L’America latina e lo stalinismo imbarazzato di “Che” Guevara
Categorie: Guerrilla theory, Latin America, Opportunism, Vietnam
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Erano necessari diversi anni di una guerra spietata e il tradimento sempre più aperto di Mosca e di Pechino, paghe di lanciare dichiarazioni platoniche e di fare al popolo vietnamita l’elemosina di forniture militari, perché nel campo cosiddetto « socialista » qualcuno mettesse infine il dito sulla vergogna del « comunismo » d’oggi e riconoscesse quello che da tempo denunziamo: che « il Vietnam è tragicamente solo ». E, per arrivare a questa constatazione, « Che » Guevara ha dovuto girare al largo dalle capitali del « socialismo » e immergersi nella giungla sud-americana in cui nuove guerriglie covano!
« La solidarietà del mondo progressista per il popolo vietnamita – egli ha detto nel manifesto pubblicato all’Havana il 16-4 — assomiglia all’amara ironia che, per i gladiatori del circo romano, significavano gli incoraggiamenti e gli applausi della plebe ».
Ma Guevara ha un modo tutto suo di invitare i combattenti a scendere nell’arena. Il suo manifesto ricorda, a chi l’avesse dimenticato in questi lunghi anni di « coesistenza pacifica », che lo stalinismo non è necessariamente pacifista, o meglio che la frase «rivoluzionaria» e l’avventurismo politico non sono se non dello stalinismo che si vergogna di se stesso. Anche Stalin, dopo di aver messo le manette al partito comunista cinese e averlo consegnato a Chang Kai-scek, pretese il lancio rischioso dell’insurrezione cantonese. Si trattava allora di offrire qualche trofeo « rivoluzionario » agli applausi di un congresso che doveva completare l’opera politica della controrivoluzione, decapitando la sinistra russa. Malgrado la sua fraseologia altisonante, la linea di « Che » Guevara non avrà la stessa portata oggettiva mondiale, ma può ancora distrarre molti proletari dalla lotta diretta e cosciente contro il Capitale.
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Egli denuncia anzitutto la « guerra d’insulti» a cui, per paura di una guerra mondiale, russi e cinesi si limitano. Ecco tutta la spiegazione ch’egli dà alle masse della loro mortale politica di coesistenza pacifica: Hanno paura! La sua soluzione non esce neppure essa da questa interpretazione psicologica e morale: « Dato che gli imperialisti, con la minaccia della guerra, esercitano il loro ricatto sull’umanità, la giusta risposta è di non aver paura della guerra ». Tutto qui. E come Guevara potrebbe riconoscere che solo gli interessi nazionali della Cina, non le rodomontate « antirevisioniste » delle guardie rosse, determinano e determineranno tutto il suo atteggiamento verso il Vietnam? Come potrebbe mostrare che la sola base oggettiva della « coesistenza pacifica » è il legame sempre più stretto del mercato orientale con i destini dell’imperialismo e non, per esempio, la psicologia del colchosiano imborghesito? Se parlasse questo linguaggio, Guevara dovrebbe confessare nello stesso tempo che fra Mosca, Pechino e Washington l’esistenza non del « socialismo cubano », ma di uno Stato nazionale indipendente nel Mar dei Caraibi, è veramente possibile solo se la lotta contro l’imperialismo si sviluppa su tutto il continente sud-americano. Anche questo noi l’abbiamo detto quando l’« isola della libertà » navigava perigliosamente fra Mosca e Washington. Naturale che Guevara preferisca chiudere gli occhi sulle realtà della politica mondiale e si limiti a dire: Noi non abbiamo paura!
In fondo, « Che » Guevara reclama una grande guerra contro l’imperialismo. È il voto più o meno confuso di tutti i popoli oppressi che sanno di non aver nulla da perdere e tutto da guadagnare da un rovesciamento dei rapporti imperialistici attuali: « L’imperialismo – egli scrive – è un sistema mondiale, tappa suprema del capitalismo, e lo si deve battere in un grande scontro mondiale ». Per dei pacifisti belanti che spiegano l’imperialismo con la « politica insensata » di qualche individuo, e che credono di vincerlo respingendo qua e là un’aggressione, sostenere che l’imperialismo è un sistema mondiale, è già spingersi molto lontano sulla via del « dogmatismo » … Per noi comunisti, tutto ciò non basta affatto. Catalogare gli effetti diversi e palpabili dell’imperialismo non significa ancora conoscerne la natura. Come ha mostrato Lenin, non si sa nulla dell’imperialismo finché non si dice dove e come può essere abbattuto. La risposta di Guevara a queste due « questioncelle » è la peggiore possibile.
Alla questione di sapere dove l’imperialismo sarà vinto, « Che » Guevara risponde come tutti i pacifisti: s’immagina che l’imperialismo possa essere seppellito nel Vietnam o sul terreno di qualunque altra lotta nazionale in nome del « buon diritto » e della « libertà » dei popoli. Solo che eleva questa bestialità alla seconda o terza potenza assegnando all’America latina il compito di « creare il secondo o il terzo Vietnam, o il secondo e il terzo Vietnam del mondo ». Ecco che cosa il rivoluzionario cubano intende per « scontro mondiale »! Si tratta evidentemente di una lotta fra Stati, non di una lotta di classe. Stalin, che pure credeva alla morte dell’imperialismo in seguito a un tale scontro, aveva almeno il buon gusto di presentare il suo fallimento come la conseguenza naturale di una guerra imperialistica mondiale che colpisce al cuore stesso i più poderosi bastioni del Capitale. « Che » Guevara non si spinge neppure fin là. Egli si immagina che l’imperialismo americano possa cadere senza che cada l’America capitalista. E dissimula questa illusione piccolo-borghese sotto formule confuse come questa: « distruzione dell’imperialismo mediante l’abbattimento del suo bastione più forte: la dominazione imperialistica USA ». Questa frase dice esattamente quello che vuol dire. Guevara non può prendersela che con una forma di dominazione del capitale: non chiama a distruggere i rapporti economici e sociali su cui poggia lo sfruttamento sia dei popoli coloniali che del proletariato americano.
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Quale specie di scontro mondiale segnerà dunque la fine dell’imperialismo? La storia ha mostrato che non ci si deve aspettare nulla da uno scontro, pacifico o violento che sia, fra Stati. Alla fine della II guerra mondiale, invece di dare il promesso scrollone per rovesciare il dominio del Capitale, Mosca diede « democrazia » internazionale sulle spalle di tutti i Vietnam del mondo. Guevara finge di ignorare questa tragica lezione di un quarto di secolo, per rimproverare candidamente a Mosca e Pechino di aver « esitato a fare del Vietnam una parte inviolabile del territorio socialista, correndo i rischi di una guerra su scala mondiale ». Miseria dell’anti-imperialismo borghese! Esso non sa più a che santo votare le Nazioni per aggrapparsi alle sue chimere: né il diritto delle genti, né l’eroismo dei popoli, né l’etichetta « socialista » potrebbero garantirne la « inviolabilità ». E l’inviolabilità del Vietnam non dipende neppure essa dalla ripetizione sotto altri cieli della terribile « esperienza vietnamita »: il Vietnam sarà inviolabile solo quando i proletari americani porteranno questa guerra nel cuore stesso della metropoli!
Non ci si venga a trattare da « utopisti »! Le masse del mondo intero non hanno bisogno di lezioni di storia né di esortazioni morali per fare la rivoluzione. Hanno bisogno di chiare parole d’ordine che mostrino loro il cammino da seguire per battere sicuramente e fermamente il nemico. Ora, da quando l’Internazionale Comunista è morta trascinando con sé la sola occasione storica di collegare la lotta dispersa dei popoli coloniali all’assalto diretto alle metropoli, chi ha soltanto iniziato questo lungo, difficile, ma fondamentale compito di educazione politica e di preparazione rivoluzionaria del proletariato americano e mondiale? Abbia le armi in pugno o il deretano in poltrone diplomatiche, la democrazia piccolo borghese manifesta sempre più la sua impotenza e il suo tradimento. La guerra del Vietnam non sarà vinta nelle risaie né nella giungla sud-americana. La condizione assoluta della vittoria è di trasformarla, da New York a Los Angeles, in guerra di classe!
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Vediamo ora come « Che » Guevara crede di poter abbattere l’imperialismo secondo la strategia che egli si è fissata, quella dell’attacco periferico. Egli chiama bensì ad una grande guerra contro l’imperialismo; ma in realtà si limita a preconizzare una guerriglia. In Bolivia, nel Guatemala, in Colombia, nel Venezuela, persino nel Brasile, è la guerriglia che egli esalta, arma e teorizza, assicurando però che queste lotte possono prendere una dimensione continentale che, in ogni caso, egli si propone di dar loro.
« Vi è una così grande identità fra le classi dei diversi paesi – scrive – che esse giungono ad una identificazione di carattere « internazionale americano » molto più completa che in altri continenti ». È questo, in effetti, un atout della rivoluzione nell’America latina. Ma ecco come Guevara lo intende: « Lingua, costumi, religione, lo stesso padrone, sono i fattori che le uniscono »! Insomma, Guevara promette di identificare degli interessi di classe comuni a tutti i paesi dell’America latina, ma non riesce a trovare che degli… interessi nazionali.
Occorre enumerare qui i molteplici fattori etnici, religiosi, nazionali o imperialisti che avrebbero potuto fare l’unità della penisola indocinese, dal Maghreb arabo, o dell’Africa Nera? La storia recente ha mostrato che, nell’epoca imperialista, la forza dei fattori nazionali-borghesi non era più sufficiente per costituire dei blocchi statali solidi. Invece, « Che » Guevara lascia interamente da parte una delle carte migliori della rivoluzione americano-latina: l’esistenza di un proletariato molto più evoluto che dovunque in altri paesi nel Terzo Mondo; che ha subito un lungo e duro sfruttamento da parte della sua borghesia; che ha conosciuto diverse versioni nazionali di peronismo; e le cui lotte di classe potranno sole dare alla rivoluzione sud-americana tanto un’ampiezza continentale quanto uno sviluppo internazionale. Tanto basta a farci ritenere un delitto la ripetizione su questo continente della « esperienza vietnamita ». Noi non soltanto ci auguriamo, ma siamo sicuri, che la rivoluzione in America latina prenderà strade più dirette per abbattere il Capitale!
Dopo di aver passato sotto silenzio il ruolo politico e gli interessi di classe del proletariato sudamericano, dopo di aver predicato la « galvanizzazione dello spirito nazionale » alla prova della guerriglia, « Che » non esita a rivendicare un « vero internazionalismo proletario » al servizio della rivoluzione in quei paesi. E la sola parola d’ordine che lancia è la vecchia formula delle « brigate internazionali », così miseramente provata nella fornace spagnola del 1936. Guevara non farebbe nulla di diverso se volesse tendere ai proletari lo stesso trabocchetto che tese loro, trent’anni fa, la « democrazia » internazionale, violenta o non violenta. Sotto coperto d’internazionalismo, essa lasciò loro la « scelta », secondo il proprio temperamento e le proprie convinzioni personali, di esigere pacificamente dal governo Blum l’invio di aerei nella Spagna repubblicana, o di andare a battersi agli ordini degli staliniani, degli anarchici, e di altri becchini dell’Internazionale Comunista.
Anche « Che » Guevara invoca degli « eserciti proletari internazionali ». Anche per lui, in questi eserciti, la « bandiera sotto la quale si lotta diventa la causa sacra della redenzione dell’umanità, in modo che morire sotto le insegne del Vietnam, del Venezuela, del Guatemala, del Laos, della Guinea, della Colombia, del Brasile, per non citare che gli attuali teatri della lotta armata, è egualmente glorioso e desiderabile per un americano, un asiatico, un africano e perfino un europeo ». Egualmente glorioso? Ma il vero internazionalismo proletario non è un’avventura etica, come nei romanzi di Malraux; non è una « libera » scelta della persona umana sulla causa in nome della quale si batterà secondo il proprio concetto della Giustizia. L’internazionalismo proletario è l’espressione di una lotta di classe, di una coscienza politica e di una organizzazione internazionale del proletariato in guerra contro la dominazione del Capitale.
È solo nella prospettiva di questa guerra a morte che non ci è indifferente vedere sotto quale bandiera nazionale combattano i proletari del Vietnam o degli USA, delle colonie o delle metropoli. Se i primi non sono sempre giunti fino alla comprensione dell’internazionalismo comunista, almeno non l’hanno mai ignorato e rinnegato nella pratica, come spesso hanno fatto i secondi. Ma presentare una causa nazionale, per giusta che sia, come la « causa sacra della redenzione dell’umanità », è a colpo sicuro sabotare tutte le possibilità offerte all’internazionalismo proletario dalle contraddizioni crescenti dell’economia e della politica mondiali.
Noi siamo i primi a rallegrarci che le ostilità siano aperte nell’America latina. Ma che sia una guerra di classe e non una guerriglia!
Siamo stati i primi a denunciare la solidarietà platonica del « comunismo » russo-cinese verso il Vietnam. Ma il solo linguaggio dell’internazionalismo proletario è un linguaggio di classe.
Noi chiameremo i proletari di tutti i paesi non a « morire sotto le insegne del Vietnam », ma a riunirsi per prendere d’assalto le grandi metropoli del capitalismo, tagliando così il nodo gordiano di tutte le guerriglie e di tutte le rivoluzioni della storia.
È tempo di finirla con la fraseologia pseudo-rivoluzionaria!
È tempo che i proletari del mondo intiero ritrovino la loro teoria rivoluzionaria!