Dollaro a macchia d’olio
Categorie: Europeanism, Germany, USA
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Le cifre che il Corriere della Sera del 5-5 ricava da pubblicazioni tedesche saranno più o meno attendibili, ma il fenomeno che esse denunciano – cioè gli stretti legami che si sono creati nell’ultimo ventennio fra capitale «nazionale» e internazionale in Germania – è innegabile. «L’inforestieramento delle industrie tedesche ha fatto passi da gigante. La General Motors e la Ford controllano quasi il quaranta per cento del mercato automobilistico tedesco; l’IBM il novanta per cento della vendita dei computers; la Standard Oil, la Shell, la Texaco, la Mobil Oil e altre industrie straniere l’ottantacinque per cento dell’industria degli idrocarburi; la Unilever (olandese), la Nestlé (svizzera), la Corn Products (americana) e altre il 43 per cento dell’industria alimentare. Partecipazioni straniere importanti sono ancora riscontrabili nell’industria meccanica, in quella armatoriale, nei tabacchi (trenta per cento), e nell’elettrotecnica (23 per cento)».
Ed è ovvio che la parte del leone se la faccia il capitale americano. « Fare affari in Germania è oggi, negli Stati Uniti, una specie di parola d’ordine. Gli americani si sono assicurati il 34,1 per cento di tutte le partecipazioni straniere (gli olandesi il 17,4, gli svizzeri il sedici, gli inglesi il dieci, i francesi il sette, i belgi il cinque, gli svedesi il 3,2, i canadesi l’1,8, gli italiani – Fiat, Olivetti, Veith Pirelli, Eni, Vespa – l’1,4, tutti gli altri il quattro) e la loro fetta si allarga di giorno in giorno. Dei capitali complessivi che nel 1964 essi hanno destinato ai paesi del mercato comune il 38,5 per cento è andato alla Repubblica federale, il 26,6 per cento alla Francia, il 15,6 per cento all’Italia, il 10,9 per cento all’Olanda e l’8,4 per cento al Belgio».
E ancora: «le imprese «tedesche» a totale o parziale partecipazione americana sono attualmente milleduecento all’incirca, fra le quali, in ordine d’importanza, citeremo (fra parentesi la percentuale della partecipazione): la Esso (100), la Opel (100), la Ford-Taunus (99), la DEA-petrolio (100), la IBM (100), la Mobil-Oil (100), la Maizena-Corn Products (100), la Schmalbach-Continentale Gummi (32), la Phoenix-Gummi Firestone (25), la Schwab-Singer (50), la Gerresheimer-Glas (75), la Kuba-General Electric (100), l’Harvester (100), la Bölkow-Boeing (50) e la Kodak (100). Di queste imprese, le prime tre — Esso, Opel e Ford-Taunus – hanno complessivamente un fatturato (1965) di circa undici miliardi di marchi, e cioè due miliardi in più della Volkswagen – che è la maggiore industria tedesca – e almeno cinque miliardi in più della Krupp, la quale, com’è noto, è indebitata con le banche per una somma imprecisata che comunque supera i due miliardi di marchi, e si è rivolta al governo federale per poter ancora esportare».
La marcia si fermerà qui? No, perché – fatto che il Corriere trova «paradossale» ma che per il marxismo è lapalissiano – «più le industrie-chiave europee si concentrano e si rafforzano e più gli americani prendono piede in Europa». In Germania, su 92.999 imprese piccole e medie, solo 2000 non prevedono di essere prima o poi assorbite dalle grandi; si rivolgono quindi al capitale americano o per resistere alla concorrenza delle «sorelle» maggiori o per vendersi in tempo; e così, per non cadere nella padella, cadono nella brace.
Andate poi a raccontare di «indipendenza nazionale», «patria», «piccola Europa», e simili baggianate!