Partito Comunista Internazionale

Donne eroiche

Categorie: Party History, Women's Question

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Luisa Michel

Il numero delle donne eroiche del breve periodo che durò la Comune non è insignificante, ma al disopra di tutte queste militanti ignote s’erige alto quanto una torre l’esempio meraviglioso di coraggio e di fede rivoluzionaria di Luisa Michel.

Essa era un’umile maestra, che aveva già varcato il trentennio, e non discendeva nemmeno da famiglia proletaria, poiché era la figlia illegittima di un castellano francese.

Prima ancora della guerra del 70 contro la Germania essa si era schierata con gli avversari di Napoleone il piccolo, l’usurpatore, di cui essa come Vittor Hugo nei Chatiments aveva predetto la fine e il castigo.

La sua scuola e sua madre, alla quale essa si sentiva teneramente unita, erano il suo più grande pensiero.

La Francia era stata sconfitta dai tedeschi. Il popolo aveva nuovamente proclamato la repubblica, ma la borghesia si proponeva di ristabilire la monarchia una volta passata la ondata rivoluzionaria Solo il proletariato di Parigi, accorto del nuovo pericolo, aveva saputo resistere proclamando la Comune, primo tentativo eroico di un governo operaio, che non durò nemmeno 100 giorni e che finì in un bagno di sangue proletario.

Malgrado però la sua impreparazione, le sue insufficienze e i suoi errori, la Comune fu la prima pietra miliare nel movimento di emancipazione proletaria. Mentre la borghesia disfatta a Parigi, riformava i suoi quadri a Versailles, il proletariato parigino s’organizzava come meglio sapeva o come meglio poteva per resistere agli attacchi del nemico. 

Si creò una guardia nazionale ma tosto vecchi, donne e giovani vennero ad ingrossare le file delle truppe rivoluzionarie. Una fra le prime fu Luisa Michel. Una vita rivoluzionaria essa diceva, «fa rinascere, e l’idea grandeggia per tutti i dolori sofferti».

Certo che non bastava gettare giù la Colonna Vendome, per abbattere per sempre la tirannia borghese; mentre d’altra parte non si pensava ad armare tutto il proletariato né ad organizzare seriamente la resistenza, poiché ognuno ed ogni gruppo era abbandonato a se stesso e si lasciavano mitragliatrici e cannoni giacere in disordine sulle piazze senza procurarsi delle munizioni.

Si rovesciava cosi tutto, al più il suo simbolo.

Eppure l’impulso era irresistibile e fra i più ardenti comunardi, le donne erano in buon numero. Esse curavano i feriti sul campo di battaglia, spesso raccoglievano il fucile di un morto per combattere.

Coi suoi capelli corti che uscivano di sotto il berretto, un piccolo moschetto in mano, Luisa era fra le più impavide e la più popolare dei combattenti.

Un giorno che essa stava per raggiungere il posto di combattimento trovò alcune prostitute che uscivano dalla Sicurezza piangendo, perchè non si voleva ch’esse andassero a curare i feriti. Per curare feriti anche certi uomini della Comune volevano mani pure, osservava malinconicamente Luisa. Esse le dissero tutto il loro dolore; chi più di esse, vittime del vecchio mondo, aveva il diritto di dare la propria vita per il nuovo? Luisa riuscì a farle accogliere ed esse promisero di non far mai vergogna alla Comune. Infatti, morirono quasi tutte durante la settimana di Maggio. Due erano state uccise coi calci del fucile, mentre portavano soccorso ai feriti.

Otto giorni ed otto notti durò l’attacco delle truppe versagliesi contro la cittadella comunista; lotta ricca di esempi, di sacrifici e di abnegazione. Ma malgrado che i Comunardi si buttassero come dei leoni le truppe inferocite della borghesia stesero su Parigi un immenso lenzuolo rosso di sangue. Sotto la superiorità numerica dei 130.000 soldati dell’ordine le poche migliaia di proletari inesperti e male armati dovettero arrendersi. Contro essi si scatenò allora con tutta la sua malvagità il terrore bianco; mille volte più feroce del terrore rosso, poiché il proletariato si è mostrato sempre più umano dei suoi nemici.

La vista di questa strage fece dire a Luisa Michel «Nelle lotte future non si ritroveranno quei generali scrupoli, perchè per ogni sconfitta subita, la folla resta segnata come le bestie destinate al macello. Ciò che si ritroverà sarà l’implacabile dovere»

In un giorno di maggio, quando Parigi era già resa e che la guardia bianca era in piena azione, essa pensa alla madre che non aveva visto da tanto tempo, e siccome i massacri continuavano essa è inquieta sulla sua sorte. La sua giacca era bucata di palle e perciò essa se ne fa prestare un’altra, si mette poi un cappello per darsi un’aria borghese e se ne va verso Montmartre, camminando a piccoli passi.

Montmartre, quartiere proletario, era pieno di soldati, gente dall’aspetto sinistro, col bracciale tricolore.

La sua piccola cagna urla sentendola, è chiusa in cucina insieme al gatto. Le povere bestie gemono. Ma Luisa non vede sua madre, ne chiede alla portinaia che esita, finalmente essa le conferma che i Versagliesi sono venuti a cercare di lei e non avendo potuto trovarla hanno condotta via la madre per fucilarla. Essa corre al corpo di guardia dell’armata detta regolare e domanda cosa hanno fatto di sua madre, presa prigioniera in vece sua. Le rispondono che dev’esser fucilata subito. Ma al bastione vede sua madre ancora in vita in mezzo agli altri prigionieri, quasi tutti amici. Mai al mondo, essa dice, non avevo provato una si grande gioia. Povera donna! come le volevo bene! Quanto le ero riconoscente della completa libertà ch’essa mi lasciava di agire secondo la mia coscienza. Essa prende quindi il suo posto fra i prigionieri mentre la madre è rilasciata.

Tutti coloro che non erano stati fucilati subito, furono condotti a Versailles. Luisa scampò alla morte ma dovette assistere alle scene obbrobriose del trasporto. Di tanto in tanto il corteo, diretto dal famigerato generale Gallifet, veniva fermato per la scelta delle vittime. Quando poi si stancarono di scegliere, li ammazzarono in plotone. Una volta, con la raffinatezza di vero Satrapo, Gallifet diede ordine di far uscire dalle file tutti coloro che avevano dei capelli bianchi e disse loro: «a Voi altri avete già partecipato alla rivoluzione del 1848, e perciò siete doppiamente colpevoli. fucilateli!»

A Versailles, la crema della borghesia si era dato appuntamento per assistere all’ingresso del corteo dei vinti; deputati, funzionari, preti, ufficiali, meretrici d’alto bordo, tutti vigliaccamente inveivano ed aggredivano i rivoluzionari incatenati, gettando perfino contro di loro lordume e bottiglie. In prigione molti morirono di epidemia e di maltrattamenti prima del processo.

Luisa venne subito catalogata fra le «cattive», detenute, essa insorge contro tutto e contro tutti. 

Nell’intimità della detenzione parecchi prigionieri avendo confessato di aver tirato non sui borghesi ma sui muri, essa li rimbecca e coraggiosamente affermò: «Io non fui di quelli; se si agisse cosi, sarebbe l’eterna disfatta coi suoi mucchi di morti, le strazianti miserie, il tradimento». Poi aggiungeva: «Noi donne amiamo la rivolta. Non valiamo più degli uomini, ma il potere non ci ha ancora corrotte».

Finalmente, venne il giorno del suo processo, Il suo coraggio davanti ai giudici destò perfino l’ammirazione degli avversari.

«Non voglio difendermi – essa gridò- non voglio esser difesa, io appartengo tutta alla rivoluzione sociale ed io dichiaro di accettare tutta la responsabilità dei miei atti. Voi mi rimproverate di aver preso parte alla esecuzione dei generali; vi rispondo: essi hanno voluto far tirare sul popolo inerme; non avrei mai esitato a tirare su coloro che davano simili ordini. Giacché pare the ogni cuore che batte per la libertà non ha diritto che ad un po’ di piombo io chiedo la mia parte. Se voi mi lasciate vivere io non cesserò di gridare: Vendetta!»

Il presidente cercò d’interromperla, ma essa riprese: «Ho finito, se non siete dei vigliacchi, uccidetemi!»

Essa fù quindi mandata al bagno penale della Nuova Caledonia, ove rimase 10 anni. Prima di morire essa poté scrivere: «La Comune sarà vendicata insieme alla grande rivolta il giorno in cui su una linea di attacco grande come il mondo si alzerà la sommossa»

E. P.


Rosa Luxemburg

Tutta la vita di Rosa Luxembourg, vita di lavoro intenso, di lotta incessante, di sacrifici e di sofferenze innumerevoli, fu rivolta ad un unico scopo, animata da una sola volontà: risvegliare negli operai la volontà di potenza, si che gli stessi oppressi conquistassero con le proprie forze la libertà umana, trasformandosi da sottomessi schiavi in combattenti coraggiosi e devoti.

Dal giorno in cui cominciò a vivere d’una vita cosciente, Rosa Luxembourg si consacrò interamente agli umili ed agli oppressi; e non con carità sentimentale, ma col desiderio di elevare, di nobilitare gli umili e gli sfruttati, risvegliando in essi la volontà di liberarsi della servitù e di conquistare il mondo intiero. E poiché la conoscenza che essa aveva delle condizioni e delle fatali necessità sociali del suo tempo le faceva presentire prossima una lotta decisiva per il proletariato, ella si propose di condurre gli operai, armati di una sana coscienza di classe, verso la vittoria. E incominciò una lunga, tenace lotta contro l’incoscienza e la passività delle masse: una lotta ardente, incessante contro la borghesia e contro la socialdemocrazia falsificatrice del socialismo rivoluzionario internazionale: combattendo con la parola e con gli scritti, nella teoria e nella pratica, nei Congressi del Partito e nelle riunioni pubbliche, ovunque era possibile risvegliare negli operati la coscienza della loro forza, e insegnar loro ad agire.

L’attività di Rosa Luxembourg raddoppiò quando all’inizio della guerra mondiale le migliaia di sfruttati, fedeli alla socialdemocrazia e ingannati dalla favola della difesa della patria, abbandonarono il campo della grande battaglia per la loro emancipazione e, al canto degli inni patriottici, andarono a morire sui campi di battaglia della guerra imperialista.

Il disastro militare dell’imperialismo tedesco e il cambiamento di Governo che ne seguì rappresentarono ai proletari il compito di trasformare quella semi-rivoluzione governativa in una vera e definitiva rivoluzione sociale.

In quel grave momento storico Rosa Luxembourg dimostrò la sua superiorità politica e rivoluzionaria, le sue qualità di campione e di guida del proletariato.

Dal caos sanguinante della guerra trasse per la classe operaia il convincimento che il mondo capitalista doveva cadere,

Svelando la vergognosa bancarotta della social-democrazia e della Seconda Internazionale, ella dimostrò al proletariato la necessità di osservare la legge superiore della lotta di classe, della solidarietà internazionale di tutti gli sfruttati; la necessità di attaccare il capitalismo con un’azione comune internazionale.

Questa coscienza chiara determinò, come sempre in Rosa Luxembourg, un’azione energica, sistematica, appassionata.

Da quel momento l’idea direttrice che informa la vita e l’attività di Rosa Luxembourg appare nettamente: idea che consiste nel non limitarsi a organizzare la parte migliore della classe operaia, ma ad unire in una potente unità combattente tutti gli sfruttati, gli asserviti, i diseredati, gli oppressi del regime borghese, i percossi i deboli della vita sociale che trascinano penosamente una miserabile esistenza.

Non il solo fatto di essere iscritti ad un Partito deve legare e vincolare tutti coloro che possono lottare, che hanno il dovere di lottare, ma, qualche cosa di più profondo, di più durevole, di più indissolubile; la comunione delle idee, delle volontà dirette verso un solo medesimo scopo la trasformazione del mondo, il quale deve divenire il patrimonio di tutti, la patria universale della libera e fiera umanità, il dominio del lavoro creatore, la sorgente delle nobili gioie.

Aspirare a questo scopo non significa tenere in poco conto l’organizzazione politica, negarne la necessità e l’importanza. Al contrario. Per Rosa Luxembourg un Partito solidamente disciplinato è la spina dorsale dell’organizzazione e il cervello dell’azione gigante delle masse rivoluzionarie.

Ma l’idea profonda e universale ne deve essere la forza motrice; deve raccogliere anche al di fuori del Partito le masse operaie nelle falangi combattenti alle quali la Società capitalista non potrà resistere.

Rosa Luxembourg cadde nell’ora in cui gli oppressi incominciavano a riunirsi e ad insorgere intorno alla rossa bandiera di Spartaco. Ma ella aveva donato la sua vita alla causa operaia molto prima di morire; l’aveva donata giorno per giorno, fino all’estremo delle sue forze. E noi abbiamo la convinzione che ella mori con l’ incrollabile fede di una martire cristiana, augurando nel suo ultimo pensiero la vittoria del comunismo, benedicendo la sua sorte, che le aveva concesso di servire il comunismo e d’ intravederne il trionfo attraverso la tempesta rivoluzionaria.

CLARA ZETKIN