Democrazia e fascismo nell’“imbroglio” greco
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Il colpo di stato militare in Grecia ha gettato nella sorpresa e nello sgomento i democratici di tutti i colori, dai più ingenui ai più scaltri.
Nel giro di poche ore, nella notte dal 20 al 21 aprile, il paese che per primo aveva conosciuta la democrazia (allora assai meno mistificata di oggi, perché nel popolo non si includevano gli schiavi, e quindi la lotta per la democrazia significava solo una lotta di nuovi ceti possidenti, armatoriali e commerciali, per accedere alle leve dello stato prima tenute dai proprietari terrieri e schiavisti), rimaneva decapitato di tutti gli «eletti del popolo» in barba alla tanto discussa immunità parlamentare, fino al giorno prima all’ordine del giorno della politica e dei contrasti tra monarchia e governo da una parte, e parlamento dall’altra. Nessuna reazione dei partiti e dei sindacati si verificava, come se neppure esistessero. E il popolo, il famoso popolo? Nessun segno di vita. La sua stessa preparazione elettorale, succo della democrazia, lo aveva reso impotente. In compenso, all’estero il coro delle anime democratiche inscenava una resistenza verbale contro il fascismo e la reazione in Grecia.
Ma dov’erano le squadre irregolari dei fascisti, quella notte e ancora oggi? A compiere il putsch-modello non erano forse state le legali forze armate che, fino al giorno prima, erano considerate l’efficiente palladio della democrazia? Chi gettava fango sulla dea libertà e sul feticcio della sovranità popolare, se non lo stato democratico? Non è questa la prova (l’ennesima prova) dell’identità di sostanza fra stato democratico e stato fascista?
Il parlamento è stato offeso ed anzi gettato nel letamaio della storia. Ma che cos’è mai, questo parlamento? Esso è solo uno dei principali organi dello stato borghese, un organo che serve alla sua difesa in modo indiretto perché la lotta dei delegati operai per le sue poltrone raggiunge lo scopo di deviare dal giusto cammino rivoluzionario la classe soggetta. A toglierlo di mezzo non è stata, d’altra parte, la violenza proletaria, ma un altro organo essenziale dello stesso stato borghese: quello che più e che meglio degli altri provvede alla sua difesa diretta, cioè l’esercito. Ma tutto questo non lo vogliono e non lo possono intendere i nostri bravi democratici, in specie quei progressisti di «sinistra» – comunisti ufficiali in testa – per i quali i valori «eterni» della democrazia non hanno certo il significato astratto che attribuisce loro il «popolino» cui essi li ammanniscono mattina, mezzogiorno e sera. Per lor signori, i cosiddetti ideali democratici, finché restano in piedi e finché se ne parla, rappresentano la garanzia che il loro campare a sbafo è assicurato. È dunque comprensibile la loro costernazione nello svegliarsi all’alba del 21 aprile e apprendere la sventura abbattutasi sulla patria della democrazia. Non sono tuttavia solo le questioni di pagnotta che spiegano l’interesse dei democratici per la squallida vicenda. Essi, giustamente, si preoccupano di veder fallire così all’improvviso e con facilità impressionante i loro sforzi teorici e politici per conservare allo stato borghese la forma più elastica e idonea allo svolgimento delle sue funzioni d’ordine (dell’ordine economico borghese) e di repressione: appunto la forma democratica.
Ora, a favorire le illusioni di una possibile restaurazione di forme politiche democratiche nelle teste dei piccolo-borghesi e dei controrivoluzionari di professione dei partiti di sinistra, siano essi aderenti alla Internazionale Socialista o si richiamino a Mosca, interviene anche la propaganda di quello stesso imperialismo americano che, nei rovesciamenti di regimi più o meno popolari degli stati giovani e ancora gracili (Indonesia!) o anziani e già ossificati, non solo non è mai estraneo ma spesso recita la parte segreta del protagonista. Con la faccia tosta e l’ipocrisia tipica dei gangsters, i dirigenti americani hanno anch’essi minacciato (bum bum!) il regime militare greco, invitandolo a ripristinare la democrazia. Certo, per loro non si tratta di ritornare ad un passato che essi stessi hanno contribuito a liquidare, ma vorrebbero almeno l’apparenza di una forma democratica o di una «democrazia guidata», che continui a fare della Grecia l’amica della loro.
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Lo spettacolo cui ci tocca di assistere è dunque sempre quello ributtante che mira ad incatenare il proletariato rivoluzionario nelle maglie del dilemma fasullo «democrazia o dittatura» nel modo in cui la borghesia lo ha sempre posto attraverso i suoi ideologi e i suoi servi e ruffiani, scelti fra le file dei socialdemocratici o dei «comunisti». E il nostro compito è esattamente l’opposto: chiarire ai proletari i termini della questione che l’oppio democratico tenta di occultare con le tecniche più raffinate. Per questo noi diciamo agli operai che gli unici a non essere stati presi alla sprovvista dal putsch greco siamo noi. Non solo: quello che è accaduto in Grecia, come ieri in un altro paese e come domani dappertutto, è stato da noi previsto con precisione di giudizio teorico e storico per lo meno dall’immediato dopoguerra, quando, di fronte alla vittoria militare della coalizione democratica sugli stati fascisti, soli sostenemmo che, in realtà, chi usciva trionfante dal grande macello era il fascismo come metodo di governo borghese, e non la democrazia, intesa questa come forma di stato più atta ad assorbire gli urti della lotta politica e sociale.
Abbiamo sempre detto che il fascismo non è il prodotto di una «degenerazione» puramente politica, ma il portato necessario dello sviluppo capitalistico, che alla concentrazione del capitale fa seguire una concentrazione del potere politico. La lotta per la democrazia poteva avere un senso rivoluzionario, e lo aveva certamente, quando era condotta contro l’apparato statale feudale ed assolutistico delle autocrazie della prima metà del secolo scorso in Europa. E ciò perché i suoi scopi erano in primo luogo storicamente realizzabili e in secondo luogo non erano fine a se stessi ma si inquadravano in quella strategia della rivoluzione permanente, di cui parlava Marx nel 1850 e che vedeva nella democrazia solo una condizione più favorevole (rispetto a quella del dispotismo feudale) per la lotta del proletariato verso la distruzione della stessa democrazia borghese e del suo portamento.
Al contrario, oggi, la «lotta per la democrazia» (progressiva o no, come piaceva dire a Togliatti) è concepita dai partiti borghesi e dai partiti operai opportunisti nel solo modo in cui è possibile concepirla: in senso conservatore e reazionario cioè per mantenere in vita delle istituzioni e costituzioni che la storia ha ormai svuotato di qualunque contenuto. La pretesa di voler ringiovanire ciò che ha fatto il suo tempo è dunque assurda quanto la pretesa di ripristinare il frammentarismo delle piccole aziende capitalistiche con la lotta ai monopoli.
Allo sbocco fascista, cioè accentratore, disciplinatore, militarista, lo stato borghese perviene insomma sotto la spinta delle contraddizioni sempre più forti che travagliano la società borghese, e che si manifestano o con la lotta rivoluzionaria del proletariato per scardinare le basi stesse del dominio di classe (come in Italia nel primo dopoguerra) o con la lotta intestina all’interno della stessa borghesia, che non ha saputo adeguare le sue strutture politiche alle necessità del momento e si permette ancora il lusso di tradizionali frazionamenti politici in lotta per particolari e ristretti interessi di gruppi (Francia degli anni cinquanta, Grecia degli anni sessanta).
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Queste conclusioni di carattere generale, pur essendo valide per tutti i paesi, presentano forme di lotta variabili da paese a paese a causa di particolari componenti storiche.
Così, in Grecia, l’attuale lotta tra democrazia e fascismo si presenta con quello aspetto di lotta tra democrazia e monarchia che è stata un po’ la nota dominante della vita politica greca fin dalla costituzione del paese in nazione. Infatti, l’indipendenza nazionale greca dall’impero ottomano nel terzo decennio del secolo scorso fu conquistata non ad opera esclusiva delle rivolte del popolo ellenico con la sua borghesia in testa, ma anche grazie all’intervento di potenze straniere in quel periodo coalizzate contro i Turchi per il dominio del Mediterraneo. L’Inghilterra in particolare, con la distruzione della flotta turca a Navarino, evitò il soffocamento della rivoluzione greca, ma la «moderò» a sua guisa, modellando il giovane stato indipendente col introdurvi la monarchia (e sopprimere così la prima repubblica) in una sua persona di fiducia: Ottone di Baviera prima (1832) e Giorgio I (1863) poi. Non c’è dubbio, quindi, che il «peccato originale» della monarchia greca risale al fatto di essere un’importazione, anzi imposizione, straniera per salvaguardare gli interessi imperialistici del padrone che l’aveva insediata: essa non aveva alcuna tradizione nazionale e non ebbe nessun merito storico nello sviluppo politico ed economico della nazione, per cui la lotta incessante fra popolo e re, o per meglio dire tra parlamento (leggi borghesia) e corona, espresse la volontà di liberarsi dalla soggezione imperialistica da parte di una nazione che, per la sua debole struttura economica, conservava molte delle caratteristiche dei semicoloniali. Comunque, sarebbe un errore attribuire a queste condizioni politiche l’arretratezza greca. Non si può fare la storia a base di se e di ma; tuttavia è lecito supporre, sulla base di esperienze storiche di altri paesi, che anche una monarchia più «nazionale» non avrebbe sostanzialmente cambiato il destino del paese, legato e condizionato dai deboli fattori economici interni e dalla lotta in campo internazionale fra paesi assai più potenti. Se è quindi vero che la monarchia greca non si mise mai al più completo servizio della borghesia, è anche vero che non va affatto considerata come una monarchia di tipo assolutista, perché, come mostrano le successive costituzioni, essa non poté mai allontanarsi dal tipo di monarchia parlamentare.
Ne consegue che, nella lotta che ancora oggi si svolge fra i due poteri, sarebbe sciocco vedere nella monarchia qualcosa di reazionario e preborghese: il re svolge in Grecia lo stesso identico ruolo che svolge un presidente della repubblica. Questi non dispone di alcun potere e, se si intromette nella vita politica, lo fa come espressione non di inesistenti interessi di classe feudali ma di interessi di classe capitalistici, che i gruppi stessi della borghesia non riescono a salvaguardare efficacemente, e che anzi mettono in pericolo con la sterile lotta dei partitucoli in cui sono rappresentati.
La forza della monarchia risiede solo nella debolezza dei partiti politici, che sono nello stesso tempo lo specchio di un’economia arretrata e soggetta all’imperialismo e l’espressione di una coscienza politica in ritardo sullo sviluppo economico che pur innegabilmente si è avuto negli ultimi anni. Non essendo la borghesia greca riuscita ad esprimere un forte partito o delle coalizioni di una certa omogeneità, la sua vita parlamentare è stata tra le più tormentate, e ciò ha costituito una minaccia continua per la stabilità del regime. Ora, non ci vuol molto a capire che una cronica instabilità di governo è sempre meno compatibile con le esigenze del dominio borghese in una fase storica come l’attuale, in cui i contrasti interni e la lotta di concorrenza fra le borghesie in campo internazionale hanno raggiunto vertici mai conosciuti.
Nessuna formazione politica in Grecia ha mai avuto vita lunga e facile, e le scissioni e riunificazioni attorno a «personalità» più o meno logore non hanno finora mai prodotto uno schieramento forte ed omogeneo con indirizzo politico ben definito. Tanto la destra di Papagos negli anni 1952-56, quanto quella di Karamanlis (l’ERE) che si è considerata sua erede fino al ’63 o l’ERE odierna che fa capo a Canellopoulos, sono state piuttosto delle informi coalizioni di partiti, che dei partiti veri e propri. Altrettanto si può dire di quell’Unione di Centro dei partiti di opposizione di cui è il portabandiera Giorgio Papandreou, quando si consideri lo sgretolamento al quale negli ultimi tempi è soggiaciuto. Trascurabile è poi il ruolo di quei partiti di sinistra (compreso quello comunista, che è fuori legge dalla fine della guerra civile del 1946-’49) riuniti sotto la sigla dell’EDA.
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Con questo panorama politico — le cui basi sociali esamineremo in un successivo articolo —, è inevitabile che l’instabilità di governo sia all’ordine del giorno, e per fatti e attriti che non hanno nulla di veramente serio. Senza voler risalire troppo indietro, basta ricordare gli avvenimenti susseguitisi dalla salita al trono di Costantino II nel 1964, quando Papandreou divenne primo ministro, per concludere che il colpo di stato non solo era prevedibile ma si imponeva con tutta la forza di circostanze obiettive. Infatti, da allora le crisi si sono susseguite alle crisi, gli scontri fra parlamento e governo, fra parlamento e re, non si contano più, come non si contano le minacce di scioglimento della camera e di nuove elezioni e gli incarichi a questo o a quel leader di partito. E poi gli incalliti democratici si meravigliano dell’«inatteso» colpo militare e piangono sulle sorti della democrazia in generale e di quella greca in specie!
Chi cercasse le famose «responsabilità» del colpo di stato militare razzolando in questi pettegolezzi di cronaca, non verrebbe a capo di nulla, come chi volesse stabilire chi, in una guerra, è l’aggressore e chi l’aggredito. Che ne sia stato l’autore Costantino o i militari, o entrambi preventivamente accordatisi malgrado le apparenze contrarie, non importa gran che, ed è sciocco indicare il responsabile nel solo aggressore chiudendo gli occhi sull’aggredito. Per noi, si sa, non sono le persone singole né i gruppi, ma l’intera struttura economica e sociale con le sue componenti interne ed esterne che spiegano lo svolgersi dei fatti sulla ribalta politica, e a proposito di componenti esterne non bisogna dimenticare che in Grecia l’imperialismo britannico è stato sostituito da quello americano fin dai tempi della guerra civile, in cui gli U.S.A. fecero il loro ingresso armato in quel paese per evitargli di finire sotto un regime «comunista» e nella sfera di influenza russa (fu allora che si sfoderò la cosiddetta «dottrina del contenimento»).
Il colpo di stato era dunque il necessario epilogo di una situazione ormai insostenibile; e con esso il supremo interesse di classe della borghesia, legato alle esigenze dell’imperialismo americano, dovrebbe trovare un assetto meglio rispondente ai problemi posti dalle contraddizioni attuali. Noi certo non auguriamo un compito facile ai restauratori dell’ordine ad Atene, ma da questa nuova lezione della storia traiamo una nuova conferma al nostro atteggiamento verso la democrazia e verso il fascismo. Per noi, una democrazia efficiente come quella del dollaro o della sterlina, o uno stato fascista, restano due nemici in pari grado mortali, e la loro forza repressiva può essere debellata e vinta solo dalla lotta armata proletaria internazionale. Chi pretende di «combattere» il fascismo greco appellandosi agli ideali della democrazia, e sperando così di mobilitare i proletari ellenici, tradisce i loro interessi storici e ne rafforza la schiavitù economica, politica e ideale. Peggio ancora se la lotta al fascismo greco dovesse — come pretenderebbero i «comunisti» bastardi — svolgersi con l’aiuto dell’azione internazionale di altri stati borghesi, i quali se ne fregano altamente di simili esteriorità politiche e degli ideali piccolo-borghesi che commuovono solo gli opportunisti. Questi si sono assunti il compito storico di confondere le idee ai proletari per deviarli verso obiettivi che non sono i loro. La nostra parola d’ordine è e resta quella della lotta contro il capitalismo e il suo stato, qualunque sia la sua forma politica.