Le colombelle della diplomazia borghese, ultimo grido del falso comunismo
Categorie: China, Hong Kong, Middle East and North Africa, Pacifism
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Fino a qualche tempo addietro, i predicatori «comunisti» del pacifismo presentavano almeno la «pace» come una realtà imposta da movimenti di massa. Era, alla luce del marxismo, una concezione fasulla, perché la pace presuppone l’abbattimento NON PACIFICO del capitalismo; ma poteva accampare una vaga, lontana «giustificazione» di tipo quanto meno plebeo e «giacobino». Oggi, il grido di «pace» (seguendo il filo della sconcia conferenza di Karlovy Vary) è divenuto semplice implorazione ai capi di governo – compreso il governo di Santa Madre Chiesa – perché concludano un patto di «disarmo» e di «sicurezza collettiva» nel più perfetto stile «ginevrino» di triste memoria.
Il Papa vola a Fatima? I «comunisti» lo pregano a mani giunte di intercedere affinché «le nuove proposte di trattative per una composizione onorevole del conflitto [«all’onorevolezza» delle soluzioni diplomatiche si sono dunque ridotte le prospettive del… comunismo?!] non siano respinte, ma siano piuttosto studiate e finalmente accolte». Un passo ancora, e i nostri post-stalinisti pregheranno Paolo VI di intercedere presso la Madonna, e Longo finirà per avere le visioni come le pastorelle di Fatima – tanto più necessarie ora che, nel mondo democratico della pace perpetua, oltre al Vietnam comincia a riscaldarsi la temperatura del vicino Oriente, e proprio alle soglie di Terrasanta.
Salamelecchi di U Thant, genuflessioni al rappresentante di dio su questa valle di lacrime: e sarebbero questi gli eredi di un movimento chiamato a rovesciare il mondo per ricostruirlo dalle fondamenta? Puah, che schifo!
Hong Kong insanguinata
Per l’ennesima volta nella sua storia più che centenaria, il diadema nella corona britannica in Asia si è incastonato di pallottole sparate da sbirri e soldati su proletari manifestanti per un po’ più del loro gramo riso quotidiano.
È il più recente anello di una lunga civilissima catena. Gli inglesi misero pianta stabile nell’isola di fronte a Canton per spacciare di là, indisturbati, quei balsami civilizzatori ch’erano l’oppio e la Bibbia: a suon di cannonate, naturalmente. Sull’isola, fortilizio irto di bocche da fuoco eruttanti civiltà, crebbe un vigoroso, sfruttatissimo proletariato. Un giorno del «lontano» 1925, i civilizzatori britannici aprirono il fuoco su quello scandalo pubblico che era un corteo di proletari di Hong Kong-Canton, gente che non consumava né oppio né Bibbie – il che era già una grave pecca – e che, soprattutto, aveva alle spalle milioni di operai e contadini cinesi in poderoso risveglio. Fu un massacro.
Ma venne il secondo e più grave scandalo. I vivi, sepolti i loro morti, entrarono in sciopero e, PER UN ANNO ESATTO, Hong Kong rimase paralizzata fra lo sgomento dei mercanti, dei civilizzatori laici, degli ammiragli, e dei missionari. Caddero altre vittime proletarie; ma ci vollero i buoni uffici del governo cantonese del Kuomintang, vestitosi da «rivoluzionario-nazionale», per indurre gli operai a riprendere il lavoro. Oggi Pechino manifesta contro il secolare sfruttamento (a suon di «gatti dalle sette code») della civilissima Albione; ma quello che pretende di essere un governo proletario non mette negli imperialisti bianchi i brividi che nel 1925 una classe lavoratrice non imbastardita dalle ninnananne democratiche, staliniane o maoiste, aveva loro messo in corpo. Hong Kong è, per Pechino «rossa», una buona piazza commerciale, un luogo di traffici, il paradiso degli intrallazzi con S. M. il Capitale straniero. A Pechino strillano, ma Hong Kong è al sicuro: i proletari forse otterranno una ciotola di riso in più, ma l’insegna del bastone inglese continuerà a dondolare sulle loro teste.
Ed ora il Medio Oriente…
Sarà guerra, prima che questo numero esca, o ci rimetteranno una pezza nel tormentato Medio Oriente? Una cosa è certa: il fascismo è stato vinto 22 anni fa, la «pace» democratica ha steso le sue ali sul mondo, di «aggressori» non dovrebbero essercene più in questa madre terra pacificamente coesistente. E invece, ogni anno scoppia un nuovo bubbione. Che cosa dimostra ciò, se non che il capitalismo, qualunque sia la sua camicia, è lordo di sangue e sangue ancora?
Adesso si dirà che gli arabi sono «socialisti», e quindi la colpa è di Israele con dietro i soliti monopoli; si ribatterà che «socialista» è lo Stato dei kibbuz, e che i monopoli fioriscono all’ombra degli eredi di Maometto, colpevoli dunque questi e non quello. E ciascuno sosterrà la «giusta» causa di chi gli fa più comodo.
Per noi, colpevole è solo il regime della merce e del salario, del profitto e della caccia ai mercati. Finché questo regime infame sta in piedi, un «aggressore» e un «aggredito» di turno ci saranno sempre: e sangue scorrerà a fiotti. Schiacciate l’infame!