Partito Comunista Internazionale

La vile storiografia dei collitorti

Categorie: Democratism, Opportunism, Partito Comunista Italiano, Party History, PCd'I

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Che la «Storia del Partito comunista» di quello storiografo a gettone che è Paolo Spriano dovesse mandare in sollucchero la cosiddetta alta cultura italica, era più che prevedibile. Placati gli scrupoli della «coscienza storica» dal giorno in cui, per decreto insondabile delle Botteghe Oscure, ridivenne possibile (fino a quando, visto che per Amendola la storiografia è, come la storia, un farsi, un divenire eterno, e ciò che è vero oggi può non esserlo domani?) parlare — come dicono loro — di Bordiga o, come diciamo noi, della Sinistra quale protagonista dei primi e pugnaci anni di esistenza del Partito di Livorno, i critici che vanno per la maggiore per «serietà» e «competenza» non hanno più avuto ritegno a levare alle stelle la ricostruzione del processo attraverso il quale il Partito comunista d’Italia divenne, felicemente per loro e mostruosamente per noi, democratico, italiano, riformista e, per finire, codino. Se questo è l’ideale degli epiloghi Spriano è grande, Spriano va ammesso dritto dritto nel Pantheon della storiografia «nutrita di fatti», «robusta» e «filologicamente ineccepibile»! Se — come pretendono loro — la sciagura di un partito comunista è di essere e voler rimanere tale, basta «far parlare i fatti» in quella lingua — la lingua dei salotti — e ci scappa un Premio Viareggio. Era scritto — per loro, non per noi — che si dovesse finire prima sull’Aventino, poi nei fronti popolari, infine nella «resistenza» di guerra? Allora gli Arditi del Popolo erano l’ideale anticipato degli anni avvenire, essi i cui dirigenti rivendicavano le loro «origini patriottiche e le loro finalità legalitarie». Era scritto (ma noi lo neghiamo) che si dovesse battere in riformismo i riformisti e diventar mille volte più turatiani di Turati? Allora, Livorno era senza dubbio una scissione troppo a sinistra; era, anzi, una débâcle. L’Alleanza del Lavoro doveva, per rescritto cremlinesco, non certo nostro, trasformarsi in polpettone antifascista, con il fedifrago Nenni e compagnia cantante in testa e i sabotatori di tutti i grandi scioperi in coda? Allora, l’incessante battaglia del giovane Partito per strappare ai capi firmatari dei patti di pacificazione coi fascisti le masse operaie ingannate e deluse e stringerle in un unico fronte di classe contro l’offensiva padronale scatenata congiuntamente dallo Stato con le sue forze repressive «regolari», e dal fascismo con le sue squadracce nere, complici i disarmatori riformisti del proletariato, era una battaglia vana e deprecabile. Insomma, se il Paradiso Ritrovato è quello di un partito che si dice comunista ed è precipitato al livello del laburismo, non c’era che da scrivere il dramma del Paradiso Perduto per fatto e colpa del rivoluzionarismo «astratto e un poco provinciale» (come ha proclamato un critico-santone) della Sinistra. E, per far questo, non era necessario frugare negli archivi del PC o della polizia: bastava ripetere le accuse mille volte lanciate alla Sinistra dal vero progenitore dello sconcio partitone superdemocratico di oggi, Messer Angelo Tasca: bastava ripeterle guardandosi bene, come fa Spriano, di dare la parola alla parte avversa, di riprodurre non i fonogrammi di un questore o le geremiadi delle maddalene pentite, ma i manifesti, i comunicati, gli articoli, le tesi, i discorsi ai congressi di Mosca, in cui la prima direzione del Partito, avendo presente non il piccolo — sebbene importante, in quegli anni di ferro e di fuoco — teatro sociale italiano ma quello del movimento mondiale comunista, denunciò in anticipo che, seguendo la via delle manovre tattiche ambigue e dei colpi di scena imprevisti si sarebbe affogati nella melma — come appunto avvenne.

Galante Garrone sentenzia: «Non si può non sottoscrivere a quanto dice lo Spriano: “Si vedrà nella sottovalutazione, anzi, nella negazione del problema della democrazia, la fonte del più grande errore compiuto dalle forze rivoluzionarie in Italia”». E vuol dire: «la negazione del problema della democrazia come ideale massimo e punto di approdo obbligato dalla storia». Ma la grande lezione del 1921-22, per i rivoluzionari, è l’opposta: cioè che la sottovalutazione da parte dell’Internazionale della democrazia come argine supremo di difesa dell’ordine costituito e come palla di piombo ai piedi del proletariato non solo rovinò le prospettive di controffensiva proletaria in Italia, ma — contro le intenzioni migliori dei grandi protagonisti dell’Ottobre Rosso, e in perfetta collimanza con le tempestive grida di allarme della Sinistra Italiana — segnò il tragico destino dell’ultimo moto potenzialmente rivoluzionario del 1923 in Germania, del grande movimento operaio e contadino del 1927 in Cina, dell’opposizione russa negli stessi anni, e infine del Comintern ormai strangolato. Gli Zinoviev, perfino i Trotsky, non lo capirono; la Sinistra lo seppe, e lo denunciò «come il più grave errore che potessero commettere le forze rivoluzionarie nel mondo», non per magiche virtù divinatorie, ma per la viva esperienza, grondante sudore e sangue, di una lotta quotidiana in cui l’attacco armato dei tutori dell’ordine democratico e dei manganellatori fascisti trovava spianato il cammino dall’opera piratesca di disarmo morale e materiale delle masse operaie e di sabotaggio sistematico delle loro eroiche battaglie difensive ed offensive, svolta dalla destra e dal centro socialisti, e nella quale urgeva fare del Partito il polo di attrazione unico e insostituibile del proletariato in furibonda contesa nelle piazze e nelle strade.

Non da scrupoli morali o da lussi teorici, ma da valutazioni eminentemente reali e pratiche, nasceva la nostra resistenza ai mercanteggiamenti in vista di una fusione con i socialisti: come anche soltanto immaginare che avremmo tratto forza dalla mescolanza con coloro che, ogni giorno ed ogni ora, siluravano le iniziative di lotta generale proletaria anche solo per il pane, e di fronte all’offensiva fascista correvano a genuflettersi davanti al tutore della legge borghese, lo Stato? come pensare di guadagnarci la fiducia proletaria, applicando verso i falsi cugini gli stessi metodi di bassa manovra parlamentare di cui quotidianamente essi davano immondo spettacolo agli operai? Non era uno sfizio di purezza accademica, ma un’esigenza suprema di difesa, che ci vietava di porre il nostro inquadramento militare agli ordini e sotto la disciplina di capitani esaltanti la patria, il ritorno al «libero gioco della vita politica» mentre si combatteva per le strade, la rinuncia alla violenza quando violenza imperava, e che, era noto, trescavano con Nitti e compagni: soli eravamo, non per nostra elezione ma per forza di eventi previsti dalla nostra stessa dottrina, e tutto doveva essere fatto, rabbiosamente, gelosamente, non per «rimediare» — speranza illusoria — a questo isolamento con pateracchi stolti e paralizzanti, ma per sfruttare con audacia i vantaggi che ci derivavano agli occhi delle masse proprio dal fatto di essere i soli a lottare con esse e per esse. Quella, solo quella, era la strada: dura, ma da battere fino in fondo, o perire!

Non lo si capì: si corse dietro al miraggio di una fusione col PSI, ci si lasciò menare per il naso dagli esperti voltagabbana di quel fantasma di Partito per non ritrovarsi in mano che un pugno di squallidi «terzini», si fece del Partito non già il solido presidio del proletariato rosso, ma il luogo di convegno di un democraticume accorso sotto le bandiere di coloro che, col pretesto che la situazione non era «più rivoluzionaria», si gettavano a capofitto nelle braccia del conformismo democratico prima, del conservatorismo poi, della controrivoluzione infine. Questa vicenda aspetta chi la rievochi, non per gusto accademico del «vero», ma per ammonimento ai militi oscuri della rivoluzione di domani: e non può rievocarla un democratico marcio fino al midollo. La «storia vera» di Spriano non è che l’apologia, pagata a peso d’oro, del ritorno del figliol prodigo comunista al focolare maledetto della democrazia; è un insulto ai proletari che combatterono e caddero, per non tradire, fra il giubilo bestiale dei fascisti e il cinico sogghigno dei socialdemocratici. «Vera» per la dotta ignoranza e l’interessata sapienza dei difensori dell’ordine costituito e dei distributori di oppio legalitario e gradualista ai proletari, essa è tre volte falsa per i comunisti degni di questo nome.

Ad una simile storia da Giuda, noi sputiamo sopra.