Agli antipodi del “socialismo in un solo paese” il programma della rivoluzione d’ottobre
Categorie: Karl Marx, Lenin, Nationalization, Russian Revolution, Stalinism, Transition Period
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«La classe operaia non attendeva miracoli dalla Comune», ha scritto Marx. «Essa non ha utopie belle e pronte da introdurre par décret du peuple. Sa che, per realizzare la sua propria emancipazione, e con essa quella forma più alta a cui la società odierna tende irresistibilmente per i suoi stessi fattori economici, dovrà passare per lunghe lotte, per una serie di processi storici che trasformeranno le circostanze e gli uomini. La classe operaia non ha da realizzare ideali, ma da liberare gli elementi della nuova società dei quali è gravida la vecchia e cadente società borghese» (Indirizzo sulla Guerra Civile in Francia nel 1871).
A cinquant’anni dalla rivoluzione d’Ottobre, e di fronte al bilancio storico delle lunghe lotte di classe che essa scatenò in tutto il mondo, questa osservazione di Marx resta valida esattamente come all’indomani della Comune; e si può dire, come della Comune disse Marx, che «la grande misura sociale» della rivoluzione d’Ottobre «fu la sua stessa esistenza operante».
Questo giudizio sicuro e modesto delle prospettive di Ottobre, i bolscevichi lo hanno sempre opposto all’incorreggibile cicaleccio dei loro avversari. Con Lenin, essi hanno combattuto coloro che, col pretesto dell’impossibilità di introdurre immediatamente il comunismo in Russia, negavano al proletariato ogni iniziativa indipendente, capace di aprirgli la via del potere. Con Trotsky, hanno combattuto la teoria del «socialismo in un solo paese» che faceva sperare dei «miracoli» dall’opera sociale della rivoluzione russa. Questa doppia battaglia, prima contro i menscevichi, poi contro Stalin, rimarrà per sempre legata alla concezione unitaria che i marxisti hanno della rivoluzione comunista; e su questa linea storica, i nomi di Lenin e Trotsky, che la controrivoluzione ha voluto separare, rimarranno per sempre uniti.
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Qual’era, dunque, il programma della rivoluzione di Ottobre? Miracoli? Utopie «belle e pronte»? O programma di lotte segnanti il preludio del processo storico mondiale che, per dirla con Marx, solo permetterà «di liberare gli elementi della nuova società di cui è gravida la vecchia e cadente società borghese»? Malgrado i testi e le lotte senza equivoci delle generazioni passate, i più grandi insegnamenti della storia sono i più duri da difendere non contro «il logorio del tempo», ma contro l’ideologia delle società divise in classi. E ciò è ancora più vero del programma della rivoluzione di Ottobre, che della Comune di Parigi.
In un articolo del 21 aprile-4 maggio 1917, intitolato «Una questione capitale (Come ragionano i socialisti passati alla borghesia)», Lenin spiega in polemica con Plekhanov il significato dei provvedimenti sociali ed economici che i bolscevichi potranno prendere, e prenderanno in realtà, dopo la conquista del potere. È noto che i menscevichi facevano del carattere di questi provvedimenti la chiave della situazione politica russa. Se le condizioni obiettive non permettevano di «introdurre il socialismo» in Russia, era follia (pensavano) orientarsi verso la conquista del potere ad opera del proletariato rivoluzionario. Così, nella sua «Lettera del 1° maggio 1917», Plekhanov se la prende con «quelli che chiamano le masse lavoratrici di Russia ad impadronirsi del potere politico, cosa che avrebbe senso solo se le condizioni oggettive necessarie alla rivoluzione sociale si trovassero riunite». Lenin risponde che non si tratta affatto di «costruire» o di «introdurre» il socialismo in Russia; e in una potente sintesi del programma della rivoluzione di Ottobre demolisce, di là da Plekhanov, la concezione che poi diverrà quella di Stalin.
«Quali sono le classi che formano la massa lavoratrice di Russia?», egli chiede. «Tutti sanno che questa massa è formata di operai e contadini. Quali sono in maggioranza? I contadini. Che cosa sono, questi contadini, per la loro situazione di classe? Dei piccoli o piccolissimi proprietari. Sorge la questione: se tutti i piccoli proprietari formano la maggioranza della popolazione, e se le condizioni oggettive del socialismo non sono riunite, come può la maggioranza della popolazione pronunciarsi per il socialismo? Chi può parlare e chi parla d’introdurre il socialismo contro la volontà della maggioranza?!».
Permettiamoci qui una breve chiosa. Oggi, lo stalinismo promette d’introdurre dolce dolce il socialismo nei diversi paesi con la magia elettorale di una maggioranza «popolare» comprendente non solo dei contadini piccoli proprietari, ma perfino dei bravi borghesi non-monopolisti. Non certo a questa maggioranza parlamentare allude Lenin, né la cerca. La «volontà della maggioranza» che in Russia si oppone al socialismo è per lui una forza sociale che nessuna campagna elettorale e nessuna misura «collettivista» potrebbe trasfigurare: è la forza sociale del Capitale che trasuda da tutti i pori della società russa. Lenin non lo dimentica: non si tratta, con questa massa di piccoli proprietari, di «costruire il socialismo»!
Significa ciò che il proletariato debba rinunziare alla lotta? E Lenin spiega quello che né Plekhanov, né Stalin, hanno mai capito. Egli ricolloca il problema del socialismo non sul terreno delle «condizioni oggettive» e delle «riforme sociali» immediatamente applicabili in un dato paese, ma su un terreno di classe, e di lotta di classe dal quale tutte le illusioni di un «socialismo nazionale» sono spazzate via:
«La maggioranza dei contadini russi può esigere e istituire la nazionalizzazione del suolo? Sì, senza dubbio. Sarebbe, questa, una rivoluzione socialista? No, sarebbe ancora una rivoluzione borghese perché la nazionalizzazione del suolo è un provvedimento compatibile col capitalismo. Ma sarebbe, nello stesso tempo, un colpo vibrato alla proprietà privata di un mezzo di produzione importantissimo. Un colpo che rafforzerebbe i proletari e i semiproletari, infinitamente più che non abbiano fatto le rivoluzioni del XVII, XVIII e XIX secolo».
Occorre sottolineare che la nazionalizzazione del suolo, che non è ancora socialismo, gli è tuttavia molto più vicina che la forma privata kolchosiana in cui Stalin credette di aver trovato la ricetta del «socialismo russo»? Occorre dire che i bolscevichi non si facevano la minima illusione sul rinforzo che un provvedimento di nazionalizzazione del suolo avrebbe apportato ai proletari di Russia? Ma continuiamo:
«La maggioranza dei contadini russi può dichiararsi per la fusione di tutte le banche in una sola? Può chiedere che in ogni villaggio ci sia la succursale di una banca di Stato unica?
«Sì, perché i vantaggi che ne risulterebbero per il popolo sono innegabili. Gli stessi fautori della guerra fino in fondo possono preconizzare questa misura che eleverebbe in grado molto sensibile la capacità di «difesa della Russia». Questa fusione di tutte le banche in una sola è economicamente realizzabile di colpo? Senza dubbio. Sarebbe una misura socialista? No, non sarebbe ancora socialismo».
Lenin si accanisce a dimostrare che i provvedimenti economici resi possibili in Russia, che i bolscevichi prenderanno e al di là dei quali Stalin non andrà mai, non hanno nulla a che vedere con il socialismo; che potrebbero esser opera perfino di un governo borghese di difesa nazionale. Ciò vale anche per la nazionalizzazione dei grandi trust e cartelli:
«La maggioranza dei contadini russi può dichiararsi per il passaggio del sindacato degli zuccherieri allo Stato sotto il controllo degli operai e dei contadini, e per una diminuzione del prezzo dello zucchero? Certo che lo può, perché vi troverebbe il suo vantaggio.
«È questa una cosa economicamente realizzabile? Sì, perfettamente realizzabile, perché il sindacato degli zuccherieri non solo è divenuto di fatto, dal punto di vista economico, un organismo unico di produzione alla scala dell’intero paese, ma era già sotto il controllo dello «Stato» (cioè dei funzionari al servizio dei capitalisti) all’epoca dello zarismo.
«Il passaggio del sindacato nelle mani di uno Stato democratico borghese contadino sarebbe una misura socialista? No, non sarebbe ancora socialismo. Il signor Plekhanov se ne convincerebbe facilmente se ricordasse le verità arcinote del marxismo.
Il signor Plekhanov; ma anche il signor Stalin e tutti i loro sottoprodotti nazionali, che chiamano «socialismo» un codice di ricette economiche al quale lo sviluppo del Capitale aveva già dato il più prosaico nome di riformismo, e che oggi si identifica pienamente con il programma della concentrazione e dei monopoli imperialistici.
Se i bolscevichi non si attendevano dalla presa del potere una «costruzione del socialismo» in Russia, che cosa potevano dunque sperare dall’esercizio del potere di Stato in «condizioni oggettive» tanto sfavorevoli? Quali prospettive schiudevano loro le «misure sociali», ma non socialiste, che la dittatura proletaria avrebbe potuto immediatamente decidere? Anche su questo punto, Lenin non lascia sussistere dubbi:
«Queste misure non mancherebbero di rafforzare l’importanza, il peso, l’influenza che esercitano più specialmente gli operai delle città, avanguardia dei proletari e semiproletari delle città e delle campagne, sull’insieme della popolazione».
«Dopo questi provvedimenti, la marcia verso il socialismo diverrebbe, in Russia, perfettamente possibile; e, se i nostri operai fossero sostenuti dagli operai più evoluti e meglio preparati dell’Europa occidentale, dopo che questi avessero rotto con i Plekhanov di casa loro, il passaggio effettivo della Russia al socialismo sarebbe inevitabile, e il suo successo sicuro. Così deve ragionare ogni marxista, ogni socialista, che non si sia schierato dalla parte della «sua» borghesia nazionale».
Il programma di Ottobre è agli antipodi del cicaleccio riformista che si traveste da «socialismo» e rinvia alle calende greche l’azione diretta del proletariato per instaurare la sua egemonia. Mentre non si sono mai fatti illusioni sul carattere dei provvedimenti economici che potevano prendere in Russia, i bolscevichi li presero nella coscienza e con la volontà di rafforzare le posizioni di classe del proletariato sia nella rivoluzione russa, sia nella rivoluzione mondiale, che la guerra imperialista aveva messo all’ordine del giorno di tutte le lotte sociali. Lenin non dice che questi provvedimenti permetteranno di «costruire il socialismo» in Russia. Non dice nemmeno che, dopo di averli presi, la questione possa porsi: solo la marcia verso il socialismo diverrà possibile. Ma il «passaggio effettivo» al socialismo, il suo sicuro successo, Lenin lo ricollega alla vittoria e all’appoggio del proletariato comunista dell’Europa occidentale.
Questo il solo programma della rivoluzione d’Ottobre: programma modesto e grandioso dei proletari del mondo intero!