Il “diritto di sciopero” è inseparabile dall’azione rivoluzionaria di classe
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Quando nello scorso luglio il regime gollista varò in Francia la nota legge « anti-sciopero », gli opportunisti risposero levando al cielo il grido della democrazia e del “diritto” violati e organizzando arresti del lavoro di neppure… mezza giornata. La risposta del nostro « Le Prolétaire » fu ben diversa, e noi la riproduciamo parzialmente, perché non diversa è la reazione del bonzume italico all’imperante e dilagante offensiva del capitale contro il lavoro e contro quelle che l’opportunismo vantava come ormai solide e acquisite vittorie.
” Lo sciopero è l’arma essenziale dei lavoratori” , ripetono i bonzi fino alla noia. E’ una banalità che essi riaffermano solo per svuotarla di ogni significato. “Scioperi” che pretendono di far trionfare delle rivendicazioni proletarie risparmiando gli “interessi superiori” della produzione e del paese. “Scioperi” sabotati mediante “accordi” vergognosi che proibiscono scioperi futuri. “Scioperi” che, nati dal fiasco di un intervento arbitrale, hanno il solo scopo di ottenerne uno nuovo. «Scioperi» di una giornata, di un’ora, di un quarto d’ora, che investono prima una categoria, poi l’altra. “Scioperi” di settore, di azienda, di mestiere, che si scaglionano scrupolosamente nel tempo e lanciano gli operai in una battaglia ad ordine sparso. Tutti questi movimenti “articolati’, che deludono e scoraggiano ogni combattività, non costituiscono affatto il vero impiego dell’ “arma essenziale dello sciopero”; rappresentano solo un minor male per il padronato e per lo Stato borghese. In cambio di qualche elemosina, questi falsi scioperi spezzano l’unità della classe proletaria e il suo istinto di classe, la riducono in un pulviscolo di categorie in concorrenza reciproca.
Si celebra la «conquista del diritto di sciopero». Ma, quando esso – fu acquisito, l’obiettivo rivoluzionario si profilava dietro ogni lotta operaia anche parziale. All’epoca del «Manifesto dei Comunisti », nel 1848, quando il cuore del proletariato internazionale batteva sulle barricate di Parigi, di Vienna o di Berlino, lo sciopero non poteva essere che radicale, violento, rivoluzionario. La borghesia non contava, allora, nessun alleato nelle file operaie. Preoccupata di far rientrare l’energia sociale che l’aveva spinta al potere, e ansiosa di imporre la propria legge sul mercato del lavoro, essa costringeva alla clandestinità le organizzazioni sindacali. Ogni arresto del lavoro cadeva sotto le disposizioni di legge, e la lotta per il pane sboccava necessariamente in un combattimento di strada. Еrа la stessa intransigenza della borghesia a trasformare ogni rivendicazione operaia in anticipazione rivoluzionaria della missione storica del proletariato.
In tali circostanze, il “diritto di coalizione” che esattamente un secolo fa chiuse questo periodo, – costituisce senza dubbio una grande conquista. Ma il suo avvento segna anche una svolta importante nella politica della borghesia, da allora interessata a legalizzare i conflitti del lavoro piuttosto che lasciarli degenerare in sommosse e lotte armate. Il «diritto sindacale », complemento indispensabile
del diritto di coalizione (sebbene ottenuto più tardi), costituisce egualmente un passo enorme compiuto dalla classe operaia verso la sua organizzazione in forza autonoma, lottante in permanenza
per i suoi interessi vitali. Ma il riconoscimento legale dei sindacati corrisponde pure ad una evoluzione profonda della società capitalistica, ormai politicamente stabilizzata e alla vigilia della sua gigantesca espansione economica.
E’ attraverso questa nuova legislazione che la classe borghese ha procurato di assicurarsi nuove garanzie di dominio. Mantenere i conflitti sociali su un piano strettamente economico, separare rivendicazioni immediate e rivendicazioni storiche del proletariato: ecco le sue preoccupazioni fondamentali. Ha allora inizio una lunga lotta, nel corso della quale lo Stato borghese, con l’aiuto degli alleati che aveva saputo farsi in seno alla classe operaia, cerca di dare alle sue leggi l’accezione più restrittiva, urlando di fronte ad ogni sciopero al «complotto contro la sicurezza dello Stato » o alla «provocazione all’ assassinio e al saccheggio ». Da parte loro, gli operai restituiscono colpo su colpo e si liberano periodicamente dalle anguste prescrizioni della legge, tanto è vero che la lotta di classe non può essere rinchiusa nei limiti del diritto. In realtà, per un periodo storico abbastanza lungo punteggiato da scontri violenti e sanguinosi, il proletariato ha potuto servirsi della “legalità democratica” per ottenere miglioramenti delle sue condizioni senza perciò alienare come oggi il suo programma, senza perciò veder passare le sue organizzazioni sotto il controllo diretto o indiretto dello Stato borghese oder suoi partiti.
Non sarà più così dopo la prima guerra mondiale, che rimetterà di fronte l’una all’ altra per una lotta a morte le due grandi protagoniste della società capitalistica. Dittatura del proletariato o dittatura della borghesia, ecco l’ alternativa fondamentale della lotta di classe moderna, riproposta in tutta la sua brutalità non appena la rivoluzione russa vittoriosa chiama il proletariato all’ assalto finale contro il capitalismo. Ma la vecchia società si difende aspramente. Dai reazionari ai democratici, dai socialisti ai fascisti, tutti i partiti votati al salvataggio del capitalismo schiacceranno le insurrezioni proletarie in Occidente, e risolveranno l’alternativa a favore della dittatura del capitale. Sotto etichetta “democratica” o “fascista”, il contenuto uniformemente totalitario del capitalismo decadente imporrà la sua legge in tutti i paesi. Con la violenza o con la corruzione, la borghesia si assicurerà dovunque sindacati e partiti “operai” ubbidienti e fedeli.
E ci si vorrebbe far credere che, in questo mondo totalitario, esista ancora un conflitto tra forze liberali e forze reazionarie! Ci si vorrebbe dare ad intendere che la “legge scellerata” del governo gollista abbia di mira la grande conquista politica del secolo scorso rimasta miracolosamente illesa! E che il fascismo, il cui contenuto economico e sociale si è aiutato a vincere su tutta la linea, ci sia ancora di fronte e che lo si possa respingere nella persona di De Gaulle e con l’appoggio di quei bravi democratici che rispondono ai nomi di Mollet o Reynaud, come lo si è già respinto nella persona dei colonnelli dell’ O.A.S. appoggiando lo stesso De Gaulle; insomma, che ci siano sempre delle persone meno fasciste dei fascisti del momento, e che la politica proletaria non consista in altro che nell’ allearsi con loro!
Sinistra imbecillità! La sostanza di concentrazione economica e di pianificazione statale che costituisce il tratto essenziale del fascismo, la nostra buona vecchia democrazia l’aveva già da tempo assimilata quando il potere gollista pensò di darle la sua forma politica. Senza che nessuno di quei bravi democratici lo sospettasse, vivevamo già in pieno fascismo quando quel partito di rinnegati che è il P.C.F. entrò nel governo borghese della Liberazione per condannare gli scioperi, ordinare agli operai di produrre fino a lasciarci le cuoia, piegarli per amore o per forza ai regolamenti di cui la legge attuale è solo il coronamento. Per una delle ironie care alla storia, è proprio volendo “difendere” la democrazia invece di distruggerla con la rivoluzione socialista che i “comunisti” hanno reso inevitabile il trionfo del fascismo.
Tutti i sedicenti “diritti” conquistati dopo di allora dagli operai, essi li hanno pagati col loro sangue nella “resistenza” sciovinista e col loro sudore nella “ricostruzione” patriottica; li hanno pagati con la rinuncia dei “comunisti” ad ogni lotta e ad ogni programma rivoluzionario. Si è elargito il voto alle donne perché il suffragio universale è l’oppio che rende impotente la classe operaia, e più questo oppio è diffuso, più l’ impotenza è generale. Si è iscritto nella costituzione il diritto di sciopero perché i “comunisti” garantivano con la loro presenza che non se ne sarebbe più fatto uso per scopi di classe. Si sono sopportati i grandi scioperi per tutto il tempo necessario affinché insuccessi e tradimenti ripetuti ne allontanassero una massa crescente di operai. Insomma, si è aspettato che le illusioni riformiste, seminate dall’ opportunismo staliniano dopo quello tradizionale, cedessero il posto alla delusione e al disgusto e giungesse a termine la “santa opera” di spoliticizzazione della classe lavoratrice. Oggi, il frutto di questa serie di tradimenti è maturo, e il potere del capitale vuol dare il colpo di grazia a quanto resta delle conquiste operaie del secolo scorso. Non c’è da stupirsene. Il diritto di sciopero che si sopprime nella forma alla quale lo si è ridotto è stato pagato dalla classe operaia con la rinuncia al suo unico diritto storico: il diritto alla rivoluzione!
Eppure, oggi, per il governo, subire questi simulacri di scioperi che “turbano l’ordine pubblico” costa ancora… troppo caro. E’ lì il suo errore e, in una certa misura, il suo contributo involontario alla futura radicalizzazione sociale. Di fronte alla nuova legge, i sindacati hanno urlato: “Ormai, ci sarà vietato ogni sciopero di categoria, di settore, di servizio”. Oh, se la legge avrà questo risultato, noi ne saremo ben contenti! Se renderà davvero impossibili gli scioperi di categoria, se impedirà davvero la guerra di logoramento che i sindacati imponevano ai loro iscritti, essa costringerà fatalmente i salariati a ritrovare la via maestra dei grandi scioperi del passato, gli scioperi unitari e senza limitazioni che, rispondendo, a una volontà vera e massiccia degli operai, se ne infischiano di tutti i divieti e di tutte le leggi!
Il gruppo comunista francese ha espresso la sua fiducia che “gli operai e i democratici” și uniranno per «difendere il progresso sociale, la pace e la democrazia». Noi, comunisti internazionalisti, siamo convinti che il proletariato capirà un giorno di non dover lottare per un «progresso» che è solo corruzione, divisione e castrazione della classe operaia; di dover abbandonare all’ impotenza piccolo-borghese i sogni sulla “pace in generale”, che mirano solo a fargli accettare la pace sociale; di non dover rivendicare una democrazia che l’ha sempre ingannato, e sempre oppresso e schiacciato nel sangue; di non avere altra salvezza che la lotta di classe, la conquista violenta del potere e la dittatura rivoluzionaria.
Di qui ad allora passeranno degli anni, durante i quali egli dovrà affilare le sue armi, ricostruire la sua organizzazione politica. Ma nulla potrà impedire che si levi l’aurora abbagliante della ripresa internazionale della lotta proletaria.
Nulla: né il linguaggio debilitante dei sindacati e dei partiti della collaborazione fra le classi che piangono sul diritto di sciopero dopo di averlo seppellito, né i fulmini giuridici dello Stato capitalista che ha voluto ucciderlo per la seconda volta!