paolo VI, di Fanfani e De Gaulle: la trattativa al tavolo verde della diplomazia interstatale!

Eppure, non v’è forse regione in tutto il mondo in cui cinquant’anni di storia mostrino in una luce così rossa di sangue e di fuoco che non può esserci pace finché domini sovrano sulla terra l’infame regno della merce e del profitto. Quando l’Inghilterra era la regina dei mari e dei traffici mondiali, e la sua via delle Indie e dell’astro nascente del petrolio cominciò ad essere minacciata dal concorrente tedesco, Londra si procacciò alleati nel Medio Oriente promettendo agli arabi ciò che nello stesso tempo prometteva agli ebrei, e viceversa; facendo balenare ai signorotti della Mecca ciò che aveva già ceduto sottobanco a quelli di Riad o di Damasco o di Baghdad. Poi s’installò come potenza mandataria in Palestina e, mentre ripeteva lo stesso gioco del «divide et impera» per far lo sgambetto all’ex alleata Francia, aizzò arabi contro ebrei, ebrei contro arabi, per assicurarsi il dominio sui giacimenti petroliferi e sulle arterie mercantili della tormentata regione; vendette armi agli uni e agli altri: comprò sceicchi e monarchi: divise o unì terre; quando non le mancò la forza di comandare da sola, convitò a nozze il capitale americano, pronto a sostituirla nello sfruttamento delle ricchezze naturali e di una manodopera abituata da secoli a vivere d’aria e a crepare di fame. Venne la seconda guerra mondiale, e il lurido gioco d’interessi imperialistici infittì: venne la «grande pace» delle democrazie trionfanti, e Londra e Parigi in declino arretrarono di fronte alle più potenti Washington e Mosca nel contendersi le spoglie dei contadini, degli operai, degli straccioni a vita del Medio Oriente; nell’attirarli a sé con promesse bugiarde di assistenza e di fraterno appoggio. Arabi e israeliani si sono in questi giorni sparati addosso con armi fornite indifferentemente all’una o all’altra parte, mai… gratis, da coloro che si proclamavano amici dell’una piuttosto che dell’altra…

Che cosa può venire non alle classi dominanti che, sul cinico gioco dei grandi imperialismi, hanno sempre fatto i loro affari in nome di Allah o di Jahvè, ma ai proletari, semiproletari e sottoproletari del Medio Oriente, tra i più sfruttati e beffati e malmenati del mondo, da una «soluzione diplomatica» emanante dal supremo consesso dei ladroni internazionali di cui l’ONU, questo teatro dei pupi, è il docile strumento? Quale «indipendenza» e quale «pace» possono sperare dei paesi attraverso i quali corrono gli oleodotti che pompano il sangue nelle arterie della pirateria capitalistica mondiale, e i cui «reggenti», – borghesi arrivati, nuovi ricchi, o signorotti semifeudali, – hanno tutto l’interesse a vendersi a chi detiene le chiavi dei forzieri in tutto il globo, rubando al vicino – magari fratello di razza – quello che i loro finanziatori e padroni agitano di fronte ai loro occhi di insaziabili sciacalli?

Non erano in gioco in questi giorni, nel Medio Oriente, un «socialismo» che esiste soltanto nella menzognera bocca di Nasser e di Kossighin, o un altro «socialismo» finanziato in Israele dai grandi banchieri al di qua o al di là dell’Atlantico: erano in gioco interessi e posizioni di forza, economici e strategici, nazionali e internazionali, dell’imperialismo. Proletari arabi e israeliani hanno contro di sé lo stesso nemico: o lotteranno INSIEME per scardinarlo, e i proletari delle grandi metropoli imperialistiche che sulla loro pelle hanno eretto le proprie fortune saranno I PRIMI a dare loro l’esempio di una battaglia che non ha frontiere di razza, di Stato e di religione, o sarà guerra ancora, lì e dovunque, oggi e domani.